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Eroica Fenice

Food

Don Peppe, presentazione alla stampa della trattoria-pizzeria

Si è tenuta mercoledì 12 dicembre, alle ore 20:00, la presentazione alla stampa della trattoria e pizzeria Don Peppe, presso la food court del Centro Commerciale Campania, a Marcianise. Don Peppe è un ambiente da sempre legato alla tradizione della cultura culinaria napoletana che, grazie alla massima qualità dei prodotti, agli impasti lavorati con farina italiana di grano tenero di tipo 0, farina Kamut bio e farina integrale bio e al lavoro eccellente degli chef e dei pizzaioli, è riuscito a farsi apprezzare anche al di fuori della Campania, con le sedi di Venezia (presso Nave de Vero) e Verona (presso Adigeo) attualmente aperte. La presentazione del menù natalizio Durante la serata, è stato presentato il menù natalizio: vera regina è stata la pizza Bosco d’autunno, con funghi porcini, castagne, guanciale del salumificio Santoro, tartufo e scaglie di parmigiano. Come primo piatto invece, un delicato risotto allo zafferano con ragù bianco di costina di maialino nero, fonduta di provola e papaccelle con fiori eduli. Per finire, come dolce, l’amatissimo RoccoBabà. Una piacevole scoperta è stata la pizza Pascalina, composta da friarielli campani, pomodorini San Marzano, olive e peperoncino. Nata da un progetto dell’Istituto dei Tumori di Napoli Fondazione Pascale, si tratta di una piatto che previene il tumore, che può essere consumato anche due volte alla settimana e che è stato inserito nella Piramide Alimentare Pascaliana, che applica i principi della dieta Mediterranea basandosi anche sulle linee guida contro i tumori della World Cancer Research Fund. Ciò che stupisce maggiormente, al di là della ineccepibile qualità della pizza e dei primi piatti, è la meticolosità con cui vengono selezionati le materie prime che, come ha raccontato il proprietario stesso, provengono da piccoli appezzamenti delle migliori Aziende Agricole del Territorio Campano, che riescono a coltivare fino a quindici ortaggi diversi. Grazie a queste collaborazioni, a partire dal 2017 è nata la Selezione “ORO ROSSO”, che prevede la vendita di vasetti, a marchio Don Peppe, di papaccelle piccanti, scarole con olive e capperi, cuori di carciofo in olio Evo, melanzane a fette. L’evento è stato poi occasione per la consegna, alla Direzione dell’Istituto Nazionale Tumori- IRCCS “Fondazione G.Pascale”, dell’assegno di ben € 8.000, frutto della donazione della famiglia Passeggio, proprietaria della pizzeria, nonché della devoluzione di € 1.00 per ogni pizza Pascalina venduta.

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Culturalmente

5 poesie famose brevi che devi conoscere

5 poesie famose, brevi e di veloce lettura, analizzate nel dettaglio  La poesia è, fra le varie forme d’arte, quella più potente ed evocativa. Molteplici sono gli autori che, con virtuosa essenzialità e purezza, sono riusciti ad esprimere al meglio una condizione esistenziale, il dolore causato dall’atrocità della guerra o, più semplicemente, un amore passionale o tumultuoso. Gettando uno sguardo al mondo antico e proseguendo fino al Novecento – dove, attraverso l’utilizzo del verso libero, la poesia si abbrevia drasticamente – abbiamo selezionato per voi cinque brevi poesie famose. Poesie famose brevi, le nostre scelte Ed è subito sera – Salvatore Quasimodo Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. Tratta dalla raccolta dell’esordio Acque e terre del 1930, è tra le poesie più note del poeta siciliano, che può essere considerato uno dei maggiori interpreti dell’ermetismo. Sul piano stilistico, infatti, si può riscontrare un certo distacco nei confronti della lingua parlata; piuttosto, la parola si chiude in se stessa, ponendosi al lettore come oscura, difficile, incomunicabile. Nel giro di tre versi, sono condensati i motivi della solitudine, della precarietà della vita, dello sfiorire delle illusioni: Quasimodo, infatti, afferma che pur vivendo «sul cuor della terra» e quindi in mezzo agli uomini, fra gli affetti, le emozioni e i sentimenti, ciascuno è solo. L’uomo viene stimolato dal «raggio di sole», cioè dalla ricerca di pienezza interiore e di felicità, ma questa si mostra ben presto vana: il «raggio», come è espresso dal termine «trafitto», diviene una specie di dardo, portatore di morte. E così, al sopraggiungere improvviso della oscurità notturna, rapida si presenta anche la fine della vita: «ed è subito sera». Allegria di naufragi – Giuseppe Ungaretti E subito riprende il viaggio come dopo il naufragio un superstite lupo di mare La lirica, che apre la sezione dell’Allegria intitolata Naufragi, presenta un titolo ossimorico che ha un significato chiaramente esistenziale; lo stesso Ungaretti ha parlato, a tal riguardo, di «un’allegria che, quale fonte, non avrà mai se non il sentimento della presenza della morte da scongiurare». Come molte altre poesie, anche questa è stata composta nei luoghi in cui si stava combattendo la Prima Guerra Mondiale. Reca, perciò, l’indicazione del luogo e della data in cui ha preso forma: Versa il 14 febbraio 1917. Il messaggio sembra rivolgersi, al tempo stesso, all’intera umanità e al poeta che, dell’umanità, rappresenta la coscienza più profonda. Centrale è il motivo del viaggio, sviluppato a partire dai poeti simbolisti, che è qui inteso metaforicamente come tensione verso l’assoluto, verso una conoscenza suprema che solo la poesia può soddisfare. Pertanto, nonostante la condizione precaria («il naufragio») e di solitudine («un superstite»), bisogna dimostrare la caparbietà del «lupo di mare». Occorre ripartire, anche se la meta appare oscura e irraggiungibile. Odi et amo – Catullo Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior. [Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia. Non lo so, ma sento che ciò accade, […]

