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Eroica Fenice

Cartoline da casa mia di Antonio Mocciola

Cartoline da casa mia, di Antonio Mocciola: un corpo nudo in una scatola di mattoni

Il 22, 23 e 24 febbraio è andato in scena al Nouveau Théâtre de PocheCartoline da casa mia” di Antonio Mocciola, prodotto dalla Alessandro Vitiello Home Gallery con Bruno Petrosino e la regia di Marco Prato. Ad accaparrarsi la scena è un solo attore, un formidabile Bruno Petrosino che si cala nella parte di Fosco, un ventiseienne disadattato, il quale ha deciso spontaneamente di esiliarsi nella sua stanzetta, permeando le pareti difensive di ogni suo segreto interiore, navigando nel mondo all’interno della sua zattera carrozzata e comunicando con esso attraverso il ponte della penna e della carta scritta. Il Fosco di Antonio Mocciola è un cosiddetto “Hikikomori“(parola proveniente dal giapponese che vuol dire letteralmente “stare in disparte, isolarsi”), vive recluso nella sua stanza e aberra ogni contatto con l’esterno.

Cartoline da casa mia di Antonio Mocciola, il linguaggio del corpo come superba verità ancestrale

Un urlo sbattuto in faccia nell’ipogeo di una platea. Fosco urla, si libera delle vestigia morali. Fosco è solo: le sue parole scorrono tra le le incavature emaciate di un basso ventre scarno, peccaminosamente ossuto. Rifulge nella platea la tracotanza della nudità più impudica come ossa spolpate dalle cartilagini. Fosco è nudo nella bambagia del suo nido ed è un dardo infuocato scagliato nell’iride dello spettatore, che è costretto alla resa della pudicizia ed è avvolto dalla superbia del corpo nudo, dalle scintille di peli occulti, dai segreti della creazione materna, la quale zampilla come una sorgente diafana.

Fosco vive nella sua stanza da ormai due anni. Un giorno di maggio ha deciso di esiliarsi in una scatola di pareti di mattoni e cemento. Ha issato la bandiera bianca della resa nei confronti di una società miope, ma con la quale dialoga, non come un eremita ritirato totalmente dalla società peccaminosa, ma come un uomo che ha come vesti le pareti di una stanza e ha come voce delle cartoline zeppe di lettere, alle quali è affidato il compito di una comunicazione senza  finzione  e con i grumi di sangue caldo dei versi della poesia. Fosco non vuole contaminarsi, non lo vuole più.

Il testo di Antonio Mocciola è un inno alla verità. Lo scrittore pizzica le corde più ancestrali dell’animo di un personaggio e la relazione con l’altro si traduce nella mente di Fosco come qualcosa di estraneo, alieno, finto. Fosco  è stato fin troppo costretto a vestire la sua reale identità di abiti non consoni, troppo stretti e dunque destinati perennemente a strapparsi e a mostrare le nudità di una personalità non accettata. Il corpo lo ha sempre tradito. Si scioglieva costantemente sotto il fuoco ardente delle domande imbarazzanti dei suoi familiari; si amalgamava in un coacervo di imbarazzo: colava sudore come cera di una candela, guadi di sudore che sapevano di una verità improponibile. Fosco era una candela dalla fiamma languida che una mattina di maggio ha spento di irradiare la sua fioca luce e si è congelata nelle tenebre dell’oscuro bozzolo della stanza. Fosco ha scelto di venire fuori in tutta la sua scottante verità come sassi levigati nell’alveo di un fiume in secca. Lo ha fatto nell’unico modo possibile e cioè dipingendo la sua nuda verità in un quadro a doppia cornice, avendo i piedi immateriali dell’immaginazione e la voce di inchiostro.

Antonio Mocciola ha deciso di calare sulla ribalta del palco un magistrale Bruno Petrosino completamente nudo, nella parte di Fosco, simbolo di verità crude e trasparenti, contrapposte al significato stesso del suo nome: una nudità del corpo violenta, scomoda, ancestrale, un linguaggio del corpo così primigenio da sparare nella platea un imbarazzo fastidioso che ha piegato i modi classici della ricezione. Ha svelato i suoi più intimi rapporti familiari, partendo dall’infanzia per passare alla sua adolescenza fino alla sua reclusione. Un bambino introverso che aveva vergogna di un padre fin troppo virile e si svelava ad una madre quasi assente, simile ad esso nei suoi esili volontari, siglando il suo segreto con il rumore della doppia mandata della serratura della sua stanza matrimoniale. Fosco cresce così e lo fa nel modo sbagliato: non si riconosce. Se prima cercava peli ispidi nel mare incontaminato della sua pelle, come quelli che aveva suo padre, ora si vergognava di quella peluria, di quel sudore tracotante, di quella immagine che non corrispondeva. Era un adolescente difettoso e il sistema idraulico della sua sessualità biologica funzionava nei modi non consueti: aveva erezioni su persone, sulle quali non doveva averle. A scuola andava bene, ma era costantemente bersagliato da un bullo, Angelo, che lo umiliava costantemente fino a fargli ingoiare la polvere amara della suola delle sue scarpe, calpestandogli la faccia. Ha dovuto arruolarsi per la leva militare e marciare e ubbidire, così come faceva da piccolo, insegnatogli da suo nonno.

Tuttavia, Fosco ora è salvo. Ora risiede nel bozzolo della possibile libertà, una libertà che ha scelto per se stesso e che sa di polvere di mura. E diversamente da come si potrebbe credere, Fosco è capace anche di amare nei meandri dei suoi spazi tenebrosi. Ha una poesia che deve dare al destinatario: “Le tue mani sulle mie palle…”, le mani del suo fratello gemello a scoccare la scintilla del desiderio. Fosco lo ama da sempre, anche essendo lui il figlio prediletto e quello più bello. Lo ha sempre amato e ora lo aspetta, impaziente, per consegnargli quella ennesima poesia dedicata a lui.

Forse è ancora una volta l’amore a essere la chiave. Forse è proprio l’amore, per quanto inconsueto possa essere e  con i modi  più eterogenei  possibili, a essere la chiave della stanza di Fosco. E quel languido raggio di sole che a fine spettacolo irradia le membra scavate del protagonista si mischia con quelle parole finali, che tuonano fulgide nell’oscurità e si tingono di desiderio: “NO ! Esco io…”.

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