Prevenzione, stile di vita e valutazione del rischio rappresentano concetti fondamentali da considerare nell’ambito dell’ipertensione arteriosa. Un argomento, quest’ultimo, che ha generato l’interesse del dottor Carmine De Luca sin dagli albori del suo percorso accademico.
In formazione specialistica in Medicina Interna presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, il giovane medico salernitano si è dedicato allo studio approfondito della sopracitata condizione.
Grazie alla sua competenza, andremo a esplorare il tema dell’ipertensione arteriosa, chiarendone gli aspetti principali attraverso esempi, domande mirate e raccomandazioni.
Ipertensione arteriosa, cosa c’è da sapere
Salve, dottor De Luca. Partirei dal principio: come mai ha deciso di occuparsi di ipertensione arteriosa?
«L’ipertensione arteriosa è sempre stato un argomento di mio interesse, sin da quando ero studente. Ho svolto il mio periodo di internato (tirocinio obbligatorio per la stesura della tesi) nell’ambulatorio di ipertensione gestito dal professore Costantino Mancusi, il mio mentore. Ho avuto la possibilità di osservare pazienti ipertesi in condizioni complesse e lo studio che ne è derivato mi ha portato a vincere il premio di laurea presso la Società Italiana di Ipertensione Arteriosa (SIIA)».
Diagnosi e misurazione
Cos’è e in quali casi si può parlare di essa?
«Bisogna fare una premessa: quando misuriamo la pressione arteriosa, ci imbattiamo in due valori, non un unico numero. Per intenderci, un valore più alto (pressione sistolica) e uno più basso (pressione diastolica). La pressione arteriosa sistolica (comunemente definita come “massima”) è la forza con cui il sangue spinge sulle arterie quando il cuore si contrae. La pressione diastolica (detta anche “minima”) è la spinta che rimane nelle arterie mentre il cuore si rilassa tra un battito e l’altro. L’ipertensione arteriosa è una condizione in cui la pressione del sangue nelle arterie è stabilmente più alta del normale. Si tratta di un fattore di rischio cardiovascolare perché favorisce nel tempo infarto, ictus e danno d’organo. Si parla di ipertensione quando i valori superano in modo persistente 140/90 mmHg in ambulatorio, a casa o in seguito a un monitoraggio prolungato».
Attraverso un semplice esempio, magari una rappresentazione in stile “Siamo fatti così – Esplorando il corpo umano”, saprebbe spiegarla a un pubblico di qualunque età?
«Certo! Immaginiamo le arterie come tubi elastici attraversati da un flusso continuo d’acqua. Se l’acqua scorre con troppa forza perché i tubi sono più rigidi, più stretti o il cuore pompa più forte, oppure perché c’è un ostacolo da superare, la pressione aumenta. Col tempo i tubi si usurano. L’ipertensione è proprio questo: una pressione costantemente troppo alta che stressa le pareti dei vasi».
Quali sono i segnali “silenziosi” che dovrebbero spingere a misurare la pressione più spesso?
«Non servono sintomi: basta avere familiarità, sovrappeso, stile di vita sedentario o altri fattori di rischio. L’ipertensione è silenziosa, quindi il segnale più importante è il profilo della persona, non ciò che sente».
Un solo valore di pressione elevata è sufficiente per diagnosticare l’ipertensione?
«Un singolo valore elevato non basta per diagnosticare l’ipertensione arteriosa. La pressione può aumentare temporaneamente per dolore, stress, emozioni intense o attività fisica recente. Per questo la misurazione deve essere eseguita in modo attendibile. La regola pratica è semplice: il paziente deve essere tranquillo, seduto da almeno 5 minuti, senza parlare. Si eseguono tre misurazioni consecutive, senza guardare i valori durante la procedura, e si calcola la media della sistolica e della diastolica. Solo misurazioni correttamente eseguite permettono una valutazione reale dei livelli pressori».
Perché è essenziale utilizzare strumenti diagnostici accurati come misurazioni domiciliari e ABPM?
«Perché riducono errori, distinguono forme particolari (mascherata e da “camice bianco”) e permettono di adattare la terapia in modo più preciso. Una diagnosi corretta evita trattamenti inutili o insufficienti».
Fattori di rischio e prevenzione
Nel giovane è possibile che si manifesti l’ipertensione arteriosa, oppure è un fenomeno che dipende unicamente dall’età?
«Nel giovane e nell’adolescente l’ipertensione va sempre valutata con attenzione perché la probabilità di una forma secondaria è più alta rispetto all’adulto. Le cause più frequenti includono patologie renali, alterazioni endocrine, malformazioni vascolari come la coartazione dell’aorta e l’uso di farmaci o sostanze che possono aumentare la pressione. Riconoscerle precocemente permette di intervenire in modo mirato, spesso con la possibilità di risolvere o migliorare significativamente il quadro clinico».
Perché oggi la prevenzione dell’ipertensione arteriosa è uno dei pilastri della salute cardiovascolare?
«Perché la pressione alta non dà sintomi ma danneggia arterie, cuore, cervello e reni per anni. Intervenire prima che questo accada significa evitare infarti, ictus e insufficienza renale. La prevenzione è la parte più efficace e sostenibile della cura. È lo strumento più potente che abbiamo a disposizione».
Quali sono i principali fattori di rischio che, insieme alla pressione elevata, amplificano il rischio cardiovascolare?
«Età, familiarità, fumo, diabete, colesterolo alto, obesità e sedentarietà. Quando coesistono, il rischio cresce in modo esponenziale. Valutare la pressione isolatamente non basta: serve una visione globale».
