Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Cristiana

Cristiana Minasi e le sue ali ad Officina Teatro

Cristiana Minasi e le sue ali ad Officina Teatro

Eroica Fenice ha conosciuto Cristiana Minasi proprio qui, ad Officina Teatro. Era fine Gennaio del corrente anno, in occasione della messa in scena di “Due passi sono” (qui, la recensione). A distanza di nove mesi incontriamo nuovamente Cristiana, che sempre ad Officina Teatro offrirà agli spettatori campani “Conferenza Tragicheffimera”, Martedì 22 e Mercoledì 23 Settembre, nello speciale scenario del Festival delle Arti(n)contemporanee, giunto alla sua quarta edizione. Cristiana ha accettato di dedicarci il suo tempo, e per questo noi la ringraziamo.

Intervista a Cristiana Minasi

Ciao, Cristiana Minasi, grazie per aver scelto di passare qualche minuto insieme a noi. La vita ci insegna che già stare in piedi, in equilibrio a camminare, in maniera eretta e dignitosa, è difficile. Quanto può esserlo volare?
I bambini sono i più grandi maestri: prima ancora di imparare a camminare e a gattonare sono ottimi aviatori o -meglio detto- poeti visionari capaci con estrema semplicità di rendere indiscutibilmente vero e possibile ciò che non lo è, come volando in margini ultraterreni.
Credo non ci sia niente di più civile e dignitoso che restituire alla società “civilizzata” l’arte del disequilibrio, del dubbio e del conseguente rischio a dispetto d’ogni certezza e categoria dai margini maledettamente definiti, senza respiro e personalità.
Lo spettacolo, proprio argomentando dell’infanzia e del suo “obbligatorio” superamento, racconta di quella linea invisibile tra l’età dell’immaginazione e l’età della maturità, superata la quale sembra ci si debba “ri-trovare” a tutti i costi, incasellati dentro schemi d’identità precostituite e a buon mercato.
Prendendo in prestito l’immagine del Fedro di Platone, l’anima fanciulla perde le ali e precipita in basso afferrandosi, nella caduta, ad un corpo solido (chissà forse il tanto agognato “posto fisso”), pesante e inanimato, al quale conferisce il movimento: questo insieme di anima e corpo è ciò che viene chiamato mortale. La qualità di immortale non può essere illustrata in modo altrettanto preciso, tuttavia ci è ugualmente nota…
La drammaturgia dello spettacolo come in una sorta di “rewind”, intende narrare di un percorso paradossalmente a ritroso, nell’illusione di maturare in una nuova ritrovata infanzia salvifica. In molti, non a caso, raccontano della coincidenza ciclica tra l’infanzia e la vecchiaia, tra il venire alla vita e l’andare verso la morte.

L’arte in che modo ci inganna?
L’arte è lo strumento che disvela l’inganno della realtà. Come i più grandi autori insegnano, l’arte -rielaborando le sovrastrutture del reale- restituisce il più nascosto sentire dell’autore che, se riesce nel suo intento, tocca e colpisce i segreti e le ferite più profonde della comunità, di-svelandole e curandole. La “Conferenza tragicheffimera” è messa in scena della stessa messa in scena sociale. Con lo strumento dell’autoironia si smascherano gli inganni e preconcetti sociali arrivando, per assurdo, a sostenere che “perdere tutto significa ritrovare tutto” con ciò tentando di restituire l’essenza della precarietà e, chissà, della verità.
Partendo dalla crisi economica della società contemporanea, una donna gioca sulla sua identità, riconoscendosi vera attrice e protagonista della propria esistenza solo nel momento in cui prende coscienza del proprio sè, prescindendo da ogni inganno ed orpello. L’ attrice -vittima dell’oggetto troppo pesante e pieno di significati- proprio partendo dal limite in cui si ritrova immersa, si sveste dal ruolo e diviene donna, riconoscendo la sua personale, poco burocratica direzione e ritrovando il suo vero verso. E’ conferenza sul superamento d’ogni “gravità” contemporanea, concetto ingannevole costruito dall’uomo contro l’uomo, pronto ad escludere ogni possibile ascesa. E’ manifesto d’arte, è manifesto di vita, è lezione di volo democratico.

Cristiana, secondo te, quanto il nostro essere umani, il nostro essere mortali e terreni, ci impedisce di vedere – e quindi usare – le nostri ali?
Lo spettacolo parte e si sviluppa sulla professione di fede Kantoriana secondo cui “è dal limite che vien fuori l’opera d’arte”. Come compagnia che del Limite ne è fatta la propria cifra stilistica, riteniamo che solo tramite un confronto sincero con la propria miseria, precarietà e inevitabile mortalità ci si possa avvicinare ai temi dell’arte, dunque del “volo”: la consapevolezza del limite diviene pretesto per il suo superamento.
La presa di coscienza dell’assurdo dell’esistenza e della contingenza non vogliamo scada in una disperazione paralizzante, ma tentiamo di elevarla all’affermazione della vita. Il limite diventa così risorsa propulsiva, atto politico-democratico: mentre le cose sono ciò che sono, l’uomo è ciò che progetta di essere, perennemente in gioco nell’alternativa tra il conquistarsi pienamente ed il perdersi definitivamente, per cui il limite con cui ci confrontiamo diventa soglia, spartiacque tra l’una e l’altra condizione.
In vita ci prepariamo a prender la rincorsa… “stiamo una vita ad aspettare, alla fine per toglierci di mezzo, pur dovranno farci volare”.

Grazie, Cristiana Minasi!

Roberta Magliocca