Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Food

La Shell di Eugenio Tibaldi per il restyling del Nabilah

In Nabilah affida a Eugenio Tibaldi il suo restyling: una Shell (conchiglia) per la Villa romana di Bacoli. Luca Iannuzzi mette nelle mani e nello sguardo di Eugenio Tibaldi il suo Nabilah: il risultato è una Shell, una conchiglia ultramoderna dal fascino vintage, incastonata nella sabbia e nel tufo della Villa romana di Bacoli.  Il 1956 è stato il nostro punto di partenza. L’anno in cui il lido è stato costruito. Siamo partiti da qui per compiere uno slittamento in una sorta di “disio”, di “nostalgia per il futuro”: costruire un ambiente possibile ma non reale fatto di dettagli che rimandano ad un tempo altro, ad un futuro mancato che poteva essere. Un futuro utopico che contempla il passato come bagaglio, che registra gli errori e le incertezze come momenti di costruzione preziosa rivisitandoli in un’atmosfera che, con un termine partenopeo unico al mondo, si potrebbe definire di dolce “pucundria”. Queste le parole dell’artista che ha fatto della nostalgia, della “pucundria” la sua cifra stilistica e l’ha declinata, nel lavoro fatto per il Nabilah, in un vintage ricercato e raffinato, in un’atmosfera calda, soffusa e vagamente malinconica. La conchiglia di Tibaldi rientra probabilmente in quella scuola di pensiero che vuole le strutture in piena armonia, se non addirittura fuse e confuse, nel territorio in cui si sviluppano: e in effetti la conchiglia per i materiali utilizzati, per i colori, per la forma e per lo stesso concetto che la anima si confonde con i colori e le forme della spiaggia romana di Bacoli. Acciaio, legno, vetro e PVC, tecnologia e design, arte e architettura modellano una tensostruttura pensata per resistere al violento vento di Ponente che sferza la spiaggia in ogni stagione. Ma Tibaldi riesce nel miracolo di dare un’anima alla materia, di dare calore al vetro e al PVC, di dare una lacca vintage all’ipermoderno acciaio, di far dialogare tecnologia e natura, mondanità e storia, passato e presente. L’ambiente diventa uno spazio surreale, una bolla sospesa tra tempo e spazio: la tela e il legno si fondono con la sabbia, tre alberi, una Sterlizia Nicolai detta Semi di Uccello del Paradiso, un  Ficus Benjamin, una Dracaena Drago, rompono le barriere che separano l’interno dall’esterno, accessori da donna vengono celebrati in teche come opere d’arte, raffinatissimi suppellettili trasformano il cibo da bisogno primario in lusso, pensiero, produzione culturale, piacere.

... continua la lettura
Culturalmente

Come togliere il malocchio? Guida semiseria sui rimedi occulti

Come togliere il malocchio? Come si riconosce chi ne è stato colpito? Quali sono i suoi sintomi? Come si allontana?  Ci sono mondi, che albergano nell’infanzia di ognuno di noi, in cui l’Illuminismo non è mai avvenuto, la ragione non riesce a far luce nel fitto buio del mistero, la superstizione è una vera e propria scienza esatta. In questi mondi, quando accade qualcosa di increscioso, quando le cose non vanno più per il verso giusto, quando un malessere ci colpisce, quando la sfortuna sembra non volersi allontanare da noi, la spiegazione più ovvia e plausibile è solo una: il malocchio. E chi crede nel malocchio crede in quella vera e propria “scienza” che permette di fare anamnesi, diagnosi e prognosi del malocchio. A parlarci diffusamente del malocchio, dei suoi effetti e delle sue cause è il Filosofo Cornelio Agrippa nel suo De occulta philosophia del 1531. Cornelio Agrippa definisce il malocchio “una forza che partendo dallo spirito del fascinatore entra negli occhi del fascinato e giunge fino al di lui cuore”. Il malocchio, dunque, altro non è che una maledizione di cui qualcuno può essere vittima: l’occhio del male (in inglese evil eye, occhio del male, in spagnolo mal de ojo) può essere trasmesso volontariamente ma può essere anche frutto involontario di invidie o vere e proprie ossessioni. Sintomi del malocchio possono essere mal di testa, nausea, vomito, o anche più in generale sfortuna, infelicità, malessere interiore. Come togliere il malocchio? A diagnosticare ed eventualmente curare il malocchio sono solitamente donne anziane depositarie di tutto il sapere relativo alle arti occulte. Queste donne sono le uniche in grado di riconoscere l’occhio del male e le uniche a conoscere i trucchi per poterlo allontanare: trasmettere questo sapere ad un’altra persona implica necessariamente la perdita o l’indebolimento del proprio “potere guaritore”. Per questo motivo le donne trasmettono il proprio sapere occulto come una sorta di eredità solo nei giorni rossi del calendario. Nell’era digitale, se la filosofia dell’occulto ha meno appeal sulle persone, è altrettanto vero che per fare “indagini diagnostiche” e ottenere “terapie” per il malocchio non è più necessario rivolgersi alle anziane donne che custodiscono gelosamente il loro sapere. Per capire se si è stati colpiti dal malocchio e trovare dei rimedi basta fare un rapido giro in rete o consultare qualche tutorial su youtube. E quindi, come togliere il malocchio? Cercheremo qui di proporre qualcuno tra i metodi più diffusi per togliere il malocchio.  Per togliere il malocchio dalla propria casa sarà sufficiente lavare pareti e pavimenti con acqua e sale, porre in ogni angolo sacchettini di stoffa rossa fatti a mano con dentro sale grosso e un foglietto con sopra scritto a mano il numero “sette”. Il numero sette, numero buono diversamente dal 4 e dal 6 che sono i numeri del male, ricorre anche in altri rimedi. Per togliere il malocchio dalla propria persona, infatti, sarà necessario fare un bagno al giorno, per 7 giorni, in acqua tiepida con abbondante sale grosso, versato possibilmente dalle mani di una […]

