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Eroica Fenice

Mater Camorra

Mater Camorra e i suoi figli: zoomorfismo e poesia al Teatro Instabile

Mater Camorra e i suoi figli al Teatro Instabile Napoli “Michele Del Grosso”: zoomorfismo, cruda bestialità e poesia.

 

Sembra quasi di scendere nell’Ade, calpestando le tavole di legno e respirando l’odore dei corpi, delle scenografie e della folla disposta a cerchio, come in un anfiteatro romano.
Questa l’atmosfera che si respira al Teatro Instabile Napoli “Michele Del Grosso”, ruvida e verace perla custodita nello scrigno del centro storico, proprio imboccando il Vico Fico al Purgatorio: dal 10 maggio al 12 maggio, il Teatro Instabile ospita “Mater Camorra e i suoi figli”, adattamento da Brecht di Gianni Sallustro e Nicla Tirozzi, che sono anche i protagonisti dello spettacolo.
Lo spettacolo è dedicato a Gaetano  Montanino, a dieci anni dalla sua morte, riconosciuto “vittima del dovere”, con decreto del capo della polizia del 13 marzo 2013, e a tutti i corpi dilaniati e straziati da una macchina cannibale che lacera le carni e i tendini dei figli di quella Mater Camorra che non smette mai di compiere dolorosi parti.
Chiunque vorrà vedere questo spettacolo, dovrà armarsi di un solido equilibrio interiore, perché il rischio di risalire dagli inferi col volto bagnato di lacrime e salsedine è altissimo: l’impatto emotivo dello spettacolo tocca le fibre e i nervi più scoperti del corpo degli spettatori, investendoli con luci accecanti, rumori di giungla e stalla, ululati, belati, pigolii e strepitii animali.
Un coacervo di attori, giovanissimi, vestiti di nero e con soldi sporchi di sangue appiccicati addosso come sanguisughe, circondano il palco come se fossero fiere scalpitanti, pronte ad azzannare lo spettatore e a morderlo alle caviglie: in uno zoomorfismo inquietante e sensuale al tempo stesso, assumono le sembianze di gatti che si strusciano sulle gambe dello spettatore e gli fanno le fusa, di cani che abbaiano furiosi dalla balconata che sembra un ring, di serpenti che strisciano melliflui e viscidi, mostrando la lingua e le spire, e di volatili che pigolano e camminano in modo ridicolo, in un misto di incredulità e goffaggine.
Mater Camorra prende i suoi figli quando sono puri, vergini, e li mastica e li rimescola, sputandoli dalle sue fauci trasfigurati in belve grottesche, in caricature di animali, in subumani che non hanno nelle pieghe del volto nessun tratto umano.

 

La brutalità di una madre che trasfigura i suoi figli in bestie

Parlare di questo spettacolo elencando freddamente una trama, come se si parlasse della lista della spesa o del corredo di nozze, non è possibile proprio perché si sviluppa per immagini, per visioni o, se vogliamo, per allucinazioni.
Lo spettatore entra in una spirale di allucinazioni e di vortici onirici, in cui è guidato dalla figura pregnante e quasi titanica di  Madre Coraggio, ossia Anna ‘a  Squarciona, interpretata magistralmente da Nicla Tirozzi, che traina un carro che, sui quattro lati, è intarsiato con quattro sculture che raffigurano le capuane Matres Matutae, che custodiscono i misteri delle vita come delle sfingi imperscrutabili.
Nicla Tirozzi non si risparmia sul palco, è materna, rassicurante, ma anche minacciosa e potente come un tuono, e tutti i figli nati dal suo grembo saltano sempre verso la metamorfosi animalesca, che è l’unica costante del mondo alla rovescia sviscerato dallo spettacolo: vi è Caterina la muta, bianca colomba pigolante e interpretata in modo deciso e delicato da Giada Emanuela De Gennaro, intrappolata in un’afasia allegorica del mutismo e della mancanza di comunicazione, Rafele “King Kong”, interpretato da Gianluca Cangiano, Tonino “o’ cacciuttiello” interpretato da Ivan Cozzolino, e Aitano “‘o micione” da Tommaso  Sepe.
Attorno a loro, un bestiario di personaggi brulicanti, che si affastellano come in un formicaio inghiottito dai vicoli e dai bassifondi della città, che li culla e li accompagna tutti, per mano, fino al gelo della tomba.
I figli morti della camorra sono gettati alla folla della stalla, del porcile o della giungla, e vengono sbranati dagli altri figli come nelle antiche tribù o nei sacrifici umani, a simboleggiare il cannibalismo e la voracità di una Mater che non sazia mai il suo appetito insano.
Vi è poi la figura camaleontica e cangiante del Cappellano, i cui panni sono vestiti da Gianni Sallustro, che striscia sulle tavole del palco come un serpente, e che incarna, nelle sue scaglie, l’omertà, le parole vuote e la pretesa di salire su un pulpito, quello del carro, con la convinzione di avere la verità in tasca.
Mater Camorra è uno spettacolo corporale che punge lo spettatore nei suoi fili scoperti, a volte lo disturba e lo tramortisce con urla e strepiti, ma quelle stesse urla che sembrano provenire dall’Averno, sono il mezzo per sublimare l’orrore e il fumo della città in una flebile luce di speranza e coraggio.
Il formicaio di attori zoomorfi si avvia verso la fine della rappresentazione con una Via  Crucis sincopata, che affida al pubblico il suo grido disperato “Gesù mio, perdon pietà”, e chiude tutto con un vortice disperato e agitato, in cui tutti gli attori urlano “Fermateci!”, in una catarsi che confonde e chiarifica il pubblico al tempo stesso.
La sensazione estrema che rimane sulla lingua è appunto quella di una catarsi, brutale, dolorosa e animalesca, come il risveglio da un incubo che lascia le occhiaie e le rughe sulla pelle.
L’ultima immagine da custodire mentre si salgono le scale per salire dagli Inferi, è quella di un’attrice tra le tante, che guarda il pubblico per l’ultima volta con gli occhi intrisi di lacrime.

Foto: https://informareonline.com/mater-camorra-suoi-figli-spettacolo-dedicato-gaetano-montanino/?fbclid=IwAR2mG3sNzMPLESYMWao4Za51qbmmlc1NYtnmxO5cfgjsSqrR4qRALGLsSMI

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