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Eroica Fenice

Food

Ohana Pokè Napoli: sentirsi a casa alle Hawaii

Pesce crudo fresco di qualità, riso, verdure, frutta, tutto in una bowl dai colori freschi e vivaci. Ohana Pokè è il nuovo piccolo locale nel cuore del Vomero dove sperimentare la migliore cucina hawaiana e gustare ciotole coloratissime e freschissime pokè da comporre a seconda dei gusti personali o già pre-composte. Un piatto leggero, fresco e poco calorico, che nella lingua hawaiana significa “tagliare a pezzi” e si riferisce all’ingrediente principale:  il pesce, che è quasi sempre crudo.  Il pokè combina riso (riso jasmime, riso venere, riso da sushi ) con vegetali e cubetti di pesce crudo o cotto (salmone crudo speziato, tonno crudo speziato, ricciola cruda, gamberi, pescato del giorno alla piastra), salse, semi, spezie, frutta secca e topping vari. Ohana Pokè nasce dal sogno di due fratelli, Fabrizio e Flavia Loprete , giovani ristoratori, con già molti anni di esperienza nel campo della ristorazione nazionale e internazionale. ai quali Lilo e Stitch hanno insegnato che  * OHANA SIGNIFICA FAMIGLIA *. «Ohana significa famiglia, e nella famiglia nessuno rimane indietro»– dice Fabrizio Loprete «Significa sentirsi a casa e prendersi cura dell’altro. Il nostro obiettivo è quello di far gustare la spensieratezza e la serenità dell’estate, i profumi e i sapori tropicali tutto l’anno, allargando sempre di più la nostra famiglia. Abbiamo pensato proprio a tutto all’interno di Ohana Pokè, dall’offerta culinaria tipica giappo-hawaiana, all’arredamento curato in dettaglio nei suoi infiniti colori, per far sentire i nostri clienti alle Hawaii, ma nel pieno del quartiere Vomero».   Ohana Pokè: le Hawaii a Napoli Il pokè è la nuova tendenza culinaria approdata a Napoli e proveniente dalle isole Hawaii.  Si tratta di un’insalata coloratissima da comporre a seconda dei gusti personali. Il piatto, nato dalla fusione della cucina giapponese con quella hawaiana, deriva dalla tradizione dei pescatori delle isole Hawaii, che erano soliti preparare la pietanza con gli scarti del loro pescato e mangiarlo come spuntino. La base del piatto è, invece, il riso, sushi o integrale, oppure la quinoa, la misticanza, gli spaghetti di riso o l’insalata mista, cui viene aggiunto salmone, tonno, gamberi (scottati, al vapore o, quasi sempre, crudi). Il condimento prevede, in diverse combinazioni, salsa di soia, olio di sesamo, lime, latte di cocco, ecc. con aggiunta di spezie. La ciotola viene, infine, completata con un topping di wakame, edamame, avocado, ecc.  Ohana Pokè è un locale, intimo e accogliente, che mixa la tradizione culinaria hawaiana con quella campana e giapponese. Propone una cucina fusion, che spazia dalle poke bowls tradizionali a bowls rivisitate rivisitati in chiave napoletana (Riso sushi, cozze di Bacoli, datterino giallo, zucchine, tarallo sbriciolato), passando per i rolls fino alle sweet bowl. Il sogno della cucina Hawaiana: Fabrizio Loprete si racconta «Ho iniziato nel campo della ristorazione quando ero molto piccolo e nel giro di qualche anno a Milano sono riuscito nella gestione di diversi ristoranti. La mia passione per la cucina orientale ha avuto inizio quando ho iniziato a viaggiare molto e ho avuto modo di conoscerla a fondo. Ho amato tanto, […]

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Napoli e Dintorni

Taddrarite di Luana Rondinelli al Napoli Teatro Festival

“Taddrarite” di Luana Rondinelli, spettacolo vincitore del Premio Afrodite, è andato in scena al Napoli Teatro Festival 2020 il 7 luglio. Magistralmente scritto e diretto da Luana Rondinelli “Taddrarite” (Pipistelli) racconta di tre sorelle siciliane: Maria (Giovanna Mangiù), Rosa (Silvia Bello) e Franca (Luana Rondinelli) che, come da antica tradizione e vestite di nero, rendono omaggio al defunto marito di Maria (la più giovane delle tre) nell’ultima notte prima della sepoltura. Davanti alla bara del marito di Maria le tre sorelle trasformano il classico momento di veglia e preghiera in una occasione per confessare quanto la loro vita coniugale sia stata difficile e dura. Maria, Rosa e Franca hanno infatti sposato uomini violenti e lavativi e sono diventate madri di tre belle bambine e per amore delle figlie hanno taciuto all’esterno sulle percosse fisiche e sulla violenze psicologiche subite. Le tre sorelle sono diverse tra loro, ma oggi si ritrovano unite dal desiderio di lasciarsi alle spalle un passato di dolore e violenza. Le tre protagoniste trovano il coraggio di parlare, attraverso l’ironia, una sorta di “umorismo nero”. Maria, la più giovane, sogna una vita diversa, Franca ha avuto la forza di divorziare e si è risposata desiderando la bella vita, Rosa è invece la più riflessiva e posata. Sul palco le tre donne raccontano quindi, tra una preghiera ed un occhio al vicinato, le loro esperienze e la loro solitudine. L’amore le ha solo illuse, hanno avuto sofferenza, sottomissione e la gioia di tre figlie femmine, mentre dai loro uomini solo delusione, percosse e pochezza di sentimenti. Loro, però, non si sono rassegnate e la notte della veglia funebre è l’occasione per ricominciare una nuova vita, come donne e madri. Passata la lunga notte l’anima del defunto, secondo tradizione, ha finalmente lasciato la casa e adesso le tre sorelle non dovranno più nascondersi avendo ritrovato la voglia di reagire e combattere. L’anima di Carmelo, il marito di Rosa, è già andata via, adesso bisogna sbarrare porte e finestre per evitare che possa tornargli in mente di rientrare. Luana Rondinelli: una storia di riscatto nel profondo Sud La pièce, in circa 50 minuti, ci parla di una Sicilia divisa e combattuta tra tradizione e modernità dove la donna siciliana, cuore della famiglia, spesso diventa luogo e persona dove far confluire tutte le problematiche, le frustrazioni del marito. La regia di Luana Rondinelli è semplice, scorrevole ed essenziale, l’interpretazione delle tre protagoniste è asciutta e vera, regalando al pubblico intensità ed emozioni, grazie anche alla passionalità e la musicalità del dialetto siciliano, raffigurando – in modo crudo, reale e con l’ironia sicula – la problematica della violenza sulle donne nell’universo siciliano attuale. Lo spettacolo non ha cedimenti ed anzi mantiene un crescente ritmo, coinvolgendo il pubblico che, alla fine, tributa calorosi applausi alle tre protagoniste. Una drammaturgia, un testo, quello di Luana Rondinelli, che restituisce la luce, la verità a tre donne, che oscura e sconfigge il silenzio e l’omertà e che – attraverso l’arma della leggerezza e dell’ironia – ridicolizza […]