... continua la lettura
Recensioni

La luna di Iodice: il dramma esistenziale degli oggetti

La luna di Davide Iodice debutta al Palazzo Fondi: in scena dal 24 al 29 settembre, lo spettacolo del regista napoletano per Teatri Associati di Napoli, scava tra gli scarti e ipnotizza il pubblico. Composizione essenziale quella de La luna di Iodice. Otto attori, nessun personaggio, eterei nell’aspetto come nei movimenti, si muovono su uno spazio scenico essenziale, quello curato da Tiziano Fario: totem di plastica azzurra su pareti nere. I costumi di Daniela Salernitano trasformano una busta di plastica nel manto di una scimmia, nella coda di una sirena. Le luci e i suoni di Antonio Minichini sono cupi, a tratti angoscianti.  Un prologo in versi, di Damiano Rossi, gioca con le parole e con i rifiuti e anticipa lo spettacolo vero e proprio. Giochi di parole, suoni, urla umane, lazzi di bambini, versi animali, voci registrate, musica, interferenze radio proiettano lo spettatore in un mondo surreale, lo spazio lunare in cui i rifiuti prendono vita, raccontano la loro storia, testimoniano ferite, lutti, traumi, momenti, istanti, eventi. Quello di Davide Iodice è il dramma esistenziale degli oggetti.  Una gestazione di due anni quella dello spettacolo, durante la quale Iodice registra testimonianze di persone comuni: ognuno dona un frammento significativo della propria vita, un rifiuto e la storia che questo porta impressa. Se la luna di Ariosto raduna ciò che sulla terra si è perduto, la Luna di Iodice raccoglie lo scarto, il rimosso, ciò che, per una serie innumerevole di ragioni, non vogliamo più. Impigliato tra le molecole che compongono gli oggetti c’è il ricordo di dolori e ferite e se una oggetto viene rifiutato spesso è perché il peso di questi ricordi è insopportabile. Gli attori portano in scena questi rifiuti e il loro dramma: l’abito indossato al funerale di un padre che porta l’odore del lutto, del dolore, della perdita; i fiori essiccati implorano perdono per le botte di un marito, addobbano il cimitero di una relazione, testimoniano il desiderio di un matrimonio felice e duraturo;  gli occhiali rotti portano i segni delle percosse, rievocano le minacce dei bulli; una parrucca azzurra è il simbolo della vergogna, del desiderio di accettazione e del sentimento di inadeguatezza; nelle punte da ballerina il rifiuto, in una cintura il manicomio, in una gabbia per uccelli il suicidio, in una siringa un bambino mai nato. Minimo comune denominatore di queste storie è la morte che compare angosciante, in nero, sulla scena, gobba, convulsa nei movimenti. I rifiuti hanno conosciuto la morte e ne sono la traccia: la morte di un caro, la morte di un amore, la morte dei sogni e della aspettative, la fine dell’infanzia e della gioia, la fine tragica di un breve amore estivo, di un’amicizia. Ma la morte è anche un dono: l’estinto ci fa dono della sua assenza, del vuoto sordo che la sua scomparsa lascia, della riflessione e del perdono che ne devono derivare.  Lo spettatore rimane ipnotizzato da questo spazio lunare e percosso, stordito dalle vite e dalle storie che su di esso convulsamente si consumano […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Dernier amour: il Casanova inedito di Benoît Jacquot

Inghilterra, XVIII secolo. Giacomo Casanova, interpretato da Vincent Lindon, in esilio in Inghilterra – terra a lui del tutto sconosciuta geograficamente tanto quanto in termini di costumi e usanze – vive il suo dernier amour, il suo ultimo amore per una giovane donna inglese, La Charpillon, una fascinosa Stacy Martin. Un ormai più che maturo Casanova, veneziano di nascita, francese d’adozione, seduttore infallibile, ma anche scrittore, avventuriero, filosofo e agente segreto italiano, è protagonista del nuovo film di Benoît Jacquot. Benoît si mette alla prova in un altro film in costume, dopo Les Adieux à la reine, proponendoci una versione inedita del più francese dei personaggi italiani. La rappresentazione di questo personaggio è mutuata direttamente dall’Histoire de ma vie, opera autobiografica di Casanova che l’autore, durante la presentazione del suo film all’Institut Francais di Napoli per il Napoli Film Festival, confessa di aver letto più volte fin dalla giovane età e di aver amato fin al punto da lasciarsi plasmare da essa e dal suo autore/protagonista. Luci basse frutto dell’abile e ricercata fotografia di Christophe Beaucarne, pochi personaggi, un cammeo di Valeria Golino nei panni di Corneille, cantante lirica e compagna di Casanova, poca interferenza con gli eventi storici o con il costume. Dernier amour racconta in flashback, in una confessione resa dallo stesso Casanova pochi anni prima della morte, di un amore eccezionale nel senso letterale del termine: “Ognuna era la prima e l’ultima, sono sempre stato amico di tutte, tranne una“. Casanova è ormai più che maturo, gode, ovunque vada, della fama di fascinoso seduttore, di predatore infallibile: eppure davanti alla bellezza acerba di una donna scaltra e raggiratrice, mostrerà tutta la fallibilità della sua capacità seduttiva. Forse per l’età matura di Casanova, forse per l’abilità nel raggiro de La Charpillon, giovane donna poco raccomandabile, forse per la clamorosa differenza d’età tra i due che li fa combattere ad armi impari in un gioco d’amore che lascerà ferite insanabili in un uomo ormai al tramonto. La trappola architettata da La Charpillon inizialmente appare come una banale truffa per estorcere denaro ad un ricco e anziano nobiluomo: diventerà poi un gioco di pura vanità, una manovra fine a se stessa per piegare fino a spezzare un incallito seduttore, una strategia per cui la cacciatrice, offrendosi continuamente senza mai concedersi, finirà per sfinire la preda. Il taglio dato alla narrazione è, quindi, sicuramente inaspettato: lo spettatore che si aspetta amori travolgenti e furenti, incontri sensuali e passionali, libertinaggio e immoralità si troverà difronte un Casanova pensoso, malinconico, nostalgico, retrospettivo e introspettivo, un Casanova inedito.

... continua la lettura
Culturalmente

Manifesto di Marinetti: la bellezza della velocità e della violenza

Il Manifesto futurista di Marinetti: il rifiuto del passato e la celebrazione del progresso e della violenza Il Manifesto futurista di Marinetti, pubblicato in francese su “Le Figaro” nel febbraio del 1909 con il titolo Le Futurisme, dettò le coordinate di un nuovo panorama culturale: la filosofia futurista investì ogni campo del sapere, dal linguaggio alle forme di scrittura, dalla percezione del passato al rapporto con il futuro. Marinetti, nel Manifesto futurista, traccia il solco di una nuova mentalità, di un nuovo modo di concepire l’arte: la letteratura non sarà più “l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno”, ma lotta, slancio, impeto aggressivo e violento assalto, asservimento di forze ignote davanti all’innegabile potenza dell’uomo.  Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. Il rapido e dirompente sviluppo tecnico- scientifico, che riempie le città di automobili, aerei, treni e reti ferroviarie sempre più fitte, genera l’urgenza di nuovi modelli estetici, di un nuovo linguaggio, di una rottura definitiva e perentoria con il passato. La scrittura si fa dinamica, nervosa, in costante tensione. I temi sono politicamente scorretti in una maniera sfacciata persino per i primi del ‘900: al bando ogni debolezza, ogni languore; disprezzo per il passato, per il culto e la conservazione di esso; lotta al femminismo e al moralismo.

