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Eroica Fenice

Libri

A Natale un libro sospeso: Doctorammà di Graziella Lussu

Mercoledì 11 dicembre, nella sede CGIL Filcams in Piazza Garibaldi 101, Graziella Lussu ci presenterà il suo libro sospeso: Doctorammà Doctorammà segue L’armadio a muro, pubblicato nel 2018, ed è il secondo di una trilogia di romanzi autobiografici scritti da Graziella Lussu. Doctorammà è il racconto autobiografico, la testimonianza sotto forma di diario di una vita spesa per gli ultimi. Graziella sul finire degli anni ’60 entra a far parte della Congregazione delle suore della Redenzione e da allora la sua vita proseguirà nell’unico modo in cui Graziella sa contemplare Dio: cercandolo negli ultimi, in coloro che la società lascia ai margini, nelle ferite e nei segni che la povertà, l’indigenza, l’ignoranza, la solitudine lasciano nel corpo e nell’animo. Doctorammà racconta altri 20 anni di vita della Lussu: gli anni della formazione spirituale e intellettuale, gli anni in cui il suo sogno prende forma tra i banchi dell’università Cattolica di Roma e le lezioni di inglese a Londra. Dopo la laurea in Medicina alla Cattolica di Roma nel ’72, Graziella si specializza in Urologia, per poi volare a Londra. Qui, senza mai separarsi dall’amica e consorella Rita con la quale condividerà ogni momento e ogni fatica di questo intenso periodo di formazione, impara l’inglese per poi specializzarsi in Medicina Tropicale. Sul finire del ’76 Graziella è in India, tra la regione del Kerala e la città di Bangalore, in Karnataka, la sua “terra promessa”: qui rimarrà per anni come “medico di strada”, impegnata in campagne di educazione sanitaria e sensibilizzazione contro l’emarginazione dei malati di lebbra, e imparerà a conoscere che faccia ha vedhana, il dolore.  Nel romanzo di Graziella Lussu trovano spazio anche gli affetti familiari, le persone care, le figure che hanno avuto rilevanza fondamentale nella crescita, nella maturazione della sua persona e del suo sogno: la mamma Liuccia, donna colta, forte e indipendente, che ha portato sulle sue sole spalle, con indicibile abnegazione, il peso di una famiglia grande e complessa; la nonna, donna severa e inflessibile, la cui saggezza accompagnerà ogni momento della vita di Graziella; le sorelle e i fratelli dalle vite tortuose e in salita; un padre inadeguato, la cui presenza ha fatto danni e lasciato ferite più di quanto avrebbe potuto fare la sua assenza, un padre che ha speso, poi, una buona parte della sua vita a raccogliere e rimettere insieme i cocci lasciati a terra. A fare da sfondo a questi 20 anni di vita, tanti scenari diversi: una selvaggia Sardegna, Roma negli anni universitari, Londra, Milano e Parigi, e infine, il degrado e la sofferenza delle città e dei villaggi indiani. Mercoledì 11 dicembre, Graziella Lussu ci presenterà

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Food

Sapori e Salute: la cena evento nella location di Villa Diamante

La panoramicissima location di Villa Diamante ha ospitato, giovedì 28 novembre, la cena evento Sapori&Salute, un incontro tra cucina, benessere e sperimentazione L’evento Sapori&Salute è stato organizzato e fortemente voluto da Luigi Barone, neo Presidente APCI della provincia di Napoli proprio nella Villa Diamante, di cui è chef resident, un ex convento restaurato e riconvertito, incastonato in una delle balze di via Manzoni. Tema della serata Sapori&Salute è stato il connubio tra cucina sperimentale, sapore e benessere: gli chef campani dell’APCI, chiamati a rapporto dal neo presidente e amico Luigi Barone, si sono cimentati in una cucina innovativa, creativa, ma soprattutto salutare e gustosa. I piatti, prevalentemente a base di pesce, sono stati preparati con tecniche di cottura innovative e non invasive, come la cottura sottovuoto a basse temperature, capaci di lasciare inalterate i sapori, i colori, le proprietà nutritive e organolettiche proprie del pescato proposto. La cucina proposta è una cucina che mira al benessere, che lavora materie prime locali e di alta qualità, che non ricorre a conservanti, additivi, coloranti, addensanti, miglioratori, potenzialmente nocivi per la salute. A scandire le varie portate della serata Sapori&Salute, moderata da Angela Merolla, ci sono stati gli interventi di dottori e specialisti del settore della salute, della ricerca e della prevenzione: il Dott. Carmine Fonderico (medico specialista gastroenterologia ed endoscopia digestiva) che ha spiegato quali siano i benefici della dieta mediterranea, la Dottoressa Denise Orta (biologa nutrizionista) che ha fornito qualche piccola coordinata per una dieta più sana ed equilibrata, sfatando miti e false credenze su principi nutritivi tanto demonizzati come i carboidrati, i grassi e il colesterolo. Infine, la Dottoressa Bianca Coppola (dottoressa in informazione scientifica sul farmaco e ambientale) ha spiegato ha messo in guardia dal pericolo costituito dai metalli pesanti e quali siano gli effetti e le conseguenze di una loro eccessiva assunzione.   Il risultato di questo mix tra sapere e sapori è stato una cena godibile e raffinata, seppur leggera e salutare, in una location dal panorama mozzafiato e dagli arredi caldi, contemporanei e tremendamente chic, ma soprattutto una cena con un intento benefico: Villa Diamante, infatti, ha devoluto in beneficenza l’intero incasso della cena alla Fondazione Bambino Gesù Onlus. Il Menù proposto è frutto dello studio e della ricerca degli chef dell’APCI, provenienti dai più noti e rinomati ristoranti della Campania. Chef Rosario Dello Iacono, chef del Ristorante Blue Marlin Club-Boscotrecase, ha proposto un aperitivo in finger food, coloratissimo, estremamente fashion e dai sapori e dalle consistenze contrastanti.  Gli chef Pasquale Masullo e Rosa Barone, (Villa Diamante), hanno proposto come antipasto il loro baccalà rinforzato: un pesce cotto a basse temperature in sottovuoto con un’insalata rinforzata di verdurine colorate, in pieno tema natalizio.  Il primo piatto proposto dagli chef Giuseppe De Mare (Mirò Eventi Villa De Mare Castel Volturno CE) e Salvatore Andretta (Villa Sabella Bacoli NA) è un risotto con doppia consistenza di carciofi, seppie e crumble di olive nere. Chef Antonio Aniello (Tenuta Paino Sessa Aurunca CE) e Chef Antonio Grasso (Ristorante La Frescheria NA) hanno proposto un secondo […]

