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Eroica Fenice

"Chi vive giace" di Roberto Alajmo, al Mercadante

“Chi vive giace” di Roberto Alajmo, al Mercadante

Chi vive giace di Roberto Alajmo sarà in scena al Mercadante di Napoli fino al 3 febbraio. Con la regia di Armando Pugliese e le musiche di Nicola Piovani, il Teatro Biondo di Palermo porta sui palchi italiani uno spettacolo che si interroga sul senso della vita e della morte. Una tragedia urbana sconvolge le vite di due famiglie sicule, portandole a scavare dentro al senso dell’esistenza. L’umorismo noir della scrittura di Alajmo regala allo spettatore un senso di ilarità condito dall’angoscia per la prospettiva futura che attende tutti gli esseri umani.

Chi vive giace di Roberto Alajmo, tra la Terra e il regno dei morti

La metafisica esistenziale della teatralità sicula incanta il pubblico. Le parole dense di significati nascosti e summe sull’esistenza riempiono le voci degli attori: David Coco, Roberta Caronia, Roberto Nobile, Stefania Blandeburgo e Claudio Zappalà interpretano un dramma familiare nostrano.

Una tragedia urbana ha strappato la vita alla giovane Sanguetta e tormenta i giorni del vedovo Santuzzo, rimasto da solo a combattere contro la vita. L’uomo dialoga con la moglie che lo ascolta e gli dà consigli dall’aldilà. Perdonare l’assassino della sua amata? Fare vendetta? Cosa è più giusto? La giovane donna resta seduta in una angolo, con una benda sugli occhi, avvolta in un abito bianco il cui candore si scontra con le pareti nere della scena. Dall’altra parte dello spazio illusorio c’è il ragazzo (chiamato Fango) che ha compiuto l’omicidio in maniera quasi involontaria. Suo padre è in preda alla disperazione mentre sua madre, dal regno dei morti, continua a proteggerlo e giustificarlo come solo una madre del sud Italia sa fare. “Quando è destino è destino, dice la donna in un ghigno di onnipotenza.

La cecità in cui ci immerge la vita di tutti i giorni è simboleggiata da una benda che copre gli occhi dei morti i quali però, ora, sono chiamati a rispondere alla domande dei loro cari. Solo chi è passato nell’altra dimensione può sapere cosa è meglio fare, per quanto la vita terrena gli abbia ancora lasciato addosso un pavido atteggiamento.

“Chiudete li occhi e non ci pensate più”.

Tra metateatro e lezioni di lingua siciliana

Quando le due famiglie coinvolte nel dramma si incontrano e scontrano in una dimensione parallela, la nebbia che offusca la prospettiva tra la vita e la morte appare evidente ai nostri occhi. Dove sono gli attori? Nella realtà o nell’irrealtà?

La predominanza del dialetto siculo è la peculiarità più accattivante del soggetto di Roberto Alajmo. Le terminologie presenti nel vocabolario dei personaggi si materializzano in un oggettivismo dei sensi e delle azioni. Se il ragazzo che ha commesso l’omicidio è chiamato Fango perché si è macchiato di un delitto, la donna vittima della tragedia è costantemente additata con il termine di Meschina. La sua meschinità, infatti, sta nell’ingenuità che l’ha portata a farsi uccidere.

Tra analisi dei dialoghi e dei pensieri e gli intrecci delle parole, i personaggi ci mostrano quanto l’essere umano viva nell’attesa di morire. Il ribaltamento del senso dei nostri giorni sta a significare che non c’è alcuna differenza tra la vita terrena e quella ultraterrena. Il suggerimento che ci viene dato è: bisogna vivere il tempo nella “giacenza degli istinti”.

“Quello che succede di là non ci interessa”.

“Finché c’è da mangiare, mangiate”.

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