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Food

Villa Soglia: il nuovo format di Giuseppe Maglione e Bifulco

Villa Soglia, Macelleria Bifulco e Daniele Gourmet – Giuseppe Maglione sono le tre eccellenze riconosciute sul panorama della ristorazione che si sono unite per nuovo concept ambizioso in cui convivono le anime di tre imprenditori illuminati e di tre province: Salerno, Napoli e Avellino. Tre brand affermati che hanno deciso di radunare le forze per rilanciare la lussuosa residenza di Castel San Giorgio con un format che coniuga sperimentazioni di gusto, contaminazioni culturali e materie prime prelibate in un contesto onirico di rara bellezza. «Crediamo fortemente che l’unione delle forze in questo momento particolare possa arricchirci reciprocamente e rilanciare l’economia – esordisce Nobile Soglia, titolare di Villa Soglia – Per questo in una fase alquanto delicata ho deciso di investire in un progetto che coinvolge partners con un riconosciuto livello di eccellenza come Daniele Gourmet – Giuseppe Maglione e Bifulco Carni». A Villa Soglia la pizza di Giuseppe Maglione Dolcemente avvolti dalla magnificenza della natura, giovedì 2 luglio il romantico giardino di Villa Soglia, nata come abitazione dell’ultimo Principe di Salerno Ferrante Sanseverino e oggi un vero locus amoenus, ha accolto la stampa per la presentazione di questo nuovo format. Tre sono stati i menu degustazione previsti e curati da Bifulco Macelleria, punto di riferimento per carni certificate e ottimamente frollate, e da Giuseppe Maglione, titolare e pizza chef di Daniele Gourmet, presente con la sua brigata ‘in Villa’ per coordinare ogni dettaglio con dovizia di particolari. «È vero, può sembrare audace portare la pizza, storicamente un alimento povero, in una location così lussuosa, – spiega Giuseppe Maglione – ma ho sempre creduto nella pizza anche come strumento di mobilità sociale, di convivialità, di incontro tra ceti e culture, il risultato di un vero e proprio processo sociale di cui il pizzaiolo e il consumatore sono parte». Soglia, Bifulco, Daniele Gourmet è una triade già ben consolidata che basa la propria collaborazione su qualità e fiducia l’una verso gli altri. Un modo per reagire alla crisi post Covid-19 offrendo sempre il meglio, in totale sicurezza, ad una clientela esigente che non si accontenta del buono, ma in una cena ricerca anche atmosfera, bellezza, arte e cultura. Il nuovo format “In Villa”: il menu Dopo la visita della meravigliosa Villa cinquecentesca, lo staff ci ha accolto con un meraviglioso piatto composto da Crocchè di Patate di Avezzano e di patate violette, arancino con riso Arborio e riso integrale, frittatina napoletana con Mortadella Classica Presidio, Slow Food – Mozzarella panata e Montanara classica. Dopo, ancora come benvenuto, una Caponata di Tonno Manzetta dei Laghi con Pomodorini confit rossi&gialli e acciughe di Cetara. Abbiamo continuato con una carrellata di pizze squisite di Daniele Gourmet – Giuseppe Maglione e Bifulco Carni ci ha presentato un Filetto Manzetta dei Laghi frollatura 30 giorni con olio al fumo e cristalli di sale Maldon e Rib-Eye Angus frollatura 60 giorni ai carboni ardenti. «Insieme a Nobile Soglia e Macelleria Bifulco abbiamo previsto tre percorsi gastronomici – spiega Giuseppe Maglione – due proposte legate al mondo della pizza […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Lampi sulla Scena: Roberto D’Avascio tra Artaud e Kane

Lampi sulla scena, a cura di Roberto D’Avascio per Arci Movie, apre la tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival, la quarta diretta da Ruggero Cappuccio, realizzata con il sostegno della Regione Campania e organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival, guidata da Alessandro Barbano. Mentre a Palazzo Fondi il Festival iniziava nel segno del legame che unisce la drammaturgia catalana alla lingua napoletana e al Real Bosco di Capodimonte nel segno della musica travolgente dei Foja, il Cortile delle carrozze di Palazzo Reale ha ospitato per la sezione Progetti Speciali “Lampi sulla Scena”: due lezioni di storia del teatro a cura di Roberto D’Avascio, docente di Storia del Teatro presso l’Università degli Studi di Salerno e di Letteratura inglese presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Roberto D’Avascio: Da Antonin Artaud a Sarah Kane Un percorso umano tra le vicende personali e artistiche di due figure del mondo drammatico che hanno segnato la scena internazionale del teatro del Novecento: Antonin Artaud e Sarah Kane. Un narratore e un attore dialogano tra loro focalizzandosi sui momenti decisivi per la storia del teatro europeo. Un docente, Roberto D’Avascio, che con metodo didattico, avvolge l’attenzione dello spettatore in un percorso di due vite tormentate da demoni interiori e dal torchio del pregiudizio della società. Una linea rossa lega la crudeltà del teatro di Antonin Artaud alla scena rabbiosa della giovane Sarah Kane. Lampi sulla scena: prima lezione su Antonin Artaud L’appuntamento del 1 luglio è stato dedicato alla complessa personalità di Antonin Artaud, portato sulla scena dall’attore Gianni Sallustro. Colpito già a 4 anni dall’esperienza della meningite, che si vuole considerare la causa dei suoi problemi mentali, vive in maniera tormentata il rapporto fra malattia e sensibilità artistica, topos radicato nella cultura occidentale. Roberto D’Avascio, in solo un’ora e mezza, ci conduce nel contesto storico politico di Artaud, tra il rapporto con Parigi e i Surrealisti, l’internamento, la possessione, il rapporto con le droghe e l’incontro con il teatro balinese nel 1931 in occasione di una Esposizione coloniale, dal quale trasse parecchi spunti per i suo “Teatro della crudeltà”, una forma di teatro, descritta nella sua più importante opera Il teatro e il suo doppio. Per crudeltà non si intende sadismo, o l’attitudine a causare dolore, ma lo stimolo al sacrificio di qualunque elemento non concordante al fine della rappresentazione. Artaud riteneva che il testo avesse finito con l’esercitare una tirannia sullo spettacolo e in sua vece spingeva per un teatro integrale, che comprendesse e mettesse sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce e parola. “Il teatro è prima di tutto rituale e magico“, scriveva Artaud, “non è una rappresentazione. È la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile“. Artaud, conclude Roberto D’Avascio, invecchiò rapidamente, dando seri segni di squilibrio, oppure per tali furono prese le sue stranezze, i suoi dolori e finì in sanatori dove non gli lesinarono elettrochoc, impietosamente. Morì male, di un male terribile, di un cancro al colon, ma fino all’ultimo fu lucido e […]

