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Eroica Fenice

Papele vive ancora grazie a Roberto Giordano al Teatro Il Primo

Papele, alias Raffaele Viviani, è un simbolo della nostra tradizione e “In viaggio con Papele” è lo spettacolo in scena presso il Teatro “Il Primo” dal 20 al 22 Novembre, per la regia di Roberto Giordano, con Monica Assante di Tatisso e Roberto Giordano,  che lo ricorda con rispetto e sensibilità.

Roberto Giordano ricorda Papele

L’atmosfera del Teatro Il Primo, che sempre riesce a mescolare con cura la dimensione intimistica e la dimensione spettacolare, anche in questa messa in scena, è stata fondamentale.
Sulla scena ci sono due soli personaggi, che rivestono contemporaneamente il ruolo di loro stessi come attori alle prese con una sceneggiatura e quello di narratori di una bella storia. Insieme iniziano un dialogo fatto di battute stupefacenti, all’insegno della più vivace comicità, e allo stesso tempo si aprono alla più sentita commozione. Ripercorrono la vita e la storia teatrale di Raffaele Viviani, detto Papele, figura portante della storia di Napoli e oltre, attore, commediografo, scrittore e poeta ha portato il teatro napoletano nel mondo, conferendogli una nuova luce.

Papele, nato a Castellamare di Stabia il 10 gennaio 1888, si affaccia sul panorama teatrale in maniera singolare, partendo quasi per vie traverse.
Senza un soldo e cresciuto in una famiglia modesta di impresari teatrali, riforniva gli eccentrici teatri della città, fin quando un giorno, viene chiamato come sostituto per lo spettacolo di marionette di Aniello Scarpati a Porta San Gennaro. Aveva solo 4 anni. Interpretava Orlando e sostituiva un certo Trengi che non ebbe mai più il ruolo, mentre la critica prese ad occuparsi di quel bambino prodigio che “cantava canzoni a soli quattro anni e mezzo”.
Da quel momento iniziò una carriera in salita, ma non fu sempre facile Papele che dovette superare molti ostacoli frapposti tra lui e la Fortuna, ma sempre a testa alta, con il coraggio di chi ha un grande amore nel cuore.
Nel Gennaio del 1900 il padre morì e iniziò per lui e per la famiglia un periodo di fame e di miseria.  Ma la Fortuna cominciò a guardarlo benevolo e fu ingaggiato da un impresario di giostre e numeri di circo; partì per una tournée a Civitavecchia, che si rivelò un fiasco. Il teatro dopo qualche tempo venne chiuso dalle autorità e tutta la compagnia tornò a Napoli, ma lui decise di restare lì.

Un giorno, trovandosi ancora senza una lira e senza fortuna, si recò alla questura per chiedere di essere rimpatriato e qui, in attesa che il Comune di Napoli desse notizie sulla sua identità, trascorse tre giorni in stato di fermo e solo all’alba del terzo giorno, arrivò  finalmente il permesso di tornare a casa. Questa esperienza rimase per sempre scolpita nel suo cuore. A Napoli riuscì a trovare una scrittura al teatro Petrella e lì interpretò il suo primo grande successo, “Scugnizzo” di Giovanni Capurro (1904), di cui realizzò una personale interpretazione, da opporre a quella di Peppino Villani, comico al teatro Umberto I.

A Torino la sua carriera ebbe una svolta importante presso il salone della signora Manavello, che la prima volta che lo incontrò non lo riconobbe vedendolo senza soprabito, ma che poi, riconoscendo il suo talento, si scusò con lui.

La morte di Viviani sopraggiunse il 22 Marzo 1950 a Napoli e fu annunciata da Silvio D’Amico che lo definì
“Volto mezzo plebeo e mezzo nobile”.
Si dice che le ultime parole di Papele sul letto di morte siano state: “Arapite, facitme vede’ Napule”.
E così, Pepele va ricordato, come simbolo immenso di questa città, un innamorato, che l’ha inseguita, l’ha corteggiata e  l’ha portata con sé sempre, facendola conoscere agli altri e a se stessa come nessuno mai.

“La lotta mi ha reso lottatore. Dicendo lotta intendo parlare, si capisce, non di quella greco romana che fa bene ai muscoli e stimola l’appetito, ma di quella sorda, quotidiana, spietata, implacabile”. (Raffale Viviani, detto Papele)

I due attori sulla scena creano figure meravigliose capaci delle più esilaranti impennate di tono, cosicché lo spettacolo sembra essere diviso in due parti.

Da un lato le scenette splendide dei due, dall’altro la grazia e la sapienza nell’avvicinarsi a una figura così sensibile e grande.
E in un angolo appartato e a se stante c’è la musica, che accompagna questo  viaggio, ripropondendo i “pezzi di repertorio” di Viviani, dando al racconto quella nota di colore che Papele avrebbe sicuramente apprezzato.
Tale magia di sensazioni culmina in un momento bellissimo e dal forte valore simbolico. Circa a metà della rappresentazione i due attori distribuiscono delle stampe originali raffiguranti i più grandi successi della carriera di Viviani e le fanno girare fra il pubblico.
Si crea così una grande intimità, tra pubblico e palcoscenico. Come se si fosse lì tutti con lo stesso obiettivo: proteggere e ricordare qualcosa di prezioso.
Ma non c’è filo che separa queste due tracce della stessa storia. Sulla scena troviamo magistralmente espresse la comicità esilarante e la grande sensibilità, a riflesso della personalità di Viviani. Questo spettacolo ha saputo entrare con grazia, in punta di piedi, negli angoli dell’anima di questo grande uomo e poeta e ne ha portato alla luce gli aspetti identificativi, la gioia di vivere (anche nelle disgrazie), il grande estro, la genialità, ma soprattutto il coraggio di compiere scelte difficili e di saper fronteggiare la ruota del mondo, che spesso gira nella direzione sbagliata.
Un “grazie” a Roberto Giordano, che ha saputo realizzare e interpretare un tributo così sincero, aggraziato e commovente.


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