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Eroica Fenice

Jezabel

La prima di Jezabel al Teatro Mercadante

Nel 75esimo anniversario della liberazione di Auschwitz, simbolo del genocidio nazista del XX secolo, al Teatro Mercadante va in scena fino a domenica 16 febbraio, lo spettacolo Jezabel, tratto dall’omonimo romanzo di Irène Némirovsky pubblicato nel 1936, sei anni prima della morte ad Auschwitz. Jezabel, la cui versione cartacea è uscita postuma in Italia nel 2007, è un crudele e umanissimo ritratto di una donna ossessionata dall’età che avanza. La regia della pièce è di Paolo Valerio con Elena Ghiaurov nel ruolo della protagonista

A ridosso del debutto in prima nazionale a Cormòns del 31 gennaio scorso, su produzione dei teatri Stabile di Napoli e Verona, quella trasposta sul palco del Mercadante è la prima messinscena teatrale dell’opera della scrittrice ucraina morta nel 1942, trentanovenne, nel campo di concentramento di Auschwitz dove era stata deportata in quanto ebrea.

La vicenda di “Jezabel” inizia nell’aula di tribunale in cui la protagonista è sul banco degli imputati accusata dell’omicidio del suo giovane amante ventenne. Viene così ripercorsa, tramite l’utilizzo di flussi di coscienza dei vari protagonisti e salti temporali, la storia tormentata e romantica di una sessantenne ancora molto bella che ha vissuto più matrimoni, che ha superato il lutto della morte della figlia ma che non ce la fa ad accettare il dramma per lei più grande: quello d’invecchiare.

Un’angoscia, quella dell’età che avanza, che prima o poi tocca a tutti, ma che attraverso la storia della protagonista assume una nuova veste. Temi insomma universali, ma che nei tempi che corrono, sempre più incentrati sul culto dell’immagine e della perfezione, diventano ancora più centrali rispetto agli anni in cui il romanzo fu scritto e pensato.

Jezabel è una donna sudamericana, bella, attraente, adorata da ogni uomo, corteggiatissima, non può non sedurre. Elegante, ricchissima, mai volgare, naturalmente generosa. Da quando diciottenne appare per la prima volta a una festa danzante, fino alla fine, non smette mai di ballare. Proprio quello del ballo è uno dei temi ricorrenti della trasposizione teatrale. La danza presente sia come catarsi della protagonista, un atto di difesa rispetto alle paure ricorrenti che rischiano di far crollare il suo castello kafkiano di certezze, che come elemento portante della recitazione, permettendo ai personaggi di spostarsi da un luogo all’altro sulla scena.

«Jezabeldice il regista Paolo Valerioè un romanzo crudele, umano e sublime. Il sentimento di smarrimento che ci attraversa, leggendo Irène Némirovsky, è l’immagine da cui sono partito per il progetto di regia. Una miriade di personaggi che entrano ed escono dalla vita di Jezabel – le donne amiche ma rivali, gli uomini, mariti e amanti, la figlia risoluta, il ricordo di una madre assente ed egoista – con Elena Ghiaurov che incarna un’eroina tragica, antica e contemporanea. Una scena che racconta oggetti che oscillano nell’incessante scorrere del tempo.

E per ogni persona o cosa, l’ineluttabile paura della perdita. L’istante, come il piacere, non si può fermare. E come il teatro è evanescente, impalpabile, così Jezabel scivola nella sua vita, da un amore all’altro, nel disperato tentativo di fermare il destino. In realtà, la passione e il sangue guidano la nostra protagonista nell’abisso dei suoi desideri. Lo scontro è con tutti, contro tutti e contro sé stessa. E quel che rimaneconclude il registaè una disperata solitudine, simile alla pace del cuore di una musica che si dissolve in lontananza».

E così nell’ora e cinquanta minuti di durata dello spettacolo prendono vite le paure ancestrali che attanagliano ciascuno di noi al pensiero del tempo che passa e dell’età che avanza, attraverso il corpo e i sentimenti della bella Jezabel e dei vari personaggi che la accompagnano nel suo cammino di redenzione. Il corpo attoriale, in perenne bilico tra il rischio di una resa banale ed il rischio di overacting, alla fine supera con pieno merito la difficile prova.

Le angosce della protagonista e delle persone che la circondano emergono con forza, non solo trascendendo il tempo e lo spazio, ma anche con precisi riferimenti al periodo storico della vicenda, con la prima guerra mondiale a farla da padrone. Emerge così una critica profonda, più che alla vita intensa e sregolata della protagonista, all’ambiente edonista e maschilista di cui si circonda. Un mondo seducente che finisce per trascinarla nel baratro fatto di molte ombre e poche luci.

La scenografia apparentemente molto semplice del regista Valerio conferisce dignità ed eleganza alla scena. I vari oggetti sui quali i personaggi si poggiano o che utilizzano nella vicenda sono sospesi in aria, per poi essere appoggiati delicatamente sul palco al momento dell’utilizzo. Lo spettatore è costretto così ad immaginare i vari luoghi della vicenda, grazie anche un sottofondo fatto di luci e suoni che dona alla rappresentazione un’atmosfera fiabesca e senza tempo.

Con la regia di Paolo Valerio e nell’adattamento di Francesco Niccolini, ne è protagonista, nel ruolo di Jezabel, Elena Ghiaurov, con Roberto Petruzzelli (presidente della giuria / Mark Forbes), Leonardo De Colle (conte Aldo Monti / Claude-Patrice Beauchamp), Francesca Botti (Flora Adèle Larivière / Carmen Gonzalès), Sara Drago (Jeannine Percier / Lily Ferrer / Thérèse Beauchamp), Giulia Odetto (Marie-Thérèse / Eugénie), Jozef Gjura (Constantin Slotis / Olivier Beauchamp / Bernard Martin) e Sabrina Reale al piano.

Lo spettacolo si avvale dei movimenti di scena di Monica Codena, delle scene di Antonio Panzuto, dei costumi di Luigi Perego, della consulenza luci di Luigi Saccomandi e delle musiche di Antonio Di Pofi.

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