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Napoli e Dintorni

Needle Scampia e la rigenerazione urbana

In occasione del bando “Creative Living Lab II”, proposto da MIBACT e DGCCRU – Direzione Generale Creatività Contemporanea e Rigenerazione Urbana, insieme all’associazione Jolie Ruge, Banda Baleno e Stella Rossa 2006, è stato presentato il progetto “Needle Scampia”, patrocinato dal Dipartimento di Architettura – Diarc e dal Dipartimento di Scienze Sociali della Federico II. Il progetto consiste nella costruzione di un processo partecipativo di rigenerazione urbana, dall’indagine territoriale fino alla realizzazione in auto-costruzione di opere di architettura leggera: dopo Workshop di Mappatura, Fotografia e Design, con studenti universitari e giovani ragazzi del quartiere, si è indagato il territorio a stretto contatto con gli abitanti del quartiere che hanno avuto l’occasione di scegliere quale area rigenerare e quali funzioni progettare nell’ultima fase di auto-costruzione. «Ci siamo proposti come obbiettivo principale la diffusione di un modello di sviluppo urbano in cui la riappropriazione da parte dei cittadini degli spazi condivisi, il tessuto connettivo di una comunità, rappresenti una prassi alternativa alla vendita del patrimonio pubblico a soggetti privati; consolidare ed implementare la consapevolezza degli abitanti di Scampia verso la valorizzazione, attivazione e gestione del territorio e delle sue risorse, in una visione di policy collettiva e partecipata, di auto-gestione/definizione dello spazio condiviso» – spiega Livia Pacera, membro del  collettivo di Agopuntura urbana Needle Napoli. Needle Scampia: le fasi del progetto Più precisamente il progetto si è articolato in varie fasi. Una prima fase che comprendesse il Workshop di “Indagine con la città”, utile a definire strategie territoriali per valorizzare il paesaggio e gli spazi aggregativi con l’individuazione dei nodi critici dove avviare il processo. Il corso ha visto la partecipazione di studenti di architettura e sociologia della Federico II e l’inclusione di giovani del quartiere di Scampia, tra cui gli alunni del Liceo Elsa Morante. Le attività sono state divise tra momenti di lavoro in aula e tavoli di confronto e raccolta dati con gli abitanti del quartiere e sono state programmate in sinergia con il corso di indagine fotografica (presentato in seguito). Tenendo conto degli usi attuali e potenziali di aree degradate e luoghi sociali si è attuata un’indagine strutturale di diversi spazi aperti interni al quartiere, indagine poi digitalizzata attraverso la trasposizione dei dati in Qgis, il cui esito è visibile nella Mappatura Online. Questa fase è stata seguita dal Workshop “Insieme si Scatta”, che si era preposto gli obbiettivi di aumentare la consapevolezza dei giovani sul territorio e approfondire le attività di Indagine con il territorio. Le lezioni, che si sono tenute presso il Centro Hurtado, hanno visto la partecipazione di un gruppo eterogeneo composto sia da studenti universitari che da giovanissimi abitanti del quartiere. Dopo una prima fase in cui si sono spiegate le basi tecniche della fotografia, si sono tenuti degli incontri con fotografi affermati sul territorio nazionale, per focalizzarsi su come l’Indagine Fotografica possa essere utile a incrementare la documentazione e quindi la consapevolezza del territorio. Le fotografie sono state pubblicate nella mappa online e saranno esposte, integrate ai manufatti auto-costruiti. La fase di indagine si è infine conclusa con l’individuazione […]

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Teatro

Figlie di cagna alla Galleria Toledo: l’esordio alla regia di Enrico Basile

Figlie di cagna, adattamento dal Grande Quaderno de la Trilogia della città di K di Agota Kristof, andato in scena al Teatro Galleria Toledo il 23 e il 24 gennaio, vede l’esordio alla regia di Enrico Basile.  In scena, le giovanissime attrici Greta Esposito e Mariasole Di Maio, per l’adattamento e la drammaturgia di Giovanni Chianelli ed Enrico Basile. Figlie di cagna: la trama Due ragazzine, abbandonate dalla famiglia alla custodia della nonna, donna egoista e crudele, affrontano il dolore, l’abbandono e la fame, imparando ad anestetizzarsi ai drammi e passano gran parte della loro giovinezza disumanizzandosi e imparando a convivere con una realtà mostruosa. All’interno di una routine quotidiana viviamo la loro vita, fatta principalmente di esercizi di sopravvivenza, crudeli ma necessari, e incontri con figure degenerate dalla vita. Molto apprezzate le prove delle due attrici, le giovanissime Greta Esposito e Mariasole Di Maio, che incarnano di volta in volta la coppia di gemelli che la Kristof ha creato con un’unica voce: « I gemelli non possono essere separati » recita il testo e il sottotitolo del lavoro teatrale. Tuttavia, le due figure, che nella prima parte dello spettacolo agiscono in simbiosi, vanno incontro a una dolorosa ma essenziale separazione, metafora della crescita individuale. In campagna con la nonna, vecchia arcigna e micragnosa, sospettata di aver avvelenato il marito, le gemelle sperimentano l’insensibilità e il degrado morale elevati a livello di regola. Risolute a sopravvivere, le ragazze allenano il corpo a sopportare sofferenza e privazioni, autoinfliggendosi torture e digiuno per diventare sempre più forti. Figlie di cagna lascia la guerra sempre fuori-campo, preferendo piuttosto mostrarne gli effetti sugli individui, lasciando ben poco spazio all’ottimismo caro alle anime belle. Tuttavia apre uno squarcio sui dolori della guerra, raccontandoli attraverso lo sguardo ingenuo, ma disincantato, di due sorelle gemelle che si prendono cura l’una dell’altra, talvolta con amore, talvolta con disprezzo. Figlie di cagna è, prima di tutto, questo: una storia di amore tra sorelle, inseparabili. Sole, sul palco, circondate da fogli di carta come controcanto de “Il Grande Quaderno”, su cui le ragazze amano annotare tutto ciò che accade loro durante il poco idilliaco soggiorno campestre, incarnano di volta in volta ogni personaggio di contorno, personaggi che non hanno nome: una nonna, una madre e un padre e poi un parroco, una fantesca. Ciò ne rende ancora più evidente il carattere di fiaba nera: un racconto di formazione che, però, segue regole tutte sue, crudelmente darwiniane e tutt’altro che consolatorie, dove l’ingresso nell’età adulta ha forma d’incubo. Nadia e Diana staccano di volta in volta i fogli de “Il Grande Quaderno”dalle tre pareti che le circondano, si allenano a scrivere ciò che vedono nel mondo, unico spazio in cui continuano a rimanere umane, « unico posto dove non possiamo mentire. Il Grande Quaderno è il posto dove siamo Nadia e Diana ». La Mamma. La Nonna. Esercizio di digiuno. Il furto. E così, una dopo l’altra, vediamo scorrere velocemente tutte le più importanti esperienze di due piccole autodidatte della vita. La disperata […]

