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Eroica Fenice

Filippo Giardina: la satira non parla di attualità | Intervista

Filippo Giardina: la satira non parla di attualità | Intervista

Filippo Giardina torna sul palco con FORMICHE, il suo nuovo live completamente inedito. 24 le date già pubblicate per la prima parte del tour che riparte da Caserta e arriva fino al Teatro Brancaccio di Roma.

Il tour è organizzato e promosso da The Comedy Club, la nuova casa della stand up comedy italiana dove convivono appassionati, comici e aspiranti tali.

Questa giovane realtà è nata a Napoli con l’obiettivo di diffondere la comicità stand up in tutto il paese attraverso eventi live e produzioni video con i migliori comici d’Italia.

Filippo Giardina, uno dei maggiori pionieri della stand up comedy italiana, ha deciso di affidarsi proprio a The Comedy Club per la promozione online di Lo ha già detto Gesù e per il tour del suo nono monologo satirico FORMICHE.

Del nuovo spettacolo live, del precedente pubblicato su Youtube e di tante altre cose belle ne ho parlato al telefono con Filippo all’indomani del sold out di FORMICHE a Caserta.

Intervista a Filippo Giardina

Questa sera ti esibirai a Avellino con il tuo nuovo monologo Formiche, come è nato?

Il processo di creazione è sempre lo stesso. Per un anno, mi prendo appunti perché devo risolvere l’idea “che cosa cavolo ho da dire?” e poi, una volta che ho sistemato tutte le cose che mi interesserebbe dire, inizia il lungo processo di scrittura che termina due o tre mesi dopo che ho debuttato con lo spettacolo. Quindi si aggiungono sette-otto mesi in più, per questo io faccio uno spettacolo ogni due anni.

Formiche è uno spettacolo più politico rispetto agli altri ed è uno spettacolo di cui vado molto orgoglioso. È molto più satirico, ma non come quella satira che viene fatta in Italia, quella basata sullo sberleffo che io chiamo “Travagliate”.

La vera satira dovrebbe parlare di temi e raramente di attualità politica. Anzi non dovrebbe mai parlare di attualità, l’attualità è il commento spicciolo e banale, da troppi anni la satira è stata appiattita e abbruttita sull’attualità.

Di quali temi dovrebbe riappropriarsi?

La satira dovrebbe riappropriarsi dei temi etici: la satira parla di etica, sempre. Ti mette di fronte a una cosa e ti chiede se sei d’accordo o meno su quella sulla quale stai ridendo. Non deve lanciare strali. Ti faccio un esempio.

Vent’anni fa, prima di Internet, molti comici italiani se usciva la legge finanziaria se la studiavano e ti dicevano: «Guarda, ti dicono questo, ma in realtà è qualcos’altro». Questa cosa non aveva senso nemmeno prima, però, permetteva che lo ‘spettatore medio’, disinteressato alla politica, potesse venire a sapere qualcosa. Oggi, qualsiasi proposta politica dopo cinque minuti ha almeno quindici articoli che dicono tutti il contrario degli altri, perché c’è questa dittatura del presente: ogni giorno bisogna scrivere, ogni giorno bisogna commentare e giustamente le persone non capiscono più niente.

Io credo che qualsiasi cittadino debba porsi dubbi etici. Se io dovessi andare a capire come si risolve il problema dell’Ilva, io, in qualità di comico, a che titolo ne parlo? Ma che ne so delle acciaierie, delle dinamiche economiche a livello mondiale… Ne parlassero i giornalisti! Oggi però – vedi Scanzi, vedi Travaglio – i giornalisti vanno a teatro e i comici come Crozza parlano di politica. Si dovrebbe parlare di ciò che si può sapere, bisognerebbe dare un contributo al dibattito, non abbassarlo. La satira è sempre stata un genere nobile, letterario ed alto ma da vent’anni a questa parte è in crisi.

Riallacciandoci al tema del presente, come hai accolto l’approdo dei comedian italiani, Saverio Raimondo, Edoardo Ferrario e Francesco De Carlo, su Netflix?

