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Eroica Fenice

commissario Ricciardi

Maurizio De Giovanni presenta “Canzoni per il commissario Ricciardi”

Le storie tratte dalla saga del commissario Ricciardi si fanno musica e poesia. Lunedì 17 il debutto al Maschio Angioino. Noi c’eravamo. 

Una Napoli che è malinconia. Una Napoli che ribolle nei guadi dei ricordi frammentari e truci. Una Napoli che spilla vita da ogni centimetro della sua pelle marina. Una Napoli di profumi, sapori, amori e poesia. Una Napoli che mantiene in equilibrio Eros e Thànatos su una bilancia con due pesi similari. Una Napoli che ruggisce di passione e energia, ma è in un costante equilibrio precario su una strapiombo, colmo di dolore  e di morte.

Questo è lo sfondo nella quale Maurizio De Giovanni ha incastonato le sue storie minime, contenute nelle pagine della famosa saga del commissario Ricciardi, narrate sul palcoscenico del Maschio Angioino, lunedì 17 settembre, in un eclettico spettacolo di narrazione e musica, di teatro e spettacolo musicale che si sono fusi, donando un’ alchemica mistura di sensazioni, dove le storie hanno attinto una propria anima dalle note passionali della fisarmonica e della chitarra e si sono scolpite della loro fisionomia emotiva, alternandosi alla poesia della canzone napoletana. Lo scrittore è stato affiancato in scena dalla prorompente e soave voce di Marianita Carfora e dai musicisti Giacomo Piracci e Zac Alderman: l’unione di ciò ha restituito un corale assemblaggio di  pianto, malinconia, poesia, dolore, bellezza nella quale gli spettatori si sono immersi, percependo l’odore della salsedine del mare di Napoli e i suoni brulicanti delle sue strade polverulente, toccando con mano la quotidianità, quella felice e quella straziante, in un modo così profondo che perfino le pietre del mastodontico bastione hanno emesso un lungo gemito.

Commissario Ricciardi, il racconto di storie minime tra Eros e Thanatos

Due voci ad alternarsi sulla scena. Maurizio De Giovanni smembra le sue storie pregne di  pathos in un dialogo con Marianita Canfora, alternandosi in diversi ruoli, allorché  si cala nella storia. Il maestro De Giovanni colpisce diritto al basso ventre dello spettatore, scagliando frammenti di storie che sono dardi avvelenati, di un veleno di cui è pregna la quotidianità,  che è contenuto nella truce storia di un abbandono, di un inganno, di un lutto. Lo scrittore, come  un direttore d’orchestra, coordina i tempi e i modi della narrazione, sbugiarda le illusioni dell’uomo e funge da fulcro alla voce sontuosa, angelica, calda, lussuriosa di Marianita Canfora che, con intermezzi canori presi dalla tradizione della canzone napoletana, sazia le viscere delle storie, colora le parole  di emotività pura, costruisce quel velo magico che cala prepotentemente sullo spettatore, pregno di umide emozioni che passano attraverso le orecchie fino a sciogliersi sulla pelle e contribuire alla magia dell’immedesimazione.

Un persistente filo conduttore lega le vicende delle storie. È la sordida e cruda durezza della realtà a calare prepotentemente nelle vite dei personaggi. Una realtà dolorosa che fuoriesce da qualsiasi tappeto di illusioni, incontenibile come le acque di un fiume in piena, alla quale non ci si può sottrarre. L’amore è il sentimento che attraversa il solco di tutte le storie: amori totalizzanti che hanno ingannato beffardamente i personaggi; amori che hanno coperto la realtà con il velo celestiale di una pura felicità; amori che hanno conferito una corazza di immortalità, amori che hanno sottratto alla vita l’inesorabile corsa del tempo; amori che hanno creato bozzoli di eterna felicità immuni alla morte, ma che si sono rivelati fugaci, precari, cangianti, svelando la loro caduca natura; sono storie di uomini che hanno dovuto scontrarsi con il lezzo della realtà dura e cruda, una realtà che permette di  sognare per poi distruggere  completamente quella felicità di quell’illusione; una dura realtà che è come una doccia di acqua gelida, che sottrae quella pura felicità  come sabbia sul palmo di una mano, calando sulle palpebre dei personaggi il velo della morte.

