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Eroica Fenice

“Bobòk” di Ferdinando Smaldone: Dostoevskij al Te.Co

Bobòk è lo spettacolo ispirato all’omonimo racconto di Fedor Dostoevskij, in scena dal 30 Ottobre al 1 Novembre al Te.Co “Teatro di Contrabbando”per la regia di Ferdinando Smaldone e con Antonio Affinito, Lello Cirella, Salvatore Esposito, Paola Guarriello, Chiara Mattiacci, Noemi Pirone, Maria Anna Russo, Ferdinando Smaldone e Orsola Sorrentino.

“Bobòk” è la  voce incessante e fastidiosa che un tale personaggio che non ha nome, perché è riflesso di tutti gli uomini, sente dentro sé.

“Ma cos’è Bobòk?”
Bobòk è il fonema russo che esprime l’ultima esalazione prima della morte, ma, per il sognor X e per lo spettatore, Bobok sarà rivelazione, perchè porterà a scavare a fondo nella propria interiorità e scoprire qualcosa di inspiegabile e vero.

Il signor X è un uomo, e come ogni uomo si interroga su se stesso, sulla vita, sul senso da dare a questa, sul risultato di tanto lottare e faticare. Cos’è la vita e cos’è la morte, cos’è l’uomo rispetto all’immensità di entrambe. Quasi inspiegabilmente, spinto da una curiosità che è esigenza, si troverà in un cimitero e il suo desiderio di spingersi oltre lo porterà a compiere un viaggio inaspettato. Sulla scena e davanti a lui compaiono dei morti, anime che hanno cessato di esistere ma che continuano a parlare con lui e tra di loro, a sentire, annusare, provare sofferenza per il desiderio mancato di vivere di più. C’è qualcosa di profondamente umano in questi corpi che hanno lasciato la vita, ma che ora sono bloccati in questa bolla sottoterra in cui conservano le loro caratteristiche, pur estraniati dal mondo.

“Bobòk” di Ferdinando Smaldone è un viaggio che lascia lo spettatore sospeso

Lascia lo spettatore insieme a queste anime, in uno stato liminale tra la morte e la vita. Una non morte, che non è neanche vita. È un luogo in cui si resta in bilico tra due mondi, e questo stato d’incertezza segna il momento in cui tocca ad ognuno porsi le domande più vere.
Dostoevskij riflette su una condizione esistenziale, che rappresenta la più grande domanda degli uomini e la loro  più grande paura – qual è il senso della vita, e quale quello della morte? Soprattutto, qual è il senso del viaggio che ci porta da una dimensione all’altra? Perché viviamo e perché moriamo?
“Forse la morte è il modo scelto da Dio per farsi perdonare della vita”, questa è la risposta che dà una delle anime erranti. Ma di fronte alla morte cosa resta di ciascuno?
È qui che la regia va a scavare. Le anime sospese in questa dimensione oscura si scoprono in realtà simili tra loro, e ancora profondamente legate al loro esistere. Appaiono pervase da alcune sensazioni che sono proprie della vita, in positivo e in negativo: i sogni, le ambizioni, i rimpianti, la scaltrezza non li hanno abbandonati. La paura di dire la verità, anche quella è ancora da loro profondamente sentita.
“La verità rende l’uomo libero.”
“A che servirebbe mentire ora che non abbiamo più nulla da perdere?”
Eppure qualcosa da perdere resta. Queste anime si riscoprono umane e pertanto vere, reali, autentiche. Ognuno di loro ha una storia diversa, diverse cose da dire, un passato da raccontare, un futuro da rimpiangere, e, probabilmente, sono proprio quelle storie a definirle nel profondo.
La dimensione in cui “Bobòk” le inserisce è solo luogo di passaggio, segna il confine tra ciò che sono stati e resta ancora ancorato a loro, e ciò che saranno, che non si può conoscere. Una dimensione temporanea in cui l’uomo può riflettere su di sé e trovare forse finalmente le risposte che ha cercato per tutta la vita; la resa dei conti, prima di lasciare definitivamente la sensorialità e spingersi oltre.

C’è una dimensione di raccoglimento perché le domande di “Bobòk” di Ferdinando Smaldone sono interrogativi  che ogni uomo ha portato almeno una volta con sé, nel proprio cammino. Le incertezza e la curiorità del signor X, suscitate dalla ripetizione di quel “Bobòk” nella sua testa, sono proprie di ciascuno e il suo stupore nel trovarsi di fronte a quella morte, che in realtà proprio morte non è, suscita la nostra sorpresa e la nostra emozione. Si scopre un senso di collettività nella vita, si scopre l’essenzialità delle sensazioni
Si ha in un certo senso meno paura, anche dell’ignoto.

“Accettare la morte con fierezza. Solo allora ci si innamorerà della bellezza. La bellezza va protetta, sempre. La bellezza della coscienza. Di ciò che provi. Di ciò che senti.”