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Eroica Fenice

La Tag: Charlie Hebdo contiene 6 articoli

Attualità

Il sonno della ragione genera “Je ne suis pas Charlie!”

Sorge un altro giorno nell’era dei social. A chi toccherà oggi essere fagocitato dal tritacarne mediatico? Se ieri era il turno del Fertility Day oggi lo è per Charlie Hebdo. Vi ricordate quel giornale satirico francese colpito dall’Isis in seguito alla pubblicazione di una vignetta dissacrante su Allah? Vi ricordate che i paladini della giustizia (virtuali) difesero il pensiero libero e la parola indipendente a colpi di #jesuischarlie? Ma certo che ve lo ricordate! Ebbene, pare che ora nessuno più difenda Charlie, nessuno è più Charlie. Charlie è rimasto solo. La solitudine di Charlie Ma cosa è successo?  Vi chiederete. Ebbene, il giornale satirico ha pubblicato una vignetta satirica sul terremoto nel Centro Italia avvenuto lo scorso 24 agosto con su scritto “Sisma all’italiana: penna al sugo di pomodoro, penna al gratin, lasagne”. Accompagnato da due ometti malconci e un cumulo di macerie sotto le quali spuntano i piedini delle vittime. Le polemiche non si sono fatte attendere e il pasticcio è servito. Questa è la ricetta: prendete due o tre cucchiai di “non fa ridere”, “di cattivo gusto”, “sgradevole”. Aggiungete altre reazioni di indignazione – delle più fresche che avete, mi raccomando! – e farcite il tutto con una buona dose di insulti contro i francesi, plurale non ben definito. Riflettiamo però un momento. Se si guarda con più profondità ci si accorge che la vignetta in questione non prende in giro chi è rimasto vittima del sisma, non ride della catastrofe in sé, non pretende di fare dell’ironia gratuita sulle morti. Assolutamente no. L’immagine parte da una metafora che punta a illustrare una situazione ben diffusa in Italia, la corruzione che, insieme alla cucina, sembra essere una delle nostre specialità indiscusse. Come lo è anche “mangiare” sulle catastrofi. Questo perché l’eco degli appalti non proprio regolari, degli edifici non a norma, della mancata messa in sicurezza degli stessi, è rimbalzata oltralpe, confermando quel triste luogo comune “pizza e mafia”.  La salacità del disegno è sgradevole, è vero, ma lo è soprattutto per la verità evidenziata, a cui non molti fanno caso. Perché accade sempre così: quando agli stupidi viene indicato qualcosa non guardano ciò che si mostra, ma il dito. Allora ci si arrabbia, ci si scaglia contro chi ci fa notare che le vittime non sono state frutto di una calamità naturale, ma della spada di Damocle che pende sull’Italia: la burocrazia troppo spesso disattesa per fare spazio alle mafie e alla corruzione che distruggono il territorio con le loro abusività. E come in un quadro impressionista, la cui immagine per risultare nitida deve essere guardata da lontano, così anche la nostra situazione ha avuto bisogno di qualcuno che la guardasse da lontano per essere mostrata in tutta la sua carica significativa. Alla fine Charlie è rimasto solo, seppellito dalle critiche di chi, un anno fa, ne difendeva la liberà di espressione, emarginato da chi si è sentito offeso dal suo cattivo gusto. Gli si può davvero rimproverare l’aver eseguito il suo compito di fare satira mordace? Ma si sa, è sempre così, le banderuole del pensiero si spostano sempre dove il vento tira più forte. L’unico insulto possibile è coprirsi gli occhi davanti alla […]

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Essere Charlie quando si perde

