Mattel lancia la prima Barbie Autistica.
Per oltre sessant’anni Barbie ha popolato il cuore dell’immaginario collettivo, affermandosi come uno dei simboli culturali più iconici e al tempo stesso, più dibattuti. Fin dal suo debutto, nel 1959, Barbie non è stata un semplice gioco, ma ha portato con sé un forte simbolismo, plasmando aspirazioni e ruoli sociali attraverso un modello estetico bianco, occidentale e fortemente normativo. Arrivando nelle camerette di tutto il mondo, Barbie ha agito come uno specchio delle gerarchie sociali, trasmettendo e consolidando ideali di perfezioni difficilmente raggiungibili.
Il corpo di Barbie è stato per anni oggetto di forti critiche da parte di sociologi, femministe e pedagogisti per la sua rigidità e per gli ideali veicolati. Con l’arrivo del nuovo millennio, la bambola ha iniziato a subire diversi cambiamenti. Infatti, alla ricerca di una rappresentazione più autentica della realtà, Mattel ha ridefinito Barbie, trasformandola in un simbolo di inclusività, in grado di accogliere e rappresentare quasi tutte le “differenze” umane.
Indice dei contenuti
Caratteristiche della Barbie Autistica
| Elemento | Significato e Funzione |
|---|---|
| Sguardo | Leggermente laterale, evita il contatto visivo diretto. |
| Articolazioni | Extra snodabile per simulare lo stimming (autoregolazione). |
| Abbigliamento | Tessuti morbidi e linee fluide per sensibilità tattile. |
| Accessori | Cuffie antirumore, fidget spinner, tablet CAA. |
La linea Barbie Fashionistas
Nasce così la linea Barbie Fashionistas, ad oggi il laboratorio di sperimentazione del marchio. Con oltre 175 modelli differenti, la collezione ha introdotto: corpi curvy, diverse stature, tonalità di pelle differenti, capelli afro, disabilità e anche condizioni croniche. Sempre con l’obiettivo di restituire un’immagine vicina al mondo reale, da cui sempre più bambini possano sentirsi rappresentati. L’introduzione della prima Barbie autistica rappresenta un ulteriore passo avanti perché aggiunge alla collezione una dimensione spesso invisibile e stigmatizzata: quella della neurodivergenza.
Una rappresentazione costruita con la comunità autistica
Socialmente, l’autismo è stato raccontato attraverso una lente fortemente medicalizzante e riduttiva: i racconti oscillano tra la rappresentazione dell’autismo come deficit e mancanza da correggere e sistemare e l’associazione tra autismo e genialità fuori dal comune. In entrambi i casi viene esclusa la quotidianità, la soggettività dell’esperienza, la varietà…
Rappresentare l’autismo con un giocattolo per l’infanzia significa dunque avventurarsi in un terreno ostico. Non si tratta soltanto di “includere” una nuova categoria di persone, ma di scegliere accuratamente come rappresentarla senza scadere nella stigmatizzazione. Proprio per questo, il progetto si è svolto in collaborazione con l’Autistic Self Advocacy Network (ASAN), un’organizzazione no profit gestita da persone autistiche. Il progetto è durato più di 18 mesi, veicolando un messaggio chiaro: la rappresentazione dell’autismo non può essere costruita dall’esterno, ma deve nascere dal dialogo con la comunità rappresentata. Questa creazione rende Barbie Autistica diverse dai numerosi tentativi di inclusività simbolica che si possono trovare ad oggi sul mercato.
In questo caso, il contributo della comunità autistica è servito per elaborare le scelte narrative, estetiche e per garantire che alla bambola non venisse semplicemente affissa un’etichetta. Secondo Jamie Cygielman, responsabile globale delle bambole presso Mattel, Barbie è sempre stata un marchio che ha il potere di rappresentare il mondo che i bambini vedono e le possibilità che immaginano possibili.
