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Eroica Fenice

Maria Paiato debutta al Bellini: Madre Courage e i suoi figli

Maria Paiato debutta al Bellini: Madre Courage e i suoi figli

Il dramma Madre Courage e i suoi figli è uno dei capolavori di Bertolt Brecht, scritto alla vigilia della Seconda guerra mondiale. È in questo quadro che Paolo Coletta proietta Maria Paiato nei panni di Madre Courage in una versione del capolavoro brechtiano sul palco del Teatro Bellini di Napoli, in scena fino al 24 novembre.

L’opera porta in scena le vicende verificatesi tra il 1624 ed il 1636 nel corso della Guerra dei Trent’anni, il conflitto fra Cattolici e Protestanti nel Sacro Romano Impero che fornì alle potenze europee il pretesto per una lotta che segnò la fine dell’egemonia asburgica in Germania, la sconfitta della Controriforma e provocò ingenti perdite demografiche e grave decadenza economica in particolar modo in Germania.

La protagonista è Anna Fierling, madre di tre figli e commerciante di vettovaglie per gli eserciti, soprannominata Madre Courage per aver sfidato le cannonate di una battaglia per vendere cinquanta pagnotte ammuffite. Madre Courage si sforza di proteggere i suoi figli dalla guerra grazie alla quale lei stessa vive e guadagna, ma li perde inesorabilmente uno dopo l’altro. Gli affari vengono prima di tutto. Né la morte dei figli Schweizerkas ed Eilif, né quella della figlia muta Katrin faranno infatti desistere la madre dai suoi commerci e dalle sue infelici peregrinazioni.

La tragicità di Madre Courage è tutta rinchiusa in una fatale contraddizione: la vivandiera perde i figli in un conflitto da lei stessa caldeggiato e la cui fine non può augurarsi se non vuole la propria rovina economica, perché “la guerra è il momento migliore per i commerci”

Madre Courage e il ritratto dell’umanità

Brecht, ebreo tedesco esiliato dalla Germania nazista e vissuto tra le due grandi guerre del Novecento, compone l’unica opera possibile sulla guerra: ambienta la sua storia in uno scontro seicentesco tra cattolici e protestanti, rendendo allegorica la paura del presente che si sta trasformando sotto i suoi occhi, anticipando così una profetica guerra che diventerà la più sanguinosa e disumana di sempre. Affida il suo viaggio nel tempo a questa figura mai perfettamente chiara, Courage, indefinita tra il bene e il male: da un lato madre che cerca di difendere i propri figli a ogni costo dalla guerra che vuole portarli via, dall’altro commerciante sensibile soltanto alla moneta che la farà vivere, perché tra cattolici e protestanti, dice, preferisce i “pagani”, quelli che pagano.

Lo spazio scenico vive in un doppio piano: quello reale dell’azione e quello deformato dallo specchio di fondale, posto in obliquo come a schiacciare la scena. Al centro dello specchio c’è, come un pozzo verso l’alto, un buco da cui forse arriva quella voce fuori campo, con la quale verso la fine la splendida Maria Paiato accenna a un dialogo, forse la voce di un Dio immutabile e discreto, che vede gli uomini fare la guerra che «solo mette ordine».

Ma quale madre oggi somiglia alla Courage? Il regista Paolo Coletta sceglie di evidenziare la vicenda senza eccessivi riferimenti contemporanei, lasciando allo spettatore di seguire la propria indagine, sottilmente simbolica, che da una guerra esprima tutte le guerre.

“Madre Courage e i suoi figli” è un’opera definitiva sulle guerre di tutti i tempi, che ci rimanda all’idea dell’apocalisse: Maria Paiato si muove in un mondo che già non c’è più nel quale, però, i riti sociali (il conflitto, il potere, il commercio) rimangono e si rinnovano. In un tempo distopico, dove l’essere umano è capace di abituarsi addirittura alla sua stessa fine, Madre Courage non ha né fede religiosa né politica: unico suo credo è la sopravvivenza. È l’emblema della donna che ha imparato dalla vita ad essere più forte della vita stessa e dei suoi pericoli, un animale costantemente impegnato nella strenua difesa della propria tana.