Il Web è una realtà nella realtà, questo può dirvelo chiunque. Nelle interiora di questo “mondo alternativo”, si formano e si instaurano ogni giorno interi regolamenti dedicati esclusivamente alla società digitale, destinati a divenire delle vere e proprie leggi non scritte della rete. Un mondo nuovo e pieno di possibilità comodamente a casa tua. Tra queste opportunità, c’è quella di far ascendere e cadere nel giro di pochissimo qualcuno, o qualcosa, a seconda della situazione umorale del pubblico. Una delle tante creature di questo fenomeno è Charlie Hebdo. Semi-sconosciuto dalla quasi totalità del paese, la rivista francese prende punti di simpatia e attenzione dopo i tragici fatti di questo Gennaio, ottenendo riconoscimento, rispetto e approvazione a tempo di record. Saranno centinaia di migliaia le persone a scendere in campo per loro nei giorni successivi all’attentato, col coltello tra i denti e pronte a difendere fino allo strenuo la libertà d’espressione. Questo accadeva qualche mese fa, ora Charlie sta affrontando una seconda crociata del web e questa volta, i valorosi guerrieri della morale, sono contro di lui. Osteggiati da una nuvola nera carica di disapprovazione, i redattori francesi sono, secondo l’opinione pubblica, colpevoli di aver esagerato i toni con contenuti riguardanti l’attuale situazione dell’immigrazione in Europa. Charlie e il resto del mondo, la rottura imminente Le vignette incriminate sono due, solo due, ma sono state capaci di ribaltare totalmente la situazione. Potete trovarle qui e qui. Immagini forti, capaci, grazie alla loro natura semplice e cruda, di colpire dritto allo stomaco chi finisce col posarci sopra gli occhi. Qualcuno può inorridire davanti a ciò, può non essere d’accordo, certamente, ma la verità è che tutto ciò non si allontana di un millimetro dalla strada scelta da Charlie e dai suoi redattori molto tempo fa. Molti si sono lamentati di non trovare divertenti o adeguatamente edulcorate le vignette, dimenticando la differenza essenziale tra satira e umorismo. Non è dovere, né compito della satira quello di divertire, certo in alcuni riesce a strappare una risata, ma l’unica regola a cui essa deve sottoporsi è quella di dissacrare la realtà. Generare quello stesso malcontento contro cui ora si stanno scontrando quelli di Charlie, poiché se esso viene fuori, vuol dire che il loro compito è stato eseguito e le parole e le immagini hanno arso lì dove dovevano. Forse, quel che è più complicato accettare di queste nuove vignette è che l’obiettivo indicato siamo proprio noi, l’Europa e i suoi drammi alla luce del sole. Rendersi conto di essere parte integrante dell’orrore manifestato. Il periodico francese e i suoi collaboratori non passano sopra ai fatti, limitandosi a riportarli come tanti altri media, c’entrano dentro e ci infilano le dita fino alle profondità più sudice. Non ci sono molte certezze a questo mondo, questo può dirvelo chiunque. Ma una cosa è certa, che per quanti saranno coloro che passeranno dallo schieramento “Je Suis” a quello “Je Suis Pas”, Charlie Hedbo non potrà mai smettere di essere se stesso.

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3Alam: per tutti gli Charlie Hebdo del mondo