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Recensioni

La panne: l’opera surreale di Friedrich Dürrenmatt al Teatro Mercadante

Al Mercadante dal 27 novembre all’8 dicembre va in scena la surreale trama de La panne Esistono ancora storie possibili? È questo l’interrogativo con cui si apre La panne, opera surreale tratta dall’omonimo romanzo di Friedrich Dürrenmatt. Una storia impossibile, perché non vera, diventerà possibile, quasi reale. La panne, testo riadattato e diretto da Alessandro Maggi, affronta un tema di capitale importanza: la verità. La verità ne La panne diventa un concetto opinabile: può risultare vero anche ciò che non lo è, nemmeno parzialmente. Può risultare credibile, fino al punto da sembrare vero, anche ciò che non è mai accaduto. Alfredo Traps, interpretato da Giacinto Palmarini, è un ordinarissimo agente di commercio, la cui vita è scandita da un modesto lavoro, che conduce non senza ricorrere a mezzucci e piccoli imbrogli, una moglie, quattro figli e qualche adulterio. Traps rimasto bloccato perchè la sua costosa studebaker è in panne, trova ospitalità presso la villa del signor Werge (Stefano Jotti), giudice in pensione che, per sopravvivere al tedio e alla lenta decadenza fisica e mentale alla quale il pensionamento conduce, assieme ad altri ex giuristi ogni sera “gioca al tribunale”. Le cause di solito sono incentrate su personaggi storici: So­crate, Gesù, Giovanna d’Arco, Dreyfus. Ma avere a disposizione “materia viva” sarà per loro un gioco ancora più divertente perchè più perverso e reale. Traps non ha commesso nessun crimine: la verità dei fatti è questa. Ma il gioco dei quattro pensionati non necessita di fatti, evidenze, verità incontrovertibili. Zorn, ex pubblico ministero interpretato da Nando Paone, riuscirà a dimostrare che Traps è un assassino: un assassino così abile da aver ucciso il suo principale, il signor Gygax, senza versare una goccia di sangue. Mentre il gioco, che si svolge durante una cena luculliana, si fa sempre più divertente per gli ex giuristi, per Traps diventa sempre più reale. Traps si sente costretto nella sua ordinaria e modesta vita di agente di commercio e vede in questo omicidio così sapientemente architettato la possibilità di rendere «più difficile, più eroica, più preziosa» la sua meschina vita di imbrogli e adul­teri. L’esito sarà dei più tragici: tanto tragico quanto surreale. In un clima leggero e goliardico, quello di una cena tra uomini, Dürrenmatt pone una domanda all’apparenza facile: esiste una verità unica, oggettiva,  immutabile, oppure ognuno può costruire una propria realtà dei fatti, ricostruire a proprio piacimento il passato e la verità? foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/la-panne/#gallery/91f068198a6788320fdec74cd167277c/2991

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Recensioni

Battuage: il teatro del battere dei Vuccirìa | Recensione

Battuage: se cercate i Vuccirìa, sono al Piccolo Bellini a dare scandalo fino all’8 dicembre Benvenuti nel Battuage: orinatoi, pareti luride e squallidi specchi davanti ai quali puttane e trans si preparano. Joele Anastasi è Salvatore, una puttana che in poco meno di due ore compie i suoi venti anni e poi spegne 30 candeline su una torta coperta di mozziconi spenti; saluta sua madre, mentre lascia la Sicilia in cerca di fortuna, e poi le dice addio per sempre a distanza di dieci anni. In questo arco di tempo Salvatore, che quelle mille occasioni che millantava a sua madre per renderla orgogliosa non le ha colte, trova nel sesso a pagamento uno straccio di riscatto. Il sesso non è solo un modo per sopravvivere, è il suo modo per stare al mondo, il suo modo per primeggiare. Salvatore non fa la puttana, Salvatore è una puttana. Salvatore è protagonista ingombrante, urlo assordante, materia conturbante, voce narrante dei personaggi che popolano il non-luogo che è il Battuage, il teatro del “battere”. Quello che ci descrive è un mondo di vinti che si fanno strada a fatica tra i cocci infranti delle loro ambizioni, dei loro sogni, dei loro amori naufragati. Nel mondo dei vinti ci si sbrana per un soldo, per un cliente, e rari sono i momenti di compassione, in cui l’uno riconosce nell’altro il proprio stesso dolore. Battuage: una crepa ai confini tra natura e società I Vuccirìa individuano e abitano quella fessura che si apre tra natura e società in cui non ci sono categorie, non ci sono valori, non ci sono ruoli, non c’è genere che distingua un individuo da un altro. È il Battuage, l’angusto e buio interstizio in cui puttane e trans vivono e riescono ad essere, ai loro occhi, ciò che hanno sempre voluto essere. Agli occhi dei più, invece, sono solo “merda fatta di merda”. La loro vita al di fuori di quel limbo è una farsa, un’enorme menzogna, la miserabile vita di una persona nascosta sotto un litro di fondotinta e  un paio di scarpe numero 42. I Vuccirìa e il teatro del grottesco I Vuccirìa si muovono a proprio agio nella dimensione del grottesco che affonda le sue radici in Sicilia; che costringe chi confina con il mare a trasformare una risata in un ghigno, a fare di una tragedia una commedia. Battuage è una declinazione estrema, brutale, cruenta di quel sentimento del contrario che rende dolente ogni risata, triste ogni battuta. E, allora, nel disincantato sarcasmo di un trans una puttana trova un argine al dolore di un amore infranto; in un amplesso coniugale, un fiume di parole smaschera il perbenismo borghese, il cumulo di menzogne su cui si poggia un matrimonio, quella patina di sottomissione e mortificazione che incrosta ogni unione cristiana. Battuage è il lamento di otto personaggi sui volti dei quattro attori dei Vuccirìa Teatro: Joele Anastasi, Federica Carruba Toscano, Ivan Castiglione, Enrico Sortino. Personaggi costretti a mentire, a nascondere, a mortificare o a vergognarsi di […]