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Food

Autentica (Marigliano), il menù invernale della chef Giusy di Castiglia

Autentica, innovativo e ricercato ristorante di Marigliano, ha presentato il suo menù invernale. Tante novità, tante sorprese, tante squisitezze a firma della chef Giusy di Castiglia.  Una cena autentica. È questo il titolo scelto per la serata che si è tenuta, venerdì 30 novembre, presso Autentica, un accogliente ed elegante ristorante nel cuore di Marigliano, in provincia di Napoli. Il locale nasce dall’idea dell’imprenditore Vincenzo Damiano e del ristoratore Shehta Abdel Salam di creare un rifugio d’élite dove, attraverso un percorso di gusto, poter trasmettere i ricordi, gli affetti, le tradizioni. All’evento – coordinato dalla giornalista Angela Merolla – hanno preso parte la stampa e gli amanti del buon cibo, che hanno potuto assaporare le nuove proposte del menù invernale della giovanissima e talentosa chef Giusy Di Castiglia. La cena è stata introdotta dalla descrizione dei piatti e dalla presentazione di alcuni dei prodotti di spicco utilizzati, fra cui il pomodoro della selezione Solania, il baccalà di Somma e il gin spagnolo Puerto De Indias; quest’ultimo, che viene ancora distillato secondo le antiche metodologie, è stato, quindi, degustato nelle sue tre tipologie in versione cocktail, per un abbinamento studiato dalla prima alla seconda portata. Il menù invernale di Autentica: tradizione e innovazione in cucina grazie a Giusy di Castiglia L’aperitivo, composto dalle polpettine di friarielli, dal baccalà croccante in puttanesca, dalla montanara con soffritto e dal cubotto di maialino con demi-giace arancia e zenzero, ha dato il via alla serata. A seguire, baccalà su cremoso di pomodorino marinato, valorizzato nella sua semplicità e dall’odore dell’oliva nera ed accompagnato dal cocktail gin Puerto de Indias “Strawberry”. Come primo piatto, la chef ha proposto uno squisito mezzo pacchero al doppio datterino, colatura di alici di Cetara e provolone del Monaco dop, impreziosito dal secondo cocktail proposto, a base di gin, tonica, cetriolo e rosmarino. Per i meno temerari, in alternativa al fresco drink, è stato servito il vino bianco pugliese Erbaceo, prodotto da Colli della Murgia. Una millefoglie di pesce bandiera con consistenze di scarole è stata la proposta per il secondo piatto, associato al cocktail composto dal gin Puerto de Indias Pure Black Edition e dall’arancia. Una deliziosa scoperta è stato il pre-dessert, composto da praline di cioccolato con confetture di datterino giallo e zenzero e pomodorino rosso, che ha ribadito ancora una volta l’estro culinario e la voglia di sperimentare, utilizzando prodotti non convenzionali, della giovane chef. A concludere degnamente la serata, come dessert, la mousse di ricotta con cappero candito e streusel di nocciola e un panettone artigianale del Mastro Fornaio Filippo Cascone. Ad accompagnare i dolci, l’ottimo Amaré, liquore alle erbe dell’Antica Distilleria Petrone. Sinceramente sorpresi dalla qualità del menù invernale proposto, dall’efficenza del personale e dalla cura del design, non possiamo che consigliarvi di vivere quest’esperienza da Autentica!

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Eventi/Mostre/Convegni

Maestri alla Reggia: Özpetek ospite d’onore a Caserta

Ferzan Özpetek ospite d’onore del terzo incontro di “Maestri alla Reggia”, svoltosi mercoledì 21 ottobre, presso la Reggia di Caserta. Scopri com’è andata! Dopo lo sbalorditivo successo dei primi due incontri, che hanno visto protagonisti Mario Martone (con Toni Servillo come ospite a sorpresa) e la coppia Piccolo-Virzì, si è tenuto mercoledì 21 novembre il terzo dibattito di Maestri alla Reggia, una rassegna dell’Università Vanvitelli dedicata ai grandi registi del cinema italiano. Ospite d’onore è stato Ferzan Özpetek, regista, sceneggiatore e scrittore turco, autore di Il bagno turco (1996), La finestra di fronte (2003), Mine vaganti (2010), Rosso Istanbul (2017) e Napoli velata (2017). Il regista, vincitore di diversi David di Donatello, Ciak d’oro e Globo d’oro, si è raccontato al pubblico di Maestri alla Reggia e alla giornalista Alessandra De Luca, presso l’affascinante e suggestiva cornice della Cappella Palatina, ripercorrendo la sua storia personale, i suoi primi successi cinematografici, la collaborazione come aiuto regista con Massimo Troisi e il legame viscerale con la città di Napoli, dal quale deriva il suo ultimo successo, dal titolo Napoli Velata. «Ai tempi di Harem Suare – dice Özpetek – quando mi chiedevano che lavoro svolgessi, non riuscivo a dire la verità. Non riuscivo a confessare di essere un regista: pur divertendomi, mi sembrava presuntuoso definirmi tale. Oggi, naturalmente, mi sono abituato e ne sono orgoglioso». Özpetek ha poi raccontato del meticoloso studio che compie nella scelta degli attori, del dubbio che lo attanaglia durante ogni ripresa cinematografica, nonché dell’amicizia che lo lega ad Anna Bonaiuto. L’attrice italiana, per l’occasione, ha raggiunto a sorpresa il regista, visibilmente compiaciuto. «Un giorno, – ha esordito la Bonaiuto – mi squillò il cellulare. Era Ferzan, che non avevo ancora conosciuto né incontrato. Si congratulò con me per la parte che avevo recitato nel film Mio fratello è figlio unico. È stata la prima e forse ultima volta nella mia vita che un regista che non conoscevo si è preoccupato di procurarsi il numero per complimentarsi delle emozioni che sono riuscito a suscitargli. Devo riconoscerlo: fu davvero un bel gesto!». «Ferzan è amato dagli spettatori – ha continuato l’attrice friulana – perché questi sentono che lui li ama. Cerca di aprirsi molto al pubblico e lo fa senza mai abbassare la qualità delle sue produzioni, atto quasi necessario se si vuole realizzare un’opera appetibile». Maestri alla Reggia : Özpetek tra ricordi e confidenze A questo punto, il regista si è abbandonato ad alcuni ricordi grigi, come l’insuccesso di Cuore Sacro, suo quinto film, ipotizzando il motivo di un simile fallimento: «È un film che ho amato tantissimo e che, al tempo stesso, mi ha fatto soffrire, perché ricevette dure critiche da parte degli esperti. Ricordo che tornando in albergo, nel giorno della proiezione che facemmo a Milano, ero tristissimo, perché si respirava una cattiva aria. E ancora, quando sono venuto a presentarlo a Napoli, m’accorsi che la sala era vuota. Mi sentii male, a disagio. Forse, questo film ha semplicemente anticipato i tempi. Oggi, in cui il tema della […]

