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Eroica Fenice

La relazione educativa, da Omero a Dewey

La riflessione pedagogica sulla relazione educativa comincia con Omero, che, nell’Iliade, fornisce cenni in merito all’educazione di Achille. Già nel testo iliadico emergono alcune caratteristiche – quali l’asimmetria, la condivisione, la partecipazione, l’autorità e l’affettività – che saranno tipiche del thiasos pitagorico, considerato come la più antica istituzione pedagogica.

Nel V secolo a.C. i sofisti rappresentarono una svolta per la professionalità docente: essi ritenevano che la virtù – coincidente con l’arte del parlare e del dialogare – fosse insegnabile e svolgevano la propria professione – economicamente ricompensata – facendo ricorso ad una vera e propria tecnica didattica e metodologica.

Con Socrate seppe coniugare educazione e personalizzazione: la relazione educativa socratica – messa in atto attraverso due modalità operative, quali l’ironia e la maieutica – è funzionale alla valorizzazione del discente, che si sente spronato ad essere attivo e a ricercare, in prima persona, la verità.
Platone si occupò di pedagogia sostanzialmente a fini etici, politici e metafisici; ma, nella sua Accademia, seppe coniugare sapere scientifico e ricerca della verità, condivisione e partecipazione.
La riflessione aristotelica relativa alla pedagogia ed alla relazione educativa è espressa, in particolare, nell’Etica Nicomachea e nella Metafisica. Aristotele ha svolto un importante ruolo di chiarificazione concettuale e semantico-lessicale: la koinonìa (condivisione) ed il comportamento esemplare del maestro hanno valenza formativa ed educativa. Ma la relazione educativa s’inscrive anche in un orizzonte propriamente sociologico, in quanto risulta influenzata e determinata anche dall’ambiente di appartenenza, dal contesto e dalla civitas nella quale si vive.
Il tradizionale costume pedagogico romano risulta, invece, fortemente caratterizzato in senso autoriale e gerarchico; ma l’incontro con la cultura greca fu, fra l’altro, funzionale ad orientare l’approccio pedagogico romano in funzione dell’humanitas (e della conseguente attenzione alla psicologia dell’allievo), come testimoniano Cicerone, Quintiliano e Seneca. Tale attitudine fu ripresa e rinfunzionalizzata dall’umanesimo pedagogico moderno, che, peraltro, intendeva la relazione educativa come crescita tanto per l’educando quanto per l’educatore. 

Con il Cristianesimo, l’azione pedagogica fu costantemente ispirata all’azione salvifica di Dio: tra i maggiori esponenti di tale attitudine pedagogica va annoverato, senza dubbio, S. Agostino.
Carlo Magno, con l’istituzione delle Scuole Palatine, seppe fornire una valida alternativa educativa laica, funzionale alla formazione dei quadri amministrativi.
Nel XVI secolo, con Bacone, Galileo e Cartesio, la relazione educativa diventa funzionale all’indagine scientifica, concepita come strumento principe per l’accrescimento della conoscenza.
Una nuova svolta pedagogica fu rappresentata dall’Emilio, nel quale Rousseau parla di una relazione educativa centrata sulla soggettività dell’allievo, che il docente ha il compito di indirizzare e valorizzare. Rousseau seppe dare il giusto rilievo anche alla dimensione esperienziale, basata sulle fasi di sviluppo dell’allievo, il che s’avvicina molto all’idea pedagogica moderna di “insegnamento individualizzato”.

Il XIX secolo fu caratterizzato da una sovrapposizione epistemologica fra pedagogia e filosofia, ma anche dalla tendenza romantica alla valorizzazione della dimensione emotiva, della dignità personale del discente e del sentimento come strumento conoscitivo-formativo privilegiato.
Nell’Italia di inizio XX secolo, un posto di rilievo spetta a Giovanni Gentile, il quale poggia la propria riflessione pedagogica sull’importanza dell’individualità dello studente e della valorizzazione dei suoi bisogni e dei suoi interessi. Gentile seppe superare l’idea della dimensione oggettiva ed impersonale del fatto educativo.
Vorrei concludere questo breve – e, sicuramente, non esaustivo – excursus storico, dedicato allo sviluppo diacronico della relazione educativa, citanto Dewey, filosofo e pedagogista statunitense, considerato come uno dei massimi esponenti dell’attivismo pedagogico. Dewey seppe interpretare il “fatto pedagogico” come esperienza globale, sincretisticamente e contestualmente oggettiva e soggettiva, soffermandosi, in particolare, sulle forme e sulle modalità del processo educativo ed intendendo il processo di insegnamento-apprendimento come processo che si relazione dinamicamente e dialetticamente con la vita.

Affido la chiusa proprio a Dewey, il quale, nel 1984, scriveva: “La vita è sviluppo […], crescere è vita. […] Il processo educativo è processo di continua riorganizzazione, ricostruzione, trasformazione. L’inclinazione ad imparare dalla vita stessa e a rendere le condizioni del vivere tali che ognuno sia in grado di imparare nel corso stesso del vivere è il più bel prodotto della scuola.”

Una riflessione ancora attuale, eppure sostanzialmente ignorata nell’Italia della presunta “buona scuola”…


Un ringraziamento particolare va alla Professoressa Maria Grazia Lombardi, che ha saputo rinnovare ed accrescere la mia “passione” per l’insegnamento…

La relazione educativa, da Omero a Dewey

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