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Recensioni

Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde al Bellini

Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde. Tre processi, una condanna. Sul banco degli imputati l’arte e la morale nelle vesti di Oscar Wilde. La travagliata vicenda giudiziaria della penna più brillante dell’età vittoriana, in scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 2 febbraio, può competere in quanto ad appeal con le riproduzioni televisive dei grandi processi dei nostri tempi. Portata in scena da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, che ne curano scene, costumi e regia, la pièce Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde di Moisés Kaufman, con la traduzione di Lucio De Capitani racconta i tre processi che coinvolsero Oscar Wilde nel 1895. Lo spettacolo racconta il dramma dello scrittore messo alla gogna dal conformismo della società vittoriana, che in precedenza lo aveva osannato. Il primo processo fu quello intentato dallo stesso Wilde per diffamazione contro il marchese di Queensberry, padre del suo giovane amico Lord Alfred Douglas, che lo accusava di atteggiarsi a “sodomita”. Ma al processo le parti si ribaltarono: un abile avvocato mise alla berlina l’arte e la personalità di Wilde. Alla fine la denuncia contro Queensbury fu ritirata, ma Wilde fu sottoposto ad altri due processi per sodomia, che si conclusero con la condanna a due anni di carcere e lavori forzati. Al centro della rappresentazione c’è un’aula di tribunale, ma la scrittura di Kaufmann riesce a travalicare i confini di un’appassionante ricostruzione storica e giudiziaria per trasformarsi in un rito teatrale in cui si parla di arte, di libertà, di teatro, di sesso, di passione e in cui si aprono squarci poetici e incursioni commoventi nell’opera dell’autore. Così il processo a Oscar Wilde diventa il processo a qualunque artista proclami con forza l’assoluta anarchia della creazione. Nove interpreti di Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde – Giovanni Franzoni, Riccardo Buffonini, Ciro Masella, Nicola Stravalaci, Giuseppe Lanino, Giusto Cucchiarini, Filippo Quezel, Edoardo Chiabolotti, Ludovico D’Agostino – per tanti ruoli diversi e per le tante voci e testimonianze di una lunga pagina sociologica prima che giudiziaria. Il grande ideale della bellezza e del “Rinascimento inglese” si schiantano contro la morale bigotta e ipocrita di una società inglese in cui il reato di sodomia resterà in vigore fino agli anni Sessanta. La colpa è quell’incomprensibile e inaccettabile “amore che non osa pronunciare il suo nome”, quel sentimento che lega un uomo adulto ad un giovane uomo. Ma non solo. Alla sbarra non c’è solo l’omosessualità – rigorosamente maschile, ché come ha a far notare la sovrana a chi osa replicare alla sua legge “le donne queste cose non le fanno” – c’è anche l’intera concezione artistica dell’artista e il senso stesso dell’arte. Deposizione dopo deposizione, udienza dopo udienza, ad essere scandagliata non è solo la condotta morale di Wilde ma anche l’opera e il pensiero che fino a quel momento lo avevano reso uno degli artisti più mirabili e ammirati dell’Inghilterra. Questo non è il luogo di indagare lo strano problema della vita di Oscar Wilde. La sua maggior colpa era quella di […]

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Food

Imperium: Torre del Greco come capitale italiana del gusto

Nella città del corallo, a pochi passi dal porto apre il lounge bar e bistrot Imperium, il nuovo ristorante nato dall’idea di Anna Villani, Lorenzo Villani e Riccardo Azam. Imperium nasce con l’intento di celebrare l’Italia come l’Impero del Gusto e di rendere Torre del Greco la sua capitale. La città vesuviana è storicamente riconosciuta come un importante punto di riferimento della gastronomia. Inaugurato lo scorso 21 dicembre, Imperium è nato sulle ceneri di Luna Rossa, in via Calastro n. 3. ma è completamente diverso da quest’ultimo per concept ed offerta ristorativa. L’ambiente è di grande eleganza, con quel respiro che hanno le sale dove la cura dei particolari è espressione del gusto dell’accoglienza, con i tavoli alla giusta distanza e la mise en place impeccabile. All’eleganza e alla ricercatezza dei dettagli accuratamente studiati dall’architetto Valentina D’Urzo, affiancata dalla maestria artigianale della decoratrice Rossella Guarino, si aggiunge la raffinatezza dei piatti pensati e preparati dallo chef Vincenzo Langella che vanta un bagaglio ricco di importanti esperienze, tra le quali spicca quella come secondo di Vincenzo Guarino, Executive Chef del ristorante L’Accanto del Grand Hotel Angiolieri di Vico Equense. Imperium, la serata d’apertura alla stampa Sabato 18 gennaio i proprietari del locale hanno aperto le porte di Imperium alla stampa. Giornalisti e food blogger hanno assaggiato alcune prelibatezze, preparate per l’occasione dallo chef, abbinate ad ottimi cocktail. “L’idea di bistrot che abbiamo – ha dichiarato lo chef Langella – è quella di proporre la nostra cucina classica rivisitata con un tocco di oriente e qualche novità di cotture. Presentare qualcosa di nuovo tenendo conto dei gusti di una volta senza andare troppo oltre.” Vincenzo Langella, chef consulente della struttura, non finisce mai di stupire con i suoi piatti capaci di coniugare tecnica, fantasia e gusto, come Via a toccare il cielo con Tartare di manzo e bon bon di bufala al quale è stato abbinato il cocktail Passion Apple (liquore di mele, sciroppo passion fruit, succo di mandarino, succo limone, succo mela verde). Oppure il connubio tra l’antipasto composto da carciofo al timo su crema di patate, lardo di conca e tartufi e il cocktail Unicorno (unicum -disaronno- affumicatura con legno di melo e timo), o ancora lo spaghettone cacio e pepe su guazzetto di frutti di mare e pesto di nocciole di Giffoni, abbinato al cocktail French75 (gin Hendrix, succo limone fresco, sciroppo zucchero, vino bianco). Poi, come secondo, lo stracotto di maiale alla soia e miele con bieta e rucola selvatica che conquisterebbe chiunque e il cocktail in abbinamento è il Dolceamaro (lime, rucola prestata, sciroppo d’agave, zenzero pestato, vodka, ginger ale). Dulcis in fundo, Tiramisù con moijto al caffè e il cocktail Vodkito al caffè (lime a fette, zucchero di canna, menta, vodka, sambuca, liquore al caffè) per chiudere una sosta che dimostra che questa Torre del Greco rappresentata da Lorenzo Villani, Riccardo Azam e Anna Villani è un tricolore che sventola in alto e un’eccellenza che ci fa onore in tutto il mondo. Una cucina decisamente molto […]