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Culturalmente

Le 5 opere d’arte moderna che hanno fatto più discutere

Abbiamo raccolto cinque opere d’arte moderna che, nel corso degli anni, hanno fatto assai discutere e, talvolta, indignare il pubblico. Scopri quali sono! Ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, visitando un museo, si è imbattuto in dipinti, sculture e rappresentazioni criptiche, strane o semplicemente bizzarre. Che si parli di Dadaismo, di Arte Povera, di Transavanguardia o di Arte Concettuale, molti sono gli artisti che, sperimentando, son riusciti nell’intento di scandalizzare e di imbastire, attorno ai propri prodotti artistici, dei lunghi e agguerriti dibattiti. Abbiamo selezionato per voi cinque opere d’arte moderna che, al momento della presentazione, hanno sconvolto il pubblico e che restano, agli occhi dei più, tuttora assurde. Le 5 opere d’arte moderna più discusse 1. “Fontana” di Marcel Duchamp L’opera – uno dei tanti ready-made dell’artista francese – consiste in un orinatoio in porcellana bianca che, secondo una testimonianza, Duchamp acquistò a New York e sul quale pose la firma falsa R. Mutt. Al di là dell’apparizione sulla rivista Dada The Blind Man, Fontana non venne mai esposta al pubblico e anzi, poco tempo dopo, fu perduta. Ad oggi, esistono numerose repliche autorizzate dell’opera. Sul significato di questa, ci sono dei pareri assai discordanti. L’interpretazione più autorevole è, però, quella del filosofo Stephen Hicks, che sottolineò l’intento provocatorio di Duchamp:«Utilizzando l’orinatoio, il messaggio dell’artista è evidente: l’arte è qualcosa su cui puoi pisciare». 2. “Merda d’artista” di Piero Manzoni Realizzate nel 1961, le novanta scatolette di Piero Manzoni presentano, oltre alla firma dell’autore e al numero, un’etichetta laterale sulla quale si legge: «Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta e incastonata nel maggio 1961». L’artista chiese, per la vendita di queste, l’equivalente di 30 gr. di oro. Tralasciando l’aspetto palesemente scandalistico, i critici hanno colto, dallo studio dell’opera, diversi significati, che non si escludono l’un l’altro: per alcuni, è possibile che Manzoni volesse, attraverso una simile provocazione, smascherare le contraddizioni dell’arte dei suoi tempi e prendersi gioco di quei collezionisti disposti a pagare profumatamente delle opere scadenti e banali purché di un artista affermato; altri, invece, sottolineano la mercificazione e la cessione, a peso d’oro, di una parte di sé. Ma cosa c’è, davvero, in quelle scatolette? Agostino Bonalumi, amico di Manzoni, dichiarò al Corriere della Sera: «Posso tranquillamente asserire che si tratta di solo gesso. Qualcuno vuole constatarlo? Faccia pure. Non sarò certo io a rompere le scatole.» Questa è tra le opere d’arte che più hanno sconvolto pubblico e critica. 3. “Seconda soluzione d’immortalità (l’Universo è immobile)” di Gino De Dominicis Non parliamo, in questo caso, né di un dipinto, né di una scultura; l’opera consiste, infatti, in una vera e propria esposizione. Questa, avvenuta all’inaugurazione della XXXVI Biennale veneziana, destò subito scalpore e indignazione e costò all’artista anconetano una denuncia alla Procura della Repubblica di Venezia. L’accusa era quella di sottrazione d’incapace alla patria potestà: l’opera, infatti, era costituita da tre opere già presentate al pubblico – “Il Cubo invisibile”, rappresentato da un quadrato disegnato a terra, “La Palla di gomma (caduta da […]

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Libri

Nicola Aurilio, intervista all’autore di “Dietro vetri di finestra”