3alam (ع ل م) è una parola della lingua araba come tante che è stata usata con uno scopo: portare un ragionamento, segnare con un gesto per animare una discussione, come si può leggere nel comunicato che accompagnava l’evento che s’è tenuto il 7 febbraio 2015 presso Lizard Napoli – Circus Studios. “Lo scritto resta. Lascia dei segni difficili da cancellare e la sua eco raggiunge ogni angolo del pianeta. Nulla uccide un’idea.” 3alam è l’appuntamento zero che ha dato la possibilità a “tre compagne di viaggio nel mondo dell’informazione”, Annamaria Bianco, Federica Pacilio e Maria Rosaria Piscitelli, di ribadire con un grande momento di riflessione che apparteniamo tutti alla stessa terra. 3alam non è stato un evento commemorativo e questo è stato ben chiaro sin da subito, e ciò si può notare anche ascoltando il podcast della serata su JAMMIN URBAN RADIO. Ho avuto modo d’incontrare le organizzatrici qualche giorno prima di 3alam; avevo voglia di sentire in maniera diretta, dalla loro voce, il pensiero che hanno avuto voglia di esprimere. Il discorso è partito in modo naturale, una chiacchierata informale davanti ad un tè. “Dopo Parigi, che guerra fa” è il numero di Limes sui conflitti in corso tra mondo arabo, spazio ex sovietico e Nord Africa e le connesse partite globali. Leggendo le pagine della rivista sembra che non ci sia soluzione unica al problema del terrorismo: molti cercano di intervenire con una serie di misure che saranno prese ed avranno una serie d’implicazioni sulle libertà ed i diritti civili, ma realmente le soluzioni adottabili sono quelle che mirano alla cosiddetta democrazia della quale ci siamo circondati? A tre giorni da 3alam chiedo ad Annamaria e Maria Rosaria se la conoscenza può evitare la diglossia tra persone. Mi rispondono come se avessero preparato la risposta, spiegandomi che è un discorso di umanità, rispetto e raccontandomi varie esperienze che meglio spiegano il concetto. “Una famiglia palestinese mi ha accolta in una tappa di un mio viaggio. Ecco penso che il gesto dell’accogliere non è più professato.” L’esperienza di Annamaria che va oltre i confini politici dell’Europa, ha fatto maturare in lei la consapevolezza che la questione non è legata esclusivamente a quella che viene definita integrazione, ma anche e soprattutto alla poca voglia di conoscere il cosiddetto “altro”. Qualunque forma d’espressione riconosciuta come “araba” e/o  individuata come “mediterranea”, diviene indicizzata quasi a volerla ghettizzare. Le organizzatrici, confermano il mio pensiero legato alla volontà di distruggere la barriera culturale che non comprende più precisamente la letteratura dei migranti. Meglio spiega il concetto Amara Lakhous in “Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio” “Ero cittadino della lingua italiana. La lingua è come la madre. Ti ama perché sei figlio. Per imparare la lingua non sono necessari visti, passaporti, Schengen, permessi di soggiorno.” La volontà da parte di chi ha organizzato 3alam e da chi vi ha preso parte è quello di dare un impulso di libertà. “Vogliamo andare oltre le differenze, capire che il mondo non è solo bianco e nero in […]

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Siamo tutti terroristi addestrati da GTA

Siamo tutti terroristi. Guardatevi alle spalle da chiunque vi sia molto vicino, in metropolitana, al cinema, anche in casa. Vostro fratello, vostro cugino, in alcuni casi anche vostro padre, potrebbero essere terroristi della peggior specie, soprattutto se pochi minuti prima stavate giocando insieme all’ultimo Call of Duty o al gioco dei terroristi per eccellenza, Grand Theft Auto, conosciuto con il suo acronimo GTA. Se i terroristi non siete voi, allora è qualcuno che siede nella stanza accanto. Non lo dico io, lo dicono i media, quei media che professano calma e sangue freddo e che strenuamente condannano episodi come quello accaduto alla redazione parigina del giornale satirico Charlie Hebdo. Subito dopo l’attacco terroristico, quasi come se partissero in automatico certi articoli, sono circolati in rete e sul cartaceo editoriali molto illuminanti che hanno smascherato la vera ragione di questa azione di forza. Religione? Politica? Macché, i videogiochi. Ancora una volta ad essere attaccati sono stati i videogiochi, come sempre accade quando accadono fatti così mostruosi e dalla violenza inaudita e ingiustificata. Il 20 aprile 1999, Eric Harris e Dylan Klebold, due studenti della Columbine High School, in Colorado, hanno trucidato a colpi di arma da fuoco dodici compagni di studi e un insegnante. Le indagini misero allo scoperto il terribile hobby di quei due ragazzi (che no, non erano squilibrati per conto loro): giocare ai videogiochi. Le loro stanze erano piene di videogames, tra cui Call of Duty. La strage della Columbine fu messa a segno perché i videogames corrompono i giovani, li rendono letali e militarmente preparati. Ma non agiscono solo in questo modo nella società, fanno anche di peggio, aiutano i terroristi a diventare ancora più efficienti; infatti, gli articoli che sono circolati in rete hanno sottolineato come “i terroristi abbiano messo in atto tecniche militari apprese da GTA”. Io me li vedo i jihadisti con il joystick (iniziano con la stessa lettera, sarà sicuramente un complotto) tra le mani mentre compiono missioni sanguinarie e prendono appunti. La cosa incredibile è che i giochi citati in questi casi sono sempre gli stessi: Call of Duty e Grand Theft Auto. La conoscenza del mondo dei videogiochi dei giornalisti non specializzati si riduce a due titoli. Mi hanno sempre insegnato che scrivere articoli su testate famose, ma anche poco note, su un argomento che non si conosce, inventando di sana pianta dati e imponendo le proprie opinioni come dati oggettivi e certificati, sia sbagliato sul piano deontologico. Io non so nulla sulle fonti di energia rinnovabili, come non ne so nulla di cucina indiana e non mi azzardo certo a scrivere articoli su questi argomenti. Purtroppo, parlare di videogiochi, per molti, è una cosa semplice, perché i videogiochi cosa potranno mai avere di così complesso? Nei videogiochi si uccidono altre persone e si stuprano le donne. Siamo tutti terroristi. Il dato è palese e lapalissiano. I dati di vendita di Call of Duty e GTA non mentono. L’ultimo episodio della serie di CoD, l’Advanced Warfare, ha visto 3,3 milioni di giocatori on-line il […]