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Teatro

La ballata del carcere di Reading: lì dove muore ogni speranza

La ballata del carcere di Reading al Ridotto del Mercadante dal 14 al 17 novembre. Roberto Azzurro, a due anni dal processo di Oscar Wilde, torna al Mercadante con La ballata del carcere di Reading. Azzurro Lo spettacolo apre la programmazione 2019/2020 della piccola sala al primo piano del Teatro Mercadante. Il lamento di un prigioniero dal carcere di Reading Una scena essenziale: una sedia rosa, pochi mattoni accantonati da prigionieri costretti ai lavori forzati, scarne tavole di legno. Un Wilde provato da due anni di prigionia guadagna la scena recitando la preghiera eucaristica. Il Wilde in scena non è che la carcassa consumata e logora del dandy dissoluto ed edonista che fu: di quel dandy resta un tight nero e un fiore verde all’occhiello. Da qui in poi si scioglie un lungo e dolente lamento pieno di pena, privo di speranza ma intriso di fede. Wilde davanti all’imminente fine di un condannato, Charles Thomas Wooldridge, che aveva ucciso sua moglie con un rasoio, si interroga sulla condizione umana dei prigionieri, sulla urgenza del perdono e sulla barbarie della legge che, invece, scritta dall’uomo per l’uomo, condanna alla prigionia e alla pena di morte. Roberto Azzurro non interviene su La ballata del carcere di Reading, non la rielabora, ma ci entra dentro, restituendo abilmente, con uno sguardo allucinato e una voce tremante e delirante, ogni sentimento che abbia animato e ispirato questo testo. Lo sgomento, il pentimento misto alla nostalgia per una vita di piaceri e di eccessi, la rabbia furente e l’orgoglio ferito, la sofferenza, la rassegnazione davanti al lento spegnersi del suo spirito, la flebile fede che lo tiene in vita, la consapevolezza che dal carcere non si esce vivi, seppur in vita. Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava e per questo doveva morire. Eppure ogni uomo uccide quel che ama. Ognuno ascolti, dunque, ciò che dico: alcuni uccidono con sguardo d’amarezza, altri con una parola adulatoria. Il codardo uccide con un bacio, l’uomo coraggioso con la spada. […] L’uomo gentile uccide col coltello, perché più ratto giunga il freddo della morte. […] Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Ognuno di noi uccide ciò che ama, ognuno è un malfattore che va perdonato: se è vero questo assunto, allora, chi ha commesso un più grave delitto avrà bisogno di un più grande perdono. La legge, invece, rinchiude il colpevole in una gabbia dove non c’è possibilità di espiazione, di recupero, ma solo la lenta morte della della speranza prima che sia il corpo stesso a perire. Nel carcere non crescono fiori che possano alleggerire l’animo dei condannati, ma solo erba velenosa. Il carcere non ha colori se non il nero della notte, delle ombre e il grigio acciaio delle sbarre e delle catene. Il carcere, trasforma in paglia il fieno, sfigura nel corpo e nello spirito, arrugginisce la catena di ferro della vita. Nel carcere si vive in una perenne […]

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Recensioni

L’onore perduto di Katharina Blum in scena al Teatro Mercadante

L’onore perduto di Katharina Blum: al Mercadante in scena, dal 12 al 17 novembre, è la rappresentazione teatrale del romanzo di Heinrich Böll riadattato da Letizia Russo, per la regia di Franco Però. Venerdì 20 febbraio 1974: è carnevale, i coniugi Blorna, Hubert (Peppino Mazzotta) e Trude (Ester Galazzi), sono in partenza per una meritata vacanza in montagna; Katharina (una bellissima e algida Elena Radonicich) la loro impeccabile e adorata governante, ha due settimane di paga anticipate e una serata libera in un giorno di festa. L’idea è quella di andare ad una festa e di ballare: ballare, tutta la serata, da sola. Le cose non andranno secondo i programmi: l’incontro di Katharina con Ludwig Götten, un assassino, probabilmente un terrorista, ricercato e latitante, sconvolgerà non solo i suoi piani per la serata, ma l’intera sua esistenza, che ne uscirà irreparabilmente devastata.  Katharina è protagonista e al tempo stesso narratrice della sua storia: una storia che viene raccontata a ritroso in un flashback che si dipana a partire da un omicidio. Ludwig Götten è un personaggio totalmente assente nella messa in scena: la sua assenza non fa altro che aumentare il senso di abbandono e di ingiustizia che perseguita Katharina. Da Ludwig e dall’amore per lui deriveranno tutti i mali che per un inspiegabile riflesso incondizionato si rovesceranno su Katharina.  L’onore perduto di Katharina Blum: il sacrificio di un innocente L’onore perduto di Katharina Blum mette in scena lo scontro quotidiano tra la virtù e la calunnia, il pregiudizio, il becero chiacchiericcio. Katharina ha in sé una serie di virtù che la società non perdona: la dignità che la porta a scegliere la solitudine, il decoro e il rispetto che le impongono di tacere le altrui bassezze, il riserbo e il silenzio che sollevano il sospetto e la curiosità dei vicini, l’indipendenza troppo spesso fraintesa e oggetto di maldicenze. Katharina è giovane, donna, divorziata, sola e, dopo l’incontro con Götten, follemente innamorata: Katharina è la più ghiotta delle prede da dare in pasto alla stampa scandalistica.  Nel sistema dei personaggi, il ruolo dell’antagonista non è di uno o più personaggi: l’antagonista di Katharina non è Werner Tötges, giornalista d’assalto di un tabloid locale, Die Zeitung, che, mosso dall’elementare logica del mercato, monta sulla verità una storia scandalosa e accattivante. L’antagonista di Katharina è piuttosto il pregiudizio di un’intera società, quell’atavico maschilismo che risiede nel fondo di ogni individuo, maschio o femmina che sia, che vede in ogni donna la femmina di un uomo, che non perdona, perciò, ad una donna la scelta, l’arbitrio, la proprietà della propria persona. Allora Tötges e i suoi articoletti spiccioli sono solo il megafono di quei benpensanti che non accettano la libertà e l’emancipazione di una donna giovane e bella: Tötges scrive quello che la gente vuole leggere. “La libertà di stampa è libertà di uccidere” La stampa mastica e maciulla qualunque aspetto della vita privata di Katharina. La stampa, come una lente alla luce del sole, deforma e poi brucia. Katharina, la sua vita, il […]

