Cos’è il femminismo intersezionale, postcoloniale ed ecofemminismo: perché l’oppressione viaggia su più binari

intersezionalità

Le 3 correnti del femminismo contemporaneo in sintesi:

  • Femminismo intersezionale: Dimostra come le diverse forme di discriminazione (genere, etnia, classe sociale, disabilità) non siano separate, ma si incrocino creando esperienze uniche e complesse di svantaggio.
  • Femminismo postcoloniale: Critica la visione eurocentrica del “femminismo bianco”, evidenziando come il colonialismo e l’imperialismo creino dinamiche di oppressione specifiche per le donne del Sud globale.
  • Ecofemminismo: Collega lo sfruttamento del corpo femminile alla distruzione della natura e dei territori, individuandone la radice comune nei sistemi di dominio patriarcali e nell’estrattivismo capitalista.

Il femminismo contemporaneo non può più essere letto attraverso una lente singola. Per comprendere le vere dinamiche di oppressione, è necessario unire tre grandi correnti: l’intersezionalità, il femminismo postcoloniale e l’ecofemminismo. Automatizzare il pensiero su binari separati significa ignorare come sessismo, razzismo, colonialismo e distruzione ambientale siano profondamente interconnessi.

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di femminismo intersezionale, un approccio che ha rivoluzionato il modo di analizzare le discriminazioni. Ma cosa significa esattamente? E perché è così importante unirlo alla visione del femminismo postcoloniale e a quella dell’ecofemminismo per comprendere le disuguaglianze nella società contemporanea? L’intersezionalità ci insegna che le oppressioni non viaggiano su binari separati, ma si incrociano, creando esperienze uniche di svantaggio che colpiscono duramente, in particolar modo, le donne del Sud del mondo e l’ambiente in cui vivono.

Corrente femminista Focus principale Nemico sistemico
Femminismo intersezionale Sovrapposizione di identità (genere, etnia, classe, disabilità) Discriminazioni multiple combinate
Femminismo postcoloniale Decostruzione dell’eurocentrismo e del “salvataggio” bianco Imperialismo, razzismo e patriarcato occidentale
Ecofemminismo Legame tra sfruttamento della donna e della natura Capitalismo estrattivista e dominio di matrice patriarcale

Che cos’è l’intersezionalità: la teoria di Kimberlé Crenshaw

Il termine è stato coniato nel 1989 dalla giurista e attivista statunitense Kimberlé Crenshaw. Analizzando casi legali, Crenshaw notò che le donne nere subivano forme di discriminazione che non potevano essere spiegate considerando solo il sessismo o solo il razzismo. La loro esperienza era specifica, nata dall’intersezione di queste due forme di oppressione.

L’intersezionalità è quindi un quadro analitico per comprendere come diverse identità sociali (genere, etnia, classe, orientamento sessuale, disabilità) si sovrappongano e interagiscano, creando esperienze complesse di discriminazione. La parola chiave è “inclusione”: non si può lottare per i diritti delle donne senza considerare le donne di colore, le donne disabili, le donne transgender o le donne povere.

Un esempio pratico per capire l’intersezionalità

Immaginiamo un incrocio stradale. Le strade rappresentano le diverse forme di discriminazione (sessismo, razzismo, abilismo, omofobia).

  • Una donna bianca può essere colpita da un’auto che viaggia sulla strada del “sessismo”.
  • Un uomo nero può essere colpito da un’auto sulla strada del “razzismo”.
  • Una donna nera si trova al centro dell’incrocio: può essere colpita da entrambe le auto, simultaneamente e da direzioni diverse. L’incidente che subisce è diverso e più complesso di quello degli altri due.

Questo esempio dimostra che le discriminazioni non si sommano semplicemente, ma si combinano creando una nuova forma di svantaggio in un sistema socio-economico definito da molti studiosi come etero-patriarcale, capitalista e post-coloniale.

