Bufale e liùne, il Teatro Acacia si tinge di noir | Recensione

Da giovedì 8 a domenica 11 dicembre, la compagnia NEST è andata in scena al Teatro Acacia con Bufale e liùne adattamento della trilogia di Pau Mirò, che Enrico Ianniello ha rielaborato in un unico testo, con la regia di Giuseppe Miale di Mauro.

In scena Alessandra Borgia, Giuseppe Gaudino, Alessandra Mantice, Stefano Meglio, Adriano Pantaleo, con la partecipazione in voce di Francesco Di Leva.

Da Barcellona a Napoli

Enrico Ianniello sposta la storia dal quartiere Raval di Barcellona alla periferia est di Napoli. Un contesto familiare qualunque, dove a seguito di una terribile tragedia, l’ordine che fino ad allora già cominciava a mancare, si scombussola e si trasforma in un nucleo di tristezza, rabbia, solitudine e voglia di libertà. A parlare è solo il veleno, una famiglia ormai affranta dal dolore che cerca in tutti i modi di evadere dalla realtà nauseabonda che la grande metropoli ha da offrire, e che alla prima occasione non si lasceranno sfuggire nulla, come dei grandi predatori che cercano la loro vittima, si trasformeranno in liùne.

Bufale e liùne, a tratti, assume dei toni ironici, ma l’ironia non è altro che un mezzo per celare la tragicità del decadimento di una famiglia che cerca di dare una svolta alla propria vita.

Una famiglia e un ragazzo con la camicia sporca di sangue in piena notte

Sara, una giovane ragazza vestita da ballerina su una sedia a rotelle in una notte di luna piena, se ne sta nella lavanderia di famiglia, nella tranquillità assoluta, quando d’improvviso un ragazzo – Davide -, dalla camicia macchiata di sangue, riuscirà ad entrarvi chiedendole, ansiosamente, che venga lavata.

Due sono i lavaggi che servono per far scomparire la macchia e infinite sono le bufale che Davide si vede costretto a raccontare alla famiglia di liùne, all’apparenza innocui ma in realtà violenti nei gesti e nelle parole. Davide vorrebbe solo la sua camicia, mentre i proprietari della lavanderia vogliono lui perché “un buon partito per Sara”. In quella notte e nella mattina seguente, Davide accenderà la miccia di una bomba rimasta accantonata per dieci anni e diverrà il capo espiatorio per la sopravvivenza di una famiglia segnata da sacrifici e disgrazie.

La voglia di abbandonare tutto e tutti è un desiderio che anima più di un personaggio

«Molte volte di notte vengo qua, m’immagino che si apre la porta ed è lui» – Sara

Sara è una ragazza sincera, a differenza della madre e del padre. Confesserà a Davide che i sensi di colpa per la scomparsa del fratello sono stati così amari che, da un giorno all’altro, non è riuscita più a camminare con le proprie gambe, o forse è un segno che non le è permesso di scappare di casa – come il fratello -, lontana da quella lavanderia, lontana da quel quartiere.

«Ho pigliato la testa piano piano e gli ho infilato un coltello in gola. Il sangue sulla camicia è di Munaciello» – Davide

Davide, seppur figlio di buona famiglia, sembra conoscere solo la via di casa, e allontanarsi da essa ha portato solo guai: la camicia e il coltello macchiato di sangue, forse quello del suo cane, Munaciello.

«Il primo anno è stato una chiavica, un orrore. Ma nu poco a vota aggio aizato a capa» – La madre

Andar via e dar fuoco alla lavanderia è un pensiero che anima anche la madre di Sara, amante del gin tonic e delle partite al bingo del giovedì. È stato immenso il dolore che ha provato dopo la perdita del figlio Max, ma questo non le ha impedito di continuare a lavorare e di occuparsi della figlia. Ha persino cercato di combinare una relazione tra Sara e quello strano ragazzo passato dalla serranda, solo per poterle dare una vita migliore.

«Nun simmo chella specie ‘e gente che fa domande. La gente fa quello che può pe tirà annanze» – Il padre

Il padre di Sara è un uomo particolarmente legato al suo lavoro e alla sua famiglia, preferisce starsene ad aggiustare le lavatrici anziché assistere ai clienti. È anche lui molto legato a sua figlia Sara e farebbe l’impossibile per renderla felice, anche a costo di farla maritare con un presunto criminale, ma di cui ciò che conta è la sua estrazione sociale.

«Me ne jèsse mo stesso all’aereoporto sulo io e ‘a borza. ‘A borza chiéna ‘e denare» – Giuseppe Gaudino

Il Commissario, un tipo particolarmente esaltato, da sempre infatuato della piccola Sara, e particolarmente fanatico della palestra, come se fosse l’unico modo per scacciare via i pensieri. Tutto ciò che vorrebbe è vedere quel borsone – che si porta sempre dietro – pieno di soldi, e allora sì che non ci penserebbe due volte a chiudere entrambi gli occhi sul caso che vede coinvolto la lavanderia e Davide, principale sospettato.

Le luci e la scenografia

I cambi di scena non avvengono con il sipario chiuso, ma tutto accade nella totale presenza del pubblico. Come in un film, le immagini scorrono accompagnate in sottofondo dalla musica, e a rendere ancora più viva la scena ci sono gli effetti delle luci.
Luci calde ed alternate per dare la dinamicità del tempo che scorre, dalla notte al giorno, come un timelapse, mentre sul palco appare un tavolo e delle sedie dove i protagonisti, tra una chiacchiera ed un’altra, consumeranno la colazione. Luci fredde e stroboscopiche per rallentare il tempo, mentre nell’officina della lavanderia il padre di Sara prende a botte Davide.

Bufale  e liùne, un vortice di sentimenti 

Bufale e liùne è capace di trasportare lo spettatore sul palco, tra gli attori – anche se per un attimo ci si dimentica che lo siano -, e ti fa sentire parte di quella famiglia di lavandai.
Fa ridere, per qualche secondo, ma riporta subito alla realtà – cruda e ingiusta; fa emozionare, portando a galla sentimenti che a volte ci si dimentica di avere. Fa sorridere quando vedi due giovani ragazzi concedersi un tenero bacio, ma anche rabbrividire all’urlo di Sara quando getta per aria i vestiti freschi di lavaggio perché esasperata e stanca; fa commuovere vederla alzarsi dalla sua sedia a rotelle – un po’ come se volesse lasciarsi indietro i sensi di colpa per la scomparsa del fratello – e poi cadere a terra. Bufale e liùne fa capire che niente si lascia andare con facilità, niente si dimentica, e questa famiglia napoletana sembra saperlo troppo bene.

Immagine in evidenza di: Teatro Diana

A proposito di Simona Cimmino

Simona, 24 anni. Nata a Napoli ma vive a Ferrara. Appassionata di lingue orientali, studia coreano e giapponese all'Università degli studi di Napoli l'Orientale. Nella musica, teatro e cinema, cerca sempre di trovare l'innovazione e profondi insegnamenti morali da cui prendere spunto. Nel tempo libero, si dedica al ruolo di traduttrice sulla piattaforma streaming video Viki, che conta un vasto catalogo di film e serie tv asiatiche.

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