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Eroica Fenice

Libri

Padre Enzo Fortunato: Francesco il ribelle | Intervista

Padre Enzo Fortunato, frate minore conventuale, giornalista e autore della biografia Francesco il ribelle, ci ha concesso un’intervista. Leggi qui cosa ci ha detto! Edito da Mondadori, Francesco il ribelle (pagg. 121, € 16,50) è una biografia sulla figura di San Francesco d’Assisi di Padre Enzo Fortunato, frate minore conventuale, giornalista per diverse testate giornalistiche – fra cui Avvenire e Huffington Post – nonché direttore della sala stampa del Sacro Convento di Assisi. Con quest’opera, come scrive nell’Introduzione l’illustre Segretario di Stato Cardinale Pietro Parolin, «Padre Enzo ha voluto mostrarci tutta l’attualità del pensiero e dell’azione di Francesco». Attraverso le ricche testimonianze letterarie e pittoriche – in sovraccoperta, per esempio, troviamo La rinuncia agli averi di Giotto – viene tratteggiata la figura del «ribelle obbediente». Dinanzi agli occhi del lettore, prendono forma i luoghi che ha visitato, gli incontri che ha fatto, i gesti e le parole semplici con cui ha annunciato il suo messaggio di pace. In seguito alla presentazione del libro, che si è tenuta a Sessa Aurunca durante la prima edizione de I Dialoghi del Pronao, noi di Eroica Fenice lo abbiamo intervistato. L’intervista a Padre Enzo Fortunato Nel sottotitolo del suo libro, scrive che Francesco «ha segnato il corso della storia». Deriva da ciò la volontà di scrivere una nuova biografia sulla figura del santo? Il libro nasce dalla spinta di un frate anziano che mi chiedeva come mai, fra le tante cose da me scritte, non vi fosse una biografia su san Francesco. Perciò, è innanzitutto un debito verso l’intera comunità francescana del Sacro Convento di Assisi. Ma c’è anche un altro aspetto, il rapporto con la storia. Sono partito da alcune domande: perché san Francesco risulta, dopo ottocento anni, ancora così attuale? Perché è ancora tanto amato? A questi interrogativi ho tentato di rispondere attraverso una sfaccettatura inesplorata, quella della ribellione, che per molto tempo è stata taciuta anche in ambito ecclesiale. Perché Francesco fu un ribelle? Francesco è stato un ribelle perché ha compreso, già ai tempi, che pur nascendo originali si rischia di morire come fotocopie. Ha voluto conservare tutta la sua originalità, sia all’interno della chiesa, sia nella società. La vera ribellione di Francesco parte dal cuore familiare, dal rifiuto di vivere la prima realtà-fotocopia col padre. Nella società contemporanea è possibile essere ribelli? Certo. La più grande forma di ribellione, in una epoca che pare compromessa, la si può trovare vivendo con rettitudine. Lo stesso Francesco, oggi, non si sarebbe stancato di dire che l’altro è un fratello, che l’altro ci appartiene e che siamo responsabili tanto del nostro destino quanto di quello del nostro vicino. Come si lega la figura di Papa Francesco con quella del santo di Assisi? Credo che papa Francesco stia attingendo a piene mani dal serbatoio francescano. Basti pensare all’elevata caratura degli ultimi viaggi che ha compiuto, fra Marocco, Egitto ed Emirati Arabi, o alla sottoscrizione con i musulmani di una idealità francescana, la fraternità universale. E, ancora, all’idea di una chiesa povera per i poveri, sobria ed essenziale. […]