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Recensioni

Il mercante di Venezia: uno scontro tra culture

Il mercante di Venezia: va in scena dal 25 al 27 ottobre alla Galleria Toledo lo scontro tra la magnanimità cristiana di Antonio e la sadica crudeltà dell’ebreo Shylock. Laura Angiulli porta Il mercante di Venezia di Shakespeare alla Galleria Toledo. Venezia, XVI secolo. Una scenografia di un nero cupo, spezzato solo da uno specchio d’acqua che allaga la scena e nel quale si muovono i personaggi. Scene e personaggi diversi, luoghi lontani, vicende varie convivono sulla stessa scena. Bassanio, forse a seguito di commerci non proprio fruttuosi, è rimasto al verde e con un mucchio di debiti. La soluzione ai suoi problemi gli appare quando Portia, giovane e ricchissima orfana, è in cerca di marito. Bassanio, mosso da un amore già vivo nei confronti di Portia nonchè dal desiderio di vedere dissolto ogni suo debito grazie al denaro della bella ereditiera, decide di affrontare la lotteria a cui sono legate le sorti matrimoniali della donna. Per farlo ha bisogno, però, di una cospicua dote. Con l’aiuto del devoto amico Antonio, il mercante di Venezia, Bassanio ottiene un prestito dal sadico e avido Shylock, odioso e odiato usuraio ebreo, che chiederà in cambio la più crudele delle penali: allo scadere dei tre mesi stabiliti per il risarcimento del debito, Shylock, secondo regolare contratto, potrà sottrarre una libbra di carne dal corpo di Antonio. Da questo momento avrà inizio una serie di peripezie che porteranno Bassanio a rischiare di perdere la donna amata e Antonio sul punto di perdere la sua vita per non venir meno al contratto sottoscritto con Shylock. L’antisemitismo nell’opera di Shakespeare Il mercante di Venezia Il dramma di Shakespeare appare come una dark comedy nella quale netto è lo scontro tra personaggi positivi e personaggi negativi. Ma ciò che colpisce del dramma è il fatto che negatività e positività non appartengano ai personaggi stessi, non provengano dal loro animo ma dal popolo e dalla cultura alla quale appartengono. Forte è la sensazione che in Shylock si annidi, non una naturale e personale malvagità, ma un rancore atavico, congenito nel popolo ebraico, plasmato da secoli di pregiudizi e torti subiti, corroborato da uno smodato desiderio di denaro e ricchezza, che porta l’ebreo a comportarsi come un “cane strozzino”, ad assecondare quella “selvaggia e ansiosa brama di rovinare un uomo”. Questi istinti così bassi e meschini che animano le azioni di Shylock lo porteranno al punto da alienarsi anche l’affetto di sua figlia Jessica. Daltronde il sentimento antisemita che pervade già l’originale shakespeariano è figlio del clima giudeofobico dell’Inghilterra elisabettiana: ricorre nella produzione del periodo un’ostilità nei confronti della comunità ebraica inglese, ostilità che si percepisce, ad esempio, anche ne L’ebreo di Malta di Marlowe, che deriva da decenni di persecuzioni ed emarginazione. A fare da contraltare alla sadica malvagità di Shylock c’è una serie di personaggi che portano in scena una vasta gamma di sentimenti puri, disinteressati, delicati e potenti allo stesso tempo. Jessica, figlia di Shylock, rinnegherà suo padre e la sua religione per sposare il cristiano […]

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Food

La Shell di Eugenio Tibaldi per il restyling del Nabilah

In Nabilah affida a Eugenio Tibaldi il suo restyling: una Shell (conchiglia) per la Villa romana di Bacoli. Luca Iannuzzi mette nelle mani e nello sguardo di Eugenio Tibaldi il suo Nabilah: il risultato è una Shell, una conchiglia ultramoderna dal fascino vintage, incastonata nella sabbia e nel tufo della Villa romana di Bacoli.  Il 1956 è stato il nostro punto di partenza. L’anno in cui il lido è stato costruito. Siamo partiti da qui per compiere uno slittamento in una sorta di “disio”, di “nostalgia per il futuro”: costruire un ambiente possibile ma non reale fatto di dettagli che rimandano ad un tempo altro, ad un futuro mancato che poteva essere. Un futuro utopico che contempla il passato come bagaglio, che registra gli errori e le incertezze come momenti di costruzione preziosa rivisitandoli in un’atmosfera che, con un termine partenopeo unico al mondo, si potrebbe definire di dolce “pucundria”. Queste le parole dell’artista che ha fatto della nostalgia, della “pucundria” la sua cifra stilistica e l’ha declinata, nel lavoro fatto per il Nabilah, in un vintage ricercato e raffinato, in un’atmosfera calda, soffusa e vagamente malinconica. La conchiglia di Tibaldi rientra probabilmente in quella scuola di pensiero che vuole le strutture in piena armonia, se non addirittura fuse e confuse, nel territorio in cui si sviluppano: e in effetti la conchiglia per i materiali utilizzati, per i colori, per la forma e per lo stesso concetto che la anima si confonde con i colori e le forme della spiaggia romana di Bacoli. Acciaio, legno, vetro e PVC, tecnologia e design, arte e architettura modellano una tensostruttura pensata per resistere al violento vento di Ponente che sferza la spiaggia in ogni stagione. Ma Tibaldi riesce nel miracolo di dare un’anima alla materia, di dare calore al vetro e al PVC, di dare una lacca vintage all’ipermoderno acciaio, di far dialogare tecnologia e natura, mondanità e storia, passato e presente. L’ambiente diventa uno spazio surreale, una bolla sospesa tra tempo e spazio: la tela e il legno si fondono con la sabbia, tre alberi, una Sterlizia Nicolai detta Semi di Uccello del Paradiso, un  Ficus Benjamin, una Dracaena Drago, rompono le barriere che separano l’interno dall’esterno, accessori da donna vengono celebrati in teche come opere d’arte, raffinatissimi suppellettili trasformano il cibo da bisogno primario in lusso, pensiero, produzione culturale, piacere.