... continua la lettura
Culturalmente

Dulce et decorum est pro patria mori: i due volti della guerra

Dulce et decorum est pro patria mori è l’icastica esortazione al coraggio incastonata nell’ode 2 del III libro dei Carmina di Orazio. L’ode ripropone un tema già caro alla lirica greca di età arcaica e in particolare all’elegia dello spartano Tirteo. L’ode oraziana, così come l’elegia contenuta nel frammento 10 West, propone una visione della guerra che affonda le sue radici nella cultura spartana e che si è rafforzata nei secoli di guerre che Roma ha combattuto per proteggere ed espandere i propri confini, per affermare se stessa e il proprio dominio su buona parte del mondo conosciuto: la patria richiede il sangue e il sacrificio dei suoi cittadini e quindi “dulce et decorum est pro patria mori” (dolce e bello è morire per la patria). A chi fugge davanti al pericolo, a chi abbandona la sua patria nella speranza di mettere in salvo se stesso e i propri cari dalla guerra spetta solo la vergogna, colui che, vile, nega il proprio sacrificio alla patria: “insozza la sua stirpe, guasta la figura, ogni infamia lo segue, ogni viltà” (Tirteo, fr. 10 West). Questo tipo di retorica ha senso in un tipo di società, come quella spartana o romana, in cui fare la guerra è un diritto che spetta solo a chi è cittadino a pieno titolo, in cui il coraggio è uno status, la più importante delle virtù e la viltà una colpa imperdonabile, una macchia indelebile. Allora “Giacere morto è bello, quando un prode lotta per la sua patria e cade in prima fila” tuona Tirteo (fr. 10 West) e secondo Orazio “raro antecedentem scelestum deseruit pede Poena claudo” (raramente la Pena, seppur zoppa, lascia scappare lo scellerato che fugge). Questo messaggio rimbalza nei secoli e attraversa varie epoche. Durante la Rivoluzione francese o il Risorgimento italiano questa retorica conserva intatta la sua potenza pur riempendosi di contenuti diversi: morire per la patria è bello quando c’è da difendere un ideale, da combattere per la libertà. Quando però, agli inizi del ‘900, a chiamare al sacrificio saranno il colonialismo più avido e il nazionalismo superbo e aggressivo, allora la poesia non sarà più propaganda esortativa, ma lamento, canto di morte, testimonianza dell’orrore. Da Tirteo a Owen, la vecchia bugia del dulce et decorum est pro patria mori Sul finire del primo conflitto mondiale che ha stroncato vite, versato sangue, strappato figli alle proprie madri, mariti alle proprie mogli, padri ai propri figli, Wilfred Owen, in un testo pubblicato postumo nella raccolta Poems, sbatte in faccia alla fanatica militarista Jessie Pope quanto dulce et decorum est pro patria mori sia una old lie, una vecchia bugia.  E lo fa nel modo più efficace possibile: scolpendo con le parole l’immagine della morte più atroce possibile, l’asfissia da gas. Dal verde appannato di una maschera antigas Owen ci descrive un compagno che muore annegato nel gas, gli “occhi bianchi contorcersi nel suo volto,/il suo volto abbassato, come un diavolo stanco di peccare […] il sangue/ che arriva come un gargarismo dai polmoni rosi […]

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Bio… Dinamico: la scommessa dell’agricoltura biodinamica

Bio… Dinamico: divulgare, promuovere e valorizzare i prodotti dell’agricoltura biodinamica. Giovedì 18 luglio, nel complesso monumentale di Santa Chiara si è tenuto il terzo appuntamento con il tour in 6 tappe del progetto Bio… Dinamico promosso da AmicoBio, con il patrocinio del Fondo Europeo per lo Sviluppo Rurale, la Repubblica Italiana, la Regione Campania e la collaborazione di APAB. Le città toccate dal tour di seminari tematici sono Milano, Roma, Napoli, Bologna, Firenze e Santa Maria Capua Vetere. Se nelle tappe di Milano e Roma sono stati approfonditi i temi della sostenibilità, della tutela dell’ambiente e del paesaggio, della valenza dell’agricoltura biodinamica come patrimonio dell’agricoltura italiana, la tappa napoletana ha affrontato il tema Ricerca e formazione in agricoltura biologica e biodinamica. Ad intervenire sul tema della necessità di incrementare la ricerca e la sperimentazione nel settore biologico e biodinamico sono stati esperti del settore della formazione: Dott. Filippo Diasco, Direttore generale delle politiche agricole, alimentari e forestali della Regione Campania; Dott. Enrico Amico, Imprenditore e Presidente gruppo Amico Bio; Prof. Giuseppe Celano Professore associato presso l’Università degli Studi di Salerno; Prof. Massimo Fagnano, Professore associato di Agronomia ed Ecologia Agraria presso il Dipartimento di Agraria della Facoltà di Napoli Federico II; Dott. Francesco Giardina esperto agronomo collaboratore di Coldiretti; Dott. Carlo Triarico, Presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica; Dott.ssa Roberta Cafiero Dirigente MIPAAFT. A seguire, lo chef Simone Salvini ha tradotto il discorso teorico in un cooking show in cui prodotti provenienti da agricoltura biodinamica e ricette tradizionali campane sono stati rielaborati e trasformati in capolavori dell’arte enogastronomica. Che cos’è l’agricoltura biodinamica e perché è necessario investire in questo settore? Ad aiutarci a comprendere cosa sia l’agricoltura biodinamica e come essa possa costituire una svolta nel sistema della produzione agricola globale possono essere utili alcuni stralci del documentario in uscita, che è sintesi dell’intero progetto di AmicoBio: la biodinamica è un’agricoltura che non solo non avvelena il pianeta, ma crea un’interazione tra tutti gli esseri viventi e costituisce la speranza di creare, davanti ad un disastro ecologico incombente, una realtà nuova. Obiettivi della biodinamica sono la biodiversità, la riduzione dell’impatto ambientale della produzione agricola, l’integrazione tra produzione agricola e allevamento zootecnico con modalità che rispettino e promuovano la fertilità e la vitalità del terreno e allo stesso tempo le qualità tipiche delle specie vegetali e animali, il rispetto de ritmi della natura e dei cicli cosmici e lunari, l’eliminazione di fertilizzanti minerali sintetici e di pesticidi chimici. Il metodo biodinamico, quindi, prevede che la fertilità e la vitalità del terreno debbano essere ottenute con mezzi naturali come compost prodotto da concime solido da cortile, materiale vegetale come fertilizzante, rotazioni colturali, lotta antiparassitaria meccanica e pesticidi a base di sostanze minerali e vegetali. Insomma il progetto dell’agricoltura biodinamica propone un ritorno a metodi naturali, a ritmi meno serrati e ad una produzione meno invasiva per l’ambiente, ma pur sempre compatibilmente con le richieste del mercato globale. Ricerca e formazione nel campo della biodinamica. La ricerca in questo campo, se in Europa fa passi da gigante […]

