Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La Tag: Eroica(mentis) contiene 6 articoli

Eroica(mentis)

Linguaggio oggettuale: comunicare senza parole

Cosa si intende per linguaggio oggettuale? Ne parla la psicologa di Eroica(mentis). La comunicazione è un processo complesso, un atto sociale che ci aiuta a vivere entrando in contatto con l’altro attraverso una comune rappresentazione della realtà mediata dal linguaggio. Tuttavia, lo sviluppo del linguaggio verbale non deve essere prioritario rispetto ad altri progressi del bambino. Nell’ottica infantile della costruzione del sé, molto importante diviene la conquista dell’ambiente grazie alla deambulazione. La conquista dello spazio significa indipendenza, autonomia. L’infante si sente distinto e può riconoscersi in quanto entità separata dalla madre. Comunicare per un ipovedente non significa solo parlare, ma vivere intensamente ciò che si cerca di esprimere facendo uso degli oggetti. La mancanza della vista riduce le capacità motorie ed esplorative del bambino per muoversi all’interno dell’ambiente. Il bambino cieco rischia di trovarsi, nei primi mesi di vita, immerso in un universo di suoni e odori che difficilmente riesce a gestire spontaneamente. Per questo motivo, l’esplorazione funzionale dell’ambiente e degli oggetti che lo compongono deve essere, nel bambino ipovedente, stimolata e organizzata dall’adulto: in questo modo gli oggetti che caratterizzano l’ambiente possono diventare contemporaneamente oggetti costitutivi (oggetti funzionali propriamente detti), ed elementi di comunicazione (significanti della comunicazione oggettuale). L’oggetto infatti, costituisce il significante di una richiesta: esso è espressione di quella parola taciuta, mancata, silenziosa. L’apprendimento di questa forma di comunicazione da parte di persone con seri problemi di vista avviene per associazione tra l’oggetto e la situazione stessa che dev’essere immediatamente successiva all’aver dato l’oggetto segnale. ( Es: quando il bambino prende l’oggetto bicchiere significa che ha sete, tale richiesta dev’essere immediatamente soddisfatta dandogli un bicchiere d’acqua). Il linguaggio oggettuale è per questo un sistema di comunicazione trasparente in quanto gli oggetti devono avere una buona somiglianza tattile con l’oggetto originale. Questi processi avvengono tramite la discriminazione di oggetti di uso comune cercando di far comprendere le caratteristiche rilevanti di un oggetto rispetto a quelle di ciascun altro. In questo modo i bambini ipovedenti con difficoltà di apprendimento, possono utilizzare un sistema di comunicazione non verbale legato alle loro abilità tattili e basato sulla rappresentazione di azioni e situazioni attraverso gli oggetti: la ricerca, il riconoscimento dell’oggetto e la sua ostensione all’adulto diventa elemento espressivo corrispondente ad altrettanti significati. Immagine: Pixabay

... continua la lettura
Eroica(mentis)

ADHD: bambino iperattivo o vivace?

