Tutta colpa di Ugo, la black-comedy da applausi al Teatro Civico 14

Tutta colpa di Ugo, spettacolo di Elvira Scorza vincitore del bando 2022 “Verso Sud”, dedicato alle compagnie meridionali, è andato in scena sabato 20 e domenica 21 maggio al Teatro Civico 14 di Caserta.

Un lunghissimo e fragoroso applauso ha salutato il debutto nazionale di Tutta colpa di Ugo, la black comedy di Elvira Scorza, in scena sabato 20 e domenica 21 maggio al Teatro Civico 14 di Caserta. In una sala completamente piena, Mariasilvia Greco, Giuseppe Brunetti e Loris De Luna – questi i nomi dei tre attori – hanno dato vita a una rappresentazione intima, profonda, potentissima ma soprattutto coraggiosa sul delicato tema degli abusi sui minori. «È un testo – afferma Elvira Scorza – che riflette su dati a mio avviso nascosti sotto il tappeto della vergogna per troppo tempo: la violenza domestica in Italia è una piaga taciuta da secoli di cultura cattolica e patriarcale. Padri violenti, madri succubi, figli nutriti a pane e disagio. La violenza sui minori si sviluppa principalmente fra le mura di casa, con un’alta tendenza delle vittime a convivere con l’evento e le sue conseguenze anziché denunciare».

È un problema, questo, sociale ma anche certamente culturale: non di rado, infatti, storie del genere vengono distorte da chi le subisce, interiorizzate e infine rigettate fuori attraverso tic e particolarità comportamentali. È il caso di Iole, che ha la sua rigida routine giornaliera: al mattino prepara il caffè, esce a comprare il pane, cucina vasetti di marmellata di cachi da donare alla chiesa, aspetta – seduta con il fornetto in braccio «perché ho paura dell’elettricità, ma il frigo pesa e la lavatrice pure» – che il fratello Carlo torni da lavoro alle 20:35 («quando piove alle 20:40») in punto portando con sé una confezione di latte. Se, sceso dal treno, si intrattiene qualche minuto in più al bar a bere una birra o, arrivato a casa, giochicchia per troppo tempo con le chiavi o fuma una sigaretta fuori alla porta, Iole comincia a innervosirsi e ad aver paura di morire. Anche Carlo ha le sue manie e le sue stranezze: si arrabbia se la sorella utilizza in maniera “impropria” il congiuntivo e «il piuttosto che», scrive poesie romantiche «alla Gianna» senza fargliele recapitare, si fa la pipì addosso come un bambino piccolo.

Di loro spettegola tutto il paese. Dicono che non sono persone normali, che sono “particolari” e per questo motivo nessuno va mai a fare loro visita: «In questa casa – dice Carlo alla sorella – vien gente solo quando c’è da benedire i morti, da vivi non ci si fila nessuno». Né i compaesani, né il corriere, né il postino e neppure «la Gianna, che – continua Carlo – sono vent’anni che la inviti e che all’ultimo, con una scusa, ti tira buca». Perciò, quando sentono bussare alla porta, i due restano sorpresi: non si immaginano che a cercarli sia Ugo, il loro fratello sconosciuto, diventato nel frattempo sacerdote.

Come il resto del paese, Ugo non sa che i due fratelli sono, in realtà, cresciuti nell’ombra dell’abuso paterno taciuto: è pronto a perdonare la madre ormai morta che lo ha abbandonato – sottraendolo, in realtà, al male – e a ritrovare la sua famiglia d’origine. E invece sarà «tutta colpa di Ugo», se i due fratelli si vedranno costretti a fare i conti con quei segreti di famiglia fino ad allora nascosti all’ombra di una pianta di cachi o dietro le affermazioni di Sporelli.

È una verità indicibile, che non può essere raccontata neppure a sé stessi o che – se lo si fa – va edulcorata, fatta divenire una verità a metà, una mezza bugia: un colpo improvviso alla testa «si chiama» ictus, gli abusi «sono giochi che si fanno per non far piangere l’uccellino del babbo». E così, incapaci di affrontare il dolore lasciato dal padre, di chiamare le cose per nome, di prendersi cura della sofferenza affogando quel silenzio assordante fatto di bugie, Iole e Carlo saranno niente altro che vittime e carnefici insieme: pedine del destino che avrebbero potuto continuare a passare il sabato sera a cibarsi di condanne sbrigative e spettacolarizzazione del dolore in televisione e che invece, «per colpa di Ugo», hanno – loro malgrado – compreso quanto sia difficile, e forse giustamente impossibile, essere giusti in un modo sbagliato; protagonisti di una delle tragedie meno epiche di sempre: figure da spiattellare in prima serata, da dare in pasto ai moralizzatori e ai salotti di Maria de Filippi.

Tutta colpa di Ugo è, senza dubbio, fra gli spettacoli più potenti e belli visti quest’anno sul palco del Teatro Civico 14. Frutto di una prova attoriale di altissimo livello da parte di Mariasilvia Greco, Loris De Luna e Giuseppe Brunetti (rispettivamente Iole, Carlo e Ugo), alle prese con personaggi, per altro, tutt’altro che semplici, ma soprattutto di una penna, quella di Elvira Scorza, davvero sorprendente.

La giovane autrice rappresenta il dolore, la miseria umana e la drammaticità delle nostre vite attraverso un umorismo velato di malinconia, con ironia ed estremo pudore insieme.

È un’opera che fa ridere tantissimo il pubblico ma che, subito dopo, lo porta a squarciare il velo dietro cui si pongono quelle vite sgangherate e quei gesti soltanto all’apparenza normali – come cucinare marmellate di cachi a giugno – per coglierne tutta la tragicità.

La redazione di Eroica Fenice ringrazia il Teatro Civico 14, fa i suoi complimenti per la stagione teatrale appena terminata e un sincero augurio per la futura.

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A proposito di Davide Traglia

Davide Traglia. Nato a Formia il 18 maggio 1998, laureato in Lettere Moderne, studente di Filologia Moderna presso l'Università 'Federico II' di Napoli. Scrivo per Eroica Fenice dal 2018. Collaboro/Ho collaborato con testate come Tpi, The Vision, Linkiesta, Youmanist, La Stampa Tuttogreen. TPI, Eroica Fenice e The Vision.

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