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Siamo tutti Charlie…ma non basta

Siamo tutti Charlie. #JeSuisCharlie. Questo è l’hashtag che è impazzato sui social network in questi ultimi giorni dopo la strage di Parigi nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. A partire da quel momento tutti ci siamo sentiti emotivamente coinvolti, tutti ci siamo sentiti facilmente Charlie. L’altro giorno, poi,  accanto a molti capi di stato, circa due milioni di persone sono scese in piazza a Parigi  diventata, in quest’occasione, capitale della libertà. Libertà. Una parola spesso abusata. Spesso sulla bocca di molti, di troppi. Ma libertà di cosa? Da cosa? Libertà di espressione, di stampa, di opinione. La libertà di espressione è un diritto ormai fondamentale, costituisce un pilastro della democrazia. Eppure il 7 Gennaio tale diritto è stato violato con il fucile, con la violenza. Purtroppo solamente in queste occasioni drammatiche, e solo quando ci toccano da vicino, ci sentiamo chiamati in causa e iniziamo a sbandierare le nostre idee a favore della libertà di espressione. Ma quante volte la violazione di tale diritto passa sotto silenzio? Quante volte nel mondo si muore o si finisce in carcere per la libertà di stampa e non si sa nemmeno? Tante, troppe volte. In Messico si muore per un tweet. In Olanda fu assassinato Theo Van Gogh per alcune immagini del film Submission. In Danimarca un vignettista, Kurt Werstergaard, fu minacciato per una vignetta satirica su Maometto. Spesso ci si sente uniti quando è troppo tardi, quando il sangue è già stato versato. La libertà di stampa, di opinione, di espressione andrebbe, invece, tutelata e difesa ogni giorno. Con costanza. Con caparbietà. Charlie Hebdo è un piccolo giornale satirico che fino a qualche giorno fa rischiava il fallimento; eppure il direttore e i suoi redattori sono stati colpiti. Perché? Perché il segno, il disegno, la parola fanno paura. Attenzione, però, il disegno e la parola che provengono da un intellettuale che ha una certa credibilità…Perché altrimenti non colpire il politico di turno? Perché ormai non c’è un politico che incarni e rappresenti con coerenza l’Europa o l’Occidente. Per questa ragione sempre più spesso si sente il bisogno, come è avvenuto proprio nel caso di Charlie Hebdo, di intellettuali che abbiano il coraggio di dire la loro, che abbiano la forza e la convinzione, come direbbe Edward Said, studioso palestinese vissuto negli USA e che si è sempre battuto per un autentico dialogo tra Occidente e Oriente,  di dire la loro verità al potere. Spesso, infatti, è più facile allinearsi che fare i conti con la solitudine. -Siamo tutti Charlie… Ma non basta.-

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