La psicologa di Eroica(mentis) parla del disturbo ADHD. Capita spesso che genitori e insegnanti si trovino di fronte a bambini che appaiono ai loro occhi piuttosto “vivaci”, e se ne lamentano. Sono bambini che non stanno mai fermi, giocano, saltano, mostrano una viva curiosità verso l’ambiente che li circonda, tuttavia vengono solitamente e in maniera impropria definiti come iperattivi. Ma qual è effettivamente la linea di confine tra un bambino definito iperattivo  e un bambino semplicemente un po’ più vivace? Facciamo però un passo indietro. Nel DSM-5 l’ADHD viene classificato come un disturbo del neurosviluppo che si riscontra secondo il manuale prima dei 12 anni. L’aspetto fondamentale dell’ADHD è un persistente pattern di disattenzione e/o iperattività e impulsività che influenza il funzionamento e lo sviluppo. Sul piano comportamentale la disattenzione si manifesta come distrazione/divagazione dal compito, difficoltà a mantenere l’attenzione e disorganizzazione. L’iperattività si riferisce ad un’eccessiva attività motoria, l’assenza di consapevolezza di potersi fermare è un primo indicatore che separa il normale carattere vivace del bambino dal sospetto di iperattività o ADHD. L’impulsività si evidenzia in azioni affrettate senza valutare le conseguenze che queste possono avere. Secondo il DSM-5 vi sono 3 tipi:  variante con disattenzione predominante variante con iperattività/impulsività predominane combinato Ai fini della diagnosi, è necessario, che i comportamenti di iperattività/impulsività e/o disattenzione siano presenti in più contesti e causino una compromissione significativa dell’attività globale del bambino. L’ADHD può presentarsi in associazione a difficoltà di apprendimento, al disturbo della condotta, ad ansia e depressione, al disturbo oppositivo provocatorio etc.. In età prescolare il sintomo prevalente è l’iperattività mentre la disattenzione diventa più preminente durante la scuola elementare. In adolescenza i sintomi iperattivi ( quali correre, saltare) si riducono e emergono sottoforma di irrequietezza, nervosismo o impazienza. In età adulta l’impulsività resta un aspetto problematico da gestire anche quando l’iperattività è diminuita. L’ADHD si manifesta in più contesti (lavoro, scuola, casa). In età evolutiva il contesto privilegiato per l’osservazione dei sintomi, è la scuola in quanto le prestazioni scolastiche risultano spesso ridotte e i risultati vengono raggiunti con molta fatica. Ad esempio, anche l’applicarsi in maniera incostante e/o inadeguata richie un’attenzione prolungata nel tempo difficile da sostenere interpretata dagli altri come pigrizia e irresponsabilità. Come intervenire dunque? Anche se non è possibile eliminare le cause del disturbo in quanto la sua origine è neurobiologica  e interferisce con il normale sviluppo psicologico del bambino, è possibile intervenire sull’aumento della durata dell’attenzione, sul controllo dell’impulsività, sulla consapevolezza delle proprie difficoltà e sull’apprendimento di strategie tramite un percorso integrato che coinvolga il bambino, la famiglia e la scuola. Sviluppare nel bambino abilità di self control e di adattamento e un training per le abilità sociali costituisce a specifiche tecniche e strategie per il miglioramento dei comportamenti problematici. Immagine: Pixabay

... continua la lettura
Eroica(mentis)

DCA: aspetti psicologici e sociali del disturbo alimentare

La psicologa di Eroica(mentis) parla oggi dei disturbi del comportamento alimentare (DCA). I disturbi del comportamento alimentare sono un gruppo di patologie caratterizzate da un’alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Quello dei disturbi alimentari (DCA) è un argomento complesso in quanto sono implicati una serie di fattori fisiologici, psicologici, sociali e comportamentali che non possono non essere indagati e approfonditi in un contesto clinico e di ricerca. Tali disturbi rappresentano oggi tra i giovani, un’elevata percentuale di mortalità, sempre più spesso legati alla società capitalista, ai modelli per cui il corpo diventa il mezzo per essere riconosciuti e apprezzati. Siamo nel pieno di una “rivoluzione della comunicazione” che ha prodotto un aumento della velocità, del ritmo, del flusso, della densità e della connettività della vita sociale ed economica degli individui. In meno di vent’anni, infatti, software, computer, media digitalizzati, internet, la telecomunicazione mobile e il wireless hanno permesso una connessione tra gli esseri umani alla velocità della luce: attraverso il web, è possibile connettersi istantaneamente con più di un miliardo di persone, e di comunicare direttamente e contemporaneamente con ciascuna di esse, permettendo in questo modo, la veicolazione di una quantità di informazioni quasi impossibile da contenere e comprendere. «Abbiamo sempre meno familiarità con noi stessi e la grammatica visiva del nostro tempo ci spinge a vedere il corpo e la nostra immagine come un oggetto che non ci piace mai abbastanza, che si può e si deve perfezionare.» (Dalla Ragione & Mencarelli, 2012). Sicuramente possiamo individuare dei fattori cosiddetti predisponenti ai DCA (genetici, psicologici) che aumentano la vulnerabilità/probabilità che una persona possa sviluppare un disturbo di alimentazione. A questi possono associarci fattori definiti precipitanti costituiti da eventi rilevanti per la vita del soggetto come ad esempio un lutto, un’aggressione, una separazione, ma anche da avvenimenti apparentemente non gravi quali possono essere un brutto voto preso a scuola, essere presi in giro per il proprio aspetto, infine possiamo trovare i fattori di mantenimento ossia tutti quei fattori che possono impedire il ritorno graduale alla “normalità”. I disturbi alimentari insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile rispetto a quello maschile. Secondo gli ultimi dati in Italia sono circa 3 milioni di cui il 95,9% sono donne e 4,1% sono uomini. Nel caso dell’anoressia nervosa l’incidenza è di almeno 8 nuovi casi per 100 mila persone in un anno tra le donne, mentre per gli uomini è compresa tra 0,02 e 1,4 nuovi casi. Per quanto riguarda la bulimia si registrano ogni anno 12 nuovi casi per 100 mila persone tra le donne e circa 0,8 nuovi casi tra gli uomini. Si tratta di numeri davvero preoccupanti, che fanno dell’anoressia la terza più comune “malattia cronica” fra i giovani. Una criticità dalle conseguenze molto pesanti, se si considera che i pazienti con anoressia fra i 15 ed i 24 anni presentano un rischio di mortalità 10 volte superiore a quello dei coetanei. Il numero di decessi in un […]

