Il miele allucinogeno, patrimonio culturale della popolazione nepalese

Il miele allucinogeno, patrimonio culturale della popolazione nepalese

La raccolta del miele allucinogeno, chiamato anche mad honey, viene portata avanti dalla popolazione Gurung, stanziata nel versante occidentale dell’Himalaya, in Nepal, nel territorio compreso tra le pendici meridionali dell’Annapurna e la valle di Kathmandu. Si tratta di una tradizione antichissima e sacra per questa popolazione e sebbene sia una pratica altamente rischiosa, viene portata avanti di generazione in generazione con coraggio e devozione.

Il miele allucinogeno, di cosa si tratta?

Il cosiddetto miele allucinogeno viene prodotto dalle api giganti dell’Himalaya, le più grandi al mondo, che un mese all’anno durante la primavera raccolgono il nettare dai fiori di rododendro. Questi fiori contengono una sostanza chiamata graianotossina, che si trasmette nel miele una volta prodotto dalle api. Tale sostanza lo rende tossico per gli animali, ma non per l’uomo se assunto in quantità moderate ed è proprio alla graianotossina a cui si devono le proprietà narcotiche per cui questo miele è conosciuto . 

Due cucchiaini del miele allucinogeno sono necessari a sentirne gli effetti psicotropi, che variano da persona a persona; assunto in quantità elevate invece può indurre violente reazioni di rigetto (vomito e diarrea) e persino cecità momentanea. Storicamente veniva usato per sollecitare sogni e visioni durante celebrazioni sacre, mentre oggi viene impiegato nella medicina tradizionale per le sue proprietà curative anche al di fuori del Nepal, in paesi come Cina e India. 

Il rischioso metodo tradizionale di apicoltura

Gli alveari delle api giganti dell’Himalaya si trovano sulle pareti rocciose, è lì che si dirigono gli apicoltori per raccogliere il miele allucinogeno. I Gurung che svolgono questo delicato compito scalano le montagne e una volta arrivati ad una certa altitudine si preparano per la raccolta. Intrecciando una moltitudine di ramoscelli di bambù, formano delle spesse corde che una volta intrecciate tra loro e con assi di legno, servono a creare delle scale. Tramite queste scale di bambù, gli apicoltori si calano dalle pareti rocciose in prossimità degli alveari. Prima però, in cima e alla base della montagna vengono bruciate delle foglie: ciò è necessario affinché il fumo generato allontani le api, le cui punture possono essere molto più dolorose di quelle di una comune ape. 

Per raggiungere gli alveari presenti al di sotto delle sporgenze della scarpata, gli apicoltori lavorano in squadra. Mentre sono sospesi sulla corda di bambù uno è incaricato di estrarre il miele allucinogeno, mentre un altro regge una cesta per contenere il favo appena estratto. Una volta raccolto, il prodotto viene setacciato per rimuovere la cera ed eventuali api ancora presenti.

La squadra di apicoltori incaricata alla raccolta lavora in sincrono eseguendo una coreografia dalle movenze cadenzate da una tradizione centenaria. Non tutti i Gurung si occupano della raccolta del miele allucinogeno, ma essendo un vero e proprio patrimonio culturale tramandato di generazione in generazione c’è un senso di dovere nel portare avanti tale eredità. Considerata l’altitudine a cui sono esposti e la destrezza necessaria, sicuramente non è un lavoro per i deboli di cuore. 

Tra la popolazione Gurung gli apicoltori sono molto stimati per il servizio che rendono alla loro comunità, portato avanti ancora oggi con orgoglio e rispetto verso il passato. 

Fonte immagine in evidenza: Freepik

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