Nicola Aurilio, autore di “Dietro vetri di finestra”, ci ha concesso un’intervista. Scopri come è andata! Edito da Genesi Editrice, “Dietro vetri di finestra” è una raccolta di settanta poesie di Nicola Aurilio. L’opera – che consta di sette sezioni commentate e che è curata, nella parte grafica, dal Maestro Fioravanti Lepore e dalla pittrice Laura Neri – è, come scrive, nell’Introduzione, l’illustre saggista ed esperta di poesia Barbara Nugnes, «frutto, senz’altro, di una lucida intelligenza, di una sensibilità profonda e provata, di una solida cultura e di una lunga frequentazione del canone poetico». In seguito alla presentazione del libro, che si è tenuta a Casale di Carinola, paesino in cui tuttora abita, abbiamo avuto l’opportunità di fare una lunga chiacchierata con Nicola Aurilio, realizzando quest’intervista. L’intervista a Nicola Aurilio In un’epoca così sviluppata e tecnologica, che ruolo può assolvere la poesia? Fare poesia vuol dire comunicare un’emozione che si è provata e che è trasmissibile in quanto comune a gran parte dell’umanità. Si pensi, ad esempio, alla commozione dinanzi a un’alba o a un tramonto, alla felicità per un amore o al dolore per una disgrazia. Ha, però, in una società come la nostra, dominata dall’egoismo, dalla grettezza e dalla impreparazione, anche un ruolo civile e sociale. Quando ha iniziato a comporre poesie? C’è qualche autore a cui è particolarmente legato e che l’ha spinto a intraprendere questo cammino? Ho iniziato a comporre, si fa per dire, intorno ai sette anni, età in cui ho imparato a leggere e a scrivere. Ricordo che mi appassionai a un autore minore il cui nome è Leonardo Sinisgalli. Come non incantarsi, poi, dinanzi alla poesia di Ungaretti, così sintetica eppure meravigliosa. Qual è, all’interno di “Dietro vetri di finestra”, la prima sezione che ha scritto? C’è, fra le tante, una che le sta particolarmente a cuore? “Ambulatorio” e “La guerra di Luis Salgado”, che sono rispettivamente la seconda e l’ultima sezione del libro, sono state composte una dietro l’altra. Le altre, invece, possono risalire a trent’anni fa come a due anni fa, non hanno nessun ordine cronologico e sono state successivamente assemblate perché ho intravisto, in queste più che in altre, una tematica comune. Poi, premesso che chi si dedica alla poesia ha a cuore tutto ciò che scrive, è chiaro che ci sono sempre delle preferenze: penso, ad esempio, a “Bagagli” o a quelle sui migranti, persone che a me stanno particolarmente a cuore. In “Ambulatorio”, le cui poesie traggono spunto, nel titolo, dal nome e cognome dei protagonisti narrati, è molto forte il senso del dolore e della sofferenza umana. Per narrare di questi casi, ha preso spunto da vicende reali o è tutto frutto dell’immaginazione? Sotto certi aspetti le vicende sono tutte reali, poiché plausibili, purtroppo, nella realtà. Malati di Alzheimer o ipocondriaci, di cui si tratta nella sezione, esistono. Così come esistono casi di stupro, di aborto o di anziani immersi nella loro solitudine. Non c’è, però, né un nome né una situazione esaminata dal vivo. Una delle poesie […]

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Teatro

Mimmo Borrelli, intervista al più grande drammaturgo italiano vivente

Mimmo Borrelli, considerato il più grande drammaturgo italiano vivente, ci ha concesso un’intervista. Scopri come è andata! Mercoledì 17 ottobre, presso il Dipartimento di Studi Umanistici della Federico II di Napoli, si è tenuto un interessante incontro con il drammaturgo, attore e regista napoletano Mimmo Borrelli. Per l’occasione, l’autore de ‘A sciaveca, Napucalisse e La Cupa si è reso disponibile per un’intervista. L’intervista a Mimmo Borrelli Nell’epoca della rivoluzione digitale e dei social media, qual è il ruolo che il teatro, anche quello popolare, può svolgere? Il teatro è, oggi, l’unica assemblea democratica e l’unico luogo dove è possibile il rito. Ricordo che quando iniziarono a comparire i primi schermi piatti, mio nonno, abituato agli schermi a tubo catodico, andava dietro la televisione e diceva: “Qua non c’è niente. Come è possibile che vengono trasmessi i canali?”. Questa frase è indicativa, per un certo tipo di civiltà dell’apparire e dell’apparenza, dove purtroppo il popolare è divenuto sinonimo di basso livello. Un tempo, invece non era così: popolari erano le opere liriche, che avevano un livello alto e che mio nonno conosceva a memoria. Anche i più grandi poeti del mondo, da Shakespeare a Dante, scrivevano in basso ma verso l’alto e inscenavano cose alte. Il problema della nostra epoca è che non c’è, nei mezzi di comunicazione, la possibilità di andare a fondo, di andare nel pozzo e uscire. Inoltre, la presenza di cellulari a teatro crea una barriera fra il pubblico e gli attori, poiché la realtà viene filtrata in un modo diverso. Questa, invece, bisogna leggerla col proprio corpo. In questo modo, il teatro diventa un corpo a corpo, perché se il pubblico cambia e l’osservatore cambia, cambia anche l’osservato, ma se l’osservatore ha, a sua volta, uno schermo, si crea una perversione che non avrà limiti e confini. Quindi, tutta la tecnologia andrebbe distrutta? No, ma che il teatro ne resti fuori! L’amore per il teatro è, soprattutto fra i giovani, sempre meno diffuso. È possibile, a tal proposito, immaginare un cambiamento? Secondo me c’è bisogno, più che di un cambiamento, di un ritorno al rito, nel senso che bisogna andare a teatro non per addormentarsi o per sfoggiare un abbonamento credendo di essere intellettuali, bensì per emozionarsi: bisogna ridere, piangere, stare male. Se ciò non avviene, il teatro non ha alcun senso. Asse portante del suo teatro, oltre al forte pathos, è l’utilizzo del dialetto. Che significato attribuisce, all’interno della rappresentazione, a questo? Non teme di non essere compreso dal pubblico? A tal proposito, lo scrittore e regista Vittorio Sermonti, che incontrai al Premio Riccione 2005, mi incitò ad andare avanti per la mia strada. A teatro, infatti, non si va mai per comprendere tutto: guardando un’opera di Pirandello è facile perdere le parole, perché ciò che va letta è l’azione. L’italiano è, inoltre, una lingua che non esiste, perché non è parlata nel vivo, nella realtà. Un operaio di Bergamo, per esempio, non parlerà mai, nella vita di tutti i giorni, in lingua italiana; perciò, […]

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Libri

Sara Rattaro, intervista all’autrice di “Uomini che restano”

