Il castello di Shimabara: la storia di una rivolta

Il castello di Shimabara: la storia di una rivolta

A circa due ore di treno da Nagasaki si trova una piccola cittadina chiamata Shimabara, una penisola formatasi da un’eruzione del monte Unzen, tra i più distruttivi del Giappone, che ha causato molti disastri anche nella storia recente. Circondata da mare e montagne è in grado di donare vedute mozzafiato, in linea con l’area del Kyushū, rompendo la monotonia della più moderna Tokyo nella regione del Kantō. Oltre a questi panorami naturali, vi è anche una storia molto importante del Giappone del periodo Edo, che ha come protagonisti i cristiani e lo shogunato Tokugawa. Il castello di Shimabara è come una macchina del tempo che fa rivivere appieno questo avvenimento.

Il castello di Shimabara

Formato da un Tenshu (torre) principale e due torri secondarie e circondato da un enorme fossato, si erge con tutto il suo splendore il castello di Shimabara (detto anche Moritake o Takaki). All’ingresso del castello, si viene accolti subito da reperti cristiani importati dai gesuiti nella seconda metà del XVI secolo. Tra gli elementi più importanti d’importazione portoghese troviamo crocifissi, ritratti di San Francesco Saverio, statuette raffiguranti Gesù e la Vergine Maria, ma anche prodotti autoctoni come delle vetrate (riproduzioni della chiesa cattolica di Shimabara) sulle quali sono raffigurati santi e martiri giapponesi durante le loro condanne a morte. Le statue citate prima divennero sempre più problematiche con l’inasprimento delle politiche anti-cristiane emanate dallo shogunato, prima da Toyotomi Hideyoshi, poi da Tokugawa Ieyasu e infine da suo nipote Iemitsu. Per questo motivo, queste statue venivano “travestite” da statue buddhiste, ma venerate in segreto per ciò che erano davvero. Oltre a questi oggetti, sono conservate anche molte lettere ed emanazioni di leggi, come la Toshō Gongen Samashūmon Osadameovvero le regole di denominazione religiosa di Toshō Gongen (nome postumo che deificava Tokugawa Ieyasu), o numerosi documenti che testimoniavano l’affiliazione degli ex fedeli cristiani ai templi buddhisti per scampare alle persecuzioni. Spiccano, tra i vari elementi della collezione, le stampe di Arnoldus Montanus come l’Unzen Jigoku che raffigura una scena di martirio di alcuni giapponesi, proprio nel vulcano di Unzen.

La ribellione di Shimabara

Il castello di Shimabara non è solo un museo storico o un contenitore di reperti, ma è stato anche il fulcro di una delle più feroci e importanti rivolte (se non tra le uniche, visto che quel periodo fu prevalentemente pacifico) del periodo Edo. Qui è raccontata la storia di Masuda Shirō Tokisada, conosciuto poi come Amakusa Shirō, un giovane rōnin cristiano di sedici anni, che nel 1637 guidò una rivolta di cristiani e contadini contro lo shogunato, che era repressivo contro i credenti e sempre in cerca di arricchimento a scapito della felicità delle classi sociali più basse. La rivolta coinvolse all’incirca ventiquattromila persone, circa il 60% dell’intera popolazione della penisola, ma nonostante ciò fu spazzata via dall’esercito dello shōgunato, con truppe provenienti dall’intero Kyushū e dalla capitale. Caratteristica del leader dell’esercito è il suo vessillo che usò per guidare la ribellione: su di esso vi è il calice liturgico della Celebrazione eucaristica con due angeli inginocchiati in preghiera accanto ad esso, con una scritta portoghese che tradotta recita “sempre sia lodato il santissimo sacramento”.

Collezione militare e culturale

Nei piani superiori del castello di Shimabara è presente una grande collezione di armature e armi militari appartenenti a importanti signori del periodo, che hanno dominato l’area e il castello. Si ricordano principalmente le famiglie Itakura, Matsudaira e Yamamoto. Al contempo, sono presenti numerose katana e yari, tsuba con motivi cristiani, probabilmente usate dai rōnin cristiani durante la ribellione del 1637. Quando poi il castello di Shimabara e il dominio feudale passarano ai Matsudaira (famiglia del ramo cadetto dei Tokugawa), questo divenne anche un centro culturale, che puntava ad una formazione scientifica e filosofica avanzata. Difatti, Matsudaira Tadafusa creò una collezione personale chiamata “Shosha Tadafusa Bunko” di ben diecimila libri. Vennero fondate scuole come la Keiko-Kan e la Saisshu-Kan e oggi, nel museo del castello, rimangono molte testimonianze degli studi anatomici dell’epoca.

Fonte immagine in evidenza: archivio personale

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