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Culturalmente

Come togliere il malocchio? Guida semiseria sui rimedi occulti

Come togliere il malocchio? Come si riconosce chi ne è stato colpito? Quali sono i suoi sintomi? Come si allontana?  Ci sono mondi, che albergano nell’infanzia di ognuno di noi, in cui l’Illuminismo non è mai avvenuto, la ragione non riesce a far luce nel fitto buio del mistero, la superstizione è una vera e propria scienza esatta. In questi mondi, quando accade qualcosa di increscioso, quando le cose non vanno più per il verso giusto, quando un malessere ci colpisce, quando la sfortuna sembra non volersi allontanare da noi, la spiegazione più ovvia e plausibile è solo una: il malocchio. E chi crede nel malocchio crede in quella vera e propria “scienza” che permette di fare anamnesi, diagnosi e prognosi del malocchio. A parlarci diffusamente del malocchio, dei suoi effetti e delle sue cause è il Filosofo Cornelio Agrippa nel suo De occulta philosophia del 1531. Cornelio Agrippa definisce il malocchio “una forza che partendo dallo spirito del fascinatore entra negli occhi del fascinato e giunge fino al di lui cuore”. Il malocchio, dunque, altro non è che una maledizione di cui qualcuno può essere vittima: l’occhio del male (in inglese evil eye, occhio del male, in spagnolo mal de ojo) può essere trasmesso volontariamente ma può essere anche frutto involontario di invidie o vere e proprie ossessioni. Sintomi del malocchio possono essere mal di testa, nausea, vomito, o anche più in generale sfortuna, infelicità, malessere interiore. Come togliere il malocchio? A diagnosticare ed eventualmente curare il malocchio sono solitamente donne anziane depositarie di tutto il sapere relativo alle arti occulte. Queste donne sono le uniche in grado di riconoscere l’occhio del male e le uniche a conoscere i trucchi per poterlo allontanare: trasmettere questo sapere ad un’altra persona implica necessariamente la perdita o l’indebolimento del proprio “potere guaritore”. Per questo motivo le donne trasmettono il proprio sapere occulto come una sorta di eredità solo nei giorni rossi del calendario. Nell’era digitale, se la filosofia dell’occulto ha meno appeal sulle persone, è altrettanto vero che per fare “indagini diagnostiche” e ottenere “terapie” per il malocchio non è più necessario rivolgersi alle anziane donne che custodiscono gelosamente il loro sapere. Per capire se si è stati colpiti dal malocchio e trovare dei rimedi basta fare un rapido giro in rete o consultare qualche tutorial su youtube. E quindi, come togliere il malocchio? Cercheremo qui di proporre qualcuno tra i metodi più diffusi per togliere il malocchio.  Per togliere il malocchio dalla propria casa sarà sufficiente lavare pareti e pavimenti con acqua e sale, porre in ogni angolo sacchettini di stoffa rossa fatti a mano con dentro sale grosso e un foglietto con sopra scritto a mano il numero “sette”. Il numero sette, numero buono diversamente dal 4 e dal 6 che sono i numeri del male, ricorre anche in altri rimedi. Per togliere il malocchio dalla propria persona, infatti, sarà necessario fare un bagno al giorno, per 7 giorni, in acqua tiepida con abbondante sale grosso, versato possibilmente dalle mani di una […]

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Recensioni

La luna di Iodice: il dramma esistenziale degli oggetti

La luna di Davide Iodice debutta al Palazzo Fondi: in scena dal 24 al 29 settembre, lo spettacolo del regista napoletano per Teatri Associati di Napoli, scava tra gli scarti e ipnotizza il pubblico. Composizione essenziale quella de La luna di Iodice. Otto attori, nessun personaggio, eterei nell’aspetto come nei movimenti, si muovono su uno spazio scenico essenziale, quello curato da Tiziano Fario: totem di plastica azzurra su pareti nere. I costumi di Daniela Salernitano trasformano una busta di plastica nel manto di una scimmia, nella coda di una sirena. Le luci e i suoni di Antonio Minichini sono cupi, a tratti angoscianti.  Un prologo in versi, di Damiano Rossi, gioca con le parole e con i rifiuti e anticipa lo spettacolo vero e proprio. Giochi di parole, suoni, urla umane, lazzi di bambini, versi animali, voci registrate, musica, interferenze radio proiettano lo spettatore in un mondo surreale, lo spazio lunare in cui i rifiuti prendono vita, raccontano la loro storia, testimoniano ferite, lutti, traumi, momenti, istanti, eventi. Quello di Davide Iodice è il dramma esistenziale degli oggetti.  Una gestazione di due anni quella dello spettacolo, durante la quale Iodice registra testimonianze di persone comuni: ognuno dona un frammento significativo della propria vita, un rifiuto e la storia che questo porta impressa. Se la luna di Ariosto raduna ciò che sulla terra si è perduto, la Luna di Iodice raccoglie lo scarto, il rimosso, ciò che, per una serie innumerevole di ragioni, non vogliamo più. Impigliato tra le molecole che compongono gli oggetti c’è il ricordo di dolori e ferite e se una oggetto viene rifiutato spesso è perché il peso di questi ricordi è insopportabile. Gli attori portano in scena questi rifiuti e il loro dramma: l’abito indossato al funerale di un padre che porta l’odore del lutto, del dolore, della perdita; i fiori essiccati implorano perdono per le botte di un marito, addobbano il cimitero di una relazione, testimoniano il desiderio di un matrimonio felice e duraturo;  gli occhiali rotti portano i segni delle percosse, rievocano le minacce dei bulli; una parrucca azzurra è il simbolo della vergogna, del desiderio di accettazione e del sentimento di inadeguatezza; nelle punte da ballerina il rifiuto, in una cintura il manicomio, in una gabbia per uccelli il suicidio, in una siringa un bambino mai nato. Minimo comune denominatore di queste storie è la morte che compare angosciante, in nero, sulla scena, gobba, convulsa nei movimenti. I rifiuti hanno conosciuto la morte e ne sono la traccia: la morte di un caro, la morte di un amore, la morte dei sogni e della aspettative, la fine dell’infanzia e della gioia, la fine tragica di un breve amore estivo, di un’amicizia. Ma la morte è anche un dono: l’estinto ci fa dono della sua assenza, del vuoto sordo che la sua scomparsa lascia, della riflessione e del perdono che ne devono derivare.  Lo spettatore rimane ipnotizzato da questo spazio lunare e percosso, stordito dalle vite e dalle storie che su di esso convulsamente si consumano […]