... continua la lettura
Recensioni

Lettera a un bambino mai nato. Madre, sost. femminile singolare

Lettera a un bambino mai nato. Madre, sost. femminile singolare: Il pozzo e il pendolo ci regala nuovi “Brividi d’estate” con la lettura di “Lettera a un bambino mai nato”. L’Orto Botanico, una scenografia essenziale, luci basse, ombre, la voce di Rosalba Di Girolamo, le parole di Oriana Fallaci, musica. “Stanotte ho saputo che c’eri”. “Essere madre non è un mestiere e nemmeno un dovere, essere madre è un diritto”. Lettera a un bambino mai nato è la paradossale celebrazione della vita, della scelta di dare la vita pur continuando ad essere, ad esistere come donna oltre che come madre. Lettera a un bambino mai nato è la storia di una una donna che prima è stata una figlia non desiderata e che ora è madre di un figlio non cercato. Rosalba Di Girolamo mette in scena il dubbio, il ripensamento, la lacerante scelta tra essere donna e essere madre, poiché l’essere madre a volte esclude la possibilità di essere donna. 3 settimane: 2 mm e mezzo eppure il tuo cuore, in proporzione, è 9 volte più grande del mio. Questo essere che ancora non esiste è presente e la sua sola presenza le impone di donargli la vita anche se c’è un padre che medita su come disfarsene; di metterlo al mondo anche se il mondo è un mondo difficile, un mondo di uomini, un mondo che pensa al maschile; di farlo nascere anche se questo bambino potrebbe non volerlo, perché farlo nascere è la cosa giusta. A 5 settimane sei 3 mm, simile ad una larva, un essere senza volto e senza cervello, un essere che ignora di esistere. La protagonista è una donna continuamente preda del dubbio e di umori variabili e discordanti, che vede in questo bambino, in questo essere che “le ruba se stessa”, che “respira il suo respiro“, una minaccia alla sua esistenza come donna, come giornalista.  6 settimane: un pesciolino con le ali, la scienza mi ha dato la certezza che esisti. Questa donna farà un figlio senza un uomo in un mondo fatto su misura per gli uomini: allora lei dovrà proteggere se stessa e il suo bambino dagli sguardi scandalizzati, dal biasimo e dalla silenziosa condanna del farmacista che le vende la luteina, del sarto a cui chiede un cappotto più “abbondante” per l’inverno che verrà, del commendatore “che aveva grandi progetti per lei”, della sua amica sposata al quarto aborto in 3 anni. Nonostante ciò, il solo pensiero di uccidere questo bambino la uccide: lo proteggerà da tutto e da tutti, ma non da se stessa.  2 mesi: l’embrione diventa feto. Le cose si complicano. Il commendatore ha un progetto cucito addosso a lei, il medico le impone il riposo. La tenerezza della maternità non scalfisce la fierezza di essere donna. Essere donna mentre si è madre sta diventando sempre più difficile; scegliere diventa sempre più doloroso.  3 mesi: 6 cm e 8 grammi Il padre che voleva disfarsene, che cercava soluzioni ad un “crimine” commesso in due, ci ripensa: questo bambino […]

... continua la lettura
Recensioni

Il tempo è veleno: Tony Laudadio gioca con il tempo

Il tempo è veleno: Tony Laudadio al Sannazzaro Per il Napoli Teatro Festival, va in scena al Sannazzaro “Il tempo è veleno” di Tony Laudadio, per la regia di Francesco Saponaro: un gioco di incastri, di vertiginosi salti temporali dagli anni ’70 ad oggi. “Napoli all’inizio ha le braccia conserte, ma dopo un po’ si apre“: una Napoli un po’ diffidente e guardinga è la città che ospita le varie generazioni di una famiglia controversa e turbolenta, ma tutto sommato legata anche nella lontananza, presente anche nell’assenza, una famiglia per la quale “il tempo è veleno“. Bianca è una donna “dannosa” che ha paura del futuro, delle scelte fatte, di quelle ancora da fare, della sua gravidanza, di se stessa. Paco è un uomo leggero, nonostante il peso dei suoi segreti, dotato di un inossidabile ottimismo che cerca, invano, di trasmettere alla moglie Bianca.  Sara e Marta sono le due figlie che nasceranno da questa unione e che dovranno poi, in età adolescenziale, affrontare la perdita dei genitori. Sara è una primogenita immatura e irrisolta, che cerca scorciatoie, che non percepisce i danni causati dalle sue scelte sbagliate. Marta è posata fino al punto di risultare inquadrata, è ancorata al passato, disperatamente intenzionata a non perdere ciò che resta del suo nido. Negli anni ’70 si dipanano classiche dinamiche familiari, domestiche, consueti giochi di ruolo tra Bianca e Paco: maschio/femmina, marito/moglie, madre ansiosa/padre irresponsabile. Piani temporali si intersecano, generazioni si susseguono, persone che non ci sono più manifestano ancora la loro presenza, coloro che sopravvivono affrontano le perdite e le verità che dal passato riemergono in modo diverso. Sulla scena convivono personaggi calati in piani temporali diversi, madri giovani e figlie ormai adolescenti o addirittura mature, gli anni ’70 e la caduta del muro di Berlino, Craxi e la guerra in Jugoslavia, un mutuo da accendere e una casa ormai vecchia da mettere in vendita. L’incontro con un, solo apparentemente sconosciuto, possibile acquirente della casa di famiglia, tale Ennio, porterà la Marta ormai matura a confessarsi, a riaprire ferite che il tempo non ha sanato, a fare i conti con i suoi fantasmi. Il tempo di questa commedia amara e melanconica è un tempo che non sana, ma lascia, invece, evidenti cicatrici; è un tempo “velenoso” che alimenta morbosamente il ricordo. Marta nelle sua negazione del dolore continuerà a “coltivare i suoi fantasmi“, ad accoglierli in casa, a nutrirli con la bellezza, con l’affetto, con il dolore, con la memoria. Ad avvelenare i rapporti e le persone non è solo il tempo: i rapporti si inquinano con bugie, segreti, frasi infelici, scelte non condivise e non condivisibili. I fantasmi abitano il passato nella forma dei ricordi, abitano il futuro nella forma dei desideri repressi, delle passioni e dei sogni frustrati, delle strade non battute; abitano, infine, il presente nella forma di verità dure da accettare e rancori difficili da sciogliere.   Foto in evidenza: https://www.napoliteatrofestival.it/

