Lunedì 8 dicembre 2025, alle ore 21:00, al Teatro Bellini di Napoli è andata in scena la pièce Quarantena Napoletana diretta da Eduardo Cicelyn e con Sergio Rubini.
Le origini di Quarantena Napoletana
Il monologo Quarantena Napoletana è tratto dall’omonimo memoir, scritto dal giornalista napoletano Eduardo Cicelyn e pubblicato da Neri Pozza editore. L’autore, nato a Napoli nel 1959, è stato giornalista del Mattino e dell’Unità negli anni Ottanta e Novanta, mentre oggi figura come editorialista per il Corriere del Mezzogiorno. Consulente culturale e promotore di eventi artistici pubblici, ha ideato e diretto il «Madre», museo napoletano dedicato all’arte contemporanea.
Per Biblioteca Neri Pozza, Cicelyn firma un’opera che raccoglie una lunga testimonianza della sua esistenza durante la pandemia. Si tratta di un lavoro composito, arricchito dai disegni di Francesco Clemente, pittore e illustratore di spicco della Transavanguardia italiana, movimento nato negli anni ’70 con le teorie del critico d’arte Achille Bonito Oliva, e che annovera tra i suoi principali rappresentanti anche artisti come Mimmo Paladino.
Il testo si distingue per il suo carattere ibrido, mescolando diversi generi tra i quali quello della cronaca, del romanzo autobiografico e della esposizione giornalistica. Con attenzione ai dettagli, Cicelyn ripercorre l’evolversi della pandemia, dai primi contagi fino alla situazione attuale, narrando le sue profonde esperienze di isolamento, che non si limitano alla sola emergenza legata al Covid-19.
Il plot di Quarantena Napoletana
L’occasione della quarantena diviene lo stratagemma narrativo per creare un testo unico nel suo genere e forse anche per provare a stilare il bilancio di un’intera esistenza, per riflettere a tutto tondo sulle proprie vicissitudini umane e tentare persino di riportare in vita, mediante i propri ricordi, i personaggi che hanno abitato il nostro passato e, addirittura, le figure più remote che hanno attraversato la nostra infanzia: e così, si succedono in rassegna, la moglie, le varie storie sentimentali, la carriera artistica, i rapporti amicali e tra colleghi, le svariate disavventure.
Insomma, Quarantena Napoletana esprime il posto e probabilmente il disagio di un intellettuale sessantenne in una società disorientata e forse non solo a causa della concomitante pandemia, così come recita un passaggio chiave del copione:
«Alla terribile potenza del virus sul mio scooter nero vedo opporsi la forza serena di una natura che sopravvive di cultura e bellezza, piena di contraddizioni, dove tutto è già contaminato. Con una musica anni Settanta negli auricolari nascosti sotto al casco io, sessantenne a rischio, vago nella città deserta per ricordare che la vita è qualcosa che si desidera far accadere e mai quello che si cerca di non far accadere. Ché poi, prima o poi, alla fine succede comunque.»
La resa scenica al Teatro Bellini
La scena solista è tutta occupata dall’attore, regista e sceneggiatore italiano Sergio Rubini. Sullo sfondo del palco sono presenti le riproduzioni delle tele di Francesco Clemente: molto esplicativi e comunicativi, i dipinti dominano la scena, a cominciare dal paradigmatico Vesuvio che si staglia con tutta la sua proverbiale energia sul fondale nel momento iniziale.
Le musiche dello spettacolo sono invece frutto dell’ingegno del pianista e compositore Michele Fazio, il quale suona anche le tastiere sul palco a fianco a Rubini. Le melodie della rappresentazione sono curate dal tecnico del suono Daghi Rondanini, mentre l’esibizione è prodotta da Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini.
Per fortuna, tra l’altro, gli autori hanno evitato volutamente di cadere nelle numerose trappole insite all’interno di quel grande calderone usurato del macchiettismo sulla napoletanità con i suoi fin troppo reiterati luoghi comuni e cliché.
Il copione risulta in tal modo piacevole e fruibile, umoristico a tratti e talvolta commovente, con alcuni momenti di quest’assolo che si segnalano per la loro capacità di elargire grandi emozioni e verità: «I corpi delle persone non spariscono mai»; oppure «L’Arte non finge, si contamina. Muore e rinasce. L’Arte ha a che fare con l’immaginazione e per questo è verità».
In platea erano tantissimi gli spettatori per la prima e il pubblico, oltre a essere gremito, si è mostrato molto caloroso per l’ottima performance attoriale di Rubini, che conferma ancora una volta la propria padronanza del proscenio e le sue enormi qualità da interprete.
Fonte immagine: Ufficio stampa

