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Eroica Fenice

Calderòn di Francesco Saponaro

Calderón: Pasolini rivive con Francesco Saponaro al Nuovo

Calderón, una delle opere teatrali di P.P. Pasolini, vede nuova luce e forma nella programmazione del Teatro Nuovo di Napoli, sotto la direzione del regista teatrale Francesco Saponaro e l’ accurata guida in scena dei suoi interpreti: Andrea Renzi, Maria Laila Fernandez, Clio Cipolletta, Francesco Maria Cordella, Luigi Bignone e la partecipazione filmata di Anna Bonaiuto.

La giovane Rosaura, vittima di un turbolento risveglio, sembra aver perso memoria e coscienza di ciò che la sua vita sia stata fino a quel momento, come se avesse vissuto, fino a pochi attimi prima, una vita del tutto diversa. In un lento excursus nella propria esperienza e nella storia dell’umanità, Rosaura ritroverà se stessa e il vero.

“Calderón” di Francesco Saponaro, andarsene piangendo 

Calderón, come ogni altra opera, possiede una data di creazione: 1966
Storicamente parlando, allora, il mondo intero, o quasi, girandosi di spalle, poteva soffermarsi ancora a guardare i resti e le macerie lasciati dalla disastrosa Seconda Guerra Mondiale.
In Italia, più o meno, si stava bene, si era ancora negli anni del Boom Economico e non si sospettava minimamente cosa sarebbe successo sul piano sociale più avanti.
In Cina, il comunismo viveva un’era magica, con Mao Tse-Tung che portava avanti la sua Rivoluzione Culturale.
Tutto sembrava andar per il meglio, il futuro appariva roseo e il quotidiano un vero e proprio sogno ad occhi aperti e nulla poteva apparentemente rompere quella teca di cristallo in cui tutti eravamo avvolti. Poi ci siamo svegliati.
Ma ancor prima di noi, P.P. Pasolini aveva previsto tutto e l’aveva scritto, per far sì che noi, e non lui, non rischiassimo di dimenticare.
I sindacati vincevano le loro lotte col “potere”, quando Pasolini scriveva Calderón e spiegava, raccontava come farebbe un padre ad un’intera nazione come l’idillio, in cui tutti si erano immersi e da cui nessuno sembrava voler uscire, si sarebbe concluso.
Oggi siamo nel 2016, le parole stampate e tramandate di Pasolini sono per alcuni vangelo e per altri le semplici parole di un uomo qualunque.

Non siamo qui per schierarci, siamo qui per dire che Calderón, diretto da Francesco Saponaro, porta tutti noi a vagare per uno “ieri” che ha il sapore e la consistenza dell’ “oggi” e del “domani”, lasciando in bocca quel sapore metallico e nauseante del primo mattino.
Così, mentre gli attori si muovono sul palco, consumando il pasto frugale che è l’esistenza dei personaggi in questione, il senso di sconfitta scivola tra le poltrone comode e si insinua nel cervello passando su per le narici, donando al cervello una parvenza di verità alla quale esso stesso non è pronto.
Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi“, professava Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel suo Gattopardo, e ancora oggi, un tale pensiero, riesce a risuonare nell’anima grazie ad un’eco storica di dimensione infinita.
Poiché se ogni sogno può divenire reale, non è detto che il reale sia pronto per il sogno.