Sara Rattaro, celebre autrice genovese, ci ha concesso un’intervista su Uomini che restano, suo ultimo lavoro. Scopri com’è andata! Si è conclusa domenica 7 ottobre, presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la quinta edizione di Ricomincio dai Libri, una interessante e gratuita fiera del libro, che risponde alla volontà di riaffermare un’abitudine, quella della lettura, sempre meno diffusa fra i giovani. All’evento, diretto dallo scrittore Lorenzo Marone, ha preso parte anche Sara Rattaro, che ha presentato il suo ottavo romanzo, edito da Sperling & Kupfer, dal titolo Uomini che restano. Per l’occasione, l’autrice genovese – vincitrice del Premio Bancarella 2015 e del Premio Rapallo Carige per la donna scrittrice 2016 – si è resa disponibile per un’intervista. L’intervista a Sara Rattaro Valeria e Fosca, le protagoniste del libro, si incontrano per caso nella loro città e si scoprono, più avanti, accomunate dal senso di abbandono. C’è, fra le due, una che preferisce? Ma soprattutto, tenendo conto dei comportamenti e delle azioni di entrambe, si sente più vicina alla prima o alla seconda? Le ho amate tutte e due perché i personaggi dei libri sono un po’ come i figli, cioè è difficile scegliere chi si preferisce. Entrambe, secondo me, hanno un carattere molto forte, in cui mi potrei riconoscere se avessi vissuto quelle situazioni. Probabilmente anche io, difronte alla situazione di Fosca, sarei fuggita come fa lei; e ancora, probabilmente avrei avuto lo stesso comportamento di Valeria se mi fosse successo quello che è successo a lei. Quindi, ho tentato di pensare a me, mentre raccontavo di loro. Le due donne, condividendo la cattiva sorte, diventano subito buone amiche. Legami del genere, cioè che nascono da un eguale sentimento di sofferenza e di solitudine, sono realmente sinceri? Credo proprio di sì, perché nel momento in cui parliamo di noi stessi con qualcuno che non conosciamo e che sta vivendo una situazione di sofferenza simile alla nostra, non abbiamo filtri e temiamo di meno il suo giudizio. Nel romanzo, associato al tradimento, è forte il desiderio di vendetta. Fosca cerca di colpire verbalmente il marito; Valeria, invece, decide di far scomparire l’auto di lusso dell’uomo amato. Non crede, perciò, che siano anche loro delle eroine imperfette? Eccome. Sono delle eroine super imperfette. Non esistono le eroine perfette e, anzi, siamo tutti eroi imperfetti. Nessun personaggio fa sempre la cosa giusta o subisce il torto adeguato al male che ha fatto. Così non capita nella vita. Il desiderio di vendetta, per quanto siano piccolissime cose quelle che fanno, le rende molto umane. Per la prima volta, dopo ben otto romanzi, c’è Genova. Come mai ha atteso così a lungo? Che rapporto ha con la sua città natale? Ho atteso cosi tanto perché Genova è una città difficile. È stata raccontata e cantata poco ma dai più grandi, come De André. Perciò, desideravo renderle omaggio nella maniera più adeguata possibile e per farlo serviva, come autrice, una maggiore sicurezza. Nelle pagine finali, attraverso una voce fuori campo, a parlare è proprio la città […]

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Food

Pizza napoletana o pizza a canotto? Il confronto da Starita a Materdei

Starita a Materdei, storica pizzeria napoletana, ha visto venerdì 21 il confronto tra due diverse scuole di pensiero sulla pizza. Scopri come è andata! L’arte della pizza, riconosciuta dall’Unesco come Patrimonio dell’umanità, è un argomento che fa discutere e che divide, da sempre, non soltanto gli addetti ai lavori, ma anche gli amanti della buona cucina. Se per alcuni l’unico disco di pasta possibile è quello d’antica tradizione napoletano, più sottile e soffice, per altri, invece, è la pizza contemporanea di Caserta e provincia, definita a canotto per via del cornicione pronunciato e morbido, quella dal gusto migliore. Starita a Materdei, una sfida a suon di pizza! Sulla questione, venerdì 21 settembre, si è tenuto un primo e interessante confronto: nella pizzeria Starita Napoli, appena premiata dalla Guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso con i Tre spicchi, il padrone di casa Antonio Starita ha preparato, per gli organi di stampa, insieme al pizzaiolo acerrano Attilio Albachiara, delle buonissime marinare e margherite. Al primo, dunque, è toccata la realizzazione di una pizza tradizionale, dal cornicione basso; al secondo invece, è toccata la realizzazione di una pizza a canotto. «Premesso che (la pizza canotto n.d.r.) non l’ho mai mangiata, oggi abbiamo voluto dimostrare che con uno stesso impasto si può fare una pizza dal cornicione più basso, e quindi tradizionale, e una dal cornicione più alto, e quindi innovativa. Perciò, posso assicurare che queste due tipologie a Napoli, quartiere per quartiere, si sono sempre fatte: se si va al Vomero, si trova una pizza più stretta e alta; nel centro di Napoli, è più sottile; alla ferrovia, si trova quella a’ rot’ ‘e carrett’ di Michele. Sta al cliente, quindi, decidere quale mangiare.», ha spiegato il titolare della storica pizzeria a Materdei. «Anticamente – ha continuato Starita – l’impasto di riporto si aggiungeva all’impasto fresco. Così, veniva fuori una pizza più alta. Oggi, grazie ai frigoriferi che mantengono la pasta al fresco, l’impasto di riporto quasi non serve, a meno che non si decida di fare quella tipologia di pizze perché la clientela lo richiede». Una buona pizza, dunque, è una buona pizza; polemizzare sulle diverse tipologie, elogiando l’una anziché l’altra, è irriguardoso, prima di tutto, nei confronti di un prodotto, così famoso ed apprezzato, che dovrebbe unire e non dividere. Trofeo Pulcinella: dove e quando si farà Il confronto avvenuto da Starita a Materdei ha dato la possibilità di introdurre la quarta edizione del Trofeo Pulcinella, organizzato dall’Associazione Mani d’Oro, presieduta dallo stesso Attilio Albachiara. «Fra noi pizzaioli, non c’è nessun diverbio e nessuna sfida» ha sentenziato il pizzaiolo di Acerra. «I giovani, però, si stanno innovando. Perciò – ha continuato Albachiara – abbiamo deciso di far approdare questa nuovo tipo di pizza al Trofeo, che si terrà il 24 e 25 settembre alla Mostra d’Oltremare. Ci saranno cento pizzaioli e due giurie, che verranno guidate da don Antonio (Starita n.d.r.) da un lato e da Francesco Martucci dall’altro».

