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Eroica Fenice

La Tag: Matrix contiene 3 articoli

Culturalmente

Libero arbitrio: siamo davvero noi a scegliere?

Quando parliamo di libero arbitrio ci rifacciamo a un concetto antichissimo, tramandato da secoli. Essenzialmente esso rappresenta la capacità di ogni singolo individuo di scegliere liberamente, senza l’influenza di forze esterne. Dunque, sia il pensiero che le azioni della persona sono svincolate da qualsiasi tipo di predestinazione. Un po’ di storia Nel Cinquecento, a distanza di un anno, Erasmo da Rotterdam pubblica il  De libero arbitrio e Martin Lutero il  De servo arbitrio. Sono gli anni della Riforma, del tentativo di un riavvicinamento alla religione tradizionale da parte dei credenti, e la questione della volontà assume un ruolo centrale nel dibattito tra quelli che furono, rispettivamente, maestro e allievo. A raccogliere l’eredità di questa crepa sono gli scienziati contemporanei e le loro scoperte. Già negli anni ottanta il neuroscienziato statunitense Benjamin Libet si cimentò in una serie di esperimenti con l’obiettivo di dimostrare la non sussistenza del libero arbitrio. In sintesi, Libet collegò diversi soggetti a un elettroencefalografo, chiedendogli di muovere un dito in qualsiasi momento, quindi a loro discrezione. Il risultato fu sorprendente: gli strumenti di laboratorio scoprirono che la scelta consapevole dei soggetti veniva preceduta dall’attività cerebrale, con un distacco di 300 millisecondi. Prendendo in prestito qualche termine filosofico, potremmo dire che la scelta è frutto di un processo inconscio. Compatibilismo e libero arbitrio Ed è a questo punto che si inserisce la dottrina del compatibilismo. Secondo questa tesi le nostre scelte consapevoli, in realtà, non sono altro che frutto di una catena casuale di processi neurali. A un risultato simile arrivò anche Francis Bacon quattro secoli fa, parlando del ruolo cruciale dell’esperienza nella vita umana. Dunque la messa in crisi del libero arbitrio, almeno in chiave compatibilista, non deve spaventare perché non intacca l’importanza delle scelte che compiono tutti gli individui sin dall’alba dei tempi; semplicemente si tratta di un cambiamento di prospettiva. Così il luogo e il tempo di nascita, le relazioni sociali, l’istruzione e l’educazione ricevuti finiscono per assumere un ruolo ancor più determinante e influente sulla nostra vita. Determinate esperienze, combinate a una predisposizione innata, conducono a precisi comportamenti, definendo così la personalità dell’individuo, da cui derivano i sogni, le paure, i talenti e le passioni di ognuno.  Si delinea, così, un individuo ancora padrone del proprio destino ma particolarmente attento al mondo che lo circonda perché, se siamo frutto di esperienze e relazioni, allora puntare su quelle positive potrebbe rivelarsi fondamentale per il nostro benessere e felicità.   Fonte immagine: Freepik.

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Nerd zone

Cyberpunk: il mondo distopico è diventato una realtà odierna ?

Cyberpunk, quale lezione filosofica abbiamo appreso da questo genere, nonostante l’avviso di una realtà distopica e imminente ? Alcuni topoi del genere cyberpunk sono le metropoli futuristiche sovraffollate, quartieri multietnici, giornate di pioggia e il cielo grigio ma anche piccoli hacker che combattono contro multinazionali e la tecnologia sempre più invadente. Le origini di questo termine risalgono al racconto omonimo di Bruce Bethke pubblicato nel 1983. Il nome nasce dalla fusione del termine “cyber” (relativo alla parola cibernetica) e “punk”, che vuole soffermarsi sull’aspetto critico e di denuncia degli scrittori contro l’uso negativo della tecnologica, riprendendo il nome del famoso movimento di denuncia giovanile. Il cyberpunk, che vanta tra i suoi antenati gli scrittori George Orwell, Aldous Huxley e Philip K. Dick, continua ancora oggi ad affascinare, ma una domanda sorge spontanea. Tale movimento di critica ha predetto la nostra (e futura) realtà oppure no? Cyberpunk: il rapporto tra uomo, macchina e ambiente circostante in Blade Runner Lo scrittore Philip K. Dick pubblicò nel 1968 un romanzo, “Il cacciatore di androidi” (Do Android Dreams of Electric Sheep?). Tale opera ha ispirato il film Blade Runner di Ridley Scott e il seguito Blade Runner 2049 di Denis Villenueve. Il futuro descritto nel mondo di Blade Runner (1992 per il romanzo e 2019 per il film) è pessimista. La città di Los Angeles è una megalopoli caotica simile a realtà come Tokyo o Hong Kong, multietnica e il tempo è sempre piovoso (anche a causa dell’inquinamento). La popolazione dei bassifondi parla il city-speak, una lingua creola nata in seguito all’arrivo di immigrati, mentre un corpo speciale di poliziotti, i Blade Runner, si occupano di dare la caccia ai “replicanti”, androidi creati per colonizzare nuovi mondi che sono scappati. Rivendendo il “futuro-passato di Blade Runner”, possiamo accorgerci quanto la nostra realtà somigli al mondo di Dick e Scott. Effettivamente le metropoli sono da tempo luoghi caotici e ci sono stati casi di lingue creole nate con l’immigrazione oppure interazioni linguistiche come il caso dello spanglish. Anche l’ambiente colpito dai cambiamenti climatici ha delle somiglianze con quanto sta accadendo oggi. Lo scorso anno, nel mese di settembre, il cielo di San Francisco si è tinto di arancione a causa degli incendi che divamparono in California. Il paesaggio apocalittico ricorda molte scene del film Blade Runner 2049. La tecnologia ci possiede, la lezione (attuale) di Matrix Un decennio dopo il primo Blade Runner, un altro film cyberpunk ha scosso il suo pubblico sui pericoli della tecnologia e sul rischio che le macchine, dopo aver preso coscienza di sé, possano sottomettere il genere umano. Si tratta di Matrix, pellicola d’azione delle sorelle Wachowski con Keanu Reevs, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving e Laurence Fishburne. Omaggiando il mito della Caverna di Platone, la filosofia cartesiana, religioni asiatiche, ma citando anche manga e film di arti marziali, Matrix vuole essere un monito per lo spettatore. Gli esseri umani non hanno consapevolezza di ciò che realmente sta succedendo, conducono una vita tranquilla, nelle loro faccende quotidiane, ignari di essere sotto […]