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Libri

Marco Damilano, intervista all’autore di Un atomo di verità

Marco Damilano, direttore de L’Espresso e autore del libro “Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia”, ci ha concesso un’intervista. Leggi qui cosa ci ha detto! “Datemi da una parte un milione di voti e toglietemi, dall’altra, un atomo di verità e io sarò comunque perdente”. Termina così la straziante lettera, peraltro mai recapitata, che Aldo Moro spedì dalla prigione brigatista al deputato Dc Riccardo Misasi. E proprio Un atomo di verità (pagg. 272, € 18,00) è il titolo scelto da Marco Damilano, direttore de L’Espresso e colonna portante del giornalismo italiano, per il suo libro, pubblicato da Feltrinelli. L’opera non è un saggio storico, un libro soltanto documentale. Né lo si può ritenere, per ovvie ragioni, un romanzo. Piuttosto, Damilano torna su quell’istante, le nove del mattino del 16 marzo 1978, in cui il presidente della Dc fu rapito e gli uomini della sua scorta brutalmente massacrati, ma lo racconta attraverso i ricordi personali di bambino. Riaffiora la figura di un pulmino, un furgone Vokswagen bianco, che porta il piccolo Marco a scuola e che, un quarto d’ora prima del tragico evento, si ferma ad aspettare Emiliano, il compagno ritardatario, proprio in via Mario Fani. Attraverso la memoria, le carte personali finora inedite, gli scambi epistolari e le foto, Damilano ci consegna l’enorme spessore umano ed interiore di Aldo Moro, suggellato dall’immagine dello stesso, inginocchiato nella Chiesa San Francesco d’Assisi al Trionfale, nell’atto intimistico della preghiera e del totale abbandono a Cristo. Durante la prima edizione de I Dialoghi del Pronao, a cui Marco Damilano ha preso parte presentando il libro nella magnifica Cattedrale di Sessa Aurunca, abbiamo avuto l’opportunità di fare con lui una breve chiacchierata. L’intervista a Marco Damilano Partendo dal titolo, qual è l’atomo di verità? L’atomo di verità è un progetto di Paese, un’idea di futuro, un orizzonte. È, insieme, tensione e ricerca costante. Se non ci sono questi presupposti, la politica fallisce. E anche quando vince, perde lo stesso. Eppure, tanti sono stati i detrattori dell’onestà politica. Si pensi, per esempio, a Machiavelli e Croce. In realtà, credo che questi maestri del pensiero volessero dire che la politica ha una sua importante etica interna. Non deve mai pensare di essere autosufficiente e onnipotente. Infatti, finirebbe, paradossalmente, per essere subalterna a tutto e in modo particolare all’economia.  L’uccisione di Aldo Moro come il crollo delle Torri Gemelle. Perché?  Perché il 16 marzo 1978 è stato quello che, per gli Stati Uniti e per l’Occidente, è stato l’11 settembre 2001, cioè un giorno di grandissima paura collettiva. Un vero e proprio spartiacque. Da un lato, il più grave attentato terroristico della storia; dall’altro, uno dei più tremendi fatti della storia d’Italia, cioè il rapimento di un uomo tanto potente, che sarebbe diventato pochi mesi più tardi Presidente della Repubblica, e l’uccisione della sua scorta. Che cosa ha perso l’Italia dopo quel tragico evento? Si potrebbe dire che la lunga crisi della politica italiana parta proprio dal dramma avvenuto in Via Mario […]

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Libri

Mussolini ha fatto anche cose buone: intervista all’autore Francesco Filippi

Uscito poco più di una settimana fa, “Mussolini ha fatto anche cose buone” è diventato sin da subito un caso, riuscendo a ottenere il nono posto nella classifica dei saggi più venduti in Italia. Già in ristampa, si propone di smontare tutti i luoghi comuni sull’ingombrante figura del Duce. Francesco Filippi, autore del libro, ci ha gentilmente concesso un’intervista. Scopri come è andata! «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte, e diventerà una verità». Si apre con la famosa affermazione del ministro della propaganda Joseph Goebbels il libro “Mussolini ha fatto anche cose buone” dello storico trentino Francesco Filippi, edito da Bollati Boringhieri. Il titolo dell’opera – nelle librerie dal 21 marzo – potrebbe trarre in inganno. Ma il sottotitolo che l’accompagna, “Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo“, vanifica ogni dubbio in proposito. L’opera, infatti, rappresenta una ferma e sincera risposta alle false storie che, sempre più spesso, si sentono sulla figura del Duce, assolto dalla cattiva memoria in nome di qualche – presunta – opera architettonica o politica economica. Dalla bonifica delle paludi alle case date a tutti gli italiani. Sono tanti i luoghi comuni che il libro intende sfatare. Al rigurgito nostalgico, attraverso una documentazione incontrovertibile, Filippi oppone quello che nella realtà il ventennio fascista fu, ovvero un marchingegno soverchiante che, servendosi di una efficiente propaganda, stritolò il popolo italiano. Un regime dispotico, violento e perlopiù incapace di risollevare l’economia, di opporsi all’illegalità e di rispondere seriamente ai bisogni dei propri sudditi. Anzi, come si legge nel libro, il lascito della dittatura fu un generale impoverimento, un aumento vertiginoso delle ingiustizie, la provincializzazione del paese e, infine, una guerra disastrosa. L’intervista a Francesco Filippi Filippi, molti politici italiani, come recentemente Antonio Tajani, ancora inciampano sulla figura di Benito Mussolini. Come spiega questo fatto? A mio avviso, per un politico italiano ed europeo come Antonio Tajani, citare Mussolini non è mai un inciampo. Infatti, il totalitarismo di destra è una realtà storica con cui qualsiasi politico deve confrontarsi. Nelle sue dichiarazioni, comunque, trovo due questioni interessanti. La prima è che una persona come il Presidente del Parlamento, con una cultura politica democratica e conservatrice, ritenga di poter sminuire fatti così rilevanti quali il delitto Matteotti, le leggi razziali o, ancora, l’entrata in guerra dell’Italia. Quando, rivendicando il proprio antifascismo, asserisce che Mussolini ha fatto anche cose buone, non credo stia giocando una carta di carattere politico; piuttosto, riporta la narrativa italiana sul fascismo degli ultimi settanta anni. La seconda questione riguarda proprio l’opposizione a questo tipo di narrativa, che è arrivata non dall’Italia, bensì dall’Europa, dove la percezione del fascismo è diversa. Storicamente, tale affermazione (“Mussolini ha fatto anche cose buone”) ha qualche fondamento? Come si è diffusa l’idea del Duce buono? Il primo a diffondere l’idea del Duce buono è il Duce stesso, poiché il fascismo è il più grande costruttore e propugnatore delle leggende su di sé. Come tanti altri, è un regime di facciata, che soltanto apparentemente risponde ai bisogni e ai […]