Credo sia una cosa positiva che siano arrivati su Netflix degli stand up comedian e non Brignano, Siani o qualche altro comico della vecchia generazione. Diciamo che la stand up su Netflix ci è arrivata sempre un po’ ‘all’italiana’. Nel senso, non è che ci siano stati degli ‘scout di Netflix’ che sono andati in giro a cercare comici italiani. Si sono appoggiati alla prima agenzia che hanno trovato e quindi adesso hanno un solo canale aperto con la stand up comedy italiana.

Però bene, comunque. La stand up sta crescendo moltissimo, a prescindere da tutto il sistema produttivo, i giovani dai 18 ai 30 anni non credo guardino altra comicità in Italia. È un po’ come è successo col rap, ci sono voluti un po’ di anni ma alla fine, quasi inevitabilmente, ha disintegrato la musica tradizionale. Ed è quello che piano piano succederà in Italia anche con la stand up dopo che è già successo in tutto il mondo.

Tu non sei su Netflix, però hai trasmesso in diretta su YouTube il tuo spettacolo “Lo ha già detto Gesù”, perché hai preso questa decisione?

Quando è stato proposto anche il mio spettacolo hanno risposto che sono vecchio, che parlo di temi che non interessano a nessuno e che la vera stand up deve parlare di Tinder. Allora, visto che io faccio questo lavoro da quasi vent’anni e non ho mai amato piangermi addosso, ho detto vabbè, ormai ci sono mille canali per farti vedere e mi sono detto proviamo a fare questa cosa. Un tentativo per provare ad essere un po’ più originale e indipendente nel modo di comunicare. Io mi ispiro molto ai rapper proprio per quel concetto di autoproduzione. La ‘patente’ ormai non te la deve dare più nessuno: se tu hai un prodotto che la gente apprezza, ci può essere qualsiasi mafia del mondo, si possono mettere in mezzo tutti, ma saranno armi spuntate.

Poi mi sono arrivate delle richieste per acquistare lo spettacolo ma erano offerte che non m’avrebbero cambiato la vita, quindi ho preferito metterlo gratis su YouTube, per allargare il pubblico anche per il tour successivo. I soldi ormai non si fanno da nessuna parte se non con lo sbigliettamento: cioè gente che paga per venirti a vedere.

Come è andato lo spettacolo a livello di visualizzazioni?

In un mese siamo già oltre le 165.000 visualizzazioni per uno spettacolo di un’ora e mezza, senza un euro di pubblicità. Sono stracontento, è un risultato al di fuori delle mie più rosee aspettative.

Mentre a proposito di giovani, tu, anche a Napoli, hai fatto dei workshop. In cosa consistono?

Tutte le manifestazioni artistiche necessitano di uno studio, di una preparazione, di almeno un confronto con quelli che c’erano prima di te. Quindi io con i miei workshop cerco di far capire che cos’è questo mestiere. Io in due giorni cerco di trasmettergli un metodo, ovvero come si lavora ad un monologo dicendogli ovviamente che non è che dopo questi due giorni saranno comici. Se gli piace e sono appassionati, si devono impegnare per anni, perché è molto democratica la comicità si impara facendola. Oggi invece il meccanismo è: vado all’open mic, metto la foto del microfono su Instagram e così mi sento parte di un qualcosa…

Ma non è così.

Ma perché è proprio un mestiere. Non puoi dire di essere fabbro prima di aver martellato per almeno un anno il ferro… No! La cosa che vedo nelle nuove generazioni è che non c’è il pudore. Io ho visto tantissimi open-mic perché mi piace andare a vedere in giro se c’è qualche giovane antagonista figo. Ho visto gente andare malissimo e anche giustamente -tutti siamo andati male all’inizio- ma la cosa che mi ha colpito molto è che non si sentivano umiliati.