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Food

Rossopomodoro Award: i vincitori del contest

Giunge alla fine il contest “Come un giorno a Napoli”, promosso da Rossopomodoro in collaborazione con Mysocialrecipe (primo portale al mondo di certificazione di ricette originali), arrivato quest’anno alla seconda edizione. Il concorso celebra il successo di un’impresa che ha portato nel mondo un mix inimitabile di cucina napoletana, accoglienza partenopea e attenzione al design e che da oltre 20 anni porta Napoli in contesti internazionali. È un punto di riferimento della pizza e cucina napoletana che continua a rinnovare la rete dei suoi ristoranti con un’operazione di restyling avviata con il lancio del nuovo brand concept “come un giorno a Napoli”. «Uno slogan che rappresenta un inno alla continuità di questa lunga storia partenopea – afferma l’AD Roberto Colombo – e che esprime con ancor più forza il nostro desiderio di raccontare Napoli, la sua pizza, la sua cucina, la sua allegria ed accoglienza nel modo più semplice, vero e diretto» Quest’anno la grande novità è  che le categorie in gara sono state tre: infatti la call for entries è stata rivolta a tutti gli chef, i pizzaioli e i baristi di tutti i ristoranti Rossopomodoro del Mondo: da New York all’Islanda, dal Brasile alla Danimarca, da Monaco a Londra e ovviamente dall’Italia, tutti sono chiamati a raccontare, con un piatto, una pizza o un caffè, cosa vuol dire sentirsi “Come un giorno a Napoli”! Questo è lo spazio speciale che viene dedicato ai professionisti che ogni giorno tengono alta la bandiera di Rossopomodoro. La sfida per tutti i partecipanti dell’edizione 2019 del Contest Rossopomodoro Award – “Come un giorno a Napoli” è stata quella di ideare e registrare su Mysocialrecipe.com – la prima piattaforma di deposito ricette – una creazione originale, realizzata a partire dai prodotti a marchio Rossopomodoro – il cui tema è stato ispirato al territorio partenopeo con l’innovazione e la creatività dei partecipanti e varierà per ciascuna delle tre categorie in gara: cucina, pizza, caffè speciale. Anche quest’anno la competizione si è svolta in due fasi: la prima fase via web, dal 10 luglio al 23 settembre 2019, durante la quale i partecipanti hanno dovuto registrare sul sito www.mysocialrecipe.com le proprie ricette. Al termine di questa fase, la giuria composta dal Presidente Luciano Pignataro, giornalista enogastronomico (lucianopiganataro.it), Alberto Lupini (giornalista di Italia a tavola), Dino Piacenti, uomo della Radio, tv e spettacolo e dallo Chef Pasquale Torrente hanno eletto i tre finalisti (per ciascuna categoria) che hanno preso parte alla seconda fase live di tasting, tenutasi da Rossopomodoro sullo splendido lungomare di Napoli il 26 novembre scorso. In quell’occasione si sono sfidati i finalisti del contest, che hanno fatto degustare le loro creazioni per una giuria pop composta sia dai giurati della fase web, sia da personaggi del mondo del food e dello spettacolo, che hanno assaggiato e decretato il vincitore. Al termine della prova, sono stati decretati i vincitori i quali, oltre alla visibilità mediatica, hanno ricevuto una targa e vedranno le loro ricette  inserite nei menu dei ristoranti Rossopomodoro in Italia e all’Estero, menzionando i nomi dei loro creatori. Categoria Pizza: l’impasto classico napoletano […]

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Teatro

Stand Up Comedy Napoli Off al Nana

Stand Up Comedy Napoli Off! Arriva il format tutto napoletano di Stand Up Comedy in versione light nell’accogliente nuova costola del progetto, il Nana ai Quattro Palazzi. La comicità è targata Napoli in questo nuovo spettacolo di Stand Up Comedy con Vincenzo Comunale, Davide DDL, Flavio Verdino, Dylan Selina e, direttamente da Milano, Elisa Benedetta Marinoni, i nuovi talenti della comicità che sabato 23 novembre si sono esibiti senza peli sulla lingua dividendosi il palco con i loro monologhi. Questa volta si è tenuto al Nana- cucina artigiana e contadina, locale che nasce da una continua ricerca di combinazioni di gusto, dalla attenta rivisitazione della tradizionale cucina partenopea, capace di coccolare il palato in maniera elegante. Il posto giusto, insomma, dove poter vivere esperienze culinarie uniche, ricercate e extrasensoriali. Il primo a rompere il ghiaccio è il comedian napoletano Vincenzo Comunale con la sua simpatia disarmante, la naturale capacità di entrare in contatto diretto col pubblico unita alla preparazione artistica che lo caratterizza. Un monologhista comico che cerca di trasformare la sua passione in un vero e proprio mestiere. Il suo mito è Massimo Troisi, e si vede da come si muove. Nonostante qualcuno lo consideri ancora uno dei “talenti emergenti” della comicità all’italiana, in realtà Vincenzo ha già alle sue spalle una carriera di enfant prodige. Napoletano classe ’96 Vincenzo Comunale è tra i più giovani stand up comedian d’Italia. Fa ridere, intrattiene e prepara il pubblico, la parte più difficile di questo mestiere. Inizia a recitare fin da bambino, si cimenta in un’assidua frequentazione di accademie teatrali, laboratori di cabaret e ad esperienze teatrali e televisive (sia su reti locali che nazionali). Nel 2013 e 2014 vince, per due anni consecutivi, il “Premio Massimo Troisi” come miglior attore comico e nel 2014 arriva in finale al festival “BravoGrazie”, il più importante concorso di comici d’Italia. Nel 2016 vince la “Zelig Champions Lab”, il primo campionato comico tra i laboratori Zelig di tutta Italia, con la squadra del lab di Salerno. Nel 2016 corona il suo sogno con il suo esordio a “Zelig”, canale 5 in prima serata, nell’ultima edizione del programma: “Zelig Event”, presentata da Michelle Hunziker e Christian De Sica. Vincenzo Comunale, dopo aver scaldato il pubblico con gag acute ed esilarante lascia il palco ad altri giovani colleghi. Davide DDL padroneggia il palco con molta naturalezza, affronta temi di morte, sesso, discriminazioni di genere. Brillante è la gag sui metodi con cui si accoppiano gli animali, con una particolare attenzione ai panda. Sul palco non ha il flow di Vincenzo, ma parla senza tabù e peli sulla lingua, riuscendo a coinvolgere il pubblico eterogeneo del Nana. Flavio Verdino è il terzo a salire sul palco. Lui è forse quello con meno esperienza, affacciatisi appena un anno fa sulla scena. E un po’, si vede. Il monologo è interessante: parla della sua vita, del rapporto con i genitori e con la fidanzata. A volte “perde un po’ il pubblico”, che a tratti lo interrompe: piace quello che […]

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Recensioni

Maria Paiato debutta al Bellini: Madre Courage e i suoi figli

Il dramma Madre Courage e i suoi figli è uno dei capolavori di Bertolt Brecht, scritto alla vigilia della Seconda guerra mondiale. È in questo quadro che Paolo Coletta proietta Maria Paiato nei panni di Madre Courage in una versione del capolavoro brechtiano sul palco del Teatro Bellini di Napoli, in scena fino al 24 novembre. L’opera porta in scena le vicende verificatesi tra il 1624 ed il 1636 nel corso della Guerra dei Trent’anni, il conflitto fra Cattolici e Protestanti nel Sacro Romano Impero che fornì alle potenze europee il pretesto per una lotta che segnò la fine dell’egemonia asburgica in Germania, la sconfitta della Controriforma e provocò ingenti perdite demografiche e grave decadenza economica in particolar modo in Germania. La protagonista è Anna Fierling, madre di tre figli e commerciante di vettovaglie per gli eserciti, soprannominata Madre Courage per aver sfidato le cannonate di una battaglia per vendere cinquanta pagnotte ammuffite. Madre Courage si sforza di proteggere i suoi figli dalla guerra grazie alla quale lei stessa vive e guadagna, ma li perde inesorabilmente uno dopo l’altro. Gli affari vengono prima di tutto. Né la morte dei figli Schweizerkas ed Eilif, né quella della figlia muta Katrin faranno infatti desistere la madre dai suoi commerci e dalle sue infelici peregrinazioni. La tragicità di Madre Courage è tutta rinchiusa in una fatale contraddizione: la vivandiera perde i figli in un conflitto da lei stessa caldeggiato e la cui fine non può augurarsi se non vuole la propria rovina economica, perché “la guerra è il momento migliore per i commerci” Madre Courage e il ritratto dell’umanità Brecht, ebreo tedesco esiliato dalla Germania nazista e vissuto tra le due grandi guerre del Novecento, compone l’unica opera possibile sulla guerra: ambienta la sua storia in uno scontro seicentesco tra cattolici e protestanti, rendendo allegorica la paura del presente che si sta trasformando sotto i suoi occhi, anticipando così una profetica guerra che diventerà la più sanguinosa e disumana di sempre. Affida il suo viaggio nel tempo a questa figura mai perfettamente chiara, Courage, indefinita tra il bene e il male: da un lato madre che cerca di difendere i propri figli a ogni costo dalla guerra che vuole portarli via, dall’altro commerciante sensibile soltanto alla moneta che la farà vivere, perché tra cattolici e protestanti, dice, preferisce i “pagani”, quelli che pagano. Lo spazio scenico vive in un doppio piano: quello reale dell’azione e quello deformato dallo specchio di fondale, posto in obliquo come a schiacciare la scena. Al centro dello specchio c’è, come un pozzo verso l’alto, un buco da cui forse arriva quella voce fuori campo, con la quale verso la fine la splendida Maria Paiato accenna a un dialogo, forse la voce di un Dio immutabile e discreto, che vede gli uomini fare la guerra che «solo mette ordine». Ma quale madre oggi somiglia alla Courage? Il regista Paolo Coletta sceglie di evidenziare la vicenda senza eccessivi riferimenti contemporanei, lasciando allo spettatore di seguire la propria indagine, sottilmente simbolica, che da una guerra esprima tutte le guerre. […]

