Ricerca di Horvath: la Gen Z più stupida della precedente?

Ricerca di Horvath

Negli ultimi giorni è circolata una ricerca di Horvath in una frase che sembra scritta apposta per accendere i commenti: “La Generazione Z è ufficialmente la prima generazione più stupida della precedente”. La fonte citata è il neuroscienziato Jared Cooney Horvath, ripreso dal New York Post e rilanciato da numerosi quotidiani italiani e pagine social.

Ma siamo davanti a un dato scientifico consolidato o a una semplificazione mediatica? Abbiamo analizzato il contesto teorico, i dati citati e il dibattito accademico per capire dove finisce il titolo e dove inizia la realtà.

Ricerca di Horvath: cosa dicono i media vs cosa dice lo studio

Titolo mediatico (Fake news) Verità scientifica (Studio di Horvath)
“La Gen Z è ufficialmente più stupida” Si registra un calo nelle abilità cognitive scolastiche (Negative Flynn Effect).
“Il QI in calo indica minore intelligenza globale” Il QI misura abilità specifiche, non l’intelligenza emotiva, digitale o generale.
“È tutta colpa degli smartphone” Le cause sono multifattoriali: pandemia, modelli educativi e uso della tecnologia.

La ricerca di Horvath: la Gen Z è più stupida della precedente?

La ricerca a cui si aggancia tutta la discussione non nasce in un quotidiano, ma in un contesto di divulgazione autoriale: Horvath ne parla in un articolo pubblicato su Substack, nel suo progetto The Digital Delusion, dove prova a mettere ordine tra titoli e dati e cita un filone di studi sul cosiddetto Negative Flynn Effect ovvero l’inversione del trend di crescita dei punteggi nei test di QI osservata nel Novecento. Il punto che porta non è Gen Z più stupida, ma molto più circoscritto: alcuni indicatori di school-ability, ovvero abilità cognitive tipicamente allenate dalla scuola, come memoria di lavoro, attenzione e ragionamento astratto, mostrerebbero segnali di calo in alcune coorti e Paesi. Lo studioso ipotizza che una parte del problema possa dipendere anche da come gli strumenti digitali stanno cambiando il modo in cui si apprende.

Questa versione esposta correttamente porterebbe a parlare di un dibattito su un possibile declino di alcune abilità misurate dai test e su quali fattori ambientali lo stiano alimentando. Riportata in maniera meno corretta ed eccessivamente semplificata, diventa una Generazione Z che “ufficialmente” è meno intelligente delle precedenti generazioni.

Qui un discorso probabilistico e contestuale diventa un verdetto totale. L’IQ viene trattato come sinonimo di intelligenza generale e una possibile variabile (tecnologia, scuola, contesto sociale) viene trasformata nella causa unica comoda da mettere nel titolone.

Articolo Subtrack dello studioso Jared Cooney Horvath – https://thedigitaldelusion.substack.com/

Dal dibattito scientifico al titolo mediatico

Una volta uscita dal contesto originario, la riflessione è stata rapidamente compressa in una formula perfetta per i social: “Gen Z più stupida della precedente”. Molti quotidiani italiani hanno ripreso l’articolo anglosassone traducendo e sintetizzando il passaggio più forte, spesso isolandolo dal resto dell’argomentazione. Nei titoli compaiono parole come “ufficialmente”, “prima generazione”, “QI in calo”, che trasformano un’ipotesi discussa in ambito divulgativo in una sentenza definitiva. Le pagine social, poi, hanno fatto il passo successivo: grafiche accattivanti, domanda retorica, call to action implicita (“Siete d’accordo?”) e commenti polarizzati pronti a esplodere.

In questo processo si è perso quasi tutto: la distinzione tra test cognitivi e intelligenza globale, il contesto della pandemia, il fatto che si parlasse di trend statistici e non di giudizi morali su un’intera generazione. Il risultato è una narrazione semplice, condivisibile, divisiva. Perfetta per l’algoritmo ma allo stesso tempo lontana dalla complessità del punto di partenza.

Perché la notizia della ricerca di Horvath è stata riportata così male

Per capire perché la frase “Gen Z più stupida” abbia avuto così tanta fortuna, bisogna guardare alle dinamiche della comunicazione contemporanea. Le ragioni sono almeno tre.

