La morte non è scomparsa, si può dire che è stata spostata, allontanata dagli spazi domestici, rimossa dal linguaggio quotidiano, consegnata quasi esclusivamente alle istituzioni sanitarie. Non la vediamo più, non la nominiamo, non la attraversiamo. E così facendo, paradossalmente, la rendiamo più spaventosa, più dolorosa, più disumana.
Il filosofo Martin Heidegger definiva l’essere umano come essere-per-la-morte: non nel senso di una fissazione morbosa, ma come consapevolezza che la finitezza è ciò che dà forma e valore all’esistenza. Senza questa consapevolezza, la vita diventa una sequenza di occupazioni che evitano il pensiero ultimo. La nostra società sembra aver fatto proprio questo: ha trasformato la morte in un incidente tecnico, da gestire, da nascondere, da risolvere altrove.
Lo storico Philippe Ariès, nel suo studio fondamentale Storia della morte in Occidente, descrive il passaggio da una “morte addomesticata”, vissuta in casa, condivisa, narrata, a una “morte proibita”, espulsa dallo spazio sociale. Morire in casa, circondati dai propri affetti, è diventato per molti impensabile, quasi sconveniente. I propri cari vengono ricoverati, affidati alle strutture sanitarie, delegati a un sistema che promette controllo, gestione, intervento. Non si tratta di una critica alla medicina, che resta una conquista fondamentale. Il problema nasce quando la fase terminale della vita viene interamente medicalizzata, come se anche la morte dovesse essere “curata”, rimandata, combattuta fino all’ultimo respiro. In questo quadro, il morire non è più un processo umano, relazionale, esistenziale, ma una sequenza di parametri clinici.
Elisabeth Kübler-Ross, pioniera degli studi sulla fine della vita, ha mostrato come il dolore non derivi solo dalla sofferenza fisica, ma dalla resistenza psicologica e culturale all’idea della fine. La non accettazione, l’ostacolo mentale all’abbandono, amplificano l’angoscia. Quando al morente non è consentito parlare della propria morte, quando il contesto lo spinge a “resistere”, a “non mollare”, a “combattere”, il dolore si carica di solitudine e colpa. Esiste, infatti, una colpevolizzazione sociale silenziosa nei confronti di chi sente di voler lasciar andare. Abbandonarsi all’idea della fine viene spesso letto come una resa, una debolezza, talvolta persino come un tradimento verso chi resta. Il linguaggio bellico che usiamo – “ha lottato”, “non ce l’ha fatta”, “ha perso la battaglia” – tradisce un tabù profondo: morire non è ammesso come atto naturale, ma solo come sconfitta.
La comunicazione intorno alla morte ne risente pesantemente. Non sappiamo più cosa dire, e allora non diciamo nulla. Evitiamo, edulcoriamo, mentiamo “a fin di bene”. Il silenzio diventa la norma, ma è un silenzio che isola. Come osserva il filosofo Byung-Chul Han, la nostra è una società che rimuove tutto ciò che non è produttivo, performante, ottimizzabile. La morte, che non produce nulla, viene espulsa dal discorso, ed è proprio questa rimozione che rende la morte più traumatica, sia per chi muore sia per chi resta. Senza parole condivise, senza rituali vissuti, senza educazione alla finitezza, il lutto diventa un evento privato, spesso patologizzato, anziché un’esperienza umana universale.
Parlare della morte non significa invocarla, ma restituirle un posto nella vita. Significa permettere ai bambini di sapere che esiste una fine, agli adulti di non sentirsi inadeguati di fronte alla fragilità, agli anziani di non dover fingere di essere eterni. Significa, soprattutto, riconoscere che accettare non è arrendersi, ma abitare fino in fondo il tempo che resta. Forse il vero segno di civiltà non è quanto siamo bravi a rimandare la morte, ma quanto siamo capaci di accompagnarla. Con parole, con presenza, con umanità.
Di Yuleisy Cruz Lezcano