Io quando andavo male- ed è capitato per tantissime volte- sono sempre uscito dispiaciuto. Se tu vuoi fare una cosa di questo tipo, ci devi tenere tu per primo. Invece oggi tutti vanno male ma scendono sorridenti. Alcuni open-mic in Italia sembrano quei tea-party tra signore di sessanta/settanta anni, un po’ borghesi, che vanno a prendersi il thé per il piacere di scambiare due chiacchiere, di sentirsi parte di un qualcosa. Questo mi dispiace, per questo quando posso faccio i workshop.

Questo è comunque un momento storico in cui sta esplodendo questa cosa della stand up. A Roma già siamo in tre a fare il Teatro Brancaccio, uno dei più prestigiosi. Però, tutto il mondo dell’intrattenimento è gestito da persone anziane che si tengono strette il loro potere. Ma ci sono comunque tantissime opportunità, quando ho cominciato io veramente se volevi parlare di certe tematiche… non c’erano proprio palchi. Forse oggi ce ne sono pure troppi ma tendenzialmente è positivo perché si vede un rinnovamento: si vedono omosessuali, lesbiche, persone di colore, portatori di handicap. Finalmente la comicità sta tornando a raccontare il mondo reale. Per vent’anni abbiamo vissuto sotto una campana di vetro in cui o c’erano i luoghi comuni di Zelig e Colorado, o c’era la chiamiamola la presunta satira anti-berlusconiana, ma non si raccontava mai il mondo reale. C’è una trasformazione culturale in atto che, come sempre in Italia, ci mette sempre un pochino in più di tempo.

Ritornando agli aspiranti comedian, magari alcuni non hanno la consapevolezza che un comico ha l’obiettivo di far ridere e non deve limitarsi soltanto a salire sul palco.

Da una parte quello che dici tu, ma dall’altra c’è una cosa ancora più grave. Alcuni di loro salgono sul palco senza aver preparato qualcosa che faccia ridere loro. La base della comicità è molto semplice, io a casa penso a qualcosa e dico “A me fa ridere!”. Poi è fondamentale il confronto col pubblico per vedere se fa ridere qualcun altro. Ma spesso e volentieri loro non sanno se gli fa ridere. Non si interrogano su quale sia il loro senso dell’umorismo, non cercano quello che fa ridere loro. Questo è alla base del percorso che molti che frequentano gli open-mic non hanno proprio incominciato.

Che esercizi fai fare a questi workshop quindi?

Io faccio proprio un workshop pratico. Secondo me uno che scrive monologhi comici è sceneggiatore, regista e attore di se stesso, quindi io gli isolo le parti. Prima provo a fargli scrivere qualcosa, poi provo a farli mettere in piedi e poi provo a farli giudicare quello che hanno fatto, partendo dall’autoironia. Se tu non sai prendere in giro te stesso, non potrai mai far ridere gli altri, quindi cerco sempre di iniziarli all’autoironia. Arrivano tutti che vogliono fare i pezzi eccessivi, esagerati, volgarissimi, ma nessuno che si prenda un po’ per il culo. Bisogna capire che dietro ogni comico c’è un Fantozzi, perché tendenzialmente le persone felici vivono, non passano la vita ad escogitare trucchetti per far ridere sconosciuti.

È sempre stato un po’ da sfigato il lavoro di comico. Invece adesso vogliono fare i comici facendo i fighi, non è questa la comicità. Io per esempio sul palco ho una maschera molto aggressiva, ma se vai a leggere, ti racconto delle mie disgrazie, c’è tutta la disperazione di un uomo di mezz’età che non sa manco come si fa a vivere.

Ritornando alla diretta streaming di Lo ha già detto Gesù, hai scritto su Facebook che lo spettacolo è stato visto prettamente da uomini, pensi che la tua comicità venga fraintesa e disprezzata dalle donne?

