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Eroica Fenice

6 maggio 1938: al via il Festival Trentatram al TRAM di Napoli

“6 maggio 1938”: Guglielmo Lipari dà il via il Festival Trentatram al TRAM di Napoli

Al via il Trentatram Festival 2018, con 6 maggio 1938 di Guglielmo Lipari, liberamente ispirato a “Una giornata particolare” di Costanzo, Maccari e Scola

Buio.  Sprazzi di luce arancione di fiamme che ribollono, forse in un’altra dimensione. Poi ancora buio. E infine tavola, fornelli, letto, piatti, libri, lenzuola, bucato, biancheria, brocche d’acqua e bottiglie di vino, affastellati come in un formicaio scenografico brulicante di correlativi oggettivi.

Ogni oggetto è un correlativo oggettivo, è un feticcio, ogni singolo piatto, cuscino o lenzuola è una proiezione del corpo fascista che riverbera sulla carnalità della donna, disumanizzata, diserotizzata e relegata a puro mammifero dalle finalità di procreazione. Con questo imbuto scenografico di oggetti, riversati al cospetto del pubblico nella loro pienezza vorticosa, e con l’immagine di una donna che riaffiora dal buio, inizia 6  Maggio 1938, con Anna Rapoli e Marco Abate, drammaturgia e regia di Guglielmo Lipari, 28 anni, di formazione cinematografica (come dal regista affermato nel corso della serata) e proveniente da Cava de’ Tirreni.

6 maggio 1938 è lo spettacolo inaugurale del Trentatram Festival, alla sua prima edizione: il festival è iniziato giovedì 10 maggio e si concluderà il 27. La peculiarità del festival è quella di ospitare compagnie teatrali formate da attori e registi con meno di trent’anni. Saranno undici le compagnie a prendere parte alla rassegna, selezionate tra le più promettenti e interessanti del panorama nazionale; saranno giudicate da una giuria, composta da due gruppi: il gruppo degli Analitici, formato da addetti ai lavori, critici e operatori teatrali, e il gruppo dei Visionari, ossia di appassionati, studenti e amatori del teatro. Verrà proclamato un unico vincitore a cui andranno tre giorni di messa in scena presso il teatro TRAM nel corso della stagione 2018/2019.

“6 maggio 1938” di Guglielmo Lipari: nell’universo dello spettacolo

Entrare nel ventre, nello stomaco dello spettacolo non è assolutamente semplice: è essenziale approcciarsi a 6 maggio 1938 con uno sguardo libero e cristallino, con la mente ridotta a mo’ di tabula rasa nel dimenticare, volontariamente, il film a cui lo spettacolo è liberamente ispirato, ossia “Una giornata particolare”, o almeno provare a mitigarne il ricordo. Giudicare e recensire lo spettacolo seguendo la linea di confronto con il proprio antecedente cinematografico, sarebbe un’operazione sterile e infruttuosa: meglio provare ad addentrarsi nella pancia di questo piccolo spettacolo, esplorandone luci e ombre.

Roma, 6 maggio 1938: Luciana, (interpretata da Anna Rapoli) si trova nel proprio altare domestico, eretto per lei da  marito, virile padrone fascista che muove i fili della vita di sua moglie, come un burattinaio intriso di sacro orgoglio romano. L’altare domestico in cui è relegata Luciana, quasi come una Didone nella propria roccaforte cartaginese, è composto da oggetti feticcio che, ammassati sulla scena come tanti ciottoli di una spiaggi abbandonata, le ricordano la propria sterilità emotiva e bulimia sentimentale. Il 6 maggio 1938 è il giorno della storica visita del grande alleato tedesco, Adolf Hitler, giunto in Italia per visitare Mussolini e accolto dallo strepito entusiasta di uomini, donne e bambini, tra cui il marito e i figli di Luciana.

Piatti, lenzuola, cuscini, fornelli da accendere per preparare la cena per il marito e i sei figli, letti da rassettare, capelli sfatti, sguardo spento come quello di una sirena dagli occhi privi di luce: il corpo di Luciana è quasi come un tronco sterile, incapace di sussultare o di provare una qualsiasi, semplice, banale emozione che non sia quella di compiacere gli altri o di mortificarsi in una sorta di automutilazione erotica. L’erotismo della donna è camuffato e soffocato, il suo corpo è una tela dipinta dai dettami dell’estetica fascista, che le imprime addosso il proprio grigiore e i propri chiaroscuri mortificanti.  E a lei sembra stare anche bene, perché Luciana è fascista convinta, lobotomizzata dal marito, ed è ben felice di spalmarsi addosso quel grigio mortificante.