... continua la lettura
Libri

Libri erotici: una rassegna della migliore letteratura erotica per nulla banale

Libri erotici: una rassegna della migliore letteratura erotica per non cadere nella banale porno-letteratura. Di libri erotici sono pieni gli scaffali di ogni libreria, dalla più ricercata alla più commerciale, perché molti sono i fan del genere per le più svariate ragioni. Chi si accosta al genere erotico lo fa perché alla ricerca di storie piccanti o di sensazioni forti; lo fa per vedere tradotto in parole quello che si fa in azione o anche per vedere immortalato sul bianco della pagina quello che spaventa, quello che per pudore non si riesce a fare o per costrizioni di natura morale non si riesce ad esprimere. Non tutto ciò che le librerie propongono nel settore “letteratura erotica”, però, vale la pena di essere sfogliato. Come in ogni settore della letteratura è bene sapere di cosa si è in cerca, cosa si vuole leggere, prima di passare per la cassa. Tra l’immane quantità di robaccia che il mercato propone cercheremo di selezionare quanto di più alto il genere abbia prodotto, affinché i nostri lettori possano trovare, nel sentiero che li porta alle sensazioni forti, anche una buona dose di piacere letterario. Il confine tra erotismo e pornografia è effettivamente molto scivoloso e se per la filmografia intercettare questo confine è abbastanza facile, per i libri erotici non lo è altrettanto. Su questo punto Neil Gaiman ha cercato di dare una spiegazione nella prefazione di Lost Girls, l’opera a fumetti in tre volumi di Alan Moore e Melinda Gebbie: «Il confine tra pornografia ed erotismo è ambiguo, e cambia a seconda del punto di vista. Per alcuni forse dipende da cosa ti eccita (ciò per me è erotico, per te è pornografico), per alcuni è una questione sociale (vale a dire l’erotismo è la pornografia per ricchi). Forse ha anche a che fare con la distribuzione – la pornografia in rete è indiscutibilmente porno, mentre un’edizione a tiratura limitata, su carta avorio, comprata da esperti, divisa e rilegata in volumi costosissimi, non può che essere erotica». Tale spiegazione non ci soddisfa del tutto e non chiarisce completamente la differenza tra letteratura pornografica e letteratura erotica, ma è comunque un indizio per cercare di capire a che tipo di testo ci stiamo accostando. La rassegna di libri erotici che proponiamo comincia dalle più recenti proposte per poi passare ai classici, a quei testi che acquistano ancora più valore se si pensa a quale sia il contesto culturale nel quale sono stati pubblicati. Di recente pubblicazione è Candore (Einaudi), il nuovo romanzo dello scrittore pugliese Mario Desiati: Martino Bux, un soldato diciottenne, scopre il sesso e il mondo femminile in un cinema a luci rosse, dove donne sensuali e disinibite tanto quanto irraggiungibili si offrono a lui e alle sue fantasie erotiche. Tutto questo può avvenire solo in un cinema a luci rosse perché fuori c’è una Roma e un’Italia ancora perbenista e bigotta. Ma per Martino la pornografia diventa una claustrofobica trappola: piano piano la realtà diventa per lui insoddisfacente e allora cerca solo donne che somiglino […]

... continua la lettura
Recensioni

La Tempesta di Shakespeare: un surreale pastiche letterario

Luca De Fusco stravolge Shakespeare e regala al pubblico di Pompei Theatrum Mundi una Tempesta sotto forma di pastiche artistico. Il 20 giugno la prima de La Tempesta di Luca De Fusco al Teatro Grande di Pompei, primo spettacolo dell’edizione 2019 di Pompei Theatrum Mundi. Dopo il debutto a Pompei, lo spettacolo andrà in scena al Teatro Romano di Verona il 28 e 29 giugno 2019  La tempesta di Shakespeare, per esplicita volontà del regista, diventa un enorme contenitore in cui si amalgamano immagini surreali, clamorosi anacronismi, arditi accostamenti, citazioni letterarie e cinematografiche. In una scenografia essenziale, ma all’occorrenza immaginifica e onirica, semovente e magica, convivono Machiavelli e Jocker, il Re Sole e la Decalcomania di Magritte; la musica si mescola alla prosa, Shakespeare incontra De Filippo, la tragedia si risolve in farsa, Giunone si veste da Marilyn, la vendetta sfuma in perdono. La Tempesta, riadattata e diretta da Luca De Fusco, va in scena nel chiuso della biblioteca di Prospero: il protagonista, interpretato da Eros Pagni ed ispirato più o meno inconsapevolmente a Renato De Fusco, padre del regista ed emerito storico dell’architettura, dalla dimensione protettiva e claustrofobica della sua biblioteca manovra come abile demiurgo ogni avvenimento, personaggio o evento per piegarli al proprio progetto di vendetta e rivalsa. Prospero, malvagio e sadico come la più vendicativa delle Medee, gioca come il gatto con il topo con i suoi personaggi: li ipnotizza con la sua “musica fatata”, sconvolge le loro menti e li fa sbandare, li piega al suo volere, li seduce, li circuisce e li raggira. Il Prospero di De Fusco si presenta fin dall’inizio come un appassionato letterato che ha votato tutto se stesso al sapere, all’arte e alla conoscenza, come un “sovrano che aliena la sovranità”, per cui “la biblioteca è un regno più che sufficiente”. Prospero è a tal punto intriso di letteratura e teatro da diventare lui stesso drammaturgo, autore di trame e personaggi: tutto ciò che accade accade perché è Prospero a volerlo, a prevederlo, a renderlo possibile, in un intreccio sapiente tra caparbia volontà e provvidenziale predestinazione. E allora i personaggi che ruotano attorno al protagonista o sono suoi complici, come l’affascinante e naïf Ariel, interpretato dalla bravissima Gaia Aprea, o narcotizzate marionette che rincorrono illusioni. Ma Prospero non vuole davvero il potere né la vendetta: ha trascurato il trono fino a perderlo e alla fine del dramma concederà al fratello usurpatore un perdono neanche richiesto. Il motore di Prospero è la volontà di autoaffermazione, il desiderio di controllo, il sadico compiacimento che prova nel manovrare e manipolare. Al centro de La Tempesta ci sono anche i torbidi e ciclici giochi di potere, in cui il tradimento genera tradimenti, l’usurpatore finisce per usurpare: in una inevitabile e perversa anaciclosi, in cui ognuno vuole essere “re di se stesso”, i vari personaggi, da Prospero al fratello Antonio fino al mostruoso Calibano (interpretato dalla stessa Aprea), tradiscono e usurpano poiché traditi e usurpati. In questi torbidi giochi si muovono, però, anche personaggi dotati di […]