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Food

Antico Casale dei Mascioni, l’intervista a Ileana Liguori

Intervista a Ileana Liguori, wedding planner e organizzatrice di eventi, in occasione di “Incontri di Primavera” all’Antico Casale dei Mascioni. Un’atmosfera non comune, che gratifica i sensi ed eleva lo spirito, accoglie chi decide, nel giorno più importante della sua vita, di salire sin sopra all’Antico Casale dei Mascioni, location incastonata – come un diamante prezioso – nella rigogliosa natura. Fra i sentieri sinuosi del borgo esalano piacevoli profumi primaverili; i cipressi, i pioppi e i melograni – di cui il parco è ricco – danno forma ad un paesaggio che, per l’eterea bellezza che trasmette, difficilmente può essere dimenticato. Ancora più straordinario è l’arredamento delle sale che, pur rispettando lo stile fastoso originario, offrono all’ospite grande versatilità: dalla raffinata Sala delle Trame Bianche fino al Salone delle Feste, dove si mostra, maestoso, l’antico camino della struttura. Nel corso dell’evento di domenica 24 marzo, dal titolo Incontri di Primavera – Matrimoni enogastronomici, in collaborazione con le Cantine Telaro, abbiamo avuto il piacere di porgere alcune domande a Ileana Liguori, esperta wedding planner e organizzatrice di eventi, nonché figlia dei proprietari dell’Antico Casale dei Mascioni. L’intervista a Ileana Liguori Quando e come è nato l’Antico Casale dei Mascioni? Il Casale è una struttura che, di fatto, è nata nel 2000. Quasi per gioco, in realtà, perché era la casa in campagna della nostra famiglia. Mio padre ha comprato questo terreno, dove c’era un vecchio rudere che è stato ristrutturato, nel lontano 1999. Dopodiché, sono successe due cose parallele: da un lato, la struttura diventava, a mano a mano, troppo grande e dispendiosa; dall’altro, mio padre, che è stato medico fino al 2005, ha improvvisamente deciso di diventare ristoratore. È da qui che è partita la nostra splendida avventura. In vista, nel suggestivo Casale, vi sono dei cimeli. Si suppone una grande passione di famiglia? Proprio così. Nella famiglia di mio padre c’è questa tradizione legata alle seterie di San Leucio. I nostri antenati erano, infatti, produttori di raffinati tessuti in seta. Molti oggetti che si trovano nelle sale della struttura, come gli antichi telai per la tessitura e le collezioni pregiate, provengono proprio da questi antichi setifici. Insomma, nel Casale c’è tutta la nostra storia. Come è suddivisa la struttura? La struttura ha tre macro-ambienti. Il primo è la parte inferiore, con l’antico casale e una prima sala. Qui c’è una zona che chiamiamo “percorso enogastronomico”, dove organizziamo il buffet e gli antipasti dei matrimoni. Poi c’è la zona principale, con una serie di sale che si aprono una nell’altra. Infine, la zona della piscina, dove organizziamo il taglio della torta e il buffet dei dolci. Oltre questo, c’è una parte di campagna, ancora inesplorata, per la quale abbiamo dei progetti. Progetti di che tipo? A questa location, che è ben organizzata per i matrimoni, vorremmo affiancare una struttura che abbracci anche il pranzo degustazione o un evento più intimo. Nella zona inferiore, quindi, con annesso albergo, centro benessere e spa. Sull’onda di “Incontri di Primavera”, avete in programma altri novità? […]