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Eventi/Mostre/Convegni

Cyrano de Bergerac all’Aperia di Caserta con la regia di Roberto Andolfi

Roberto Andolfi ha portato una sua versione del Cyrano de Bergerac a Caserta. Ecco come è andata. «Astronomo, filosofo eccellente. Musico, spadaccino, rimatore, Del ciel viaggiatore Gran maestro di tic-tac. Amante – non per sé – molto eloquente». È questa la descrizione che, nella Francia ottocentesca, il poeta e drammaturgo Edmond Rostand dà, nell’omonima opera, dello spadaccino Cyrano de Bergerac. La trama dell’opera L’uomo, cadetto di Guascogna e abile nell’arte della spada, è segretamente innamorato della bella cugina Rossana, non venendo, tuttavia, ricambiato a causa del suo «maledetto» naso, che è lungo e protuberante. Non potendo soddisfare i propri desideri amorosi e spinto da un incondizionato bene per la donna, Cyrano si ritroverà ad aiutare, attraverso la sua fine arte poetica, il giovane Cristiano de Neuvillette che, al contrario del protagonista, è bello ma privo di spirito e incapace a corteggiare Rossana, innamorata di lui. Grazie alle parole di Cyrano, il giovane conquisterà e sposerà la donna, ma sarà costretto, poco dopo, a partire per la guerra insieme allo spadaccino di Parigi. Dalle trincee, Cyrano continuerà a scrivere le lettere d’amore per Rossana, a firma di Cristiano. Quest’ultimo però, resosi conto che i sentimenti della donna sono mossi non dalla sua persona, ma dalle soavi parole di Cyrano, accarezzerà soltanto, prima di morire, l’idea di confessare la verità all’amata. Rossana, alla morte di Cristiano, si ritirerà in convento, dove riceverà, ogni sabato, la visita di Cyrano. Soltanto alla morte di quest’ultimo, che, esalando gli ultimi respiri, confesserà i suoi sentimenti, la donna verrà a conoscenza della verità: ella ha amato l’animo dolce dello spadaccino, dal ributtante aspetto, attraverso Cristiano, semplice e bellissimo. La rappresentazione di Roberto Andolfi e la bidirezionalità del tempo Il Cirano – la cui prima rappresentazione, realizzata al Théâtre de la Porte-Sain-Martin di Parigi nel 1897, ottenne, anche grazie al famoso attore Benoît-Constant Coquelin, assai successo – è ancora oggi una delle opere più amate dagli appassionati di teatro. A tal proposito, basti guardare al successo rimediato dalla Compagnia Controtempo Theatre, che si è esibita ieri 16 settembre, sotto gli occhi del pubblico entusiasta, presso l’Aperia della Reggia di Caserta. La Compagnia, fondata e diretta da Venazio Amoroso, Danilo Franti e Lilith Petillo, con la regia di Roberto Andolfi, ha dato prova di grande professionalità e talento, facendo ridere di gusto ed emozionare, al tempo stesso, gli astanti. L’ambientazione notturna e senz’altro congeniale dell’Aperia di Caserta ha, poi, fatto da sfondo alla scena più famosa ed apprezzata dell’opera, quella del topos letterario del balcone, in cui Cyrano, vista l’incapacità poetica di Cristiano, suggerisce a questo delle parole nobili ed elevate da ripetere all’amata. Ma ciò che è davvero straordinario, nella rappresentazione fatta da Roberto Andolfi, è la bidirezionalità del tempo, che ha reso l’opera attualissima e ha permesso, agli spettatori casertani, di calarsi nei panni di Danilo, l’attore che interpreta Cyrano che, nonostante i secoli trascorsi, si ritrova dinanzi agli stessi bivi e alle stesse incertezze che affliggono lo spadaccino di Rostand. Infatti, come lo stesso regista afferma, “Cyrano, prima di essere […]

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Culturalmente

Meeting, Jobs Act, spending review: quando il forestierismo è di troppo

La controversa faccenda del prestito linguistico o del forestierismo, cioè delle parole che l’italiano ha tratto da altre lingue con cui, per motivi politici, economici o culturali, è venuto a contatto, ha interessato e fatto discutere, nel corso dei secoli, stimati linguisti, scrittori di successo, esponenti della politica italiana e persino i semplici appassionati. I forestierismi presenti nel nostro lessico sono davvero molti: basti guardare, a tal proposito, all’analisi compiuta da Anna M. Thornton e Claudio Iacopini – che viene riportata dallo studioso Paolo D’Achille nel libro L’italiano contemporaneo – sul vocabolario di base, dove l’11,3% dei lessemi è costituito dalle lingue straniere. Non sempre, però, è possibile distinguere, con velocità e in maniera chiara, una voce italiana da un prestito, dato che quest’ultimo può, nel passaggio da una lingua all’altra, sia mantenere la sua forma originaria, sia essere adattato, dal punto di vista fonetico e morfologico, all’italiano. Nel secondo caso, pertanto, il parlante comune non potrà mai percepire prestiti quali idéologie (adattato come ideologia) o beefsteak (cioè bistecca) come tali. Le cause dell’anglicizzazione dell’italiano Fra i forestierismi non adattati dell’italiano, un discorso a parte va fatto per gli anglicismi che, a partire dal Novecento, sono entrati, aggressivamente, nel vocabolario del parlante italiano medio. Del fenomeno, che portò lo scrittore Primo Levi a parlare, polemicamente, di itangliano, possono essere varate diverse ipotesi: la conoscenza dell’inglese, fra gli italiani, ormai consolidata; la posizione, tutt’altro che marginale, che quest’ultima ha nella comunicazione internazionale; l’influenza che la cultura angloamericana esercita sulle nuove generazioni. Ma, se per far fronte all’anglicizzazione sono state adottate, sia in Francia che in Spagna, delle dure politiche linguistiche, in Italia, invece, è andata diversamente. Infatti, forse per negligenza e poco amore per l’italiano, forse per gli spettri dell’ingombrante e incombente «dirigismo» linguistico fascista, nulla si è fatto, lasciando campo aperto ad ogni tipo di inglesismo. Sul primo motivo elencato, è intervenuto lo stesso Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca, che ha evidenziato che «manca troppo spesso il senso di identità collettiva che rende uno stato saldo nella coscienza dei cittadini e una buona conoscenza della propria storia e della propria lingua tale da restituire il senso di appartenenza alla cultura nazionale. Il cittadino italiano – ha continuato il linguista – fuor che per il cibo, e anche per questo oggi meno di un tempo, è non di rado una specie di apolide, anche se spesso svantaggiato e poco integrabile all’estero. Con queste basi e radici, i giovani sono facilmente pronti a staccarsi dalla realtà nazionale e a tagliare i ponti, quei pochi che restano». Ma l’immobilismo dell’Italia deriva, anche e sopratutto, dai danni causati dal fascismo a partire dal 1940 quando, in nome dell’autarchia culturale, Mussolini incaricò l’Accademia d’Italia di vigilare sulle parole straniere e di coniarne di nuove per sostituirle. Venne vietato l’uso di forestierismi nell’intestazione delle ditte e si dispose la censura, nei film, delle scene in lingua straniera. In poco tempo, con l’italianizzazione coatta dei cognomi stranieri, la questione della lingua si legò alla folle, ingiustificabile e xenofoba […]