... continua la lettura
Eroica(mentis)

DaD: la scuola “spaziale” funziona davvero?

DaD (Didattica a Distanza): ne parla la psicologa di Eroica(mentis). Che lo si voglia oppure no, niente divide di più le famiglie, la scuola e la politica riguardo al tema della didattica a distanza, meglio conosciuta con l’acronimo DaD. Se da un lato alcuni genitori temono l’aumento dei contagi e mostrano preoccupazioni per i propri familiari, dall’altra la scuola “spaziale” non convince in termini di efficacia e funzionalità per cui si temono importanti conseguenze sulla formazione e sul futuro dei giovani studenti. La DaD funziona, ma la necessaria distanza formativa e soprattutto emotiva ha importanti ricadute sull’apprendimento a lungo termine. La prima e evidente distinzione da fare riguarda l’età dello studente: la presenza fisica in aula di studenti e insegnante è fondamentale soprattutto per le scuole di primo ciclo. Nella fascia d’età che va dai 6 ai 12 anni, la neuroplasticità del cervello è più elevata in particolare durante i processi di memoria e apprendimento. Anche se geneticamente possediamo grandi capacità di apprendimento ad esempio, se queste non verranno adeguatamente “allenate” e stimolate dall’ambiente e dalle relazioni, tale capacità resterebbe solo una potenzialità inespressa o può addirittura e in certi casi essere compromessa in situazioni future che implicano l’uso di tale potenzialità. La stimolazione cognitiva, emotiva e motoria proveniente nel nostro caso da un contesto altamente formativo ed esperienziale come la scuola, è importantissima in questa fascia d’età affinché i bambini possano imparare ad adattarsi alle esigenze dell’ambiente che li circondano. Fondamentale è l’apprendimento linguistico. Immaginate il caos delle chat, i microfoni delle piattaforme audio-video scarsamente funzionanti, la connessione rallentata, l’immagine del volto insufficientemente messa a fuoco. I bambini che in modo intermittente richiamano l’attenzione della maestra senza riuscire a farsi sentire magari perché sono più timidi, hanno la voce bassa, altri che invece si lasciano distrarre dai loro giochini perché trovano noiosa la lezione fatta a distanza. Manca l’attenzione, il pilastro dell’apprendimento. L’insegnante ha il compito di catturarla e incanalarla, ma questo diventa davvero complesso da fare se di fronte a sé ha uno schermo anziché i bambini in presenza. L’aula è lo spazio che contiene e fermenta la vita sociale dei bambini, l’attenzione e l’apprendimento dipendono molto dai segnali sociali. Ad esempio se al bambino gli si indica qualcosa il suo sguardo sarà rivolto prima al suo interlocutore (la maestra) e solo dopo si girerà nella direzione in cui la maestra sta guardando. Diversi esperimenti hanno dimostrato che quando al bambino gli si insegna una parola nuova, se il bambino interagisce con l’adulto e può seguire il suo sguardo verso l’oggetto che corrisponde alla parola, la impara subito. Se invece la stessa parola viene ripetuta anche più volte attraverso un microfono come accade in DaD, il bambino non la memorizza. La formazione in classe favorisce, inoltre, un altro aspetto importante dell’apprendimento, il coinvolgimento attivo. L’attivazione e lo sviluppo del pensiero riflessivo e ipotetico aiuta il bambino a fare chiarezza sollevando dubbi e ponendo domande rispetto ad un argomento o ad un esercizio che gli può sembrare poco chiaro, […]