1. La logica del click

Un titolo come “Possibile calo in alcune abilità cognitive misurate dai test standardizzati” non genera traffico. “Prima generazione più stupida della precedente”, sì. Le piattaforme premiano contenuti netti, polarizzanti, emotivi. In questo ecosistema, la complessità è penalizzata: vince la formula che fa discutere, anche a costo di sacrificare precisione.

2. La confusione tra IQ e intelligenza

Molti articoli e post hanno trattato il quoziente intellettivo come sinonimo di intelligenza globale. Ma l’IQ misura competenze specifiche, in contesti standardizzati. Non esaurisce creatività, adattabilità, competenze digitali o intelligenza emotiva. Questa distinzione, centrale nel dibattito scientifico, nei rilanci mediatici è quasi sempre scomparsa.

3. La riduzione della complessità

La riflessione originale parlava di trend statistici, contesti socio-culturali, pandemia, cambiamenti nei modelli educativi e uso della tecnologia. Il racconto mediatico ha eliminato le variabili intermedie e trasformato un’ipotesi multifattoriale in una causa unica e intuitiva: “colpa degli schermi”. È una narrativa semplice, rassicurante e facilmente condivisibile. Ma profondamente sbagliata.

Il risultato finale è una distorsione prevedibile: un dibattito scientifico aperto diventa una sentenza generazionale. Non per forza per malafede, ma per adattamento alle regole del gioco mediatico.

Ricerca di Horvath
Articolo originale di Jared Cooney Horvath su Subtrack – https://open.substack.com/pub/thedigitaldelusion/p/i-told-the-senate-gen-z-is-less-cognately

Cosa dice davvero la ricerca di Horvath

La questione nasce da un dato storico ben noto: per gran parte del Novecento i punteggi medi nei test di QI sono aumentati costantemente. È il cosiddetto Flynn Effect. Non perché l’umanità diventasse geneticamente più intelligente, ma perché miglioravano istruzione, alimentazione, stimoli cognitivi e complessità dell’ambiente.

Negli anni Duemila, però, in alcuni Paesi ad alto reddito questo aumento si è fermato. In certi casi si è osservato perfino un leggero calo: il cosiddetto Negative Flynn Effect. È dentro questo quadro che si inseriscono le riflessioni di Horvath: alcuni punteggi, in particolare quelli legati a memoria di lavoro, attenzione e ragionamento astratto, mostrerebbero segnali di diminuzione.

Ma qui sta il punto centrale: si parla di punteggi in test standardizzati, non di “intelligenza biologica” o di un giudizio complessivo su una generazione. L’IQ misura abilità specifiche, spesso allenate dal sistema scolastico tradizionale. Non misura creatività, adattamento digitale, competenze sociali o intelligenza emotiva.

Inoltre, i cali più evidenti nei test internazionali si concentrano tra il 2018 e il 2022, anni segnati dalla pandemia, dalla didattica a distanza e da profonde trasformazioni educative. Ignorare questo contesto significa leggere i numeri in modo parziale.

Quanto alla tecnologia, Horvath ipotizza che delegare sempre più memoria e calcolo agli strumenti digitali possa ridurre l’allenamento di alcune abilità interne. È una tesi interessante, ma resta un’ipotesi. La tecnologia può anche potenziare altre competenze. E, soprattutto, correlazione non significa automaticamente causa.

In soldoni: la ricerca parla di possibili cambiamenti in alcune abilità misurate dai test, dentro un dibattito ancora aperto. Non certifica che una generazione sia “più stupida” della precedente. Tra queste due frasi non c’è una differenza di tono. C’è un salto logico.

Ricerca di Horvath sulla Gen Z: conclusione

La frase “Gen Z più stupida“, attribuita alla ricerca di Horvath, funziona perché è semplice, divisiva e immediata. I dati parlano di possibili variazioni in alcune abilità misurate da test specifici, dentro un contesto storico complesso fatto di trasformazioni digitali, cambiamenti educativi e una pandemia globale. Non parlano di un declino biologico dell’intelligenza né di una generazione peggiore della precedente. Il punto è imparare a distinguere tra un dibattito scientifico aperto e uno slogan costruito per fare rumore.

Fonte immagine copertina: Freepik

 

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