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Eroica Fenice

Ritratto di donna araba che guarda il mare di Davide Carnevali

Ritratto di donna araba che guarda il mare di Davide Carnevali

Ritratto di donna araba che guarda il mare: culture diverse e popoli che si sfiorano tra amore e odio

Quello di Davide Carnevali, autore di “Ritratto di una donna araba che guarda il mare”, è un testo che ti colpisce dritto sulla bocca dello stomaco come una scarica mortale di mitragliatrice, e ti lascia agonizzante sul bagnasciuga di una spiaggia che costeggia i lembi di qualche città vecchia, una città che esiste soltanto nelle fantasie più allucinate.

“Ritratto di donna araba che guarda il mare”, in scena al Teatro Piccolo Bellini dal 26 al 31 marzo, interpretato da Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù e Giulia Viana,  vincitore nel 2013 del Premio Riccione per il Teatro, e scritto da Davide Carnevali, è un’elegia che si stempera nell’acquerello di un ritratto, un bozzetto che ha le tinte espressionistiche di un tramonto violaceo, e che ritrae il volto di una donna araba che offre il volto e gli occhi all’acqua, nutrice immemore di vita. L’acqua contiene e plasma la parola essenziale, minimale e levigata, come il fluire di un rivolo o di un rigagnolo, e si tramuta poi in onda anomala che si scaglia nelle pupille degli spettatori che osservano questo placido dramma di acqua e di vita.

Ritratto di donna araba che guarda il mare di Davide Carnevali : la parola, essenziale e densa di possibilità

La parola, calibrata e fremente di venature, è il terreno di incontro e scontro tra due culture differenti, tra due storie di vita dai colori tremendamente opposti, eppure combacianti.
Vi è lei, la giovane donna araba, rannicchiata nel suo buio angolo di palcoscenico, vestita di contraddizioni, fragilità e interpretata magistralmente da una Alice Conti composta nella sua ponderata drammaticità, inquieta nel suo caos ben misurato: la donna araba non è solo rannicchiata, ma a tratti si staglia sul palcoscenico, giganteggia e narra la sua storia, come se respirasse da quello stesso mare della città vecchia, quel mare di cui i suoi occhi sono pieni.

C’è poi il suo contraltare maschile, un misterioso straniero, un uomo europeo in viaggio per lavoro e approdato in quel lembo di Nordafrica: dalle sue mani si sprigiona un bozzetto idilliaco ed elegiaco, un taccuino su cui è tratteggiato il volto di ossidiana della donna araba.

Il loro incontro è giocato sul filo dell’alfabeto, che compone parole che costruiscono una geometria dell’incontro, dell’amplesso, dello sfiorarsi e del ritrarsi. La giovane donna lancia la sua porzione di parole dalla sua metà del palco, e le fanno eco le parole di forma uguale e contraria, dell’uomo europeo, insieme creano un accordo dissonante di sinonimi e contrari che si toccano prepotentemente e costruiscono l’integrità della storia.

Geometria delle parole, geometria dell’incontro e geometria della diversità. Geometria e geografia, come la geografia del plastico di una città vecchia formata da pagine sgualcite e ingiallite, che girano vorticosamente e sono accarezzate da una cinepresa, e che fabbricano l’architettura di un locus virtuale, proiettato nell’alterità della mente, che ricrea spazi di ombre, luci e chiaroscuri.

La città vecchia e il mare sono i due protagonisti taciuti eppure urlanti, che nelle loro pance e nei loro gorgogli raccolgono il formichiere di quell’umanità ibrida, meticcia e dolente, che si scontra e crea energie torbide che fanno tremare le viscere dei palazzi e le onde del Mediterraneo.

La ξενία, (xenía), ossia il vincolo di ospitalità che riserva agli stranieri, e di cui troviamo ampia risonanza nell’Odissea e nella cultura classica, in quel lembo arido e brullo di Nordafrica è rispettato nell’opera di Davide Carnevali con la sacralità di una religione: lo straniero, che, in questo caso è l’uomo europeo, in un rovesciamento non banale dei ruoli e che non indulge a pietismi o facili moralismi, è accolto con tutti i crismi dell’ospitalità, accarezzato da parole di amicizia e fratellanza e ristorato dal Mediterraneo, spazio di raccordo tra due mondi apparentemente stridenti.

La gente della città vecchia in Nordafrica cammina lenta, si confonde con gli sconosciuti dei mercati di spezie, indugia nei bazar e annusa l’odore del mare, mentre invece in Europa si corre per lavorare e ci si affanna anche per divertirsi durante la fine della settimana, rendendo anche lo svago un commercio alienante e spersonalizzante. Le differenze volano sul palcoscenico come dei piccoli dardi, trafiggendo la tela di due culture che riescono a trovare però compromessi, aggiustamenti e incontri: l’uomo e la donna araba parlano il loro linguaggio, un linguaggio intermedio e creato dal loro personale legame, un legame senza classificazione, definizione o nomenclatura, che ha soltanto il colore di quel bozzetto ad acquerello stemperato nell’acqua di mare.

Lo spettatore ricostruisce i frammenti di quell’acquerello, usando la bussola della parola scarna e mai lussureggiante, ma anche una parola può tradire, può farsi roboante come il vortice delle onde in tempesta, che invadono il palcoscenico e seguono il ritmo delle urla dei due protagonisti, che non sussurrano più ma sono trascinati dall’andamento della bonaccia e del maremoto. Lui se ne sarebbe andato, lo straniero sarebbe tornato in Europa, e non avrebbe portato la donna araba con sé. L’avrebbe abbandonata, cancellando così quel perimetro di spazio comune condiviso assieme in quei mesi, e polverizzando le illusioni della donna, che credeva che lui l’avrebbe portata a conoscere la sua gente, le sue città e i suoi palazzi.

-“Cosa mi hai fatto uomo? Mi sei mancato! Cosa mi hai fatto, uomo?” – Urla la donna araba, non riuscendo a spiegare quel maleficio nero da fattucchiere che l’uomo europeo le aveva spalmato sul cuore, e che la teneva vincolata a lui, in un incantesimo di magia nera e che le riduceva l’animo a brandelli. Scalmanata come una baccante, la donna araba vede l’uomo amato sparire nei flutti.

E qui lo scontro tra culture si fa aspro, si nutre di fraintendimenti, che portano i due fratelli della donna (uno interpretato da Giacomo Ferraù, e il fratellino minore, interpretato da Giulia Viana) a macchinare un’offesa ai danni di quello straniero, e non tenendo minimamente conto della volontà della donna araba, che mai avrebbe voluto arrecare del male a quell’uomo. Lo scontro mortale, che non risparmia nessuna delle due culture e che celebra i rintocchi funebri delle due polarità del Mediterraneo, è l’epilogo di questo dramma di acqua, acquerelli, tramonti e spezie.  Niente, non  è successo niente.

Lo spettatore è rassicurato, mentre dall’altra parte di quella città vecchia, una donna araba continuerà sempre a riempirsi gli occhi di mare e a immaginare la carta del taccuino di uno straniero.

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