Qual è l’impatto reale degli stili di vita e quali interventi funzionano di più?
«Lo stile di vita incide più di quello che ci aspettiamo o che vorremmo, purtroppo. Un regime alimentare scorretto, il fumo, la sedentarietà, l’uso di sostanze stupefacenti, per esempio, sono fattori molto comuni che rendono frequente il riscontro di ipertensione, anche nel giovane. Non a caso, le linee guida suggeriscono di partire da un controllo delle abitudini e degli stili di vita del paziente, prima di passare a un approccio farmacologico. Riduzione del sale, attività fisica regolare, perdita di peso, dieta ricca di frutta e verdura, niente fumo. Sono interventi semplici che possono abbassare la pressione tanto quanto un farmaco».
Perché è fondamentale che il paziente comprenda la propria condizione e diventi parte attiva del percorso di cura?
«Una delle grandi sfide, per un medico che vive in modo attivo l’ambito clinico, è quella di impostare un dialogo costruttivo col paziente. Se ci limitassimo a prescrivere farmaci, senza capire il paziente in primis, come potremmo aspettarci che lui accetti i nostri consigli e le nostre prescrizioni? Per cui, a ogni visita va verificato il grado di consapevolezza del paziente e per farlo bisogna metterlo al centro e renderlo parte attiva della gestione del suo stato di salute. A me piace chiedere sempre al paziente “come sta”: una domanda semplice, apparentemente innocua, ma che desta curiosità. Un paziente che si sente ascoltato è un paziente che fa domande. Se fa domande, ottiene delle risposte da una figura competente e solo in questo modo impara a conoscere la sua condizione e accetta il programma di cure che stiamo cercando di fornirgli. Tutto risiede nel patto che si costruisce tra medico e paziente».
Quanto la personalizzazione della terapia sta cambiando la gestione dell’ipertensione?
«Molto. Oggi la terapia si costruisce su misura: profilo clinico, comorbidità, risposta individuale, tollerabilità e stile di vita. L’approccio “stessa cura per tutti” non rappresenta più una scelta valida: i nuovi farmaci, le maggiori conoscenze e l’approccio multidisciplinare al paziente, ci consentono di essere più precisi e mirati nella gestione dell’ipertensione e di tutti i fattori di rischio correlati».
Tecnologia e prospettive future
Negli anni si è resa necessaria maggiore chiarezza per contrastare il rischio di una cattiva informazione determinata dall’avvento dei social network e/o delle false credenze diffuse nella società?
«Conta moltissimo. Oggi la fake news sanitaria viaggia più veloce di un’informazione affidabile. Solo una formazione scientifica chiara e accessibile aiuta le persone a distinguere ciò che è utile da ciò che è dannoso. Ma anche una divulgazione scientifica condotta in maniera discutibile e approssimativa rischia di causare danni, generando diffidenza nel paziente. Per fortuna esistono le società scientifiche, come la SIIA, che hanno come obiettivo la sana divulgazione e la completa formazione dei medici nell’ambito dell’ipertensione arteriosa».
Che contributo offre la SIIA alla standardizzazione delle cure e alla lotta alla disinformazione?
«La SIIA rappresenta oggi il punto di riferimento nazionale per tutto ciò che riguarda l’ipertensione arteriosa: dalla diagnosi alla terapia, fino alla prevenzione. Il suo lavoro parte dalla diffusione e dall’adattamento delle principali linee guida internazionali, traducendole in indicazioni pratiche per i clinici, fornendo strumenti chiari e aggiornati su temi fondamentali come la misurazione corretta della pressione, l’uso del monitoraggio nelle 24 ore e la scelta terapeutica più appropriata. La SIIA investe molto nella formazione. Organizza congressi, incontri interregionali, corsi ECM e webinar che abbracciano tutto lo spettro della patologia: è un lavoro che crea una rete solida tra specialisti e giovani medici, favorendo un linguaggio comune e una qualità assistenziale più uniforme sul territorio. Un ruolo altrettanto importante riguarda la divulgazione. Attraverso contenuti dedicati e materiali informativi accessibili, la SIIA offre al pubblico indicazioni affidabili su prevenzione, alimentazione, attività fisica e stile di vita. È un impegno decisivo per contrastare la disinformazione e rendere le persone protagoniste delle proprie scelte di salute».
Come possono nuove tecnologie, app e dispositivi smart migliorare il controllo pressorio?
«Possono darci una grande mano. Una visita ambulatoriale ha una durata limitata nel tempo. Questi strumenti consentono un monitoraggio costante, la registrazione dei valori, l’impostazione di reminder terapeutici e la condivisione dei dati con il medico. Migliorano l’aderenza e consentono interventi tempestivi».
Quali sviluppi futuri attendiamo nella medicina personalizzata applicata all’ipertensione?
«Nel prossimo futuro la medicina personalizzata renderà la gestione dell’ipertensione molto più precisa. I test genetici, la fenotipizzazione avanzata e nuovi biomarcatori aiuteranno a identificare il meccanismo individuale che sostiene la pressione alta e a scegliere la terapia più adatta a ciascun paziente. Allo stesso tempo, dispositivi smart e monitoraggio digitale continuo offriranno dati reali e immediati sull’andamento pressorio, permettendo aggiustamenti terapeutici più tempestivi. L’obiettivo è prevedere la risposta ai trattamenti, intervenire prima che il danno vascolare si sviluppi e costruire percorsi di cura realmente su misura».
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