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Libri

Lo scarabeo d’oro: Edgar Allan Poe mago del mistero

Lo scarabeo d’oro è una storia d’avventura, un altro dei racconti lunghi di Edgar Allan Poe, riportato in libreria dalla Alessandro Polidoro editore nella collana I Classici. Pubblicato per la prima volta sul settimanale di Filadelfia «Dollar Newspaper» nel 1843,  è uno dei racconti più apprezzati di Edgar Allan Poe che quarant’anni più tardi avrebbe ispirato L’isola del tesoro di Stevenson. Un’avventura raccontata alla maniera di Poe, in cui uno dei protagonisti è il narratore, che vive parzialmente la storia, che introduce l’altro protagonista, William Lagrand, autore del ritrovamento del raro esemplare di scarabeo, da cui l’opera mutua il titolo. Nobile ormai decaduto, William Lagrand vive sull’isola di Sullivan con un vecchio schiavo “negro” di nome Jupiter.  Un giorno trova uno scarabeo di colore oro lucente e lo affida temporaneamente al tenente G. la sera stessa riceve la visita di un vecchio amico (e narratore), e per mostrargli il prezioso ritrovamento, ne improvvisa su un foglio uno schizzo, che, inspiegabilmente, assume la forma inquietante di un teschio. Da qui Legrand sembrerà impazzire, come divorato da un’ossessione, un furore emotivo che rimanda al fanatismo. Ma cos’è Lo scarabeo d’oro? Poe sembra suggerirci che questo insetto sfugga a un’interpretazione banalmente allegorica per diventare elemento misterico puro. Infatti la componente mistero non poteva mancare in un racconto di Edgar Allan Poe, che, con una serie di elementi ci immerge in un’atmosfera precisa, fatta di ipotesi di follia e una caccia al tesoro. Lo scarabeo d’oro: due storie parallele In questo racconto lungo assistiamo a due storie parallele, due grandi sequenze: quella del narratore, l’amico che si trova immischiato in un’avventura suo malgrado, e quella dell’uomo che vive appieno l’avventura, Lagrand, che funge da narratore secondario nel processo di decifrazione di un crittogramma che indica il sito di un tesoro nascosto. Sono i due momenti del mistero: la prima è il mistero nel suo insieme, dall’attimo in cui si propone fino al termine degli eventi, nella seconda viene illustrata la risoluzione: come, cioè, il nostro protagonista è stato capace di venire a capo di quella che sembra più un’ossessione dettata dalla pazzia che un vero enigma. Nella prima parte la carica di mistero è fortissima, proprio perché mancano gli elementi per capire cosa stia succedendo, mentre nella seconda il mistero viene svelato passo passo, con l’ausilio di codici e crittografie. Si passa, insomma, dall’astratto del mistero alla concreta presa della logica. Poe ancora una volta dimostra essere un mago della narrazione ed attraverso questo tipo di narrazione, riesce da una parte a dosare le informazioni della storia attraverso una fitta trafila di dubbi, ripetizioni, intensificate da una paura dell’ignoto, che si rivelerà essere l’unica chiave per vivere questa esperienza misterica e d’altra parte permette al lettore, che – come il narratore – è ignaro di molti elementi necessari alla risoluzione dell’enigma, di immedesimarsi meglio nella situazione del nobile decaduto affetto da “alternarsi di umori” e “attacchi di entusiasmo”, a cui si decide di dare credibilità solo nella seconda parte. Attraverso un intreccio perfettamente combinato in […]

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Eventi/Mostre/Convegni

So’ Vivo di Flavio Ricci vince al Napoli Film Festival 2019

“Com’è bello il mare, le onde mosse dal vento, ma chi sa che rumore fa o’mare”-  così inizia il corto  “So’ Vivo”, vincitore del premio Vesuvio Award e il premio miglior cortometraggio over 13 al Napoli Film Festival 2019. Diretto da Flavio Ricci, il corto, il cui impianto è quasi da docufilm, è ambientato a San Giovanni a Teduccio. Il protagonista, Gennaro è un ragazzo non udente, che, non potendo sentire il rumore del mare, vorrebbe almeno vederlo. Girovaga quindi nella sua scuola incrociando alcune ragazze, prese da discussioni quotidiane, e cerca di farsi dare le indicazioni necessarie per raggiungere il mare. Nessuno riesce a capirlo, tranne Maria, una ragazzina nera, timida, isolata, che fatica anche ugualmente a farsi comprendere dai suoi compagni, e che incredibilmente, aiuta Gennaro a trovare il mare, a trovare una speranza.  Il mare è la bellezza a cui questi ragazzi senza voce anelano, la pace che meriterebbero, il futuro che faticano a sognare.  Gennaro, nella sua isolata purezza, riuscirà a trovare la strada, sfrecciando tra i murales di Jorit e gli angoli degradati di una periferia moribonda e riuscirà a godersi questa bellezza e a gridare nei suoi pensieri: “So’ Vivo!” «E’ un grande onore aver vinto questo premio del Napoli Film Festival. – dice il giovane regista Flavio Ricci – Dedico questi premi ai ragazzi che mi hanno seguito con passione in questo meraviglioso percorso, in particolar modo a Gennaro, che non solo ha saputo essere l’anima del progetto, ma è diventato simbolo del riscatto di una generazione di giovani che può e deve ancora credere nei propri sogni» “So’ Vivo”, è stato premiato dalla giuria perché riesce a mostrare in maniera egregia la spontaneità del vissuto quotidiano di una scuola di provincia, dove l’alterità viene compresa solo da chi mostra interesse e attenzione realmente all’altro al di là del semplice e futile conversare. Il corto, già vincitore al Vesuvio d’Oro Film Fest, è stato prodotto presso l’ISIS Rosario Livatino di Napoli nel corso dell’Anno Scolastico 2018/2019 ed è nato dalla collaborazione fra Flavio Ricci – Associazione Tycho ed il progetto “Amori a San Giovanni a Teduccio” (Piano Nazionale Cinema per la Scuola promosso da MIUR e MIBAC; laboratorio curato da Giovanni Piperno, con il coordinamento di Antonella Di Nocera per Parallelo 41 Produzioni), con il supporto di Maestri Di Strada e la concessione del brano “So’ Vivo” da parte di Andrea Tartaglia. “Una scuola a colori” invece si aggiudica il Premio Diregiovani.it – Giovani Visioni 2019, categoria under 13. Il cortometraggio, diretto da Luca Ciriello, è ambientato in una scuola in cui ciascuna aula ha un colore ed è occupata da un gruppo di bambini. Ogni gruppo ha abitudini diverse e vive il suo mondo come se fosse l’unico, ignorando i componenti degli altri gruppi. Un giorno due bambini di gruppi diversi si incontrano davanti ad un muro ricco di sfumature e la curiosità li porta a scoprire che in realtà sotto ad un colore si nasconde un altro colore.  Il premio è stato attribuito “per la semplicità con cui si […]