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Cinema e Serie tv

Dernier amour: il Casanova inedito di Benoît Jacquot

Inghilterra, XVIII secolo. Giacomo Casanova, interpretato da Vincent Lindon, in esilio in Inghilterra – terra a lui del tutto sconosciuta geograficamente tanto quanto in termini di costumi e usanze – vive il suo dernier amour, il suo ultimo amore per una giovane donna inglese, La Charpillon, una fascinosa Stacy Martin. Un ormai più che maturo Casanova, veneziano di nascita, francese d’adozione, seduttore infallibile, ma anche scrittore, avventuriero, filosofo e agente segreto italiano, è protagonista del nuovo film di Benoît Jacquot. Benoît si mette alla prova in un altro film in costume, dopo Les Adieux à la reine, proponendoci una versione inedita del più francese dei personaggi italiani. La rappresentazione di questo personaggio è mutuata direttamente dall’Histoire de ma vie, opera autobiografica di Casanova che l’autore, durante la presentazione del suo film all’Institut Francais di Napoli per il Napoli Film Festival, confessa di aver letto più volte fin dalla giovane età e di aver amato fin al punto da lasciarsi plasmare da essa e dal suo autore/protagonista. Luci basse frutto dell’abile e ricercata fotografia di Christophe Beaucarne, pochi personaggi, un cammeo di Valeria Golino nei panni di Corneille, cantante lirica e compagna di Casanova, poca interferenza con gli eventi storici o con il costume. Dernier amour racconta in flashback, in una confessione resa dallo stesso Casanova pochi anni prima della morte, di un amore eccezionale nel senso letterale del termine: “Ognuna era la prima e l’ultima, sono sempre stato amico di tutte, tranne una“. Casanova è ormai più che maturo, gode, ovunque vada, della fama di fascinoso seduttore, di predatore infallibile: eppure davanti alla bellezza acerba di una donna scaltra e raggiratrice, mostrerà tutta la fallibilità della sua capacità seduttiva. Forse per l’età matura di Casanova, forse per l’abilità nel raggiro de La Charpillon, giovane donna poco raccomandabile, forse per la clamorosa differenza d’età tra i due che li fa combattere ad armi impari in un gioco d’amore che lascerà ferite insanabili in un uomo ormai al tramonto. La trappola architettata da La Charpillon inizialmente appare come una banale truffa per estorcere denaro ad un ricco e anziano nobiluomo: diventerà poi un gioco di pura vanità, una manovra fine a se stessa per piegare fino a spezzare un incallito seduttore, una strategia per cui la cacciatrice, offrendosi continuamente senza mai concedersi, finirà per sfinire la preda. Il taglio dato alla narrazione è, quindi, sicuramente inaspettato: lo spettatore che si aspetta amori travolgenti e furenti, incontri sensuali e passionali, libertinaggio e immoralità si troverà difronte un Casanova pensoso, malinconico, nostalgico, retrospettivo e introspettivo, un Casanova inedito.

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Culturalmente

Manifesto di Marinetti: la bellezza della velocità e della violenza

Il Manifesto futurista di Marinetti: il rifiuto del passato e la celebrazione del progresso e della violenza Il Manifesto futurista di Marinetti, pubblicato in francese su “Le Figaro” nel febbraio del 1909 con il titolo Le Futurisme, dettò le coordinate di un nuovo panorama culturale: la filosofia futurista investì ogni campo del sapere, dal linguaggio alle forme di scrittura, dalla percezione del passato al rapporto con il futuro. Marinetti, nel Manifesto futurista, traccia il solco di una nuova mentalità, di un nuovo modo di concepire l’arte: la letteratura non sarà più “l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno”, ma lotta, slancio, impeto aggressivo e violento assalto, asservimento di forze ignote davanti all’innegabile potenza dell’uomo.  Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. Il rapido e dirompente sviluppo tecnico- scientifico, che riempie le città di automobili, aerei, treni e reti ferroviarie sempre più fitte, genera l’urgenza di nuovi modelli estetici, di un nuovo linguaggio, di una rottura definitiva e perentoria con il passato. La scrittura si fa dinamica, nervosa, in costante tensione. I temi sono politicamente scorretti in una maniera sfacciata persino per i primi del ‘900: al bando ogni debolezza, ogni languore; disprezzo per il passato, per il culto e la conservazione di esso; lotta al femminismo e al moralismo.

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Culturalmente

Dulce et decorum est pro patria mori: i due volti della guerra

Dulce et decorum est pro patria mori è l’icastica esortazione al coraggio incastonata nell’ode 2 del III libro dei Carmina di Orazio. L’ode ripropone un tema già caro alla lirica greca di età arcaica e in particolare all’elegia dello spartano Tirteo. L’ode oraziana, così come l’elegia contenuta nel frammento 10 West, propone una visione della guerra che affonda le sue radici nella cultura spartana e che si è rafforzata nei secoli di guerre che Roma ha combattuto per proteggere ed espandere i propri confini, per affermare se stessa e il proprio dominio su buona parte del mondo conosciuto: la patria richiede il sangue e il sacrificio dei suoi cittadini e quindi “dulce et decorum est pro patria mori” (dolce e bello è morire per la patria). A chi fugge davanti al pericolo, a chi abbandona la sua patria nella speranza di mettere in salvo se stesso e i propri cari dalla guerra spetta solo la vergogna, colui che, vile, nega il proprio sacrificio alla patria: “insozza la sua stirpe, guasta la figura, ogni infamia lo segue, ogni viltà” (Tirteo, fr. 10 West). Questo tipo di retorica ha senso in un tipo di società, come quella spartana o romana, in cui fare la guerra è un diritto che spetta solo a chi è cittadino a pieno titolo, in cui il coraggio è uno status, la più importante delle virtù e la viltà una colpa imperdonabile, una macchia indelebile. Allora “Giacere morto è bello, quando un prode lotta per la sua patria e cade in prima fila” tuona Tirteo (fr. 10 West) e secondo Orazio “raro antecedentem scelestum deseruit pede Poena claudo” (raramente la Pena, seppur zoppa, lascia scappare lo scellerato che fugge). Questo messaggio rimbalza nei secoli e attraversa varie epoche. Durante la Rivoluzione francese o il Risorgimento italiano questa retorica conserva intatta la sua potenza pur riempendosi di contenuti diversi: morire per la patria è bello quando c’è da difendere un ideale, da combattere per la libertà. Quando però, agli inizi del ‘900, a chiamare al sacrificio saranno il colonialismo più avido e il nazionalismo superbo e aggressivo, allora la poesia non sarà più propaganda esortativa, ma lamento, canto di morte, testimonianza dell’orrore. Da Tirteo a Owen, la vecchia bugia del dulce et decorum est pro patria mori Sul finire del primo conflitto mondiale che ha stroncato vite, versato sangue, strappato figli alle proprie madri, mariti alle proprie mogli, padri ai propri figli, Wilfred Owen, in un testo pubblicato postumo nella raccolta Poems, sbatte in faccia alla fanatica militarista Jessie Pope quanto dulce et decorum est pro patria mori sia una old lie, una vecchia bugia.  E lo fa nel modo più efficace possibile: scolpendo con le parole l’immagine della morte più atroce possibile, l’asfissia da gas. Dal verde appannato di una maschera antigas Owen ci descrive un compagno che muore annegato nel gas, gli “occhi bianchi contorcersi nel suo volto,/il suo volto abbassato, come un diavolo stanco di peccare […] il sangue/ che arriva come un gargarismo dai polmoni rosi […]

