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Eroica Fenice

Sonita Alizadeh

Sonita Alizadeh: il rap per le spose bambine

Sonita Alizadeh: il rap della ribellione e della disperazione

Sonita Alizadeh è una giovane ragazza afghana di 18 anni cresciuta a Teheran, Iran, dopo la fuga dalla guerra causata dai talebani nel suo paese con la sua famiglia all’età di 8 anni. Già a 10 anni era stata promessa in sposa, ma a 16 anni a Sonita viene imposto il ritorno in Afghanistan e l’unione certa con un uomo molto più grande di lei, perché la sua famiglia ha bisogno di una cospicua somma di denaro come dote per uno dei suoi fratelli. Sonita è messa in vendita al prezzo di 9000 dollari americani.

Fin qui la storia di questa giovane sembra essere una storia come altre, la storia di una ragazza afghana, iraniana, yemenita (che importa agli “occidentali”?) costretta a sposare un uomo adulto, a lei sconosciuto, e controvoglia, abbandonando sogni di studio e indipendenza. Di libertà. Ma la storia di Sonita non è la solita storia, la storia di 27 milioni di minorenni che ogni minuto sono costrette a sposarsi, quelle che i media intendono riproporre, contro cui puntano il dito la maggior parte delle associazioni umanitarie, non da ultima Amnesty International nella sua ultima campagna progresso.

E allora come esprimere la propria rabbia per un destino già deciso per lei e la disperazione per una vita futura infelice? Attraverso i suoni ritmati del rap, attraverso la musica, quella musica che aveva imparato ad amare fin da bambina presso un’associazione no profit e che le aveva dato grandi successi in campo musicale, Sonita lancia un grido di aiuto. Nasce così il video di Brides on salepubblicato su Youtube, che in poche ore raggiunge milioni di visualizzazioni e che le vale una borsa di studio per studiare musica presso la Wasatch Academy nello Utah (Stati Uniti), grazie anche al progetto statunitense The StrongHeart Group e a NoorJahan Akbar e Elie Calhoun, dell’associazione WLUML (Women Living Under Muslim Laws).

«Lasciatemi pronunciare queste parole. Nessuno mi deve sentire parlare delle bambine che vendono. La mia voce non deve essere udita, perché è contro la Sciaria. Le donne devono stare zitte. È una tradizione da noi». Inizia così Brides on sale. Con voce aspra, sussurrata e rotta di disperazione, quasi a voler scomparire, con un codice a barre sulla fronte, come un prodotto in vendita. Poi con un tono sempre più alto, con il volto tumefatto, e il velo bianco sul capo, comincia a urlare la triste e terribile tradizione delle spose bambine e quelle urla diventano il grido per «soppiantare il silenzio delle donne», ma soprattutto di quelle bambine che non capiscono quanto viene loro detto, quanto viene deciso al posto loro. Come avvenne alla madre, sposa a 13 anni.

«Non riuscivo più a respirare, non potevo più parlare. Il mio cuore era spezzato. Era troppo difficile immaginare di sposarsi con qualcuno che non conosci», ha dichiarato Sonita nel corso del meeting londinese dell’americana “Women in the world“. Eppure le parole le ha trovate e con esse supplica la famiglia di non venderla. Quelle parole che ha dovuto trasmettere in segreto, a causa del divieto governativo di lavorare come solista senza il permesso dello stato iraniano. Testi che parlano non solo di matrimoni prematuri, ma anche di violenza sulle donne e di lavoro minorile.

Quelle parole che hanno trovato tempo fa anche altre due cantanti afghane come Sonita: la rapper Soosan Firooz, 23 anni, e la cantante hip hop della 143Band Paradise Sorouri, 24 anni. Soosan canta di stupri e violenze subite dalle donne afghane attraverso il rap, un’arma per svelare le miserie dei suoi connazionali, indossando una felpa dai colori sgargianti, ma per le strade della sua città deve girare con il velo che le nasconde il capo. Paradise, infatti, chiarisce che «in Afghanistan una ragazza può venire insultata anche se non indossa trucco o abiti occidentali, ma per il semplice fatto di camminare per la strada» e anche per paura ha scelto un nome d’arte per proteggersi; grida per tutte coloro che subiscono violenza in dari, la lingua persiana parlata nel nord-ovest del Paese.

Sono parole per dare sostegno alle donne, parole per tirar fuori la forza che le caratterizza, quelle di Sonita e delle altre donne “ribelli”.

Protagonista del film Sonita is a travelling swallow (Sonita è una rondine che viaggia) curato dalla regista iraniana Rokhsareh Ghaemmeagham e in uscita il prossimo autunno, Sonita è consapevole di aver porto una mano a quante restano nel silenzio, ma che dentro di sé vorrebbero urlare: «Il mio paese ha bisogno di ragazze come me».