... continua la lettura
Eroica(mentis)

Trauma psicologico: definizione e approcci

L’esperta di Eroica(mentis) ci parla di trauma psicologico. Iniziamo a definire l’etimologia del termine «trauma» che dal greco significa «ledere», «danneggiare» in riferimento al corpo (ad esempio, una lacerazione). Dal punto di vista psicologico, può essere definito «ferita dell’anima», come qualcosa che impatta negativamente sulla realtà della persona alterando il suo equilibrio. Esistono diverse forme di trauma psicologico a cui può andare incontro una persona nell’arco della vita, come i «piccoli traumi», esperienze negative e disturbanti non particolarmente intense e destabilizzanti (ad esempio, un’umiliazione), discussioni con persone significative della nostra vita. Accanto a questi «piccoli traumi» definiti anche «traumi t» , vi sono i «grandi traumi» o «traumi T». Essi fanno riferimento a tutti quegli eventi che portano alla morte o che possono ledere in maniera significativa e determinante l’integrità fisica propria o delle persone a cui teniamo. A questa categoria appartengono eventi di grande impatto traumatico come disastri naturali, abusi, incidenti. Diversi studi hanno tuttavia dimostrato che nonostante le diverse tipologie di trauma psicologico, gli individui reagiscono, dal punto di vista emotivo, mostrando gli stessi sintomi. Questo è un dato molto significativo, in quanto evidenzia come le persone rispondano al trauma in maniera completamente differente: alcune di queste, ritornano, entro un breve periodo di tempo, a condurre una vita normale, altre reagiscono in maniera più intensa e grave tanto da impedire la ripresa normale della propria quotidianità. Ma quali sono le conseguenze? Essere stati coinvolti in un evento traumatico porta ad alcune conseguenze non solo di carattere emotivo, ma anche fisico. Alcune ricerche hanno dimostrato che gli individui che hanno impattato con un evento traumatico, portano i segni anche a livello cerebrale, mostrando un volume ridotto sia dell’ippocampo che dell’amigdala. Un’esperienza traumatica molto forte si ripercuote anche sul corpo rilevandone una stretta connessione. Questo accade perché l’elaborazione delle informazioni è un meccanismo innato per cui l’esperienza traumatica viene “digerita” a livello mnestico in maniera riadattata e ricostruita quando la persona narra l’accaduto. Molte persone continuano ad avere pensieri intrusivi relativi al trauma anche molto tempo dopo l’accaduto. Riportano sensazioni angosciose che impediscono di condurre una vita serena e soddisfacente, il passato continua a farsi presente tutte le volte che può o quando nell’ambiente vi sono elementi che fungono da “riattivatori” dell’accaduto successivamente all’evento. Il soggetto rivive continuamente la situazione traumatica provando le stesse emozioni e le stesse sensazioni giù vissute. Il senso di irrealtà (la sensazione di essere dentro ad un film) dove tutto ciò che circonda la persona diventa irrilevante associato alle reazioni fisiche (tachicardia e nausea) e la ricerca di aiuto e vicinanza, sono le reazioni tipiche che proteggono da un crollo psicologico. Ci sono poi diverse reazioni successive all’evento, tra queste: problemi di sonno (sonno leggero, si hanno incubi o sogni ricorrenti), difficoltà di concentrazione durante la lettura, mentre si guarda un film), vulnerabilità (paura del futuro, facile irritabilità), pensieri intrusivi. Quando vi sono reazioni di questo tipo è bene rivolgersi ad un professionista specializzato nel trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress traumatico. […]