La prima Barbie Autistica
Design, sguardo e accessori sensoriali
Il design della bambola rappresenta a pieno la neurodiversità: le braccia sono dotate di articolazioni supplementari a livello di gomiti e polsi per consentire azioni ripetute come battere le mani o muovere le mani. Utilizzati come metodi di autoregolazione sensoriale, i comportamenti considerati problematici e tipicamente stigmatizzati dalle persone sono tipici, questi movimenti diventano quindi una parte naturale del gioco. Anche lo sguardo della Barbie Autistica è stato progettato con particolare attenzione simbolica. Leggermente spostato di lato, richiama il modo in cui alcune persone autistiche possono evitare il contatto visivo diretto. In una cultura che attribuisce al contatto visivo un valore normativo di attenzione e coinvolgimento, questa scelta rompe una convenzione profonda, suggerendo che la relazione non passa necessariamente attraverso gli stessi codici per tutti.
Gli accessori svolgono un ruolo centrale nel racconto implicito della bambola. Il fidget spinner, realmente funzionante, rappresenta uno strumento di supporto sensoriale utilizzato per ridurre lo stress e migliorare la concentrazione. Le cuffie con cancellazione del rumore rimandano alla gestione del sovraccarico sensoriale, un’esperienza comune ma raramente rappresentata nel gioco infantile. Il tablet invece mostra un app di Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA) che sottolinea il valore delle tecnologie come strumenti di autonomia e inclusione.
Anche l’abbigliamento risponde a criteri che vanno oltre l’estetica. Barbie Autistica indossa un abito ampio, dai colori tenui e dalle linee fluide, pensato per ridurre il contatto diretto tra tessuto e pelle, tenendo conto delle sensibilità tattili. Le scarpe con suola piatta privilegiano stabilità e comfort, proponendo un’idea di moda che non sacrifica il benessere corporeo in nome dell’apparenza.
Secondo Colin Killick, direttore esecutivo di ASAN, è fondamentale che i giovani autistici possano vedere rappresentazioni autentiche e gioiose di sé stessi. Barbie, dunque, rifiuta narrazioni pietistiche o eroicizzanti, ma ci mostra una delle molteplici modalità attraverso cui si può abitare il mondo.
Il gioco come strumento educativo
Questa rappresentazione si inserisce in una riflessione più ampia sul ruolo educativo del gioco. A partire dal 2020, la Mattel ha condotto uno studio pluriennale con l’Università di Cardiff per analizzare l’impatto del gioco con le bambole sullo sviluppo infantile. I risultati hanno mostrato che questo tipo di gioco attiva aree cerebrali legate all’empatia e alla simulazione di relazioni complesse. Studi successivi hanno suggerito che questi benefici possono applicarsi anche ai bambini con tratti neurodivergenti, offrendo uno spazio sicuro di esplorazione. In questo quadro quindi, la Barbie autistica non è soltanto un oggetto rappresentativo, ma uno strumento potenzialmente trasformativo. Per i bambini autistici, potrebbe diventare un mezzo di riconoscimento; per tutti gli altri, un primo incontro con la neurodiversità, capace di ridurre lo stigma.
Ovviamente, non si può ignorare la dimensione commerciale dell’operazione. Barbie resta un marchio globale, inserito in logiche di mercato. Tuttavia, proprio per questo, la profondità progettuale e la collaborazione con ASAN assumono un peso simbolico rilevante, dimostrando che anche un prodotto di massa può veicolare contenuti complessi e contribuire a una trasformazione culturale più ampia. Disponibile oggi sul mercato, la Barbie Autistica rappresenta un ulteriore tassello nel processo di ridefinizione dell’identità del marchio. Un processo non privo di contraddizioni, ma indicativo di una direzione chiara: quella di un immaginario infantile sempre più plurale, in cui le differenze non vengono occultate né spettacolarizzate, ma riconosciute come parte integrante dell’esperienza umana.
Perché il gioco non è mai neutro. Attraverso il gioco si apprendono ruoli, si interiorizzano norme, si costruiscono visioni del mondo. E in questo senso, anche una bambola può diventare uno strumento di cambiamento culturale. La Barbie autistica non pretende di rappresentare tutta la complessità dell’autismo, ma apre uno spazio di visibilità, dialogo e riconoscimento.
Fonte immagini: ufficio stampa