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Cinema e Serie tv

Postmodernismo, il cinema dalle mille frammentazioni

A partire dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso si iniziò a parlare in ambito filosofico di postmodernismo. Il termine compare per la prima volta nel saggio La condizione postmoderna, scritto da Jean-Francois Lyotard nel 1979. Secondo il filosofo francese le grandi ideologie figlie dell’illuminismo (esaltazione del progresso tramite lo sviluppo economico e tecnico, le ideologie guidate dall’uguaglianza sociale, l’esaltazione della scienza come liberatrice dalle catene oppressive della religione, l’idea di una giustizia universale) e definite “grandi narrazioni”, giunte nell’età contemporanea iniziano a venire meno. I motivi principali di questa crisi di ideali sono due: il primo è il susseguirsi lungo il ‘900 di eventi storici il cui impatto è stato talmente drammatico che non è possibile appellarsi alla sicurezza di cui quelle idee erano costituite per spiegarli (in che modo si possono interpretare le atrocità di Auschwitz o dei gulag sovietici in termini puramente razionali?). Il secondo è invece la diffusione, a partire dagli anni ’60 e ’70, di nuovi mezzi audiovisivi quali la televisione e la pubblicità che, assieme al cinema e alla letteratura, offrono nuove chiavi di lettura all’interno di una società industrializzata e globalizzata. La conseguenza è di grande portata: il sapere non è più un valore assoluto, ma esistono tante realtà con tante diverse caratteristiche (i telegiornali si diversificano per offrire versioni diverse di una stessa notizia, la pubblicità induce a comprare prodotti di cui non si ha veramente bisogno e che tuttavia possono servire per acquisire uno status sociale, etc.). Il postmodernismo è quindi riassumibile con il concetto di “superamento della modernità” o di tutte quelle idee che fino al XX secolo avevano portato avanti la società umana e che davanti ad una realtà multiforme finiscono per esaurire la propria spinta propulsoria. La fiducia nel progresso e nella scienza sembrano spegnersi, accanto a tutte le idee che hanno contraddistinto il modernismo. Il postmodernismo non è ovviamente sola prerogativa delle menti pensanti della filosofia, ma si diffonde anche presso quelle creative dell’arte. Lo si vede in movimenti artistici come la Pop Art (l’idea di oggetto comune elevata a opera d’arte) o nella letteratura con espedienti quali il dialogo metaletterario con il lettore (Se una notte di inverno un viaggiatore di Italo Calvino), l’inizio della vicenda dalla sua fine (La freccia del tempo di Martin Amis), il citazionismo che si traduce nell’imitazione di tecniche come quella del manoscritto ritrovato (Il nome della rosa di Umberto Eco) e molti altri ancora. Il Postmodernismo cinematografico La verità messa in discussione. Metacinema e mockumentary In tutto questo contesto il cinema come si evolve? Essendo l’arte che fa dell’immagine una delle sue prerogative, non ci mette molto a interrogarsi sulla molteplicità delle immagini che la società dei consumi impone. Il cinema del postmodernismo si interroga innanzitutto sulla sua funzione di spettacolo fittizio, di storia costruita da un insieme di immagini e di prodotto concepito in un ambiente come quello cinematografico. Il cinema di Jean Luc-Godard, uno dei padri fondatori della Nouvelle Vague francese, è pieno di espedienti metacinematografici volti […]

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