... continua la lettura
Eroica(mentis)

Adolescente: i suoi mondi e i suoi linguaggi

La psicologa di Eroica(mentis): il mondo dell’adolescente. L’adolescenza risulta essere un tema largamente diffuso e trattato sotto diversi aspetti, spesso lo si ritrova associato ad espressioni o condizioni quali dipendenza, immaturità, ingestibilità, conflittualità con il mondo. Con difficoltà si riesce ad andare oltre per guardare al fenomeno in tutta la sua compiutezza e complessità. Incontrare l’adolescente significa oggi guardare al di là della psicopatologia e scovare l’affascinante quanto controverso mondo interno che caratterizza questa specifica fase del processo evolutivo e relazionale. La vicenda adolescenziale è definita come evento critico che ha come obiettivo la separazione dalle figure di riferimento e l’individuazione come adulto pronto a costruire per sé un destino inedito, ma non senza aver sperimento sulla sua pelle la trasgressione delle regole, l’opposizione al mondo adulto e familiare, la depressione, l’esaltazione, l’ambivalenza emotiva. L’obiettivo da assolvere, in questa delicata fase di crescita, è la trasformazione che si realizzerà solo e se l’adolescente potrà sperimentare i suoi vissuti all’interno di legami di appartenenza che possano sostenere gli eventi critici in termini evolutivi e non disgregativi o, in extremis, patologici. Ma in quali legami l’adolescente potrà fare esperienza di appartenenza e sostegno? La famiglia, il gruppo dei pari, il mondo degli adulti. Questi sistemi interagenti tra loro con i quali l’adolescente si confronta quotidianamente definiscono via via la sua identità e la qualità delle sue relazioni future. Nella famiglia il nostro adolescente avrà modo di sperimentare il senso di protezione e di accoglienza, ma anche il conflitto, la solitudine. Ne sono un esempio le espressioni del tipo: –Tu non capisci niente- A 18 anni me ne andrò da questa casa!- Tu non hai avuto la mia stessa esperienza e non puoi sapere cosa significa. In questo sistema il giovane potrà farà esperienza delle sue emozioni più profonde, sia negative che positive che andranno a definire ciò che sarà; maggiore sarà il bagaglio emozionale acquisito è meglio saprà sentire e muoversi tra i legami affettivamente pregnanti. In adolescenza il gruppo dei pari è fondamentale in quanto rappresenta un vero e proprio spazio fisico e psicologico di condivisione, sperimentazione del nuovo, esplorazione, messa alla prova delle proprie abilità o dei propri limiti. Nel gruppo dei pari tutto ciò che viene pensato e sentito viene messo in azione automaticamente senza essere meditato o posto al vaglio del ragionamento. Un esempio sono le famose “bravate” o le giustificazioni del tipo: L’ho fatto senza pensare (alle conseguenze!). Quante volte i genitori si sono trovati a sentire queste scuse? Se da una parte il gruppo sostiene la trasgressione, dall’altra gli consente di sperimentare il cambiamento tollerando il più possibile le ansie da esso derivanti perché in esso è insita l’opportunità di potersi rispecchiare emotivamente. Il mondo degli adulti rappresenta la via attraverso la quale l’adolescente cerca di affermarsi nel presente delineando quelle che sono le sue ambizioni future. È il modello verso cui egli si orienta per crescere e affermarsi. Esso costituisce la spinta propositiva interna per raggiungere i propri progetti. Se l’appartenenza al mondo dei pari […]

... continua la lettura