Luciana è grigia, slavata, consunta e offre il proprio corpo alla patria perché non è capace di amarsi, di esplorare le proprie potenzialità e di far gioire ogni brandello della propria carne, perché quel grigio è ormai diventato il suo unico compagno di vita, in quell’altare domestico che ha il sapore di una cortina di ferro.

Quel 6 maggio 1938, Luciana si accorge che il suo merlo domestico è scappato dalla gabbia in cui lo teneva, e si accinge a bussare alla porta dell’unico vicino di casa, che, a differenza di tutti gli altri inquilini del palazzo, non è accorso a omaggiare Hitler: Antonio (interpretato da Marco Abate) è un affascinante annunciatore radiofonico, famoso per portare a casa propria stuoli di donne diverse ogni sera, e Luciana prova una sorta di strana alchimia verso quella figura così diversa da lei e dal proprio grigiore. Se Luciana è il grigio, Antonio è il rosso. Il rosso della passione per la vita, mai smorzata nonostante i lividi e le delusioni ingoiate, del suo essere sovversivo e del suo essere un appassionato amante della vita. Il grigio e il rosso, la sterilità emotiva e la passione per la vita si incontrano nel piccolo spazio claustrofobico e denso di oggetti del patriarcato e del corpo fascista: i due corpi, da grigio e rosso, si scoprono corpo di uomo e corpo di donna, in un dialogo intimo che esplora la carnalità di due solitudini. Luciana inizia a guarire dalla sua bulimia emotiva e trova in Antonio l’incastro perfetto della propria solitudine e dei propri chiaroscuri, ma il rosso di Antonio ormai viene disinnescato dal grigio di Luciana: il rosso esplode, in una sorta di furia animalesca che vomita in faccia a Luciana la verità, la cruda verità che tanto male gli fa e che tanto male fa al regime.

Antonio è un frocio, ecco cosa è per il regime fascista. Sì, è stato cacciato dalla radio proprio perché bollato come “depravato”, e quelli come lui non possono essere capiti da nessuno. Non ci è riuscito neppure suo padre, del resto. E qui, nel piccolo spazio claustrofobico, ormai divenuto microcosmo di solitudini smorzate, che avviene una silente e tiepida ribellione da parte di Luciana, forse troppo repentina e senza nessun climax o crescendo rossiniano. Luciana vomita, al pubblico del TRAM, il suo sentirsi un’inetta, un’ignorante, dimenticata dal regime che suo marito tanto ama. E suo marito, con lei non ci ride mai.

Ride con le altre, frequenta case di appuntamento e forse s’è innamorato anche di una maestra, una donna istruita a differenza sua che serve soltanto a lavare, cucinare e a farsi incubatrice di figli che accrescano il valoroso popolo romano. Le sue solitudini, nel piccolo spazio del TRAM, arrivano a cozzare tra di loro, non con una sinergia armoniosa, ma quasi col fragore di un’esplosione non presagita e non intuita che sarà sublimata in un amplesso che tuttavia non cambia l’orientamento sessuale di Antonio, ma che fa sentire Luciana donna per la prima volta. La violenza espressionistica di due solitudini, crea sul piccolo palco, un dialogo che non parla tanto con la lingua, quanto con i gesti sottaciuti e inespressi.

Le due solitudini si cercano quasi senza comunicarlo al pubblico e chiedere il suo beneplacito, s’incontrano e fanno l’amore sena informare il pubblico di ciò che sta accadendo, e alla fine si presentano, al cospetto del pubblico finalmente consapevole, sotto l’insegna violacea della nostalgia. Ed è proprio nella nostalgia che il sipario cala sul piccolo palco del TRAM: la nostalgia di ciò che poteva essere e non sarà mai, la nostalgia di un grigio e di un rosso che, solo mescolati assieme, riescono ad addomesticare i morsi dei una malinconia che ha radici più profonde di quelle personali, ma che è culturale e storica.

E il 10 maggio, al TRAM, quando il sipario è calato, forse tutti noi abbiamo avuto nostalgia, senza tuttavia sapere bene di cosa.