Nel racconto pubblico della scienza, il genio è spesso presentato come una figura solitaria ma immediatamente riconosciuta, quasi naturalmente destinata al consenso. La realtà storica e filosofica è diversa: molte delle menti più innovative hanno conosciuto prima l’incomprensione, poi la marginalità, infine – talvolta – il riconoscimento postumo. Stephen Hawking incarna questa tensione in forma estrema, ma non è un’eccezione.
A Bologna, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, visse e lavorò Augusto Righi, fisico di straordinaria originalità, oggi poco noto al grande pubblico, eppure decisivo nello sviluppo dell’elettromagnetismo moderno e nella nascita delle telecomunicazioni.
Hawking ha lottato contro i limiti del corpo e contro una comunità scientifica inizialmente scettica verso alcune delle sue ipotesi più radicali, come l’idea che i buchi neri non fossero entità perfettamente oscure ma sistemi termodinamici capaci di emettere radiazione. Righi, dal canto suo, dovette affrontare una forma diversa ma non meno profonda di resistenza: quella di un contesto accademico che faticava a cogliere la portata delle sue ricerche sulle onde elettromagnetiche. Professore all’Università di Bologna, Righi fu tra i primi a produrre e misurare onde hertziane a frequenze elevate, anticipando applicazioni che avrebbero trovato piena realizzazione solo con Guglielmo Marconi, suo allievo diretto. Eppure, la memoria collettiva ha spesso privilegiato l’inventore rispetto al teorico-sperimentatore che ne rese possibile il lavoro.
Il parallelismo tra Hawking e Righi emerge chiaramente se si guarda alla dinamica dell’innovazione. Entrambi operarono in zone di frontiera, dove il linguaggio scientifico esistente non era ancora adeguato a descrivere ciò che stavano scoprendo. Studi di filosofia della scienza, da Thomas Kuhn a Imre Lakatos, hanno mostrato come le nuove teorie vengano spesso respinte non perché errate, ma perché incompatibili con il paradigma dominante. Hawking, con i suoi tentativi di conciliare relatività generale e meccanica quantistica, metteva in crisi due pilastri della fisica moderna; Righi, esplorando sperimentalmente l’elettromagnetismo, scardinava l’idea che quelle onde fossero solo curiosità teoriche prive di applicazione pratica. Le frustrazioni dei geni nascono proprio in questo spazio di attrito. Ricerche accademiche sulla psicologia della creatività, come quelle di Mihaly Csikszentmihalyi, mostrano che l’innovazione autentica richiede non solo talento individuale, ma anche un “campo” disposto a riconoscerla. Quando il campo rifiuta, il genio resta sospeso in una condizione di isolamento cognitivo. Hawking sperimentò questa solitudine in modo fisico e simbolico: il corpo che si chiudeva progressivamente, mentre la mente si spingeva sempre più lontano. Righi la visse come marginalizzazione storica, vedendo le proprie intuizioni rifiorire altrove, spesso senza che il suo nome fosse pronunciato con la stessa forza.
Dal punto di vista filosofico, queste frustrazioni sollevano una questione cruciale: che cosa rende vero un sapere? Se la verità scientifica dipendesse solo dalla sua accettazione immediata, allora molte delle più grandi scoperte non sarebbero mai esistite. Hegel parlava dello “spirito del tempo”, ma i geni spesso lo precedono, pagando il prezzo di non essere compresi. Hawking e Righi condividono questa condizione di asincronia: entrambi parlavano a un futuro che non era ancora pronto ad ascoltarli pienamente.
In questa prospettiva, l’invalidazione temporanea delle ricerche non è solo un errore collettivo, ma una ferita esistenziale. Non si tratta semplicemente di vedere respinto un articolo o una teoria, ma di assistere al mancato riconoscimento di una visione del mondo. Eppure, è proprio da questa frattura che nasce, paradossalmente, l’energia creativa più pura.Hawking continuò a lavorare nonostante diagnosi, scetticismi e limiti tecnologici; Righi proseguì le sue ricerche con rigore, formando allievi e costruendo strumenti, anche quando il clamore mediatico era assente.
La storia della scienza, riletta alla luce di queste figure, mostra che il genio non coincide con il successo immediato, ma con la capacità di resistere all’invalidazione senza rinunciare alla verità intravista. Bologna e Cambridge, in questo senso, non sono solo luoghi geografici, ma simboli di una stessa tensione: quella tra l’innovazione che nasce e il mondo che tarda a riconoscerla.coincide con il successo immediato, ma con la capacità di resistere all’invalidazione senza rinunciare alla verità intravista. Bologna e Cambridge, in questo senso, non sono solo luoghi geografici, ma simboli di una stessa tensione: quella tra l’innovazione che nasce e il mondo che tarda a riconoscerla.
(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

