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Eroica Fenice

Pulcinella in Purgatorio

E pecchè, pecchè, pecchè? Pulcinella in Purgatorio al Teatro San Ferdinando

Giovedì, 17 gennaio al Teatro San Ferdinando è andato in scena lo spettacolo “E Pecchè, E Pecchè, E Pecchè. Pulcinella in purgatorio” con la drammaturgia di Linda Dalisi e l’ideazione e la regia di Andrea De Rosa. A calpestare le tavole del palcoscenico gli attori pulcinella Massimo Andrei, Maurizio Azzurro, Rosario Giglio, Marco Palumbo e Isacco Venturini, che in un tripudio di gesti spasmodici, ripetitivi, di una recitazione forsennata, caustica hanno congelato la scena in un purgatorio di continui ritorni mimici e gestuali, roteando intorno ad un perno umano, una donna immobile,  silenziosa e misteriosa in modo inquietante,  interpretata dall’attrice Anna Coppola, intenta a perpetuare una speranza di un futuro arrivo, sotto la luce languida dei riflettori a rischiarare l’opacità nascosta sotto al velo dell’esistenza.

“E Pecché? E Pecché E Pecché” – Pulcinella in Purgatorio: l’intera esistenza in scena

Il silenzio è predominante, il silenzio è inframmezzato da gemiti, da movimenti corporei regolari, da calpestii e scricchiolii fradici di insensatezza. Il silenzio erompe tra gli interstizi della platea, borbotta tra i suoi ghirigori labirintici, serpeggia carezzando anime di spettatori in sintonia, smuove respiri ansimanti di figure mascherate e flutti di polvere di sabbia, innalza odori mistici, nubi catartiche smosse dal tonfo del senso.

Davanti agli occhi unanimi della platea il palcoscenico è un Purgatorio, un luogo distopico, preso forma tra le frattaglie dell’esistenza umana. È incasellato in un mondo onirico, incastrato a metà tra un fulgido paradiso salvifico e il mondo terrestre, dove vi si scorge la polpa torbida di una bruma che obnubila il senso, giganteggia il dubbio umano verso l’esistenza. Questo è lo spazio claustrofobico in cui si muovono, in ciclici movimenti regolari, ritmici, lenti, teatrali, i quattro pulcinelli dello spettacolo “Pulcinella in Purgatorio”, che ruotano intorno ad un passaggio bloccato, in una drammaturgia sciamanica, cercando di carpire un segnale, cercando di ascoltare ed evocare voci di salvezza, striscianti tra l’ipogeo di un fondo sabbioso.

Tuttavia, è il quinto pulcinella a stemperare le calcificate figure sovrumane, ad asciugare un clima mistico ed enigmatico con un umorismo tutto umano. Sbuca tra la platea, chiede indicazioni, sprofonda anch’esso nell’ade di un’attesa, profondamente spaesato. Il pulcinella in Purgatorio interroga continuamente gli altri, chiede dove è finito, se per caso è morto, dove è possibile trovare del cibo per mangiare. I dialoghi risultano esilaranti, di un’ilarità e comicità tutta napoletana. Il quinto pulcinella sbeffeggia gli altri, non si dà la pace, non riesce ad acquietarsi in una condizione di eterna attesa, ma anche incrostata in un perenne e ossessiva ricerca del senso, vidimata e accomunata da una domanda: ” E perché? “.

Vi è sopra al palco, imperniata tra le schegge pungenti delle tavole, scantonata tra la pelle raschiosa del fondo sabbioso, l’intera esistenza umana, torchiata dall’insensatezza. Il regista in uno sforzo catartico crea una materia scenica che è emblema dell’esistenza. Marchiando a fuoco sugli occhi diafani del pubblico, attraverso la luce dei riflettori, crea delle figure emblematiche, motori atavici dell’uomo, incarnandole in personaggi umani quali la legge, il dogma, la morte, l’umorismo, i limiti, la napoletanità. L’esistenza in una contrapposizione continua: l’accettazione del dogma, la curiosità del superamento dei limiti umani; l’accettazione del potere della natura, la rabbia incontenibile al dolore dato dalla morte; la condizione umana che si abbevera tra le acque cristalline della fede e affida i propri timori alle pelli marmoree delle divinità; l’uomo che si tuffa nelle acque del mare catartico dell’arte, del teatro, rifulgendo in una limpidezza, guarendo dalle escoriazioni dell’anima che l’esistenza procura.

Ciò non basta, non basta il teatro, non basta l’arte. In uno scoppio di mesto scoraggiamento, il pulcinella professore mostra le sue commedie scritte e che porta con sé, definendole nient’altro che cenere: tutto è cenere nei confronti della natura, cenere ogni cosa, cenere il senso, cenere l’uomo, quintali di cenere di insensatezza. Ecco da dove parte la fatidica domanda chiave che smarrisce le figure pulcinellesche, che in un crescendo, in una esacerbazione dei toni e dei dialoghi, sono dannati in una attesa senza fine e chiedono rabbiosi: ” E Pecché? E Pecché? E pecché”, chiedono il perché di ogni cosa, finanche del colore del cielo.

In “Pulcinella in Purgatorio”, i Pulcinelli dannati aspettano pazienti, aspettano quella salvezza, aspettano ciclicamente il responso del guardiano, che, come una figura carontica, che subentra sul palco, uscendo dalle viscere del sottopalco, recita in toni aulici, danza come una ninfa pregna del mistero della vita, li intima aspettare, a pazientare, emanando assordanti silenzi, che rappresentano il potere, un potere che è intriso nella canizie dei suoi capelli. Lei è lo scoglio verso cui si scontrano le figure pulcinellesche. Lei è la legge, è il potere della natura, è la debolezza dell’uomo nei confronti dell’esistenza, a cui non può dare un senso, ma può solo tacere. Lei bastona l’uomo quando questo vuole infrangere il misterico patto della natura. Lei intima l’uomo di aspettare, di nutrirsi di arte e teatro, così le pulci si saziano di sangue: ma nell’apologo finale Pulcinella, ormai vecchio, non ha avuto il permesso dal guardiano di passare oltre la legge. Alla sua ultima domanda il guardiano si alza e decide di chiudere il passaggio:  Perché solo pulcinella ha deciso di voler passare al di là  della legge e come mai era un posto riservato solo a lui ? Pecché ‘Ndringhete ‘Ndrà. La risposta all’uomo in punta di morte non può essere più chiara di questa: Pecché? ‘Ndringhete Ndrà.

 

 

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