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Food

Incontri di Primavera, il menù esclusivo dell’Antico Casale dei Mascioni

Si è tenuto domenica 24 marzo, alle ore 12:00, l’evento Incontri di Primavera – Matrimoni enogastronomici dell’Antico Casale dei Mascioni, location per matrimoni di rara raffinatezza, immersa nella vegetazione lussureggiante di Squille di Castel Campagnaro, in provincia di Caserta. L’Antico Casale dei Mascioni La storica dimora, che è stata restaurata mantenendo immutato l’autentico fascino del passato, appartiene alla famiglia Liguori, una delle più prestigiose di Terra di Lavoro. Da oltre un secolo, infatti, si dedica alla produzione e alla trasformazione di preziosi tessuti in seta di San Leucio. Pertanto al Casale, Raffaele e Onorina – i proprietari – hanno pensato bene di trasferire alcune delle attrezzature e degli oggetti che meglio raccontano il loro mondo: gli antichi telai per la tessitura, la macchina da scrivere Olivetti, le collezioni in seta pregiata. Il vero punto di forza del Casale sta, però, nella sua versatilità: ad allestimenti rustic chic ed informali, come il Salone delle Feste, si affiancano atmosfere classiche e regali, come quelle della Sala dalle Trame Bianche o quella degli Specchi. Le ampie vetrate della location – così come il Belvedere degli Angeli, che affaccia sulla vallata del Volturno – consentono di godere di panorami incantevoli. Sotto il minuzioso lavoro di Ileana, esperta wedding planner e organizzatrice di eventi, figlia dei proprietari, qualsiasi esigenza e gusto degli ospiti possono, effettivamente, essere esauditi. Incontri di Primavera – Matrimoni enogastronomici All’evento hanno preso parte la stampa e gli amanti del buon cibo, che hanno potuto gustare le proposte primaverili dell’executive chef Salvatore Sabatino e del pastry chef Onofrio Annunziata. Per accompagnare il percorso enogastronomico, il Casale ha promosso la collaborazione con le Cantine Telaro, che hanno messo a disposizione alcuni dei loro pregiati vini, abbinati dai sommelier alle diverse portate proposte. All’aperitivo in piscina, accompagnato dal Malafemmena Rosè 2018 e dal Tefrite Brut 2018, è seguito il pranzo vero e proprio. La prima proposta del Casale, consistente nell’uovo marinato al fumo con perle dell’orto in doppia consistenza, ha soddisfatto sia i più tradizionalisti, sia gli amanti del gourmet. Alla portata, è stato sapientemente affiancato un bicchiere di Fiano Le Cinque Pietre 2018. A seguire, come primi piatti, gli chef hanno preparato uno squisito risotto di primavera con vellutata di bufala, impreziosito da chips di maialino croccante, e dei tortelli allo zafferano con crema di asparagi e polvere di speck. Ad accompagnare queste due proposte una Falanghina Vendemmia Tardiva 2018. Degno di encomio, per ricercatezza e qualità, il brasato di maialino al ristretto di porto, su un soffice di patate e verdure di stagione, associato al rosso Bariletta 2018. A concludere degnamente la giornata, come dessert, un cremoso al cheesecake su streusel di mandorle e mela golden. In abbinamento al dolce, il Passito di Falanghina Le Cinque Pietro 2017. Sinceramente stupiti dalla travolgente bellezza della location – ideale per chi vuole allontanarsi dallo stress cittadino – dalla impeccabile qualità dei prodotti, nonché dall’accuratezza con cui vengono selezionate le materie prime, non possiamo che consigliarvi di vivere questa esperienza presso l’Antico Casale dei Mascioni. PH: Marco Baldassarre

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Teatro

Antonio Pascale al Teatro Civico 14 tra Proust e Kafka

Quali sono le ragioni che rendono la vita degna di essere vissuta? Come è possibile, nell’era dello sviluppo tecnologico, gioire anche dei frammenti della vita? A questi dubbi amletici – che da sempre aduggiano l’animo dell’uomo – ha tentato di dare risposta il giornalista e scrittore Antonio Pascale, in scena sabato 23 marzo, al teatro Civico 14 di Caserta, con il suo spettacolo Grandi della Letteratura. Attraverso l’analisi e l’interpretazione di due importanti scrittori novecenteschi, Marcel Proust e Franz Kafka, e dei rispettivi capolavori letterari, Alla ricerca del tempo perduto e La Metamorfosi, Antonio Pascale ha cercato di chiarire il modo attraverso cui, ciascheduno, può vivere nel terzo millennio senza smarrire la sensibilità e l’umanità connaturate. Marcel Proust, ovvero la necessità dell’arte «Il fratello di Proust affermava che per leggere la Recherche bisogna rompersi una gamba o cadere in una lunghissima malattia». Esordisce così, fra le risate del pubblico, lo scrittore casertano. Il riferimento è, naturalmente, alla vastità dell’opera, che conta oltre quattromila pagine, nonché duecento personaggi, una serie di trame e tematiche perfettamente legate fra di loro. Alle complesse domande di sopra cerca di rispondere servendosi di un piano cartesiano, raccontando dell’adolescenza vissuta a Caserta – dove, come Proust, tentava di imbucarsi alle feste mondane – e riprendendo tre motivi centrali dell’opera, ovvero la mondanità, l’amore e l’arte. E così, se la mondanità, che si mostra nella sua efferata vacuità, e l’amore, sentimento dalle sfumature terribili e nauseabonde, non si configurano come validi strumenti, soltanto attraverso l’arte – da intendere come capacità di essere empatici e di commuoversi – è possibile godere, con intensità, della vita che ci è stata donata. «L’arte – afferma Antonio Pascale – ci fa indossare degli occhiali attraverso cui percepiamo la bellezza che sta nel quotidiano». Apprezzare le piccole cose, dal fiore profumato che sboccia a una dolce lettura in treno, è sicuramente un’adeguata soluzione. Franz Kafka, ovvero il pessimismo radicale A Proust, Pascale affianca il pessimista radicale Franz Kafka. Anzitutto, racconta della volta in cui, durante una vacanza a Rimini, lo ha incontrato: «Avevo ventuno anni e, insieme alla mia ragazza, feci questo viaggio. Arrivato, notai uno dei primi bungee jumping e, meravigliato, decisi di provare questa esperienza. La mia ragazza, però, mi disse: “Se lo fai, ti lascio! Se tu muori, io come faccio?”. Così, nonostante avessi già firmato un documento, cambiai idea. Mi aveva convinto. Ma quando tornammo a Caserta, dopo qualche giorno, mi lasciò perché non mi ero buttato. Mi sembrò una situazione kafkiana, nonostante non avessi mai letto nulla di questo autore». Poi, introduce l’emblematica figura di Gregor Samsa. Sul protagonista de La Metamorfosi si è espresso l’entemologo Nabokov: analizzando la precisa descrizione data da Kafka, è giunto alla conclusione che non si tratta di uno scarafaggio, bensì di una falena. Che, in quanto tale, possiede delle ali. E allora, ci si può chiedere: come sarebbe cambiata la vita di Samsa se avesse preso coscienza della sua vera natura? Ma il tempo stringe e l’intento di Pascale è, ancora una […]

