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Eroica Fenice

Il paradiso perduto. Leela debutta al Teatro Grande di Pompei

Un micro cosmo bicolore, fatto di ombre, voci soffocate e corpi.

“Il paradiso perduto. Leela”, una produzione del Teatro Stabile di Napoli, con coreografie di Noa Wertheim in collaborazione con la Vertigo Dance Company, ha debuttato l’11 luglio 2019 al Teatro Grande di Pompei e sarà in scena fino al 13. Il titolo, un calco del poema seicentesco del poeta inglese John Milton, ne richiama il tema della caduta dell’uomo dall’Eden, con tutte le conseguenze legate al conflitto individuale tra libera volontà e condizionamento sociale. Le forze primordiali del desiderio e della tentazione esplodono e invadono la platea attraverso una danza che coinvolge ogni parte del corpo, oltre che dell’anima. Un conflitto, che però talvolta è comunione, unione, fusione. La volontà di emanciparsi da una forza esterna e coatta è estremamente evidente.

Il paradiso perduto: la danza delle anime

La scena si apre con una diagonale di corpi e anime che sfilano lungo un fascio di luce. Il primo contatto è quello del volto, delle menti, degli occhi, prima ancora che quello delle mani. A due a due i corpi si toccano ed è come se il fascio di energia vitale, che parte da ognuno, si scontrasse con quello con il quale viene a contatto, dando vita talvolta ad uno scontro, altre volte a una vera e propria fusione. E quelle mani che si uniscono per scontrarsi, talvolta si fanno da parte, nella ricerca spasmodica di contatti corporali, di abbracci tra corpi che si ritrovano uniti nello stesso destino di caduta e, forse, di perdizione. Prima un uomo e una donna che lottano, unendosi e respingendosi di continuo, poi donna e donna, uomo e uomo. Nelle coppie non v’è distinzione e l’energia che emanano è identica. La lotta è senza tregua, e il cuore, il centro propulsore della forza vitale, batte fino a materializzarsi al di fuori del corpo stesso attraverso un movimento ondulatorio che lo fa precipitare verso il basso. Non sono solo i corpi a vibrare, ma le anime stesse, in movimenti che da fluidi diventano concitati, così interiori da proseguire al di là delle note; la danza, forma d’arte inscindibile dalla base musicale, è spesso in questo micro-cosmo, indipendente, e i movimenti non si interrompono, come a rispecchiare e richiamare una melodia interiore, una danza silenziosa ma mai muta. Il conflitto, da lotta interiore si esteriorizza attraverso il contatto: le mani di tutti vanno a sovrapporsi, e la testa, la mente, il centro propulsore della razionalità, il contrario dell’istinto rappresentato dal cuore che batte, diviene il centro del contatto. Le mani, come fili conduttori, costringono la mente sotto il proprio giogo, e solo per brevi istanti il corpo riesce a distaccarsene, allontanandosi. Ma un’attrazione magnetica lo richiama a sé. La lotta per l’emancipazione dell’io è continua e impervia. Man mano ogni corpo se ne distacca, lasciando perplesso lo spettatore su quanto tale scelta implichi un condizionamento portato a compimento, o un vero e proprio distacco.

La scena si colora in un unico momento, quello emblematico della fusione di due corpi di uomo e donna che danzano all’unisono dietro un separé rosa, che ne nasconde il punto di congiunzione, sulle note dell’emblematico ritornello: 

Noi tre
Siamo soli
Viviamo in un ricordo
La mia eco
La mia ombra
Ed io
Noi tre
Non siamo una folla
Neppure una compagnia
La mia eco
La mia ombra
Ed io

Nell’assoluta fusione si celebra la scissione, tema centrale dell’opera intera, tra l’anima, l’io e l’ombra. 

Il coinvolgimento del pubblico, già scombussolato dalle palpabili emozioni continuamente suscitate, è completo con l’intervento successivo del ballerino che con le sue movenze invita all’applauso e alla sua interruzione di continuo, e come un’eco richiama le note della melodia precedente.
Lo spettacolo, che segue il “Satyricon” di Francesco Piccolo, si conclude con un ritorno alla diagonale e all’ordine iniziale delle figure che come in preghiera si succedono in movenze sempre uguali, come un rituale di ritorno ad un ordine primordiale ed originario. Un tentativo di disciplinare nel paradiso perduto il caos di emozioni così fortemente sconvolte dall’intera interpretazione.

Fonte immagine: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/il-paradiso-perduto/#gallery/7c5b1565e5dbdcebb531eb1f33646e7f/2741

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