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Ego di Maria Avolio, al Teatro Ateneo | Recensione

Ego di Maria Avolio, al Teatro Ateneo | Recensione

La stagione 2025/2026 del Teatro Ateneo prosegue con Ego di Maria Avolio, in scena il 22 e il 23 novembre.

Che cos’è un’identità? In un mondo come quello attuale, in cui tutti appaiono, in cui si ostenta sui social ma anche proprio nella vita reale, in cui sembra che sia diventato molto labile il confine tra la vita vera e quella artefatta da dietro uno schermo, è possibile essere? Partendo da queste domande, ritorna protagonista l’Associazione Culturale IANUS sul palcoscenico del Teatro Ateneo con Ego di Maria Avolio, uno spettacolo che attraverso l’utilizzo delle maschere si muove tra la musica, la danza e la fragilità della parola, ricercando l’essenza, l’autenticità.

Ego di Maria Avolio, al Teatro Ateneo | Recensione
Maria Avolio, Lorenzo Stingone e Francesco Maria Punzo

Ego di Maria Avolio: la danza come espressione dell’essere

Palcoscenico lasciato in penombra, al centro tre corpi (interpretati da Maria Avolio, Lorenzo Stingone e Francesco Maria Punzo) se ne stanno ammassati l’uno sull’altro, con i volti coperti, bisbigliando incomprensibili. Ego di Maria Avolio inizia così, con un’identità lasciata sospesa su una scena fumosa. A mano a mano, i gesti si disarticolano in coreografie più strutturate, gli attori si rivestono di maschere bizzarre e prorompenti, i loro corpi sembrano muoversi come schegge alla ricerca di una libertà. La parola, in questo primo momento, è inframmezzata, ripetitiva, qualcosa che mostra la fragilità dell’identità di quei corpi.

Poi, anche la parola assume una sua struttura e le maschere cadono. Non c’è più bisogno di coprirsi: con luci più accese e invitando anche il pubblico a ballare sul palco, Ego di Maria Avolio festeggia la libertà di essere. E lo fa soprattutto attraverso il linguaggio della danza, la potenza evocativa del gesto, un’espressione corporea libera e viscerale. Ma non solo, perché diventa anche un’azione condivisa, un abbraccio collettivo in cui ogni singolo spettatore si ritrova. Così, si promuove il coraggio di essere davanti a una società di apparenze, si cura quella fragilità autenticamente umana e le si dà luce.

Ego di Maria Avolio, al Teatro Ateneo | Recensione
Maria Avolio

Il teatro come rito di condivisione e catarsi

Ego di Maria Avolio mostra un aspetto rituale del teatro, fatto di condivisione e riconoscimento: disegna l’iter di un’identità che entra frammentata e si ricongiunge con quella propria libertà di essere, di assumere qualsiasi forma voglia. È un ritorno verso sé stessi, un cammino per riappropriarsi dell’identità, non restando rinchiusi nel sé, bensì aprendosi a un mondo di identità, di possibilità di essere. Le maschere, prima indossate e poi rigettate, diventano simbolo catartico di un viaggio interiore sia per gli interpreti che per il pubblico.

E infatti, Ego di Maria Avolio si conclude con un movimento condiviso, una danza comune di identità diverse ma abbracciate le une alle altre nella loro unicità. Chiamando anche la platea a partecipare, lo spettacolo diventa una festa, un inno al ritrovarsi e abbracciarsi senza il bisogno di coprirsi dietro maschere ostentate. È in questa esperienza collettiva il punto più autentico: una catarsi che ricorda come l’identità non sia qualcosa da imprigionare in definizioni, bensì è una costruzione in continuo movimento, libera di essere.

Fonte immagini: Ufficio Stampa

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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