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Attualità

Pena di morte in Italia e nel mondo

La pena di morte, anche detta pena capitale, è una sanzione penale che consiste nel privare della vita il condannato. Questa crudele punizione, presente in tutti gli ordinamenti antichi, è andata scomparendo col passare del tempo. Ad oggi, secondo i dati del 2017 di Amnesty International, sono 141 i paesi che non la applicano più: 104 l’hanno abolita per ogni reato; 7 l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra; 30, invece, sono abolizionisti de facto, poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni. È pur vero, comunque, che esistono dei Paesi – 57, sempre secondo l’ONG impegnata nella difesa dei diritti umani – in cui, per reati più o meno gravi, il reo viene giustiziato con metodi quasi sempre brutali: basti pensare all’Iran, responsabile di più della metà (51%) di tutte le esecuzioni registrate nel 2017, in cui si viene puniti, per reati legati al sesso, con la lapidazione; all’Arabia Saudita, all’Iraq e al Pakistan, dove si viene uccisi attraverso la decapitazione, la fucilazione e l’impiccagione; e ancora, alla Cina, agli Stati Uniti e al Vietnam, dove si fa strada l’esecuzione mediante iniezione letale. Fa specie, certo, sapere di paesi industrializzati, alfabetizzati e democratici, come gli Stati Uniti d’America e il Giappone, che ancora applicano la pena capitale. Nel primo caso, nel 2017 si contano ben 23 esecuzioni fra Texas, Arkansas, Florida, Alabama, Ohio, Virginia, Georgia e Missouri. Nel caso del Paese del Sol Levante, Amnesty International ha più volte denunciato le esecuzione che, negli ultimi anni, sono avvenute in un clima di grande segretezza. I condannati – così come le famiglie, gli avvocati e l’opinione pubblica – vengono informati dell’imminente esecuzione solo poche ore prima. L’abolizione della pena di morte in Italia e nel mondo Guardando al passato, il primo Stato ad abolire la pena di morte fu il Granducato di Toscana di Pietro Leopoldo. Influenzato dal breve saggio Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, il granduca emanò il Codice leopoldino il 30 novembre 1786. A questo seguì nel 1889, in pieno Regno d’Italia, il Codice Zanardelli. Soltanto con l’avvento del fascismo e la promulgazione, nel 1930, del Codice Rocco, si avrà la reintroduzione della pena. Verrà definitivamente vietata, dalla Costituzione repubblicana, nel 1948 ed eliminata, dal diritto militare di guerra, nel 1994. Come l’Italia, anche il Portogallo si interessò, negli anni Sessanta dell’Ottocento, dell’abolizione della pena di morte; in Sudamerica, invece, il primo Stato ad averla abolita dalla Costituzione, nel 1863, è il Venezuela. Molto più recente l’abolizione in Spagna, dove venne applicata con regolarità fino al 1932 ed eliminata soltanto nel 1978. E ancora, fu su proposta di Robert Badinter all’Assemblée Nationale che, il 9 ottobre del 1981, la pena di morte fu abolita dal codice penale francese. Controversa è, invece, la storia del Regno Unito, ultimo stato dell’Europa occidentale ad abolirla, nel 1998. Fonte immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Francisco_de_Goya_y_Lucientes_-_Los_fusilamientos_del_tres_de_mayo_-_1814.jpg

