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Eroica Fenice

eternapoli di Enrico Ianniello

EterNapoli, monologo a più voci di Enrico Ianniello

EterNapoli, di e con Enrico Ianniello, è in scena al teatro Piccolo Bellini di Napoli dall’8 al 13 dicembre.

Nel suo amplesso di inopia e ferocia, “solo la menzogna è creativa”, solo la menzogna sfalda e ricompone quella che è l’esistenza dello spettacolo EterNapoli. Parola chiave dell’intera rappresentazione – Di questa vita menzognera di Giuseppe Montesano è il romanzo delirante da cui essa è tratta – , la menzogna comanda come burattini la famiglia dei Negromonte, imprenditori napoletani che sfidando le leggi morali dell’uomo, decidono senza alcun impedimento di fare della città un grande spettacolo, un gioco sociale che costringe il cittadino a recitare nel ruolo di se stesso, vendendo la propria vita al miglior offerente e al pubblico universale. Tutto viene distrutto, materialmente ed eticamente, in una Napoli vittima e cantiere perpetuamente in costruzione, per poi essere ricompattata dopo un’atroce mutazione nelle fattezze primordiali di una neapolis, con strade ed anfiteatri in cemento, condannata ad un’eterna realtà ossimorica.

“EterNapoli” di Enrico Ianniello, l’allegoria del nulla

A dare inizio e consistenza a questo folle e anacronistico progetto (i Negromonte così come la vicenda sono di difficile contestualizzazione temporale, in un rapporto serrato tra famiglia ottocentesca ed un fantomatico futuro prossimo) è il dandy Cardano, colui che fa dell’inutile e del momentaneo la propria parola d’ordine, che considera morti di fame e derelitti coloro che costruiscono, con i propri sforzi e soprattutto con l’amore, la loro condizione sociale. E poi ci sono Ferdinando, Bianca e tutta la famiglia dei Negromonte, a partire dal pater familias, dal quale emerge in maniera più evidente tutta l’atrocità e tutta la violenza dell’umanità, che certo è raffigurata nel microcosmo dei Negromonte, ma che è riflesso e metafora dell’intera crudeltà umana. Spietatezza, sete di arricchimento e cibo sembra essere il trittico fondamentale della famiglia, che si evidenzia con maggiore sfrontatezza nelle scene del pranzo pasquale e del cenone natalizio, in cui lo strabordare famelico delle pietanze è il simbolo non solo della potenza lussuriosa e libertina della cattiveria umana, ma anche necessità impellente di volerne sempre di più, come un eterno albero della cuccagna, senza fine. È proprio durante uno di questi banchetti, simili ad un banchetto di corte, che Andrea, l’unico che decide di ribellarsi a tale meschinità, si appella a quell’angolo nascosto della sua anima e confessa di non sentirsi più appartenere a quel sangue, nobile solo di facciata, marcio fin dalle radici.

Andrea rifiuta EterNapoli e ne smaschera gli attori, ma ne esce vincitore solo apparentemente: anch’egli ormai succube completamente della sporcizia che deriva dal tenere quel nome, finirà per perdersi definitivamente e cedere al vuoto che ricopre la sua stessa stirpe.

Con il solo strumento di una sedia e di qualche accessorio che aiuta ad identificare ogni ruolo, divertente, istrionica e amaramente ironica è l’interpretazione di Enrico Ianniello, che in solo attore rivela la capacità di saper racchiudere l’infinita gamma di personaggi di EterNapoli, dove la crudeltà pareggia con la rassegnazione.

Ilaria Casertano

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