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Eroica Fenice

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Chimera, la favola di Amore e Psiche secondo Livia Bertè

Tuffarsi nella storia del mito sensuale di Amore e Psiche, secondo “Le Metamorfosi” di Apuleio, provoca la stessa sensazione nell’immergersi nei suggestivi meandri di un’ambientazione tufacea come quella del Tunnel Borbonico; i chiaroscuri di uno scenario fatto di cunicoli e sentieri, il buio del sotterraneo e la luce di offuscate candele, un gioco di ombre ingigantite dalla possanza degli dei interpretati dagli attori, sono lo sfondo dello spettacolo Chimera, la favola di Amore e Psiche negli occhi di Dino Campana, per la regia di Livia Bertè e la direzione artistica di Ilaria Vitale, rappresentata alla Galleria Borbonica il 22 Marzo.

La chimera, raffigurata iconograficamente in forma animalesca e grottesca, assume nel significato moderno il senso di qualcosa di irraggiungibile, di utopico, e proprio per questo immaginifico; si può dire che fu anche il simbolo della poesia arcaica e onirica di Dino Campana, il nome di una poesia della sua più famosa raccolta, i “Canti Orfici”, quei canti che Carmelo Bene volle trasportare a teatro, nel suo tipico modo di recitare controcorrente e fuori dagli schemi, con potenza, capovolgimento, apoteosi. Tutti questi elementi sono riportati nell’adattamento di Chimera, che ricongiunge il mito alla contemporaneità.

Tra violino e teatro, Livia Bertè rilegge Amore e Psiche 

Nella prima parte dell’esibizione, perché si tratta di recitazione unita ed interrotta dal suono di un violino (Anna Rita Di Pace) e di un’arpa (Gianluca Rovinello), il palco è in movimento, e ci accompagna attraverso il percorso itinerante del Tunnel, un viadotto sottoterra nato nell’800 ad opera di re Ferdinando II di Borbone come celata via di fuga. Una Venere furibonda, rappresentata da Orentia Marano, è in collera per la bellezza meravigliosa dell’umana Psiche (la stessa Livia Bertè): gelosa per cotanto confronto, decide di inviare suo figlio Eros (Valerio Gargiulo) sulla terra per garantirle un catastrofico futuro; ma lo stesso si innamorerà perdutamente della donna, unendosi a lei e concedendogli ricchezze, travolti da una passione che si consuma solo tra le tenebre.

Nella seconda parte lo spettatore si trova di fronte ad un palcoscenico ricavato dalle forme naturali del sotterraneo, sul quale si esaurisce la tragedia. Infatti le invidiose sorelle di Psiche (Serena Pisa e Gabriella Vitiello), portate nel mondo sovrumano dal dio Zefiro, convincono la giovinetta di essere stata ingannata, persuadendola ad uccidere Amore nel sonno. Scoperto il voltafaccia e tradito, ma non rinunciando alla fedeltà data, il dio chiede aiuto alla madre, che affiderà all’amata una serie di prove per ricongiungersi al marito, tra le quali la discesa negli Inferi. Così dietro il pubblico si inscena lo spazio infuocato del regno dei morti, dove una voce (Paolo Gentile) consiglia Psiche di non cadere in tentazione. La storia prosegue attraverso la rabbia e l’esaltazione delle interpretazioni, aiutate nei momenti salienti dalla musica, che si ingrossa, si allieta, si fa terrore o sorpresa, fino a giungere al culmine della favola, in cui Amore e Psiche sotto gli occhi di Venere e Gabbiano (Giacomo Privitera) giungono a nozze, ottenendo l’immortalità della loro unione.

– Chimera, la favola di Amore e Psiche –