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Napoli e Dintorni

Bio… Dinamico: la scommessa dell’agricoltura biodinamica

Bio… Dinamico: divulgare, promuovere e valorizzare i prodotti dell’agricoltura biodinamica. Giovedì 18 luglio, nel complesso monumentale di Santa Chiara si è tenuto il terzo appuntamento con il tour in 6 tappe del progetto Bio… Dinamico promosso da AmicoBio, con il patrocinio del Fondo Europeo per lo Sviluppo Rurale, la Repubblica Italiana, la Regione Campania e la collaborazione di APAB. Le città toccate dal tour di seminari tematici sono Milano, Roma, Napoli, Bologna, Firenze e Santa Maria Capua Vetere. Se nelle tappe di Milano e Roma sono stati approfonditi i temi della sostenibilità, della tutela dell’ambiente e del paesaggio, della valenza dell’agricoltura biodinamica come patrimonio dell’agricoltura italiana, la tappa napoletana ha affrontato il tema Ricerca e formazione in agricoltura biologica e biodinamica. Ad intervenire sul tema della necessità di incrementare la ricerca e la sperimentazione nel settore biologico e biodinamico sono stati esperti del settore della formazione: Dott. Filippo Diasco, Direttore generale delle politiche agricole, alimentari e forestali della Regione Campania; Dott. Enrico Amico, Imprenditore e Presidente gruppo Amico Bio; Prof. Giuseppe Celano Professore associato presso l’Università degli Studi di Salerno; Prof. Massimo Fagnano, Professore associato di Agronomia ed Ecologia Agraria presso il Dipartimento di Agraria della Facoltà di Napoli Federico II; Dott. Francesco Giardina esperto agronomo collaboratore di Coldiretti; Dott. Carlo Triarico, Presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica; Dott.ssa Roberta Cafiero Dirigente MIPAAFT. A seguire, lo chef Simone Salvini ha tradotto il discorso teorico in un cooking show in cui prodotti provenienti da agricoltura biodinamica e ricette tradizionali campane sono stati rielaborati e trasformati in capolavori dell’arte enogastronomica. Che cos’è l’agricoltura biodinamica e perché è necessario investire in questo settore? Ad aiutarci a comprendere cosa sia l’agricoltura biodinamica e come essa possa costituire una svolta nel sistema della produzione agricola globale possono essere utili alcuni stralci del documentario in uscita, che è sintesi dell’intero progetto di AmicoBio: la biodinamica è un’agricoltura che non solo non avvelena il pianeta, ma crea un’interazione tra tutti gli esseri viventi e costituisce la speranza di creare, davanti ad un disastro ecologico incombente, una realtà nuova. Obiettivi della biodinamica sono la biodiversità, la riduzione dell’impatto ambientale della produzione agricola, l’integrazione tra produzione agricola e allevamento zootecnico con modalità che rispettino e promuovano la fertilità e la vitalità del terreno e allo stesso tempo le qualità tipiche delle specie vegetali e animali, il rispetto de ritmi della natura e dei cicli cosmici e lunari, l’eliminazione di fertilizzanti minerali sintetici e di pesticidi chimici. Il metodo biodinamico, quindi, prevede che la fertilità e la vitalità del terreno debbano essere ottenute con mezzi naturali come compost prodotto da concime solido da cortile, materiale vegetale come fertilizzante, rotazioni colturali, lotta antiparassitaria meccanica e pesticidi a base di sostanze minerali e vegetali. Insomma il progetto dell’agricoltura biodinamica propone un ritorno a metodi naturali, a ritmi meno serrati e ad una produzione meno invasiva per l’ambiente, ma pur sempre compatibilmente con le richieste del mercato globale. Ricerca e formazione nel campo della biodinamica. La ricerca in questo campo, se in Europa fa passi da gigante […]

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Recensioni

Lettera a un bambino mai nato. Madre, sost. femminile singolare

Lettera a un bambino mai nato. Madre, sost. femminile singolare: Il pozzo e il pendolo ci regala nuovi “Brividi d’estate” con la lettura di “Lettera a un bambino mai nato”. L’Orto Botanico, una scenografia essenziale, luci basse, ombre, la voce di Rosalba Di Girolamo, le parole di Oriana Fallaci, musica. “Stanotte ho saputo che c’eri”. “Essere madre non è un mestiere e nemmeno un dovere, essere madre è un diritto”. Lettera a un bambino mai nato è la paradossale celebrazione della vita, della scelta di dare la vita pur continuando ad essere, ad esistere come donna oltre che come madre. Lettera a un bambino mai nato è la storia di una una donna che prima è stata una figlia non desiderata e che ora è madre di un figlio non cercato. Rosalba Di Girolamo mette in scena il dubbio, il ripensamento, la lacerante scelta tra essere donna e essere madre, poiché l’essere madre a volte esclude la possibilità di essere donna. 3 settimane: 2 mm e mezzo eppure il tuo cuore, in proporzione, è 9 volte più grande del mio. Questo essere che ancora non esiste è presente e la sua sola presenza le impone di donargli la vita anche se c’è un padre che medita su come disfarsene; di metterlo al mondo anche se il mondo è un mondo difficile, un mondo di uomini, un mondo che pensa al maschile; di farlo nascere anche se questo bambino potrebbe non volerlo, perché farlo nascere è la cosa giusta. A 5 settimane sei 3 mm, simile ad una larva, un essere senza volto e senza cervello, un essere che ignora di esistere. La protagonista è una donna continuamente preda del dubbio e di umori variabili e discordanti, che vede in questo bambino, in questo essere che “le ruba se stessa”, che “respira il suo respiro“, una minaccia alla sua esistenza come donna, come giornalista.  6 settimane: un pesciolino con le ali, la scienza mi ha dato la certezza che esisti. Questa donna farà un figlio senza un uomo in un mondo fatto su misura per gli uomini: allora lei dovrà proteggere se stessa e il suo bambino dagli sguardi scandalizzati, dal biasimo e dalla silenziosa condanna del farmacista che le vende la luteina, del sarto a cui chiede un cappotto più “abbondante” per l’inverno che verrà, del commendatore “che aveva grandi progetti per lei”, della sua amica sposata al quarto aborto in 3 anni. Nonostante ciò, il solo pensiero di uccidere questo bambino la uccide: lo proteggerà da tutto e da tutti, ma non da se stessa.  2 mesi: l’embrione diventa feto. Le cose si complicano. Il commendatore ha un progetto cucito addosso a lei, il medico le impone il riposo. La tenerezza della maternità non scalfisce la fierezza di essere donna. Essere donna mentre si è madre sta diventando sempre più difficile; scegliere diventa sempre più doloroso.  3 mesi: 6 cm e 8 grammi Il padre che voleva disfarsene, che cercava soluzioni ad un “crimine” commesso in due, ci ripensa: questo bambino […]

