Intersezionalità: discriminazioni interconnesse

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Nella sociologia e tra gli Studi Culturali tantissimi hanno concentrato le proprie ricerche e le proprie elaborazioni accademiche sulle questioni relative alle discriminazioni. Queste, con l’attivismo in primis, arrivano all’attenzione mediatica e si diffondono tra le discussioni del pubblico. Negli ultimi anni si sente parlare sempre di più di femminismo intersezionale, ovvero di un attivismo femminista che pone le basi dei propri principi nell’intersezionalità. Ma in cosa consiste?

La teoria dell’intersezionalità venne proposta per la prima volta nel 1989 dalla giurista e attivista Kimberlé Crenshaw, la quale credeva nella necessità di trovare un termine capace di unire in un unico concetto tutte le identità discriminate. La parola alla base di tutto è “inclusione”. Inclusione di genere, di etnia, di classe sociale, di orientamento sessuale, di religione, di disabilità si fondono con le teorie post-marxiste e post-coloniali, con l’intenzione di comprendere al meglio le dinamiche delle discriminazioni nel sistema sociale mondiale in cui viviamo.

Intersezionalità è l’intersecazione di diverse identità sociali discriminate. Questo significa che nella società in cui viviamo esistono oppressioni che colpiscono più categorie contemporaneamente. Nessuna dominazione è indipendente, bensì sono tutte legate a dinamiche di un unico sistema. Un individuo può essere vittima, allo stesso tempo, su diversi livelli per diverse caratteristiche della propria identità.

Questo significa che, vivendo in un mondo in cui la dominazione è etero patriarcale, capitalista e di stampo coloniale, le discriminazioni sono di matrice di genere, classe, etnia, religione, sessualità e disabilità. Queste sono tra di loro interconnesse, creando come risultato una diseguaglianza sociale che si muove su un piano fatto di tante dimensioni, quante sono le categorie di discriminazione. Per questo motivo gli studiosi e gli attivisti che adottano questa tipologia di analisi credono che sia necessario studiare le strutture sociali in quanto somma tra genere, sessualità, classe, etnia, religione, disabilità.

La teoria intersezionale è stata di vitale importanza per il femminismo nero, il movimento antischiavista e antirazzista. Con questo concetto è possibile teorizzare e dimostrare che molte categorie sociali non possono essere comprese se si considera una sola delle oppressioni. Nel caso appunto delle donne nere, non ci si poteva ridurre solo alla diseguaglianza di genere, o solo a quella di razza. Era necessario considerare entrambe, accanto alla discriminazione di classe, che molto spesso caratterizzava i gruppi di persone nere. Volendo sovvertire l’ordine, bisogna considerare tutto, altrimenti resta invariato il sistema in cui esistono quelli che Gramsci, intellettuale di grande ispirazione per questi studi, chiama gruppi sociali dominanti e gruppi sociali dominati.

Se volete saperne di più su questo tema, ecco qualche interessante consiglio editoriale che vi aiuterà ad approfondire e vi stimolerà con diversi spunti di riflessione.

  • Il libro di Bell Hooks Elogio del margine;
  • Il libro di Angela Davis Donne, razza e classe;
  • Il libro di Lorenzo Gasparrini Perché il femminismo serve anche agli uomini.

Immagine: Pixabay

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