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Cinema e Serie tv

Il sindaco del Rione Sanità: Mario Martone omaggia Eduardo

«La legge è fatta bene, sono gli uomini che si mangiano fra di loro… come vi posso dire… ecco: è l’astuzia che si mangia l’ignoranza. Io difendo l’ignoranza» – così ne “Il sindaco del Rione Sanità” Antonio Barracano parla ad Arturo Santaniello, dimostrando di aver ben chiaro il senso della giustizia, della sua giustizia, che non è quella dei tribunali. “Il sindaco del Rione Sanità” di Mario Martone sarà eccezionalmente nelle sale per tre giorni, distribuito da Nexo Digital, il 30 settembre, 1 e 2 ottobre. Il sindaco del Rione Sanità: la città si lega alla periferia Eduardo De Filippo trasportato nella Napoli del 2019, un boss di camorra che nel 1960 era un settantenne con un suo codice etico dalla parte dei più deboli e oggi con Mario Martone diventa un giovane capoquartiere con una villa a San Giovanni a Teduccio, con la stessa convinzione, tuttavia, di fare il bene del popolo, quelli che non hanno “santi in Paradiso”. L’idea di riproporre in una chiave contemporanea il testo di Eduardo del 1960 nasce nel 2017, quando Mario Martone ha scelto di curare la regia di un progetto del gruppo di giovani attori indipendenti del NEST di San Giovanni a Teduccio, che agisce sul territorio cercando di togliere i ragazzi dalla strada. Mario Martone si è immerso nel progetto sociale di Nest, un’ex palestra abbandonata di San Giovanni a Teduccio alla periferia di Napoli oggi avamposto contro il degrado sociale grazie ad un teatro da 100 posti, laboratorio guidato da Francesco Di Leva, protagonista del film nei panni di Antonio Barracano.  Insieme hanno portato in tournée Il sindaco del Rione Sanità e poi – con l’autorizzazione di Luca De Filippo – ne hanno fatto un film con Massimiliano Gallo e Roberto De Francesco e la musica di Viviana Cangiano, anche attrice nel film. Mario Martone e il suo modello Eduardo Mentre guardiamo Il sindaco del Rione Sanità ci chiediamo cosa sia successo alla storia del camorrista al crepuscolo che ha deciso di amministrare la giustizia per chi «non tiene santi», ovvero per chi non può comprarsi la giustizia con la corruzione e resta ai margini della legalità. In questo nuovo Eduardo tutti sono diventati giovani e giovanissimi, sono stretti in giubbotti di pelle e accentano il dialetto con i suoni delle Scampie universali: in una messa in scena in cui il postmoderno delle Gomorre si getta alla caccia di Eduardo, e lo insegue, e lo azzanna, finché per scosse successive, in una sorta di cortocircuito, Eduardo ferito comincia a divorare le Gomorre, le digerisce e diventa sorprendente. Fino alla scena finale, un’ultima cena in cui Barracano, per non perpetuare la faida sacrificale, sacrifica se stesso incrinando la sua immagine di potere, e muore come un Cristo in mezzo ai fedeli e ai traditori. La giustizia che Barracano ha perseguito come soluzione è l’opposto speculare della giustizia corrotta della società, e oppone un disastro a un altro disastro, ma il sacrificio di Barracano è una domanda che resta aperta. E questo […]

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Fun e Tech

Shopify: cos’è e perché dovresti sceglierlo

Questa è l’era del boom del business dell’e-commerce fatto tramite Shopify, oggi certamente la migliore piattaforma che puoi utilizzare per creare e-commerce di successo e, senza dubbio, la via più semplice per aprire un negozio online. Nel 2004 Tobias Lütke, un programmatore tedesco che si era trasferito da due anni in Canada, aprì insieme a Daniel Weinand e Scott Lake un sito chiamato Snowdevil per vendere online prodotti per fare snowboard. Mentre creava il sito, Lütke non trovò nessuna piattaforma di e-commerce a cui appoggiarsi che lo soddisfacesse, così decise di crearne una lui, da zero. Oggi, dal principiante al più esperto, Shopify è la scelta migliore per chi vuole vendere e ricevere pagamenti con una semplicità che nessun’altra piattaforma è in grado di garantire. Perché scegliere Shopify La sua semplicità, unita alla sua grande versatilità, rende Shopify la piattaforma più completa per iniziare e continuare il proprio e-commerce in maniera autonoma e sicura: e proprio l’autonomia e la sicurezza sono i due massimi elementi di valore che elevano Shopify al di sopra delle altre piattaforme. Se vi state chiedendo a questo punto “Perché scegliere Shopify”, andiamo a vederlo insieme. Il primo grosso vantaggio che Shopify è “ready to go”, pronto a farti partire con la vendita online in tempi molto rapidi proprio grazie alla sua natura, quella di essere una piattaforma in cloud che non richiede un’installazione su un server. A differenze di siti come eBay o Amazon, Shopify non funziona come un sito di e-commerce vero e proprio, ma come una piattaforma a disposizione di chiunque voglia vendere qualcosa online. È utile soprattutto per chi non ha esperienza nella vendita online e non saprebbe da dove iniziare: di fatti fornisce strumenti gratuiti necessari per la creazione di un sito, anche per chi è alle prime armi, dalla registrazione del dominio alla vendita degli oggetti. Per avviare il proprio commercio online su Shopify non è richiesto nessun tipo di sforzo tecnico, proprio perché basta crearsi un account sulla piattaforma. Puoi aprire il tuo negozio online oggi stesso, inserire le immagini di un prodotto, scegliere il prezzo e promuoverlo su Facebook per vedere i primi ordini. Un altro dei vantaggi della piattaforma è che per qualsiasi tipo di problema nella gestione quotidiana del proprio esercizio commerciale online Shopify offre un unico servizio di supporto attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, cosa che nessun’altra piattaforma e-commerce propone. L’assistenza H24 di Shopify è uno dei motivi per i quali non ci si dovrebbe pensare molto, in fase di software selection: infatti, al di là della fase di partenza del proprio business online, quello che poi fa la differenza per chi sta vendendo e servendo dei clienti paganti, è che non sei solo di fronte ai problemi. Shopipy offre, tra le tante opportunità, un trial gratis di 14 giorni per ogni utente o negozio online, dopodiché richiede il pagamento di una tariffa mensile che varia a seconda delle proprie esigenze: si parte da 29 euro al mese fino ad arrivare a 299 euro al mese […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Joan Miró a Napoli, un surrealista al PAN