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Pompei Theatrum Mundi: al via la stagione estiva dello Stabile di Napoli

Il 20 Giugno ha inizio Pompei Theatrum Mundi, la terza rassegna di drammaturgia antica, che nasce dalla collaborazione tra il Teatro Stabile di Napoli, il Teatro Nazionale e il Parco Archeologico di Pompei. A presentare la rassegna, nella conferenza stampa del 18 giugno al Teatro Mercadante, sono Luca De Fusco, direttore dello Stabile di Napoli nonché regista del primo spettacolo in programma, “La tempesta” di Shakespeare, Rimas Tuminas, regista dell’Edipo a Colono e Andrea De Rosa, che ha curato la regia del Satyricon. Accanto agli addetti ai lavori anche il sindaco di Pompei, Pietro Amitrano, che ha presentato la kermesse teatrale come una possibilità di incontro tra la città vecchia e la città nuova e come una solida base su cui costruire un’identità culturale e artistica, e Emilio Di Marzio, in qualità di rappresentante della Regione Campania: Di Marzio, nel suo intervento, ha sottolineato lo sforzo economico sempre crescente che la Regione Campania garantisce ogni anno a sostegno dell’evento e riconferma i finanziamenti regionali per la stagione teatrale 2020 e la tutela dell’evento al direttore De Fusco. Il palinsesto della rassegna Pompei Theatrum Mundi 2019 prevede 4 spettacoli La Tempesta di William Shakespeare, in scena dal 20 al 22 giugno, per la regia “azzardatissima” di Luca De Fusco, che promette una messa in scena dell’ultima opera shakespeariana sorprendente, surreale e strampalata. L’ambientazione del dramma non è più l’isola, ma una biblioteca, e il Prospero rivisto da De Fusco è un intellettuale agorafobico dall’immaginazione fervida e plasmante che il regista mutua, più o meno inconsapevolmente, dal padre, il noto storico dell’arte Renato De Fusco. Nella rivisitazione di De Fusco gli eventi, già inverosimili nell’originale, diventano invenzioni e costruzioni mentali partorite dalla mente del protagonista e vengono scanditi da immagini e citazioni surrealistiche e anacronistiche. L’Edipo a Colono in scena dal 27 al 29 giugno, una riscrittura di Ruggero Cappuccio dall’opera di Sofocle, diretta da Rimas Tuminas, regista lituano già noto al pubblico dello Stabile dopo lo zio Vanja di Čechov. Tuminas con un’ironia dirompente e una modestia che vuole esorcizzare l’ansia da “prima”, racconta il suo rapporto con il personaggio di Edipo cominciato con l’Edipo re, messo in scena al teatro di Epidauro, e rinsaldato ora dall’Edipo a Colono: l’Edipo di Tuminas è un uomo che porta con fatica e dolore il peso delle colpe sue e della sua stirpe, colpe che neanche la sua sofferenza basta ad espiare. Il Satyricon di Francesco Piccolo, ispirato a Petronio e diretto da Andrea De Rosa, in scena dal 4 al 6 luglio. Ambientato in una graeca urbs che potrebbe tranquillamente essere una moderna urbs, il Satyricon di Francesco Piccolo cerca la società moderna nella Roma di Petronio, nella città di Trimalcione, una città che ha raggiunto la sua massima estensione e che manca ormai di un obiettivo, di un’ambizione e che per questo gozzoviglia, si accomoda, si abbandona al lusso e alla corruzione. La società del Satyricon, proprio come la società moderna, è una società che ha brama di ricchezza, che la rincorre […]

... continua la lettura
Riflessioni culturali

Chi sono i Curdi? Storia del popolo senza stato

Chi sono i Curdi? La storia del più grande popolo senza stato Il popolo curdo conta circa 50 milioni di unità sparsi all’interno della regione del Kurdistan. Un milione e mezzo di Curdi è, invece, in diaspora tra Europa del nord e America. Il Kurdistan è un vasto altopiano situato nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia: la regione del Kurdistan si estende fra gli stati di Turchia a sud-est, Iran a nord-ovest, Iraq nella parte nord e, in minor misura, Siria a nord-est e Armenia a sud. Il Kurdistan non è politicamente autonomo, bensì dipendente dagli stati nei quali si estende. I Curdi, dunque, costituiscono una nazione ma, dal momento che nessun organo internazionale ne riconosce ufficialmente i confini, nonostante le numerose guerre combattute per raggiungere l’indipendenza, essi rappresentano il più grande popolo al mondo a non avere uno stato. Si tratta, quindi, di un popolo senza patria e in perenne lotta per affermare politicamente ciò che esiste già da secoli storicamente e geograficamente. La storia del popolo curdo è una storia convulsa e travagliata, fatta di dominazioni conquiste e smembramenti, che ha inizio con la distruzione di Ninive da parte dei Medi nel 612 a.C. Dopo quella data, il popolo curdo subì la dominazione persiana per due secoli, per poi entrare in guerra con i Greci di Alessandro il Macedone. Nel I secolo d.C. il Kurdistan entra a far parte dei domini romani e rimarrà soggetto all’impero romano fino a 637 d.C., anno della conquista da parte dell’Islam. I Curdi passeranno, poi, sotto altre dominazioni straniere, come quella mongola, quella dei persiani safawidi e quella più longeva degli Ottomani: il Kurdistan, infatti, fece parte dell’Impero Ottomano dal 1514 fino alla Grande guerra. Ma è proprio con la sconfitta e con il conseguente crollo dell’Impero Ottomano nella prima guerra mondiale che cominciò la spinosa e sanguinosa questione curda. Il Trattato di Sèvres, siglato nel 1920 dopo la fine del primo conflitto mondiale, riduceva l’Impero Ottomano ad uno stato nazionale turco circoscritto alla sola Anatolia e prevedeva, inoltre, agli articoli 62 – 64, la possibilità per la minoranza curda di costituire un proprio stato autonomo, i cui confini sarebbero stati definiti da una commissione appositamente designata dalla Società delle Nazioni. Il Trattato di Sèvres, però, non fu mai ratificato e, a seguito della guerra di indipendenza Turca, Mustafa Kemal Ataturk “Padre dei Turchi”, comandante delle truppe indipendentiste turche e primo presidente della neonata Turchia, costrinse le potenze alleate a firmare il Trattato di Losanna, che di fatto annullava completamente quanto stabilito nel precedente trattato. Con il trattato di Losanna la minoranza curda vide svanire la speranza di costituirsi in uno stato indipendente: il Kurdistan sparì dalle carte geografiche e venne suddiviso tra la nascente repubblica turca di Ataturk e la monarchia araba di Iraq. Dal Trattato di Losanna in poi le varie comunità curde, in ognuno degli Stati in cui sono divise, reclamano la propria indipendenza o almeno un’autonomia. La lotta per l’indipendenza del popolo curdo d’Iraq è legata alla […]