Le dimensioni della discriminazione: un’analisi intersezionale

Asse di oppressione Descrizione della discriminazione
Genere Discriminazione basata sull’essere donna, persona trans o non binaria (sessismo).
Etnia/Razza Discriminazione basata sull’origine etnica o sul colore della pelle (razzismo).
Classe sociale Discriminazione basata sulla condizione economica e sul background sociale (classismo).
Orientamento sessuale Discriminazione contro persone LGBTQIA+ (omofobia, bifobia).
Disabilità Discriminazione basata sulla presenza di disabilità fisiche o mentali (abilismo).

Il femminismo intersezionale sostiene che non si può combattere il sessismo senza combattere anche il razzismo e il classismo, perché sono tutte parti di un unico sistema di potere.

Femminismo postcoloniale vs femminismo bianco

Al fine di comprendere quanto spesso sia facile diffondere una narrazione unica su un popolo, è utile analizzare come il “femminismo bianco” (occidentale) possa cadere in nocivi stereotipi. Per femminismo postcoloniale si intende un ramo nato negli anni ’80 come reazione al colonialismo e all’imperialismo, sviluppato da teorici che hanno esaminato come le dinamiche imperiali abbiano modellato le minoranze.

Esso volge una durissima critica alla generalizzazione operata dalle femministe bianche, la cui lotta risulta parziale perché assume una visione eurocentrica e non considera le diversità culturali, religiose ed etniche. Il femminismo postcoloniale, pertanto, trascende la concezione occidentale di uguaglianza e si può considerare un sottocampo fondamentale della teoria intersezionale femminista.

I problemi del femminismo bianco e la visione stereotipata

La sociologa indiana Chandra Talpade Mohanty mette in evidenza che la colonizzazione riguarda anche il piano del discorso. Le femministe occidentali tendono spesso a porsi come salvatrici, considerando le donne del Sud globale come un gruppo monolitico, privo di potere e vittima di specifiche tradizioni, giudicando le società non occidentali con standard europei o americani. In questo modo si silenziano le vittime dell’oppressione, producendo l’immagine stereotipata della donna “altra” (es. la donna velata, considerata analfabeta o oppressa a priori), giustificando così una relazione di potere asimmetrica tra l’Occidente e il Terzo Mondo.

Il legame tra femminismo postcoloniale e femminismo nero

Entrambi questi movimenti si battono contro il razzismo sistemico. La teoria intersezionale stessa ha le sue radici nei movimenti antischiavisti: nel XIX secolo, attiviste come Sojourner Truth evidenziavano come l’esperienza di una donna nera schiavizzata fosse diversa da quella di una donna bianca borghese.

Hazel Vivian Carby, professoressa di Studi Afroamericani, evidenzia come spesso il femminismo occidentale si riveli parte del sistema stesso di oppressione ignorando o appropriandosi delle esperienze delle donne nere. Questo sguardo bianco coloniale diventa lampante in ambito medico: pratiche come la mutilazione del corpo (es. la circoncisione femminile) vengono narrate come esclusive dei paesi tradizionalisti, ignorando che esse si diffusero ampiamente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna durante lo sviluppo del capitalismo industriale come mezzo di controllo patriarcale sulle donne, spesso utilizzando schiave nere come cavie per il progresso medico occidentale.

Cos’è l’ecofemminismo e le sue pioniere

Espandendo questa critica allo sfruttamento del corpo e della società, arriviamo all’ambiente. L’ecofemminismo è un movimento che concilia i diritti del femminile con quelli dei territori, partendo dalla consapevolezza che l’oppressione delle donne e lo sfruttamento della natura hanno la medesima origine nei sistemi di dominio patriarcali e capitalisti.

Diverse pensatrici hanno gettato le basi di questo approccio:

  • Carolyn Merchant e Val Plumwood: hanno analizzato il legame simbolico tra donna e Madre Terra, entrambe oggettivate e sfruttate dal pensiero occidentale meccanicistico.
  • Vandana Shiva: filosofa e attivista indiana che ha approfondito il legame tra donne e ambiente nel neocolonialismo, denunciando gli effetti delle monocolture intensive e promuovendo l’agroecologia in difesa delle sementi autoctone contro le multinazionali.
  • Mary Daly e Marilyn Waring: hanno criticato il sistema economico dominante che ignora totalmente il valore del lavoro di cura (femminile) e il valore intrinseco della natura, misurando la ricchezza solo in termini di produzione materiale estrattiva.

