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Eroica Fenice

Tiziano Terzani

Leggere Terzani durante la pandemia

Tiziano Terzani, uno nessuno e centomila.

Guru è una parola di origine sanscrita, entrata prepotentemente, negli ultimi anni, nell’immaginario collettivo e nel linguaggio comune. C’è chi erge a proprio guru, seguendo la definizione occidentale, il suo cantante o attore preferito, un insegnante o professore particolarmente carismatico. A volte più semplicemente la propria mamma o papà, magari un amico stretto.

Ma guru è una parola che è stata vittima di un fraintendimento, nel suo passaggio da una cultura all’altra. Il guru non è un modello di vita da perseguire, né una persona alla quale ci ispira e in cui si riflette. “Gu” in sanscrito significa “tenebra”, “ru” vuol dire “cacciare, disperdere”. Per cui il guru è colui che scaccia la tenebra, colui che porta la luce nel buio dell’ignoranza.

Poche persone, nel panorama giornalistico italiano, sono state in grado di scacciare le tenebre come Tiziano Terzani. Toscano, nato a Firenze nel 1938, firma del Der Spiegel, di cui è stato corrispondente dall’Asia, per oltre trent’anni. La sua è la storia di un ragazzo cresciuto nelle campagne toscane che, guidato dalla curiosità e dalla fame bucolica di vita ed esperienze, ha seguito tutti i più grandi eventi del Novecento. Se si pensa a tutti gli avvenimenti storici maggiori, compresi tra il dopoguerra e l’inizio del nuovo secolo, in Asia e non solo, lui era in prima linea. La guerra in Vietnam, la caduta dell’Impero Sovietico, la Cina del dopo Mao.

Terzani: Un altro giro di giostra

Una vita fatta di un continuo peregrinare, in cerca di una meta indefinita e che ha via via assunto contorni sempre più diversi. Negli ultimi anni si è sviluppato una sorta di culto attorno alla figura di Tiziano Terzani. Un vero e proprio guru, per l’appunto, amato dalle generazioni più giovani ma non solo, che in lui vedono una specie di Bruce Chatwin in salsa italiana. Terzani è infatti diventato celebre non solo per la sua attività giornalistica, ma anche per i suoi libri di viaggi, di grandissimo successo ed idolatrati dagli amanti del genere.

D’altronde, in una produzione vasta e sterminata, che comprende anni di servizi e inchieste sul campo, ce n’è davvero per tutti i gusti. In Pelle di Leopardo si racconta la liberazione di Saigon, avamposto leggendario della guerra del Vietnam. Un indovino mi disse è la storia di un anno irripetibile, il 1993, in giro per l’Asia ma senza prendere un aereo. E poi il racconto, in Un altro giro di giostra, della malattia, affrontata con il sorriso grazie a tecniche occidentali e orientali. Quella che poi fu un’occasione per porsi domande esistenziali, che culminano ne La fine è il mio inizio, sua ultima produzione, prima della morte, sopraggiunta nel 2004.

Tiziano Terzani è, a quasi vent’anni dalla sua morte, ancora così amato per svariate ragioni. Innanzitutto, leggendo le sue opere, si capisce come sia stato un vero e proprio precursore dei tempi. La sua curiosità sfrenata lo portava a interrogarsi continuamente sul destino ultimo dell’Occidente, visto come in uno stato di perenne crisi a fronte dell’avanzata inarrestabile dell’Oriente. Una crescita che, a sua detta, non venne mai tradotta in termini economici, come ingenuamente si potrebbe credere, ma spirituali, fatta di valori che fungono da collante della società, e che in Europa e America si sono perduti via via con il tempo. Fino ad arrivare al preoccupante nichilismo che contraddistingue la nostra epoca.

L’occhio con cui Terzani effettua le sue analisi non è però quello del viaggiatore romantico e disincantato. Terzani non è Christopher McCandless, l’Alex Supertramp che ha incantato i millenials nel film Into the Wild. Terzani descrive con sguardo cinico e passionale l’Asia, il continente che lo ha accolto e che per trent’anni è stata la sua casa.

In fondo, e lui lo sa benissimo, Terzani è e rimane un europeo, e la sua fascinazione nei confronti dell’ayurveda, della Cina, dei templi tibetani è dovuta al fatto che grazie ad essa divenne con il tempo in grado di vedere la realtà in una prospettiva cosmica, più ampia di quella in cui la quotidianità, con la routine, ha intrappolato l’uomo moderno. E che in Occidente, più che da qualsiasi parte, è andata completamente perduta.

Leggere Tiziano Terzani, in tempi di quarantena e isolamento domiciliare, è un consiglio da affidare con cura a chiunque voglia fuggire dalla claustrofobia  e dal senso di ristrettezza che pervade questi giorni così complicati. Perché, almeno per una volta, si trovano risposte e non soltanto quesiti o dubbi, per quanto questi siano assolutamente necessari. Terzani è un uomo che, nel corso della sua vita ha avuto l’umiltà di imparare da chiunque si trovasse sul suo percorso e che ha avuto il coraggio di porsi la domanda ultima, quella fondamentale, e che dovrebbe caratterizzare il cuore di ogni uomo. “Chi è, in realtà, Tiziano Terzani?”

Il brillante studente di giurisprudenza de La Normale di Pisa? Il corrispondente trentennale del Der Spiegel? L’anziano in cerca della panacea sulle vette dell’Himalaya? Uno, nessuno e centomila.

Terzani è stato tutto questo e molto di più, un esploratore dalla cui finestra si vede molto più lontano, si guarda attraverso. Leggere Terzani nel 2020, ai tempi sospesi del coronavirus, significa appropriarsi del suo sguardo umile e coraggioso che include tutto e tutti prima di scegliere, e che non nega a niente e nessuno la possibilità di insegnarti qualcosa.

Fonte dell’immagine: ritaglio della foto di profilo Pagina ufficiale Facebook:
https://www.facebook.com/pg/TizianoTerzaniOfficial/photos/?tab=albums&ref=page_internal

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