... continua la lettura
Food

Le Esperienze Borboniche all’Archivio storico di Napoli

L’Estate dei Borbone, il quarto e ultimo appuntamento della kermesse Esperienze borboniche all’Archivio storico   All’Archivio storico, uno tra i più sofisticati e ricercati locali di via Manzoni, punto di riferimento della movida chic e borghese napoletana con la sua atmosfera così “lounge” e il suo stile drammatico e raffinatamente too much, vanno in scena le Esperienze Borboniche. Con Esperienze borboniche,  l’Archivio storico ha voluto coniugare storia e cibo, identità locale e ricerca enogastronomica, tradizione storica e culinaria e ardite sperimentazioni. Il risultato è stato un viaggio suggestivo e inebriante all’interno della storia e della geografia culinaria della Napoli borbonica, una città sfacciatamente bella e artisticamente fervida. Ogni evento è stato incentrato su uno degli aspetti della storia dei Borbone, famiglia che ha intrecciato la sua storia a quella di Napoli dal ‘700 fino all’Unità d’Italia: argomento del primo appuntamento sono stati gli amori dei Borbone; protagoniste del secondo incontro sono state le regine appartenenti alla dinastia francese; poi è stata la volta dei primati del Regno borbonico. Il quarto e ultimo incontro, invece, è stato dedicato alle estati dei Borbone e quindi alle loro residenze estive: ogni piatto proposto, che sarà possibile scegliere tra le proposte del nuovo menu estivo dell’Archivio storico, è stato studiato dallo chef stellato Pasquale Palamaro affinché richiamasse le atmosfere marine delle residenze borboniche estive. Quindi “Il Falconiere” (spigola fritta, ravanello marinato, fiori e zucchine) ci racconta della reggia di Quisisana, “Un calamaro per una Genovese” (spaghetto mantecato con genovese di calamaro) è abbinato al Palazzo reale di Ischia; la Crepinette di vitello, zafferano, provola e pinoli ci porta alla Reggia di Caserta, mentre “Alì Babbà” (babà al rum e crema al cardamomo) è un richiamo alla Reggia di Portici. Nel menu, inoltre, non è mancato un tributo ai Campi Flegrei e alla sua tradizione vinicola: ai piatti sono stati abbinati tre vini Carputo, nota azienda di Quarto rappresentata da Valentina Carputo, responsabile del marketing dell’azienda di famiglia. I vini proposti sono tra i vini di più nobile e lunga tradizione della zona flegrea e sono prodotti con le uve dei vitigni della famiglia Carputo: “Lapilli”, una Falanghina extra dry metodo charmant, una Falanghina Campi Flegrei D.O.P. e un Piedirosso Campi Flegrei D.O.P. All’evento ha presenziato anche Tommaso Luogo dell’AIS Napoli, che ha curato personalmente la nuova carta dei vini estiva: una carta dei vini definita “interregno” e arricchita da racconti e aneddoti legati alla tradizione vinicola del territorio. Ma l’Archivio storico è anche “Premium bar“, per cui ad aprire la cena ci ha pensato Salvatore D’Anna, bar manager dell’Archivio con un’ardita rivisitazione di un evergreen della miscelazione all’italiana, il Negroni, che per regalarci un viaggio nel mare del golfo di Napoli, diventa Negroni all’aria di mare.  Lo stile della ricetta resta intatto: uno spirito botanico, un vermouth, un liquore d’aperitivo e un bitter; ma il Negroni all’aria di mare è bianco e non più rosso e viene servito colmato da un’aria di mare che lo rende salino oltre che tremendamente scenico.  

... continua la lettura
Culturalmente

Hermes: storia del messaggero degli dei, e non solo

Hermes: storia del messaggero degli dei, dalle tante caratteristiche. Ermes, Hermes o Ermete è una delle più importanti divinità del Pantheon greco, le cui caratteristiche saranno poi assegnate a Mercurio, divinità romana equivalente. Nell’iconografia classica il dio greco Ermes è rappresentato con il borsellino, sandali e cappello alati e il caduceo, ovvero il bastone da messaggero. Il dio nasce dall’unione, inutile precisare che sia extraconiugale, tra Zeus e la Pleiade Maia, come ci informa Esiodo nella Teogonia (938-939): “Maia, la figlia d’Atlante, congiunta d’amore con Giove,/ Ermète generò, l’illustre, l’araldo dei Numi”. Tra i figli che i racconti mitologici gli attribuiscono ci sono Eros, Ermafrodito, Priapo e Pan. Hermes: storia del messaggero degli dei, ma anche protettore Nell’Inno ad Ermete, uno dei 33 anonimi Inni omerici, si descrive la nascita e la primissima prodigiosa infanzia del dio: il piccolo Ermes, infatti, appena nato mette in mostra il suo innato e sorprendente ingegno inventando e fabbricando da solo una lira da un guscio di tartaruga. Ma ciò che contraddistingue il dio fin dalla nascita non è solo la sua abilità, ma anche la sua sfrontata furbizia che lo porta a prendersi gioco di Apollo, suo fratello maggiore: il piccolo Ermes, nell’arco di una notte, dal monte Cillene in Arcadia, dove è nato, si sposta da solo fino al monte Olimpo, in Pieria (Macedonia), sul quale ruba i buoi sacri ad Apollo, per condurli fino a Pilo dove vengono nascosti in una spelonca. Terminato il furto, il piccolo rientra in Arcadia presso la sua grotta: l’astuto Ermes, però, si preoccupa durante il tragitto di cancellare ogni impronta in modo da non poter essere in alcun modo rintracciato. Non a caso il dio è definito polùtropos (dalle molte risorse, ingegnoso, abile a trovare stratagemmi) proprio come Odisseo nel primo verso dell’Odissea. Dopo una serie di controversie tra Ermes e Apollo riguardanti il furto dei buoi sacri, controversie che il padre Zeus cerca di dirimere, Apollo, colpito dal suono della lira, cederà al fratello minore la sferza per il governo dei buoi in cambio dello strumento musicale. L’Inno ad Ermes ci dà, quindi, una spiegazione delle prerogative attribuite al dio: Ermes è, infatti, il dio greco protettore dei ladri e dei commercianti, due categorie che nell’immaginario collettivo greco sono assimilabili. In realtà il dio Ermes si può considerare come protettore di qualsiasi tipo di scambio, trasferimento o passaggio: dallo scambio di merci dei commercianti, al “trasferimento” di beni dei ladri, al passaggio di informazioni, fino al passaggio da un mondo all’altro, da una dimensione all’altra. Ermes, dunque, sarà anche psicopompo, cioè accompagnatore dello spirito dei morti: il dio aiuta le anime a trovare la via per gli inferi, ed è uno dei pochi che ha il permesso di accedervi. Nell’Inno a Demetra, Ermes riporta Persefone sana e salva da sua madre Demetra, nell’Odissea accompagna nell’oltretomba le anime dei proci uccisi da Odisseo e, ne I Persiani di Eschilo, lo spettro di Dario I. Ermes è, inoltre, ἄγγελος ovvero messaggero degli dei e protettore dei […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Silvian Heach spring/summer 2019, la nuova collezione è pronta!