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Eventi/Mostre/Convegni

Paola Cortellesi incontra Caserta | Intervista

Paola Cortellesi, premiata attrice, comica e sceneggiatrice italiana, ha chiuso il ciclo di appuntamenti che, a partire da ottobre 2018, si è tenuto presso l’affascinante cornice della Reggia di Caserta. Scopri come è andata e leggi la nostra intervista! Si è tenuto mercoledì 13 febbraio, presso la Cappella Palatina della Reggia di Caserta, l’ultimo appuntamento di “Maestri alla Reggia“, rassegna dell’università Vanvitelli dedicata alle grandi figure del cinema italiano. Ospite d’eccezione è stata l’attrice, comica e imitatrice romana Paola Cortellesi, recentemente al cinema con il campione di incassi La Befana vien di notte di Michele Soavi. L’attrice – premiata nel 2018 con un Nastro d’argento come miglior attrice di Come un gatto in tangenziale – si è raccontata al numeroso pubblico accorso e alla direttrice di Ciak Magazine Piera Detassis ripercorrendo le prime esperienze personali, dall’amore per la musica a quello nei confronti del cinema. «A tredici anni – ha raccontato Cortellesi – non pensavo di diventare l’attrice. Volevo, piuttosto, diventare una cantante. Durante gli anni universitari, ad esempio, mi divertivo a cantare nei locali, interpretando generi musicali differenti. Proprio l’interesse verso cose tanto diverse fra loro mi ha indicato la strada che ho poi scelto, quella dell’attrice. È un mestiere, questo, che mi consentiva e mi consente di cimentarmi, di volta in volta, in cose diverse». Cortellesi ha poi raccontato di quando, sempre verso i tredici anni d’età, ha prestato la sua voce per la famosissima Cacao meravigliao, sponsor immaginario della trasmissione televisiva Indietro tutta!. E ancora, dei primi successi televisivi, come Macao e Mai dire Gol, e del difficile ruolo della comica. «Essere definita una comica è una grande responsabilità, perché non sempre si riesce a fare ridere. C’è la credenza che chi svolge il lavoro di comico sia simpatico a prescindere, ma non è assolutamente così». Dopo la proiezione di alcune scene dei film più apprezzati, c’è stato spazio anche per una riflessione sul tema della discriminazione di genere, verso i quali la stessa Cortellesi si dimostra, da sempre, assai sensibile. «La questione – dice l’attrice – è apertissima in tutti i mestieri, non soltanto in ambito cinematografico. Spesso, noi donne diamo per scontato e assecondiamo alcuni cliché in cui da secoli siamo imprigionate. Penso al fatto che, a parità di competenza e di esperienza, veniamo pagate meno rispetto agli uomini». Le domande di Eroica Fenice a Paola Cortellesi Durante l’evento, abbiamo avuto la possibilità di porgere alcune domande alla poliedrica attrice, che ringraziamo per la disponibilità mostrata. Quanto c’è di autobiografico nei personaggi che interpreta e nelle scene che si trova a recitare? Prevale l’invenzione. Al tempo stesso, però, c’è sempre la volontà di raccontare ciò che si conosce e che si ritiene importante. Mi faccia qualche esempio. Essendo nata e cresciuta in una borgata, mi viene in mente il personaggio di “Come un gatto in tangenziale”. Il fatto di conoscere certi comportamenti e cliché ha reso, certamente, più semplice l’interpretazione. Nel film “Scusate se esisto”, che ho scritto con lo stesso gruppo di “Come un gatto in […]

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Fun e Tech

Xiaomi, i migliori e più bizzarri prodotti dell’azienda cinese

Fondata da Lei Jun nel 2010, Xiaomi produce smartphone, tablet e smartwatch, ma anche tutta una serie di prodotti come robot per la pulizia della casa, zaini e asciugamani. Ecco i più competitivi, ma anche i più bizzarri! Al nome Xiaomi gli inesperti di tecnologia staranno senz’altro storcendo il naso, pensando di trovarsi dinanzi a una delle tantissime aziende asiatiche produttrici di cellulari a basso costo ma dalle prestazioni insoddisfacenti. Invece, è la storia di un vero e proprio miracolo tecnologico, ovvero di una startup che, grazie alla ottima qualità e al costo contenuto dei prodotti, è riuscita a diventare un vero e proprio colosso del settore, anche fuori dalla Cina. Basti pensare che dal 2010, anno in cui è stata fondata da Lei Jun, Xiaomi è entrata prepotentemente nel mercato degli smartphone, divenendo il quarto principale venditore. Detto ciò, desta ancor più meraviglia l’impegno di voler riempire qualsiasi mercato possibile, procedendo come incubatore di start-up: da qui, oltre alla vendita di prodotti tecnologici (smartphone, computer, fotocamere, action cam, cuffie wireless ecc.), c’è anche quella di prodotti per la pulizia della casa, per la cura della persona, per il benessere degli animali. Fra il serio e il faceto, abbiamo scelto alcuni prodotti venduti dall’azienda cinese, distinguendo quelli dall’ottimo rapporto qualità-prezzo da quelli che, invece, ci appaiono davvero bizzarri. I prodotti migliori di Xiaomi Fra i tanti smartphone Android e di buon livello che Xiaomi commercializza, il Redmi 5 Plus è certamente quello più interessante, soprattutto in virtù del prezzo contenuto. Possiede un processore Snapdragon 625 octa core da 2 GHz con GPU Adreno 506. Il display touchscreen è da 5.99 pollici, con una risoluzione 1080×2160 pixel. Le applicazioni girano, anche in condizioni di stress, abbastanza bene. La fotocamera, da 12 megapixel, permette di scattare foto di buona qualità soprattutto in ambienti luminosi. Promossa anche la batteria, da 4000 mAH, che permette un utilizzo costante durante il giorno. Insomma, un ottimo compromesso! Per chi possiede una vecchia autoradio, il Roidmi 2s è un buonissimo prodotto: infatti, è un trasmettitore FM che, collegato tramite Bluetooth a dispositivi sia Android che iOS (attraverso l’app dedicata), permette di sintonizzarsi su una frequenza radio dell’impianto della propria macchina e di ascoltare la musica o di rispondere alle chiamate. Tuttavia, il dispositivo non si limita solo a questo: inserendolo nella presa accendisigari dell’automobile e sfruttando le due porte USB, il Roidmi 2s può ricaricare fino a due smartphone contemporaneamente. Ancora una volta, il prezzo proposto da Xiaomi è davvero basso! Se un tempo le famigerate GoPro non avevano rivali, l’avvento di Xiaomi nel mercato delle action cam sembra aver modificato molte cose. Per filmare paesaggi mozzafiato durante le vacanze estive o mentre si praticano sport estremi non è più necessario spendere tantissimi soldi. La Xiaoyi YI 4K, dal display touchscreen da 2.19 pollici, permette riprese fino al 4K/30 fps. Convince anche la batteria da 1400mAh: con una singola ricarica, si possono raggiungere i 120 minuti di video. Ottima alternativa alle ben più costose AirPods di Apple, le […]