Tali sono le storie di Peppino, di Vincenzo e del professore che hanno in comune l’agghiacciante realtà della perdita. La perdita è il sentimento della vuotezza, è il distacco di quel pezzo di iceberg del nostro cuore che si ritrova a galleggiare su un lago di morte e disperazione e non ha redenzione dalla vita, nessun riscatto, ma un continuo fluire verso lo scioglimento totale in un animo affranto.

Peppino, guappo del quartiere, viene preso a pugni da una realtà che gli porterà via la moglie che morirà di parto, tradendo quel patto di lealtà, tradendo quel semplice sogno di invecchiare insieme, di non lasciarsi mai nella buona e nella cattiva sorte. Tuttavia, Peppino è lì fermo, agghiacciato, con il riflesso plumbeo della morte che si attorciglia nelle sue pupille, mentre davanti agli occhi gli si presenta la scena del dottore negligente, sporco di sangue di Rosinella e il pianto truce della neo nata bimba a rinvigorire quella tortura della perdita.

La seconda storia è una perdita di un amore giovanile, primordiale, totalizzante. Vincenzo incassa e riceve pugni e lo fa di mestiere, che è anche la sintesi del suo destino. Vincenzo, pugile emigrato in America, ha dovuto incassare dal destino la perdita dell’amata Cettina, da quando è partito oltreoceano. Ma, Vincenzo ha sempre schivato il pericolo dell’usura di un sentimento di amore puro. Lui è partito, ma non se ne è mai andato e lo scoglio è sempre lì, la sua Cettina che è la ragione della sua vita; anzi lui stesso è Cettina, sebbene oramai  sia sposata con un altro e il ricordo di quella sera sulla spiaggia, sulle note di  “serenata senza nome”, scandisce i secondi sella sua esistenza: “tutt’ ‘o turmiento ‘e nu luntano ammore, tutto ll’ammore ‘e nu turmiento antico”.

Infine la perdita più totale, la perdita del corpo e dell’anima, la perdita della propria vita. Questa è la storia del professore che ragazzo nella sua vita non lo è mai stato e, se lo è stato, lo ha dimenticato col tempo. In quella infinita caduta verso il basso, lo specchio dei suoi ricordi si è frantumato. Sta per morire, ma il tempo si dilata, si espande inesorabilmente. la scheggia vitrea della sua memoria, tuttavia non riflette la moglie, i figli. Niente di tutto ciò. In quel frammento vi è disegnato Sisinella, il suo ricordo giovanile, il candore della sua grazie, Sisinella ” dalla pelle di panna e fragola”, malinconica evocazione che è divenuto un felice ricordo puro, come immacolata acqua di fonte.

Infine vi è il sogno, vi è settembre. Tutta la vita necessita di un grande inganno per poterla vivere. I sogni rappresentano questi inganni, evocati dalla brezza fresca di settembre che entra furente dalle imposte, accarezza la pelle e dona sogni inaspettati, tragici, angoscianti, scanditi da un beffardo sorriso di Morfeo.

Questo il motivo per cui il commissario Ricciardi avrebbe voluto sognare Rosa, ma ha sognato sua madre; questo il motivo per cui Enrica ha sognato Rosa; il motivo per cui Livia avrebbe preferito Ricciardi, ma nel sogno gli è comparso un uomo dal volto di falco; anche il motivo per cui Bianca ha sognato Ricciardi, degli occhi verdi che la scrutavano. I sogni evocano bisogni, esigenza di cambiamento, paure, ma i sogni sono anche le illusioni quotidiane, quelle che colorano la nostra esistenza, quelli per cui si compiono scemenze e scelleratezze, quelli che, beffardamente andranno a infrangersi contro il muro della realtà mortale dell’uomo. I sogni  sono evasione e lo sanno bene gli attori che regalano sogni ed evasione nei loro spettacoli. Ma c’è un particolare che non dovrebbe mai sfuggire, cioè la funzione del sipario: ” il sipario che si apre ogni volta, ma che poi inevitabilmente si chiude, tornando a separare il sogno dalla realtà”.