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Eroica Fenice

lello arena miseria e nobiltà

Lello Arena in Miseria e nobiltà al Teatro S. Ferdinando

Dal 20 dicembre al 5 gennaio 2020 Lello Arena e Luciano Melchiorre portano nello storico Teatro S. Ferdinando di Napoli, tempio della commedia napoletana, una pietra miliare della drammaturgia non soltanto napoletana ma nazionale: Miseria e nobiltà, la brillante commedia di Eduardo Scarpetta del 1887 che ha avuto tra i suoi interpreti il figlio Eduardo De Filippo, Totò e Sophia Loren (nella nota trasposizione cinematografica del 1954), e che brilla di una nuova luce nell’attualissimo adattamento di Lello Arena (qui nel ruolo della maschera Felice Sciosciammocca) e Luciano Melchiorre, ad ennesima conferma che ci si trova davanti ad un vero classico: un’opera senza tempo che, non importa quanto tempo passi dalla sua stesura, ma non smette mai di dire ciò che ha da dire e che, nella rielaborazione in chiave moderna e dai toni più cupi di Lello Arena e Luciano Melchiorre, lo fa in maniera egregia, coinvolgente e convincente.

Miseria e nobiltà, di e con Lello Arena: due facce della stessa medaglia

Pasquale, Concetta, Luisella, Pupella, Felice. In uno scenario buio e minimale, dove i personaggi si muovono a fatica e lentamente si trascinano, costretti letteralmente dalle gabbie della miseria, lontani dagli interni patinati dell’alta borghesia, i relitti della società s’interrogano sulla possibilità di mettere a tavola un piatto caldo, cercando qualcosa, qualsiasi cosa, da impegnare, stretti in una convivenza forzata in uno scantinato senza luce né aria, tra umidità, rifiuti, fame e rancori. Rancori che esplodono adesso come micce perché, se “in questa casa si mangia pane e veleno“, come fa notare Felice a Pasquale “adesso è finito pure il veleno“. Quanto al pane, naturalmente era già finito da un pezzo. Come procurarselo?
L’insperata soluzione giunge dal nobile Eugenio, il rampollo di una ricca famiglia di marchesi che si è innamorato della bella e frivola Gemma, prima ballerina al S. Carlo, sposa impresentabile in famiglia, tanto più se si considera che Gemma è figlia di quello che, lungi dall’avere gli illustri natali che ci si augura per il suocero del marchesino, a Napoli verrebbe chiamato un “pezzente arricchito”, un cuoco diventato straordinariamente ricco grazie ad una lauta eredità.
Eugenio chiederà così alle due famiglie di fingersi i suoi nobili parenti per accompagnarlo a casa del cuoco per chiedere Gemma in sposa ed ottenere così il consenso che dalla sua vera famiglia certamente non otterrebbe.
La casa del cuoco costituisce una tentazione troppo forte per chi, come Felice, ammette candidamente che, più che la giovane Gemma, sposerebbe il cuoco, perché l’amore passa, ma la fame resta; e così l’improbabile nobile famiglia, agghindata in abiti dal gusto decisamente dark ma dalla foggia elegante, dagli abissi sale risale superficie, dalla miseria alla nobiltà – notevole ed emblematica, a questo proposito, la scelta scenografica di porre il cupo scantinato-gabbia al di sotto della chiara, ampia e luminosa sala da pranzo del cuoco, in una complessa architettura scenica volta a sottolineare il rapporto tra l’estetica della scena ed il messaggio che essa vuol trasmettere, e che rende questa anticonvenzionale trasposizione godibile per gli occhi tanto quanto per lo spirito, divertito dalla storia, ammaliato dalla performance degli attori in scena e colpito dall’attualità di quanto viene proposto: in un mondo dove povertà e ricchezza, miseria e nobiltà, sono speculari ed esistono l’una solo perché esiste l’altra, Miseria e nobiltà è un satirico affresco di una società in cui tutti, ricchi e poveri, inseguendo il guadagno facile e vivendo nella legge della sopraffazione, si trascinano di miseria in miseria.
Una miseria morale, tipica dell’uomo amorale, ossessionato dal possesso dei beni e degli altri fino al perdere ogni contatto i valori fondamentali dell’umanità.

Foto: Federica di Benedetto in Teatro Stabile Napoli

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