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Eroica Fenice

Justin Kurzel

Macbeth di Justin Kurzel: l’abisso dell’animo umano

Il capolavoro di William Shakespeare approda di nuovo sul grande schermo, questa volta con la regia di Justin Kurzel. Nel corso degli anni sono stati tantissimi i registi che si sono cimentati nel portare la sanguinaria vicenda di Macbeth al cinema ma la rivisitazione di Kurzel è, per certi versi, ancora più cruda in quanto riesce a toccare qualcosa nel cuore dello spettatore, spingendolo a voler entrare nella mente del protagonista, divorata dai fantasmi e dai sensi di colpa.

La storia, penso, la conosciamo un po’ tutti: Macbeth, valoroso combattente nella guerra di Scozia, conosce sul campo di battaglia gloria e, vincitore contro le truppe del crudele Macdownald, ottiene riconoscimenti e onore dal proprio re, Duncan. La profezia di tre streghe, che nel film di Kurzel assumono le sembianze di tre contadine, preannuncia a Macbeth e al compagno di sventura Banquo la futura reggenza del trono scozzese grazie allo scorrere del sangue di Duncan; nell’animo del protagonista si fa dunque strada l’ambizione, alimentata e incoraggiata da Lady Macbeth, vera e propria belva assetata di potere che incita il marito alla carneficina. Dopo l’omicidio di Duncan, Macbeth ne prende il posto sul trono scozzese, ma il potere diverrà per lui un pesantissimo fardello: da un lato, sarà sempre presente il senso di colpa per il sangue versato, dall’altro, la brama di potere lo spingerà ad azioni sempre più cruenti. L’alternarsi dei due sentimenti contrastanti porteranno il sovrano verso un baratro di follia che culminerà nella visione degli spettri di tutte le vittime che si è lasciato dietro, fino ad arrivare all’epilogo della vicenda emotiva di Macbeth il quale, alla fine, dovrà soccombere all’ultima e più temibile profezia delle fatali sorelle.

Il Macbeth di Justin Kurzel: come trasporre sullo schermo una vicenda che è già perfetta così come è stata scritta? 

Innanzitutto, una menzione positiva va alla fotografia: le scelte dei colori, che vanno dal grigio delle nebbie scozzesi al rosso del sangue versato, dentro e fuori il campo di battaglia, rendono perfettamente il duplice animo di Macbeth,  il pesante e plumbeo colore del senso di colpa e il rosso vivo del desiderio di emergere ad ogni costo. Questi sono i colori dominanti durante tutto il film, in cui si rappresenta un mondo senza sole, calato in una perenne penombra, così come senza sole si presenta l’animo del protagonista. Belle anche le due scene di guerra,  poste una all’inizio e l’altra alla fine della pellicola quasi a voler formare un ideale cerchio narrativo in cui tutto finisce là dove era iniziato, sul campo di battaglia: in esse la concitazione dello scontro corpo a corpo viene alternato a dei rallenty particolarmente studiati, in cui al fragore delle armi si sovrappone la voce del protagonista, in una serie di monologhi che già ci calano nell’ introspezione che sarà caratterizzante di tutta la seconda parte del film. Soprattutto la prima scena di battaglia risente maggiormente l’influsso de “Il trono di spade”, serie tv per la quale Justin Kurzel è noto ai più, ma nel trucco e nella forza si nota anche un vago tributo alla bellissima scena di battaglia in Braveheart sebbene apparentemente meno efficace di quest’ultima.

Bravissimi anche i due protagonisti, Michael Fassbender e Marion Cotillard, che riescono abilmente a superare un difficile scoglio posto dal regista, cioè la scelta di mantenere il linguaggio dei personaggi quanto più possibile aderente a quello del testo originale: da un punto di vista della lingua, infatti, Justin Kurzel ha reso il suo Macbeth quanto più teatrale possibile, conservando quasi per intero i monologhi scritti dal Bardo nel 1606. Una scelta sicuramente azzardata e che può essere apprezzata come può non esserlo.

Ecco, se volessimo trovare una nota negativa a questo film, che rimane comunque un’ottima prova per questo regista, sarebbe proprio questa. E’ certamente complicato portare al cinema un opera come il Macbeth, universalmente riconosciuta come un capolavoro e, se da un lato mantenere la lingua originale è un qualcosa che avvicina il pubblico cinematografico a quello teatrale, d’altro canto la presenza costante e continua del monologo, soprattutto nella seconda metà del film ha portato ad un rallentamento dell’azione che, talvolta, è completamente assente a favore, invece, dell’introspezione dei personaggi. Ciò fa si che in alcuni punti, il teatro prevalga sul cinema e, purtroppo, in un periodo storico come il nostro, in cui pochi vanno ancora a teatro, la cosa non è apprezzata da tutti.

In ogni caso, è un film da consigliare vivamente il Macbeth di Kurzel che, ancora una volta molto più che nelle altre trasposizioni, ci mostra quanto sia grande e pericoloso l’abisso dell’animo umano.

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