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Eroica Fenice

La Tag: neuroscienza contiene 2 articoli

Libri

Da Homo Sapiens a Homo Felix: la felicità si impara

Da Homo Sapiens a Homo Felix, l’evoluzione della specie, Manuale di teoria e pratica della felicità, è un libro scritto da Daniele Berti ed edito dalla casa editrice 13Lab editori. Il testo che si presenta come «il risultato di ricerche, studi, esperienze e considerazioni personali», indaga su cosa sia la felicità, quale sia la sostanza e la messa in pratica di questo stato esistenziale necessario alla sopravvivenza della specie, eppure tante volte sottovalutato. Il libro Da Homo Sapiens a Homo Felix Nelle pagine iniziali del libro una citazione di Tenzin  Gyatso, sembra descrivere con precisione il senso di questo testo: «Gli uomini […] perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto ansiosamente al futuro che dimenticano di vivere il presente; in tal modo non riescono a vivere né il presente né il futuro […]» Questo tipo d’uomo è un uomo che perde gli attimi della propria vita dietro fantasmi e falsi idoli, che si pone ambiziosi obiettivi che, una volta raggiunti, sembrano privi di importanza. E quindi, ripiombando in uno stato di nuova ricerca, non è felice della propria vita interiore. Ma come raggiungere e che cos’è la felicità? Nel testo Da Homo Sapiens a Homo Felix l’autore si propone di dare proprie risposte a queste domande, sottolineando come la felicità non sia uno stato casuale di cose, ma uno stato causale: per essere felici, cioè, bisogna imparare a predisporsi verso la felicità. Sulla base di questa teoria Berti spiega come poter iniziare a costruire la propria forma mentis improntata sulla felicità, con semplici “regole”, come ridere e vedere il buono in ogni cosa. Una società di egoisti e malinconici non fa bene all’umore del singolo, e non solo lo fa sentire “giù di tono”, ma finisce per annullare l’esistenza umana stessa, con degenerazioni fisiche e psichiche. Ecco allora l’invito di Daniele Berti: perché Furbus Operosus Junior non dà un po’ di ascolto a Felix? Ovvero: perché l’uomo non ricorda che è nato non per sopravvivere ma per vivere, per essere felice? Nei capitoli centrali del testo l’autore fornisce consigli “pratici” per raggiungere la felicità, accompagnati da un’approfondita analisi su ciò che neurologicamente avviene nell’organismo quando si è infelici e quando si è felici, su cosa sia il cervello, dal punto di vista delle neuroscienze e della psicologia positiva, su cosa siano le emozioni, e come le emozioni negative (come la paura o la tensione psicofisica) siano necessarie alla sopravvivenza umana solo nel limite “prescritto” dalla natura.   Il libro Da Homo Sapiens a Homo Felix, l’evoluzione della specie, Manuale di teoria e pratica della felicità si conclude con una frase di Gandhi, «Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo», in cui è racchiuso tutto il significato profondo del testo. Bisogna cambiare la nostra forma mentis e offrire felicità noi per primi, così da guadagnarne in salute e quindi in felicità.  

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Riflessioni culturali

Emoticons: sviluppo di una nuova lingua?

Com’è noto, le emoticons – lemma derivante dalla crasi di “emotional” ed “icon(s)” – costituiscono particolari combinazioni di segni e simboli che, all’interno di una comunicazione testuale, consentono di esprimere tratti comunicativi non verbali. L’elaborazione delle “moderne emoticons” viene attribuita a Scott Fahlman, che, nel 1982, propose di usare, nella BBS (Bulletin Board System, ovvero l’antenata delle odierne comunità virtuali su internet) della Carnegie Mellon University, i simboli 🙂 ed 🙁 , allo scopo di disambiguare espressioni umoristiche e/o sarcastiche. La tendenza all’immediatezza e la limitatezza dei caratteri degli attuali media non hanno fatto altro che favorire l’incremento e la diffusione delle emoticons: in altri termini, internet non ha fatto altro che consacrare queste faccine multitasking. (Le emoticons non vanno confuse con la smiley face, la faccina gialla stilizzata, creata da Harvey Ball nel 1963.) Fino a poco tempo fa si credeva che la prima apparizione delle emoticons – o, quanto meno, di un loro antenato – potesse essere datata al 1862, anno in cui il simbolo 😉 fece la sua comparsa nella trascrizione di un discorso del presidente Abraham Lincoln, per segnalare applausi e risate da parte del pubblico. Ma –a ben vedere – occorrerebbe risalire ancor più indietro nel tempo. Leopardi, nel giorno di Pasqua del 1821, così annotava, nello Zibaldone: “Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremo dipingere e significare con i segni, come fanno i cinesi…”. Il passo è stato abilmente scovato dal linguista Giuseppe Antonelli, che l’ha segnalato nel suo ultimo contributo, edito nel 2014 dalla Mondadori, intitolato “Comunque anche Leopardi diceva le parolacce”. Da un punto di vista strettamente linguistico e semiologico, le emoticons sono definite come “sostituti e complementatori – sincretici e paralinguistici – situazionali verbali-iconici”, proprio perché si configurano come entità grafico-iconiche, che svolgono la funzione di completare affettivamente un enunciato, offrendone (o meglio, suggerendone) la chiave di lettura. Pertanto, non parebbe errato parlare della creazione di nuove modalità scrittorie dialogiche. Ciò ci condurrebbe ad un altro problema, vale a dire la necessità di ripensamento del rapporto fra testo ed immagine, nella comunicazione digitale. (Insomma, non sarebbe una cattiva idea l’avvalersi, per lo sviluppo di software, di linguisti e semiologi. Ma questa è un’altra storia…) Le emoticons sono un bell’esempio di oggetto di studio interdisciplinare. Il sociologo Alberto Abruzzese, nel 2011, ha affermato che “le emoticons danno calore ad un tipo di comunicazione – quella on line – che è fortemente verbale.” Altri studiosi definiscono le emoticons come una risposta alla necessità antropologica di comunicare. Ma l’uso delle emoticons è stato oggetto di studio anche da parte dei neuroscienziati. Uno studio condotto in Australia e pubblicato sulla rivista NeuroScience ha dimostrato che l’uso delle emoticons starebbe inducendo il cervello a mutare il proprio funzionamento. A tal proposito, […]

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