Napoli apre le porte a una delle figure più affascinanti dell’arte moderna. Protagonista dell’arte del XX secolo, artefice di un linguaggio anticipatore, Joan Miró, colpisce per l’originalità creativa che scardina i dettami della pittura convenzionale. Mosso dal desiderio di “assassinare la pittura”, sente la necessità di individuare un nuovo modo di agire sulla figura. La sua curiosità, la sua fervida immaginazione, la sua personalità lo portano a codificare un nuovo linguaggio. Ed è proprio questo linguaggio – il linguaggio dei segni – che abbiamo modo di esplorare nella rassegna allestita al Palazzo delle Arti, attraverso le straordinarie opere della collezione dello Stato Portoghese, conservate al Museo di Serralves di Porto. Joan Miró: la mostra al PAN di Napoli Il mondo fantastico, onirico, febbrilmente creativo di Joan Miró arriva per la prima volta a Napoli. La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, con il supporto del Ministero della Cultura Portoghese e il patrocinio dell’Ambasciata del Portogallo in Italia, è organizzata dalla Fondazione Serralves di Porto, si terrà fino al 23 febbraio 2020 al PAN Palazzo delle Arti di Napoli. Tutte le 80 opere oggetto dell’esposizione sono sbalorditive, così come la storia che le ha condotte fino a Porto. Questo insieme di capolavori, appartenuti a uno dei più autorevoli e raffinati mercanti d’arte moderna, Pierre Matisse – figlio del più noto pittore Henri – rimane sconosciuta ai più per molti anni, finché il collezionista giapponese, che le aveva gelosamente custodite fino al 2005, decide di venderle al Banco Português deNegociós. Un semplice investimento per la banca portoghese che preferisce non esporle e tenerle al sicuro all’interno di un caveau. Quando il Banco Português, in forti difficoltà economiche, stabilisce di mettere sul mercato l’eccezionale acquisizione, si solleva una protesta su scala nazionale, tanto da far intervenire lo Stato Portoghese, che sospende la vendita e incarica il Museo di Arte Contemporanea di Serralves di conservarle. Oggi, grazie al generoso prestito del Museo di Serralves, possiamo scoprire il fascino di una personalità multiforme, capace di ribellarsi alla pittura convenzionale dando  prova di essere uno dei più completi artisti del XX secolo. Miró però, con i suoi tratti fanciulleschi, con i suoi colori fondamentali e i suoi tocchi di incompiutezza, è un artista solo apparentemente semplice. Joan Miró esplora il linguaggio dei segni riducendo gli oggetti a elementi essenziali e in questo processo di riduzione e semplificazione ci invita a porre l’attenzione al dettaglio, ad esplorare gli elementi della costruzione del significato. Nel XXI secolo siamo ormai abituati a guardare immagini sempre più definite che si susseguono a grande velocità, mentre Miró ci impone di fermarci e osservare, cercare di capire il significato di una semplice linea. Un segno può delineare lo spazio e il carattere fisico del proprio supporto, allo stesso modo in cui può definire un oggetto o configurare una forma di scrittura. La svolta artistica di Miró: il linguaggio dei segni Le 80 opere esposte coprono il lungo arco della produzione artistica di Miró, dal 1924 al 1981; più di sei decenni […]

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Recensioni

A te, Masaniello al Real Orto Botanico con Nico Ciliberti

“Pe’ cheste zizze ianche m’anno afferrata, Masaniè… pecchè nun ce stai tu che me difiende… pe’ zizze Masaniè… pe’ zizze…” mormora Bernardina, “’a reggina d’e sarde”, violata da quel popolo che l’aveva amata solo poche ore prima. Si è chiuso così “A te, Masaniello”, lo spettacolo messo in scena al Real Orto Botanico di Napoli dal 20 al 22 luglio, scritto e diretto da Annamaria Russo in occasione della rassegna Brividi d’Estate 2019. È l’estate del teatro sotto le stelle: su una scenografia piramidale si muovono con naturalezza Nico Ciliberti, Marianita Carfora, Salvatore Catanese, Cristiano Di Maio, Alfredo Mundo, Riccardo Maio, Rita Ingegno, Paolo Rivera, Marige Maya Grasso, Diego Guglielmelli, di fronte ad un pubblico che ha occupato tutte le sedie e applaude, commosso. “A te, Masaniello” si propone come un’opera rigorosa, che unisce la prosa e il canto popolare e suscita nello spettatore le sensazioni più disparate. Tra sorrisi e commozione la platea a stretto contatto con i recitanti, partecipa alla rivolta del ceto povero napoletano, apprezzando in un finale struggente l’interpretazione di Nico Ciliberti, napoletano d’adozione e alle prese con il suo primo spettacolo in dialetto, e di Marianita Carfora che, nei panni di Bernardina, supera se stessa nel monologo straziante ai piedi di Masaniello. Omaggio alla storia del teatro napoletano, “A te, Masaniello” nasce dalla voglia di raccontare il percorso di un sogno, che nasce, splende e muore nelle tenebre della disillusione. Bellissimo e disperato, come una stella cadente in una rovente serata di luglio. È la storia di un popolo oppresso dal potere dispotico che, volendosi ribellare all’imposizione delle tasse, decide di ricorrere alla forza e alla violenza. Annamaria Russo firma la regia affidando all’audace Nico Ciliberti  la complessità del “capopolo” più famoso della storia napoletana, che a soli ventisette anni riuscì a regalare un sogno ai napoletani. Un sogno bello da far paura, tanto che i suoi concittadini decisero di distruggerlo, di rinnegarlo. I giorni sono quelli del vicereame spagnolo, delle insopportabili “gabelle”, della miseria e della rivoluzione del 1647.  Sette giorni sono  bastati a costruire una epopea popolare, una storia di poveri che si ribellano ai ricchi, di ricchi che sanno aggirare e impadronirsi di un potere mai davvero perduto, di voltagabbana dalla doppia faccia, di un clero servile e bugiardo, di entusiasmi e illusioni, tradimenti,  sangue versato e una lotta, mai conclusa, tra nobili e popolo. Il popolo napoletano, ridotto alla fame dalla pressione fiscale del vice regno spagnolo, scatena una rivolta violentissima. A capeggiare l’insurrezione Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello, un pescatore. Napoli lo nomina Generalissimo della popolazione, e lo segue con cieca fede per sette giorni, mettendo a ferro e fuoco la città, costringendo i nobili ed il viceré a riparare a castel Sant’Elmo, per sfuggire alla violenza dell’assalto. Sono i sette giorni della rivoluzione dei “pezzenti”, sette giorni leggendari durante i quali, il governo si arrende alla forza del popolo e accoglie, senza condizioni, tutte le richieste del generalissimo. Tra i vicoli, le strade, le piazze riecheggia un solo grido: libertà. Il […]

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