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La condizione delle donne giapponesi in epoca Meiji

Donne giapponesi in epoca meiji

In ogni paese e in ogni epoca le donne si trovano a lottare per ottenere o mantenere dei diritti. La tendenza generale è che, con il progresso, la condizione femminile migliori. Nel Giappone prima della modernità, però, la situazione ha subito un processo inverso, peggiorando drasticamente proprio durante il periodo della grande modernizzazione. Per valutare quanto sia stato tolto alle donne in epoca Meiji, bisogna prima capire quanto hanno perso: analizziamo quindi la condizione sociale in cui vivevano le donne giapponesi in quell’epoca.

La condizione femminile prima della restaurazione Meiji

Dati storici e fonti archeologiche testimoniano un processo di graduale perdita di potere e rilievo nella società giapponese femminile. Nell’antichità, in Giappone, vi era una società di tipo matriarcale, in cui le donne godevano di diritti simili a quelli degli uomini; donne alla testa di potenti clan o imperatrici, di fatto, non costituivano un’eccezione. Le donne, quando si sposavano, potevano rimanere all’interno della loro casa familiare, dove il marito andava a farle visita. Che la condizione delle donne giapponesi fosse migliore nell’antichità era testimoniato anche da un sistema di leggi che le tutelava: queste, infatti, potevano essere scelte come eredi di grandi fortune, case e terreni, potevano prendere le redini della famiglia e potevano anche divorziare. C’erano anche leggi che le tutelavano contro la violenza domestica. Le donne potevano liberamente scegliere se e con chi sposarsi e avere più partner, senza venir per questo giudicate. Questa condizione di relativo benessere della donna ha continuato ad esistere, pur con mutamenti, anche fino al periodo Kamakura.

Aspetto sociale e legale Cambiamento nel periodo Meiji
Matrimonio Dalla libera scelta del partner si passò ai matrimoni combinati (*omiai*) con l’obbligo di entrare nella famiglia del marito.
Divorzio Il diritto, prima possibile per entrambi i coniugi, venne riservato quasi esclusivamente al marito.
Eredità e proprietà Le donne persero il diritto di ereditare e possedere beni, che divennero di esclusiva proprietà del capofamiglia.
Ruolo sociale Da una posizione che consentiva ruoli di potere, le donne furono relegate alla sola sfera domestica e sottomesse al marito.

Un cambiamento nella direzione opposta: l’ideologia Meiji

È dal periodo Edo che la condizione delle donne in Giappone ha cominciato a peggiorare (1600 – 1868), ma è stato con la restaurazione Meiji (1868) e in particolare con l’introduzione del sistema familiare ie che la loro condizione ha incominciato a peggiorare drasticamente. Giocò un ruolo fondamentale in questo il neoconfucianesimo proveniente dalla Cina, che fornì le basi morali su cui si fondarono la struttura sociale e ideologica dell’epoca. Come spiegato da diversi studi accademici, tra cui quelli reperibili su portali come JSTOR, il confucianesimo stabiliva ruoli gerarchici rigidi: l’uomo era il capo famiglia e sotto di lui c’erano i suoi figli e la moglie, che gli dovevano rispetto e totale ubbidienza.

I matrimoni combinati diventano la norma

Che la condizione delle donne giapponesi sia peggiorata in questo periodo è testimoniato dal fenomeno dei matrimoni combinati (omiai); le donne non potevano più decidere con chi sposarsi, e divenne pratica comune per le famiglie dare in sposa le loro figlie (spesso ancora molto giovani) a uomini più ricchi, per poter migliorare la loro condizione sociale. Una donna, inoltre, per sposarsi doveva essere vergine, altrimenti non aveva valore. La donna non poteva più scegliere quindi con chi sposarsi, né tantomeno poteva opporsi al matrimonio combinato dalle famiglie.

La legge degli uomini: il codice civile Meiji

A rendere la condizione delle donne giapponesi ancora più esasperante erano le leggi, formalizzate nel Codice Civile Meiji del 1898. Secondo questo codice, la donna era legalmente incompetente, non poteva firmare contratti né possedere proprietà a suo nome. Non poteva neanche più scegliere di divorziare. Solo i mariti potevano presentare istanza di divorzio e, nel caso questo fosse avvenuto, la patria potestà restava al padre. Un’altra legge che ben mostra quanto misera fosse la condizione delle donne giapponesi in epoca Meiji è quella del delitto d’onore, che rimase in vigore fino al 1908 e consentiva ai mariti di uccidere le loro mogli se scoperte a commettere adulterio. Anche il sistema scolastico rifletteva questa visione: l’ordinanza sull’istruzione del 1872 specificava che sia le ragazze che i ragazzi dovevano ricevere l’istruzione elementare, ma la frequenza scolastica delle ragazze rimase indietro per gran parte del periodo.

Brava moglie, saggia madre: l’ideale del ryōsai kenbo

L’educazione femminile era basata sull’ideale della “brava moglie, saggia madre” (ryōsai kenbo, 良妻賢母). Questo non era solo un principio morale, ma una strategia politica. Il ruolo di una madre di crescere quelli che sarebbero stati i “futuri cittadini giapponesi” era cruciale per il progetto di costruzione dello stato-nazione. Dunque, sulle spalle delle donne giapponesi era stata scaricata questa enorme responsabilità sociale di essere mogli e madri esemplari per il bene della nazione. Per creare tali madri l’obiettivo più importante nella loro educazione era quello di insegnare i princìpi morali della “sopportazione” (nin) e della “sincerità” (makoto), come documentato da numerose fonti sulla storia dell’educazione in Giappone, tra cui quelle del Japanese Journal of the History of Women’s Education. Nonostante ciò, l’educazione femminile era anche altro: le donne imparavano a leggere, a scrivere, veniva loro insegnata la matematica e l’economia domestica. Lo scopo principale della loro educazione rimaneva però quello di prepararle al loro ruolo di mogli e madri casalinghe.

Fonte immagine: Wikimedia Commons

Articolo aggiornato il: 09/09/2025

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