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Napol e Dintorni

Le 5 migliori pizzerie della provincia di Napoli

Ecco a voi una classifica delle cinque migliori pizzerie della provincia di Napoli. Perché la pizza buona si mangia solo a Napoli…e provincia! È consuetudine credere al mito della pizza come a un’eccellenza della sola città di Napoli. In verità, questa non ha né padri né inventori; è, piuttosto, il frutto del genio del popolo. E il genio non poteva che espandersi anche nella limitrofa provincia di Napoli, florida di realtà antiche e innovative che, facendo comunque fede alla tradizione, presentano un prodotto esemplare e di nicchia. Abbiamo stilato per voi una speciale classifica delle cinque migliori pizzerie sparse nella provincia di Napoli. Le 5 migliori pizzerie della provincia Pizzeria Luigi Cippitelli – San Giuseppe Vesuviano Nella sua pizzeria, dall’ambiente gradevole e accogliente, il maestro pizzaiolo Luigi Cippitelli mette d’accordo un po’ tutti, proponendo una pizza che è il giusto compromesso fra la tradizione napoletana e l’innovazione tipicamente casertana. L’attenzione verso i prodotti della propria terra e la buona calibrazione delle farciture fanno della pizza di Cippitelli un prodotto davvero interessante. Consigliamo di provare la Montanara, prima fritta e poi al forno, che è uno dei piatti più interessanti che la pizzeria offre. Pompei Centrale – Pompei Nato in un antico scalo ferroviario, interamente restaurato e adiacente alla stazione della città, Pompei Centrale offre panini gourmet dagli abbinamenti deliziosi, carni selezionate e naturalmente pizze, tradizionali e rivisitate, a lunga lievitazione. Sfornate con forno a gas dal giovane Vincenzo Roberto, le pizze si segnalano per l’impasto di buona consistenza e per la ricercatezza dei prodotti scelti come condimento. Per i palati più raffinati, consigliamo la Genovese, realizzata con fior di latte di Agerola, Cipollotto Nocerino DOP “F.lli Merolla”, stracciatella di mozzarella, tartare di carne e polvere di olive nere. Pizzeria Vincenzo Di Fiore – Acerra Nella città che ha dato i natali a Pulcinella – presso l’antica sede in via Ludovico Ariosto, dall’arredo essenziale, e nel nuovo locale in Corso Italia, dal design più moderno e ricercato – il maestro Vincenzo Di Fiore propone la vera pizza napoletana, dall’impasto morbido e quasi perfetto, con cornicione basso e una scelta di ingredienti che presta fede alla territorialità. Fra le pizze realizzate secondo i canoni della tradizione gastronomica campana, vanno citate la Pizza del Compare, condita con pomodorini gialli Agrigenus, cipolla ramata di Montoro (Presidio Slow Food) e provola affumicata della Valle Caudina, e la Lampiata, cotta nella teglia in ferro. Ottima anche la Montacerrana, la montanara con fagiolo cannellino “Dente di morto” di Acerra e pomodorino giallo. Casa Giglio – Acerra Ancora una volta, Acerra. A Casa Giglio, pizzeria che rievoca, sin dal nome, il calore e la convivialità della famiglia, Gaetano Giglio mette in tavola una pizza che è un capolavoro. Manco a dirlo, il punto forte consiste nell’alta idratazione e digeribilità del disco di pasta, che è profumato e, al tempo stesso, consistente. Per chi ama l’innovazione, c’è la Monachella, con ricotta di bufala, pancetta tesa artigianale, fior di latte di Agerola, provolone del Monaco DOP e granella di noci. […]