Il punto cieco: clima, colonialismo e le donne del Sud globale

Spesso le battaglie ecologiste mainstream ignorano una verità inconfutabile: la crisi climatica non è neutrale rispetto al genere o alla razza. È qui che ecofemminismo, femminismo postcoloniale e intersezionalità convergono definitivamente. Le donne del Sud globale sono sproporzionatamente colpite dai disastri ambientali a causa di strutture di potere coloniali ereditate che limitano il loro accesso alle risorse territoriali e al potere politico.

L’estrattivismo moderno, spesso mascherato da greenwashing o “sviluppo verde” occidentale, continua a sottrarre terre alle popolazioni indigene, dove le donne sono tradizionalmente le custodi della biodiversità e dell’acqua. Imporre soluzioni tecnologiche eurocentriche senza ascoltare le minoranze ripete gli stessi errori dell’imperialismo.

Attivismo ambientale: l’ascolto oltre l’Occidente

Un esempio emblematico dell’impegno moderno è Greta Thunberg. Tuttavia, come sottolineato dai movimenti decoloniali, la visibilità mediatica concessa a figure occidentali non deve mettere in ombra l’attivismo costante e storicamente invisibilizzato delle giovani donne africane o indigene, come l’ugandese Vanessa Nakate, che lottano quotidianamente in prima linea contro la distruzione dei propri ecosistemi. L’ecofemminismo intersezionale invita esattamente a questo: decentrare lo sguardo e amplificare le voci dei margini.

L’ecofemminismo in Italia e Laura Cima

In Italia, l’interesse per l’ecofemminismo si è manifestato con particolare forza dopo il disastro nucleare di Chernobyl nel 1986. Questo evento scosse profondamente l’opinione pubblica e portò alla nascita di numerosi movimenti ambientalisti, in cui le donne hanno avuto un ruolo di primo piano, concentrandosi su inquinamento, gestione dei rifiuti e difesa del paesaggio.

Una figura chiave di questo movimento è stata Laura Cima, politica e ambientalista, prima presidente del gruppo parlamentare dei Verdi a maggioranza femminile. Cima ha promosso una visione inclusiva, incoraggiando un cambiamento di sistema che metta al centro il rispetto per l’ambiente e la giustizia sociale, valorizzando la piena partecipazione delle donne ai processi decisionali.

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Critiche al movimento e consigli di lettura

Nonostante la sua diffusione, la teoria intersezionale e le sue diramazioni sono anche oggetto di critiche. Alcuni sostengono che, frammentando l’esperienza in un numero infinito di identità, si rischi di indebolire la solidarietà dei grandi movimenti di massa. Altri criticano un uso dogmatico che creerebbe una “gerarchia delle oppressioni”. Il dibattito è ancora vivo e complesso, come testimoniato dai lavori della Association for Women’s Rights in Development (AWID).

Per approfondire queste tematiche, ecco alcuni testi fondamentali:

  • Kimberlé Crenshaw, “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex” (1989): l’articolo fondativo del termine.
  • Angela Davis, “Donne, razza e classe”: l’analisi storica perfetta dei legami tra la lotta femminista, quella antirazzista e quella di classe.
  • Bell Hooks, “Elogio del margine”: un’opera che esplora la visione critica vitale di chi vive ai margini della società.
  • Lorenzo Gasparrini, “Perché il femminismo serve anche agli uomini”: saggio che decostruisce il danno del patriarcato sul sesso maschile.
  • Laura Cima e Franca Marcomin, “L’ecofemminismo in Italia: le radici di una rivoluzione necessaria”: pietra miliare sull’attivismo italiano (maggiori info su Laura Cima).

Fonti immagini: Pixabay / Freepik

Articolo aggiornato il: 4 Maggio 2026

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