Io faccio una comicità molto eccessiva, da sempre, e tendenzialmente mi piace prendermela con tutte le categorie, più sono discriminate più mi diverte. Le donne – ovviamente in linea generale, “Le donne” detto così non significa niente – fanno più fatica a prendersi in giro tendenzialmente. Io, credendo profondamente nella parità dei sessi, credo che sia un problema culturale. Loro hanno più difficoltà a trovare lavoro o ad essere ascoltate, perché siamo intrisi da una cultura maschilista. Questa cultura maschilista- che è assolutamente colpa nostra- ha fatto sì che abbiano poca familiarità con l’autoironia. Questo specialmente nel passato, adesso le cose per fortuna stanno cambiando. La cultura maschilista ha insegnato alle donne che devono essere sempre precise, sempre perfettine, sempre al loro posto, sempre misurate, un pupazzetto in pratica. E adesso capita che certe lotte femministe facciano terra bruciata di tutto ciò che dicono e fanno gli uomini.

Tutti i miei eccessi sono finalizzati a un messaggio positivo. Perché le donne devono essere sempre belle? Per colpa degli uomini? In principio sicuramente sì, ma poi c’è anche la loro responsabilità nel prendersi tanto sul serio su cose che non hanno senso.

Io ci perdo tantissimo tempo a scrivere sulle donne. È da sempre un tema che mi appassiona molto e quindi cerco sempre di parlarne perché penso che ci siano ancora oggettivamente dei problemi nel raggiungere l’uguaglianza di genere. Ci rimango molto male quando vengo giudicato male dalle donne, quando giudicano male me, giudicano male uno dei pochi uomini che veramente si interroga sul rapporto tra uomini e donne.
Per esempio, ho 43 ore di filmati da montare per un documentario sul mondo femminile in cui ho intervistato 63 donne.

Quando uscirà questo documentario?

In realtà l’ho finito di girare un anno fa. Ho fatto già sette versioni della puntata pilota e adesso ho pensato che ne devo fare un’ottava perché ci tengo che il montaggio finale restituisca il vero senso del progetto. È una docu-serie che si chiamerà “Corso di recupero per uomini che non hanno mai ascoltato le donne”.

Cosa ti ha colpito di più di tutte queste interviste che hai fatto?

Le intervistate erano 63, dai 18 agli 86 anni. Omosessuali, eterosessuali, bianche, nere, italiane, straniere… Ho cercato tramite una ragazza, che mi ha dato veramente una mano, di mettere insieme tante donne diverse. La cosa che mi ha colpito di più è che è un altro mondo. Siamo tutt’altro che uguali e ho visto il piacere di raccontarsi, cosa che secondo me hanno pochi uomini. Ho visto anche quanto sia sfaccettato il mondo femminile.

Io penso che comunque l’uguaglianza di genere andrebbe creata e ricercata su un tipo di cultura nuovo, altrimenti un rischio potrebbe essere quello di ricercare quest’uguaglianza attraverso l’omologazione delle donne ai modelli maschili della cultura maschilista.

Guarda io penso che l’uguaglianza esiste, non si deve creare. La società dovrebbe sforzarsi a promuovere i diritti di tutti, poi bisognerebbe imparare a capire quali sono le differenze e come dialogare, questo si può fare attraverso la cultura. Ma oggi, chi fa cultura? Se penso agli anni ’70, alle campagne per il divorzio, per l’aborto, a tutte queste grandi conquiste… adesso è un po’ morta la cultura. Il problema è far rinascere la cultura, far rinascere gli scontri, le liti, ma non del tipo “Tu sei uomo, stai zitto!” oppure “Tu sei donna, non capisci niente!”. Oggi il dibattito politico-culturale è molto più indietro rispetto alla società. Quando ho la fortuna di parlare con i diciottenni che mi vengono a vedere, i diciottenni di oggi sono persone più belle. Non ci sono razzisti perché sono cresciuti in classi miste, l’omosessualità è molto più sdoganata. Purtroppo, però, i giovani non vengono fatti parlare, non sono ascoltati. Ci sono ancora questi vecchi senatori che tengono le fila di tutto. Se uno guardasse il mondo del rap e della trap si accorgerebbe di quanta ricchezza c’è, perché ribolle qualcosa.

Fonte immagine: https://www.facebook.com/pg/filippogiardinaofficial/photos/?tab=album&album_id=467881233585191&ref=page_internal

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