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Eroica Fenice

L'isola degli invertiti, l'olocausto bianco in scena al Tram

L’isola degli invertiti, l’olocausto bianco in scena al Tram

Recensione dello spettacolo L’isola degli invertiti di Antonio Mocciola, regia di Marco Prato.

Hannah Arendt riguardo Eichman scrisse che il male è banale a differenza del bene perché viene perpetrato con incoscienza, in uno status nella di non ragione, componente e virtù cardine dell’essere umano. La storia però, a distanza di mezzo secolo, continua a darle torto. Tutti gli olocausti e i genocidi che fino ad ora hanno scandito la nostra presenza sulla Terra non sono che una sconcertante quanto sistematica applicazione della ragione. Una ragione talmente cieca da isolare ogni componente empatica e farsi sostenitrice dell’eliminazione totale del diverso. Che sia il colore della pelle, la religione o l’etnia non importa, tutto il dissimile è marcio e va estirpato. Questa barbara concezione ha trovato nel fascismo e nel nazismo terreno fertile. Un terreno grondo del sangue e delle ossa di milioni di anime innocenti, morti perché colpevoli di non essere ariani, cattolici, normodotati, bianchi, gay. Sí, gay, perché moltissimi omosessuali furono trucidati o rinchiusi in carcere in quegli anni. Di questa parentesi troppo a lungo dimenticata ce ne ha parlato la settimana scorsa L’isola degli invertiti, spettacolo di Antonio Mocciola, messo in scena da Marco Prato al Tram con Giovanni Esposito, Bruno Petrosino, Andrea Russo.

L’isola degli invertiti, quando c’era lui…

1939 – 1945
L’omosessualità in questi anni è considerata una pericolosa malattia e chiunque ne sia portatore deve essere allontanato, messo in quarantena, lontano dalla vista altrui.
Per questo, struttura come quella dell’Isola di San Domino delle Tremiti vengono convertite a carcere LGBT. E in due celle attigue troviamo Modesto e Vito, personalità e storie antitetiche le loro, accomunate dal triste destino di essere nati con quella “terribile malattia”, proprio “quando al comando c’era Lui”. A mandarli lì, lo spietato Molina, che ha una valenza simbolica molto profonda nell’economia della vicenda. Il commissario esegue con sadismo gli ordini del Duce, pur essendo egli stesso, alla fine, un “pedestre”. La sua incoscienza è spaventosa, così come la sofferenza e la vergogna a cui sottopone i suoi simili.

Lo spettacolo, che prosegue il filone di una stagione in cui il Tram cerca di dare voce a che non ne ha avuta abbastanza (vedi recensione de “Il maestro più alto del mondo“), gode di una scrittura d’impatto. Mocciola non ha quindi solo il merito di aver riportato a galla, insieme al prof Magistris, una pagina che altrimenti sarebbe stata perduta per sempre ma ha saputo darle corpo, ha saputo raccontarla, coadiuvato da una regia pulita, perfettamente funzionale al testo e un cast in gran sintonia. L’isola degli invertiti è un ottimo esempio di teatro sociale, una recita che senza virtuosismi punta ai significati e ai significanti, con un pizzico di speranza che tanto male poi non fa. Nelle battute, finali, infatti si intravede la possibilità che l’amore possa sconfiggere, alla fine, il male, banale o ragionato che sia. È veramente così?

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