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Recensioni

Il tempo è veleno: Tony Laudadio gioca con il tempo

Il tempo è veleno: Tony Laudadio al Sannazzaro Per il Napoli Teatro Festival, va in scena al Sannazzaro “Il tempo è veleno” di Tony Laudadio, per la regia di Francesco Saponaro: un gioco di incastri, di vertiginosi salti temporali dagli anni ’70 ad oggi. “Napoli all’inizio ha le braccia conserte, ma dopo un po’ si apre“: una Napoli un po’ diffidente e guardinga è la città che ospita le varie generazioni di una famiglia controversa e turbolenta, ma tutto sommato legata anche nella lontananza, presente anche nell’assenza, una famiglia per la quale “il tempo è veleno“. Bianca è una donna “dannosa” che ha paura del futuro, delle scelte fatte, di quelle ancora da fare, della sua gravidanza, di se stessa. Paco è un uomo leggero, nonostante il peso dei suoi segreti, dotato di un inossidabile ottimismo che cerca, invano, di trasmettere alla moglie Bianca.  Sara e Marta sono le due figlie che nasceranno da questa unione e che dovranno poi, in età adolescenziale, affrontare la perdita dei genitori. Sara è una primogenita immatura e irrisolta, che cerca scorciatoie, che non percepisce i danni causati dalle sue scelte sbagliate. Marta è posata fino al punto di risultare inquadrata, è ancorata al passato, disperatamente intenzionata a non perdere ciò che resta del suo nido. Negli anni ’70 si dipanano classiche dinamiche familiari, domestiche, consueti giochi di ruolo tra Bianca e Paco: maschio/femmina, marito/moglie, madre ansiosa/padre irresponsabile. Piani temporali si intersecano, generazioni si susseguono, persone che non ci sono più manifestano ancora la loro presenza, coloro che sopravvivono affrontano le perdite e le verità che dal passato riemergono in modo diverso. Sulla scena convivono personaggi calati in piani temporali diversi, madri giovani e figlie ormai adolescenti o addirittura mature, gli anni ’70 e la caduta del muro di Berlino, Craxi e la guerra in Jugoslavia, un mutuo da accendere e una casa ormai vecchia da mettere in vendita. L’incontro con un, solo apparentemente sconosciuto, possibile acquirente della casa di famiglia, tale Ennio, porterà la Marta ormai matura a confessarsi, a riaprire ferite che il tempo non ha sanato, a fare i conti con i suoi fantasmi. Il tempo di questa commedia amara e melanconica è un tempo che non sana, ma lascia, invece, evidenti cicatrici; è un tempo “velenoso” che alimenta morbosamente il ricordo. Marta nelle sua negazione del dolore continuerà a “coltivare i suoi fantasmi“, ad accoglierli in casa, a nutrirli con la bellezza, con l’affetto, con il dolore, con la memoria. Ad avvelenare i rapporti e le persone non è solo il tempo: i rapporti si inquinano con bugie, segreti, frasi infelici, scelte non condivise e non condivisibili. I fantasmi abitano il passato nella forma dei ricordi, abitano il futuro nella forma dei desideri repressi, delle passioni e dei sogni frustrati, delle strade non battute; abitano, infine, il presente nella forma di verità dure da accettare e rancori difficili da sciogliere. DI TONY LAUDADIO CON TERESA SAPONANGELO, EVA CAMBIALE, ANDREA RENZI, ANGELA FONTANA, LUCIENNE PERRECA, TONY LAUDADIO REGIA FRANCESCO SAPONARO COPRODUZIONE TEATRI UNITI E FONDAZIONE CAMPANIA DEI […]

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Libri

Libri erotici: una rassegna della migliore letteratura erotica per nulla banale

Libri erotici: una rassegna della migliore letteratura erotica per non cadere nella banale porno-letteratura. Di libri erotici sono pieni gli scaffali di ogni libreria, dalla più ricercata alla più commerciale, perché molti sono i fan del genere per le più svariate ragioni. Chi si accosta al genere erotico lo fa perché alla ricerca di storie piccanti o di sensazioni forti; lo fa per vedere tradotto in parole quello che si fa in azione o anche per vedere immortalato sul bianco della pagina quello che spaventa, quello che per pudore non si riesce a fare o per costrizioni di natura morale non si riesce ad esprimere. Non tutto ciò che le librerie propongono nel settore “letteratura erotica”, però, vale la pena di essere sfogliato. Come in ogni settore della letteratura è bene sapere di cosa si è in cerca, cosa si vuole leggere, prima di passare per la cassa. Tra l’immane quantità di robaccia che il mercato propone cercheremo di selezionare quanto di più alto il genere abbia prodotto, affinché i nostri lettori possano trovare, nel sentiero che li porta alle sensazioni forti, anche una buona dose di piacere letterario. Il confine tra erotismo e pornografia è effettivamente molto scivoloso e se per la filmografia intercettare questo confine è abbastanza facile, per i libri erotici non lo è altrettanto. Su questo punto Neil Gaiman ha cercato di dare una spiegazione nella prefazione di Lost Girls, l’opera a fumetti in tre volumi di Alan Moore e Melinda Gebbie: «Il confine tra pornografia ed erotismo è ambiguo, e cambia a seconda del punto di vista. Per alcuni forse dipende da cosa ti eccita (ciò per me è erotico, per te è pornografico), per alcuni è una questione sociale (vale a dire l’erotismo è la pornografia per ricchi). Forse ha anche a che fare con la distribuzione – la pornografia in rete è indiscutibilmente porno, mentre un’edizione a tiratura limitata, su carta avorio, comprata da esperti, divisa e rilegata in volumi costosissimi, non può che essere erotica». Tale spiegazione non ci soddisfa del tutto e non chiarisce completamente la differenza tra letteratura pornografica e letteratura erotica, ma è comunque un indizio per cercare di capire a che tipo di testo ci stiamo accostando. La rassegna di libri erotici che proponiamo comincia dalle più recenti proposte per poi passare ai classici, a quei testi che acquistano ancora più valore se si pensa a quale sia il contesto culturale nel quale sono stati pubblicati. Di recente pubblicazione è Candore (Einaudi), il nuovo romanzo dello scrittore pugliese Mario Desiati: Martino Bux, un soldato diciottenne, scopre il sesso e il mondo femminile in un cinema a luci rosse, dove donne sensuali e disinibite tanto quanto irraggiungibili si offrono a lui e alle sue fantasie erotiche. Tutto questo può avvenire solo in un cinema a luci rosse perché fuori c’è una Roma e un’Italia ancora perbenista e bigotta. Ma per Martino la pornografia diventa una claustrofobica trappola: piano piano la realtà diventa per lui insoddisfacente e allora cerca solo donne che somiglino […]

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