Pop Tropicale Party: collezione spring/summer 2019 di Silvian Heach nello store di via Nisco. Nello store Silvian Heach di via Nisco è ufficialmente cominciata l’estate: la collezione Silvian heach spring/summer 2019 con i suoi colori vividi e vitaminici spazza via il grigio di queste piovose giornate di maggio. Per presentarci la sua nuova collezione, Silvian Heach ha organizzato un evento nel cuore del quartiere Chiaia: il party Silvian Heach in mood Pop Tropicale, punto di incontro per fashion hunter, amiche, clienti, shopaholic, gente a caccia di tendenze o anche semplicemente passanti attratti dagli accattivanti colori e dalla musica di un evento che ha i contorni di un fashion mob. L’evento si è tenuto venerdì 17 maggio dalle 18 fino alle 21, nella sede di via Nisco: a scaldare il clima ancora un po’ freddo di questo maggio così incerto ci hanno pensato il soudtrack del dj Marco Piccolo, che ha sapientemente mixato pop, indie ed elettronica, il dolci della pasticceria Gay Odin e il bar catering di Matteo di Stasio con i suoi drink dal sapore tropical, per rimanere in tema! Tra la folla di invitati e curiosi in & out store, le modelle in outfit Silvian Heach hanno svelato alcuni pezzi della collezione Spring Summer 2019. La collezione presentata è in linea con l’identità del brand: giovane, grintosa e versatile. Colori acidi e freddi, come il menta, il giallo, il fuxia, stampe floreali, fantasie optical, audaci e inediti mix, intramontabili black and white campeggiano su un backdrop fatto di piante tropicali e animali wild e si fondono con l’atmosfera jungle e safari che fa da cornice all’evento e alla collezione stessa. Silvian Heach, inoltre, presenta una novità: il denim customizzato. Il jeans, con bande laterali a contrasto, si apre alla personalizzazione: con la calligraphy, tendenza design e street attualissima, il jeans porta sul lato posteriore maxi lettering nei colori bianco, nero, rosso o blu metal, con cui customizzare e dare identità al proprio jeans. Il servizio di customizzazione gratuito, può essere effettuato negli store, presso i rivenditori del brand e sul sito del brand www.silvianheach.com.

... continua la lettura
Culturalmente

Apokolokyntosis: la crudele vendetta di Seneca

Apokolokyntosis o deificazione di uno zuccone: la crudele vendetta di Seneca. L’Apokolokyntosis, satira menippea composta da un’alternanza di versi e prosa, deriva il suo stravagante titolo chiaramente dal greco ed è la contrazione dei termini kolokyntha (κολόκυνθα), che significa zucca, e apotheose (αποθέωση), che è il processo di deificazione post mortem. La traduzione di questa singolare crasi sarebbe “zucchificazione” ma non riuscirebbe a rendere a pieno la valenza satirica e dissacrante del termine: si è quindi più propensi a tradurlo come “deificazione di una zucca o zuccone” con un chiaro riferimento alla stupidità e alla vanagloria spesso attribuita all’imperatore Claudio. L’accanimento satirico a cui è sottoposto Claudio non si comprende a pieno se non si conoscono i retroscena del rapporto tra Seneca e l’imperatore della casa Giulio-Claudia. Le ostilità sorte tra i due sono da attribuire sicuramente alle abili quanto amorali macchinazioni di Messalina, la giovanissima moglie di Claudio. La donna, una volta salita al trono imperiale nel 41 d.C. assieme all’anziano marito, dopo l’omicidio di Caligola, provvede a vendicare la morte di quest’ultimo: a cadere vittima della vendetta di Messalina è anche Seneca, probabilmente amante di Giulia Lavilla, sorella di Caligola. I due subiscono l’esilio: Giulia nell’isola di Ventotene, dove verrà poi successivamente raggiunta ed eliminata dai sicari di Messalina; Seneca, invece, sarà spedito nella selvaggia e desolata Corsica, dove sconterà anni di esilio dal quale solo la nuova moglie di Claudio, Agrippina, lo richiamerà, restituendogli la libertà, riabilitando la sua fama e affidandogli l’educazione del figlio Nerone. Alla luce dei complicati rapporti tra i due è più facile comprendere la violenza dell’Apokolokyntosis, che suona quindi come una vendetta a lungo meditata dal filosofo nei confronti di un imperatore che lo ha condannato all’esilio, alla solitudine, alla lontananza dagli affari e dalle vicende della capitale. E la piega che prenderà la satira è chiara fin dall’esordio in cui Seneca annuncia i suoi propositi: “I fatti che si svolsero nei cieli il tredici ottobre dell’anno 54 primo di un’era di beatitudine, ecco quanto voglio tramandare alla storia.” Seneca pur professando una certa imparzialità nella narrazione dei fatti smaschera fin da subito la sua feroce ostilità e la gioia per la riacquisita libertà che coincide con la morte, sopraggiunta il 13 Ottobre del 54 d.C., di colui che aveva confermato la verità del proverbio: “o si nasce re o si nasce cretino”. La satira comincia con un divertente botta e risposta tra Mercurio e Cloto, una delle tre Parche, sull’esigenza di “staccare la spina” all’ormai anziano e agonizzante imperatore: dopo un riferimento acidamente polemico alla scelta di Claudio di allargare la cittadinanza romana a frotte di provinciali, Cloto tronca di netto il filo della sua inutile esistenza. La descrizione del trapasso ha dell’esilarante: “L’ultima frase che di lui si udì nel mondo, dopo che ebbe lasciato partire un suono più forte del solito da quella parte con la quale si esprimeva con maggior facilità, fu questa:”Povero me, forse me la son fatta addosso”. Se l’avesse fatta, non lo so; certo è […]

... continua la lettura