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Napoli & Dintorni

Taburno Experience, l’antico rito della patata interrata di Cautano

Si è conclusa domenica 9 settembre, nel suggestivo borgo di Cautano, piccolo comune che sorge ai piedi della Dormiente del Sannio, la seconda edizione del Taburno Experience, che risponde alla volontà di promuovere e valorizzare l’intero comprensorio e, soprattutto, la patata interrata di montagna. Alla manifestazione, organizzata dal Comune di Cautano e da Slow Food Taburno – grazie al contributo della Regione Campania, nell’ambito del POC 2014-2020, in collaborazione con le Comunità del Cibo (allevatori e produttori del Taburno e produttori della patata interrata) e con il patrocinio morale dell’Ente Parco Regionale del Taburno-Camposauro e del Consorzio Gal Taburno – hanno preso parte, oltre ai giornalisti e agli amanti del buon cibo, anche i rappresentanti istituzionali provenienti dall’Ungheria, dalla Slovenia, dalla Polonia, dalla Svezia e dall’isola di Cipro. L’interramento della patata del Taburno: perché si fa e come avviene L’antica tecnica dell’interramento, risalente, con molta probabilità, al periodo del Brigantaggio, consente alla patata di vincere il freddo dell’inverno e di conservarsi sino alla raccolta successiva; anzi, come è emerso da una ricerca compiuta dall’azienda ospedaliera Gaetano Rummo di Benevento, sembrerebbe che, in questo modo, il tubero si arricchisca, ulteriormente, di sali minerali e di certe proprietà nutritive. Pertanto, dopo la raccolta, compiuta con la prima luna calante di settembre, vengono scavate, nei terreni di montagna e in prossimità dei cigli, delle buche di profondità pari o superiore ai 70-80 cm; qui, i contadini ripongono le patate, ricordando di distribuire, sotto e sopra il il tubero, degli strati di foglie di felce, utili a mantenerlo asciutto. Ma, come un simpatico e verace contadino cautanese ci ha confessato, due sono le insidie di cui bisogna tener conto, nell’interramento della patata: in primis, della presenza dei cinghiali che, in seguito alla migrazione spontanea dei lupi, si sono moltiplicati; poi, dei furti che, sporadicamente, avvengono. Il prosieguo del tour: le viti profumate di “Terre Caudium” e la birra artigianale di “Birrificio42” Dopo una rappresentazione pratica fatta dall’agricoltore, con la possibilità, per i giornalisti, di cimentarsi, muniti di zappa, nell’escavo e nella raccolta del tubero, il Taburno Experience è proseguito prima verso Piana della Prata, dove, immersi nel verde, si è potuto godere di una colazione contadina, poi presso l’Azienda Vitivinicola “Terre Caudium”, dove, dopo una gradevole passeggiata nei vitigni di Aglianico, Falanghina e Coda di Volpe, si è passati alla degustazione dei diversi tipi di vini offerti dall’azienda e di leccornie tipiche. L’ultima tappa del tour, in piazza Principessa di Piemonte, nella frazione di Cacciano, ha visto coinvolto il “Birrificio42” che, in seguito a un’esaustiva spiegazione sulla nascita del marchio, sulle tecniche di produzione della birra artigianale e sui prodotti – solo italiani e naturali – utilizzati, ha deliziato il palato di ognuno con quattro tipologie di birra, fra cui spicca l’ambrata e quella al tartufo. Una gradevole scoperta è stata, infine, la confettura di patate del Taburno, aromatizzata con vaniglia e succo di limone, fatta assaggiare e venduta, per l’occasione, da Maria Rosa Confetture.