Ma della guerra, intesa come conflitto di uomini contro i propri simili, la donna non sa nulla e non ne capisce le ragioni e, come il popolo oppresso, è incapace di comprendere le catastrofi di cui è sempre vittima.
Ma che senso ha parlare di una guerra europea, di religione, ambientata nel centro dell’Europa, oggi che l’Europa vive il periodo più lungo di pace che le sia mai stato concesso di godere? La guerra oggi è un oggetto alieno, avulso dalla nostra quotidianità, bandito nel ricordo da una realtà pacificata, insieme agli scherani che si tira dietro: la fame, la carestia, l’immoralità, le morti senza senso. Se non fosse che la guerra l’abbiamo dietro l’angolo, e lo sappiamo, per quanto giriamo la testa, per quanto la infiliamo sotto la sabbia e cambiamo canale.
Si sa che quel che succede in tempo di guerra non vale in tempo di pace. Quel che in guerra è consentito, la borsanera, il saccheggio, lo stupro, la violenza senza colpa, in pace non si può più.

Forse era questo che mandava ai matti Brecht, e gli ha fatto scegliere di raccontare la storia di questa Donna Amalia eduardiana senz’altra causa che la propria. La necessità affina l’ingegno, e Madre Courage col suo carro, col suo smistamento clandestino di camicie e cibo, grappa con cui tentare i soldati il giorno di paga, di ingegno ne ha tanto. Ma il problema di quando si diventa troppo abili a sopravvivere è che poi ci si scorda del motivo per cui si vive. E Madre Courage, distratta, troppo intenta a far fronte a tre bocche da sfamare, confonde il mezzo con il fine, e il fine, i suoi tre figli e la loro felicità finisce per essere subordinato al mezzo: il carro. Questo grande carro invisibile, sempre celato, motore primo di tutte le umane vicende, alle cui stanghe sono imbrigliati i destini di questa carovana umana: la robba, l’accumulo, il surplus. Cambiano i tempi, cambiano i termini, ma resta sempre lo stesso male. Si vis bellum, para pacem.

Sono affascinanti i personaggi di Brecht perché sono autentici e contraddittori. Come noi. Per Courage non ci sono soluzioni salomoniche e Maria Paiato è molto brava nel trasmetterci la paradossale natura d’una madre che è buona ma dura con i figli, una durezza destinata a straripare. Perché la morale, e qui sta la modernità del testo di Brecht, non ha natura interstiziale, non vive in compartimenti stagni in cui confinarla.

Le colpe delle madri, l’accettazione dell’amoralità ferale della guerra e dell’economia cinica, ricadono sui figli, svezzati nelle gavette, e chi s’ingrassa nelle retrovie poi deve pagare il conto al furiere. E allora noi crediamo all’affetto filiale di Anna Fierling, truffatrice e vagabonda, siamo mossi a commozione quando deve fingere di non riconoscere il corpo del figlio morto e d’altra parte, nemmeno ci stupiamo quando questa ‘Pietà michelangiolesca’ mancata gioca al ribasso contrattando la pelle di quello stesso figlio. Il suo personaggio ha finito col diventare proverbiale dell’attaccamento quasi morboso d’una madre per i suoi figli, dello sfibrarsi d’ogni freno inibitore della morale, della mancanza di scrupoli.

Anche Madre Courage combatte la sua guerra, una guerra contro se stessa, contro quella parte di sé, quel demone interiore che sprona al possesso, al guadagno, a collocarsi in una posizione di superiorità rispetto agli altri. È lo spirito weberiano dell’etica capitalistica dei calvinisti. Sul palco Maria Paiato si ripete che tutto quanto fa lo fa per i figli: per non farli andare in guerra, per far trovare un marito alla figlia, muta, l’afasica spalla, Katrin, la bravissima Ludovica D’Auria che regala corpo e viso al suo personaggio, incarnazione dell’ultimo scampolo d’umana, non a caso, figlia del trauma che ha in spregio la guerra che dà loro il pane.

Paolo Coletta tuttavia sceglie di stemperare la tragicità della storia con una resa che sa essere anche esile, fatua a tratti, volgendo al riso, sempre amaro, interrompendo l’azione con canzoni dal vivo, come fosse una specie di triste cabaret.

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