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Comunicati stampa

Cyrano de Bergerac alla Reggia di Caserta

  La Compagnia Controtempo theatre, fondata e diretta da Venanzio Amoroso, Danilo Franti e Lilith Petillo, presenterà Cyrano de Bergerac con la regia di Roberto Andolfi, il 16 settembre presso l’Aperia della Reggia di Caserta alle ore 20:00. “Cyrano, prima di essere la tragedia della sincerità, è la tragedia della coerenza e innanzitutto, secondo me, la tragedia del tempo. Guardando l’opera spesso ci chiediamo cosa sarebbe successo se lui avesse parlato in quel momento, ma l’opera di Rostand, come la vita, è implacabile, soprattutto, non torna mai indietro e così questo spettacolo scavalca decenni interi lasciandoci solo i punti salienti di un amore che non è mai esistito. Registicamente, ho voluto raddoppiare questa unidirezionalità del tempo cercando di mettere sia l’attore che il personaggio di fronte ai bivi della vita. Bivi sui quali Cyrano non ha mai dubbi. Ogni volta che deve scegliere tra il bene e il male,tra l’essere se stessi o quello che gli altri si aspettano che egli sia, fra la propria felicità e quella del prossimo, sa sempre qual è la strada giusta anche se è la più faticosa ed ogni volta ha il coraggio di prenderla. Ognuno di noi, guardando quest’opera, vorrebbe essere Cyrano proprio perché ognuno di noi, guardando indietro, vorrebbe aver avuto il coraggio di essere coerenti con se stesso, fino alla fine, di fare solo ciò che si ama e, soprattutto, di avere il coraggio di amare qualcuno più di se stesso.” Roberto Andolfi Link dell’evento facebook: https://www.facebook.com/events/260829428097476/ CYRANO DE BERGERAC di E. Rostand Regia di Roberto Andolfi Con Danilo Franti, Venanzio Amoroso, Giuseppe Amato, Matteo Pantani, Adriano Dossi e Pamela Vicari 16 Settembre | h. 20.00 INGRESSO in via Maria Cristina di Savoia, 10 (nei pressi del ristorante “DIANA E ATTEONE”) – NO ENTRATA PRINCIPALE. È possibile parcheggiare ai lati della strada o in un parcheggio libero che si trova verso la fine della stessa via. I biglietti potranno essere acquistati, previa prenotazione, prima dello spettacolo al botteghino dell’Aperia, situata nel Giardino Inglese della Reggia. Il botteghino sarà aperto il giorno 16 Settembre dalle 18:30 alle 19:30. POSTI LIMITATI – Prenotazione Consigliata email: [email protected] numeri di riferimento: 346.7346677/ 329.3277464 Biglietto intero 20€ Ridotto bambini 7-13 anni 10€ Gratis sotto i 6 anni Materiale informativo di Controtempo Theatre Di seguito il link del trailer dello spettacolo “Cyrano”: https://www.youtube.com/watch?v=XteYwDRYUTk&feature=youtu.be Link intervista video yt Controtempo Theatre: https://youtu.be/3Z9PpDZEN20 Link facebook compagnia: https://www.facebook.com/controtempotheatre/ Link instagram compagnia: https://www.instagram.com/controtempo_theatre/ Controtempo Theatre “Controtempo” è un nome evocativo che questa giovane compagnia teatrale ha scelto di darsi, i cui componenti si sono tutti formati presso l’eclettica “Accademia Internazionale di Teatro” di Roma. Tre dei soci fondatori sono campani, il quarto è laziale, tutti accomunati dalla stessa passione per il teatro che hanno scelto come loro condizione sociale di vita. Questi artisti vanno “controtempo”, contro il consumismo delle esigenze, sempre proiettati a far vivere il teatro in ogni interstizio dei luoghi. Essi esprimono la loro arte non solo in strutture canoniche, i loro sforzi sono orientati a far “rivivere” il “genius loci” […]

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Attualità

L’evoluzione dell’oratoria e della comunicazione politica: dagli anni del fascismo al fenomeno Salvini

L’arte oratoria applicata ai social, l’interessante caso di Salvini Matteo L’arte del dire, nota con l’espressione latina ars dicendi, è una virtù essenziale per l’uomo politico che, attraverso questa, deve risultare quanto più eloquente e affabile possibile. Ricordando i tempi antichi, qualsiasi ateniese o romano che avesse una qualche aspirazione politica doveva, per amore o per forza, conoscere i reconditi misteri dell’oratoria. L’incapacità di intrattenere un rapporto diretto e osmotico con la folla era, nella sostanza, preludio di insuccesso politico. Se ciò non bastasse, si pensi alla fortuna che toccò alla Retorica di Aristotele e al De Oratore di Cicerone. Se dovessimo, per ipotesi, ricercare un’altra età, oltre quell’antica, che ha attribuito tanta importanza all’oratoria e alla capacità di persuadere le masse popolari, saremmo unanimemente d’accordo nel sentenziare che è stata quella novecentesca. Guardando al territorio italico e tenendo conto dei numerosi accadimenti storici, si comprende bene come la propaganda e la retorica di tipo tradizionale, cioè quella dei comizi pubblici, di fronte alla folla trepidante, sia stata importante. Basti pensare, a tal proposito, alla prorompente e statuaria figura di Mussolini, che si fece immortalare, col piccone fra le mani, mentre dava il via alla realizzazione della Mole Vittoria. Egli, dal balcone di Palazzo Venezia, intrattenne il pubblico, per molti anni, attraverso una oratoria magniloquente. Meglio del Duce fece il poeta-soldato D’Annunzio, di cui si ricorda l’eloquenza dei discorsi nell’ambito dell’Impresa di Fiume. Identikit di una comunicazione di successo: il caso del sig. Salvini Matteo Appare abbastanza chiaro che, con l’avvento della televisione, della radio e dei social network, la comunicazione novecentesca ha, oggi, un sapore d’antico. Com’è possibile dunque, in questo scenario, essere buoni comunicatori, conquistare il popolo e far crescere il proprio elettorato? Un modello efficace è certamente quello del leader leghista, Salvini Matteo, capace di diventare, attraverso la martellante propaganda svolta sul web, il politico più amato dagli italiani. Fondamentale, per la comunicazione politica del vicepremier milanese, è la sua pagina Facebook, dove presta molta attenzione ai propri sostenitori, non soltanto pubblicando video dai contenuti politici e dai titoli provocatori che creano, così, scalpore, ma anche attraverso la condivisione di momenti di vita privata. E se niente viene lasciato al caso, ecco che diventa logico credere che l’utilizzo della felpa anziché della giacca, le continue trasmissioni sui social network e le continue provocazioni lanciate rientrino nella volontà di ottenere quanto più consenso possibile. Ma è soprattutto il linguaggio del ministro Salvini, sia scritto che orale, che merita una riflessione. Lo scritto è, chiaramente, quello semplificato e informale del web, che tiene alto il grado di confidenza con l’elettorato: abbondano le interiezioni, le ripetizioni delle vocali (GRAZIEEEEEE) e dei punti interrogativi o esclamativi (???). Nel parlato, ancora, si possono individuare alcuni caratteri fissi, come il ripudio del gergo politico in favore di un linguaggio da strada, adatto a qualsiasi persona, dal giovane inesperto all’anziano; l’utilizzo di parole scanzonate, banalizzanti nonché di espressioni dialettali, che danno l’idea di spontaneità e di sincerità; il riferimento frequente ai numeri (es. «i milioni […]

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