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Cucina e Salute

Le 11 regole di Orwell per una perfetta tazza di tè

Bere del tè, in Inghilterra come in Russia, è qualcosa di molto serio, che assomiglia a un vero e proprio rito. Per noi italiani, abituati a consumare tè a buon mercato, magari in filtri pronti per l’infuso, durante una veloce colazione o in ufficio, appare un’impresa davvero titanica credere che ci sia chi, alle cinque in punto o attorno ai preziosi samovar alimentati a carbone, si ritrovi a bere, con atteggiamento quasi religioso, una tazza fumante di questa squisita bevanda. Ignoriamo, in effetti, che la condivisione di un simil momento assuma, per un inglese fedele a secoli di tradizione e durante il freddo pietroburghese, un significato profondo: ossia, dichiarare il bene che si vuole all’altro, il rispetto che si nutre nei suoi confronti, la fiducia che si ripone in lui. Ancor più strano, per i non addetti, sarà leggere che esistono tantissime tipologie di tè – alcune più economiche, altre che costano, invece, un occhio della testa – e delle attrezzature necessarie (come il colino, per raccogliere le foglie, il termometro, per misurare la temperatura dell’acqua, e la teiera) per preparare una infusione a regola d’arte. Se quanto detto non è ancora sufficiente, un utile aiuto ci viene offerto dallo scrittore inglese George Orwell, grande amante dell’antica bevanda e autore di capolavori come La Fattoria degli animali e 1984, che pubblicò nel 1946, sul quotidiano Evening Standard, ben undici regole d’oro per assaporare una perfetta tazza di tè. Come si beve il tè: le undici regole d’oro di George Orwell 1) Si dovrebbe usare il tè indiano o di Ceylon. Quello cinese ha delle virtù che, al giorno d’oggi, non vanno disprezzate – è economico, e lo si può bere senza latte – ma non è molto stimolante. Non ci si sente più saggi, coraggiosi o positivi dopo averlo bevuto. Chiunque utilizzi la confortante frase “una bella tazza di tè” si riferisce sempre a quello indiano. 2) Il tè deve essere preparato in piccole quantità, cioè in una teiera. Preparato in un vaso è sempre insipido, mentre quello dell’esercito, che viene fatto in un calderone, ha il sapore del grasso e della calce. La teiera deve essere di porcellana o terracotta. Le teiere d’argento o di metallo Britannia producono tè di qualità inferiore. Le pentole smaltate sono ancora peggiori; stranamente, una teiera di peltro (una rarità, al giorno d’oggi) non è poi così male. 3) La teiera deve essere riscaldata in anticipo. Si consiglia di farlo posizionandola sul piano di cottura piuttosto che versandoci acqua calda, come invece si fa solitamente. 4) Il tè deve essere forte. Per una teiera da un litro, se hai intenzione di riempirla fino all’orlo, sono necessari sei cucchiaini. In tempo di crisi, ciò non si può fare tutti i giorni, ma sono convinto che una tazza di tè forte sia migliore di venti deboli. Tutti i veri amanti del tè lo preferiscono forte, e ancor di più con il passare degli anni – un fatto risaputo circa la quantità extra concessa alle persone più anziane. […]

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Teatro

Teatro Bellini, arriva “Perché mi stai guardando?” di Angelo Duro

Dopo l’enorme successo in tutta Italia, con alcune date in sold out anticipato, nonché un consenso generale da parte del pubblico e della critica, arriva anche a Napoli, sul palco del Teatro Bellini, il dissacrante spettacolo Perché mi stai guardando? della iena Angelo Duro. “Perché mi stai guardando?” di Angelo Duro: un one-man-show da non perdere Perché mi stai guardando? è un one-man-show nel quale il famoso comico palermitano racconta la storia di come, da bravo bambino qual era, ha dovuto reagire fermamente alle fregature e alle ingiustizie della vita, modificando se stesso e diventando cattivo. Con luce piazzata e microfono a filo, Angelo Duro analizza, nel giro di settantacinque minuti, la realtà di ieri e di oggi, la dicotomia fra l’uomo e la donna, il rapporto con gli animali e con la natura; infine, i tanti e troppi stereotipi che ci condizionano inconsapevolmente e dei quali siamo schiavi. Non parliamo, perciò, di uno spettacolo meramente comico; è, piuttosto, l’esibizione straniante di un artista atipico, iperrealista, cinico, controverso ma dal cuore di un Robin-Hood contemporaneo. Alternando la leggerezza alla serietà degli argomenti e consapevole di colpire nel segno attraverso una precisione da cecchino, Duro riesce non soltanto a divertire il pubblico, ma anche a tramortirlo, a farlo riflettere e, perché no, a cambiarlo. Il successo di questa particolare forma d’ironia è testimoniato, oltre che dal grande entusiasmo con cui i giovani si accostano, magari per la prima volta, al teatro, anche dalle milioni di visualizzazioni e dai tantissimi commenti positivi che il comico riesce a collezionare, sui principali social network, attraverso video in cui tratta argomenti scottanti, come l’omofobia e il razzismo, la disoccupazione ed il sesso, ma anche fondamentali, come la scuola e la famiglia. A tal proposito, si potrebbe pensare, fra il serio e il faceto, che sia in atto, in Italia, una vera e propria rivoluzione nel modo di fare intrattenimento e che Duro ne rappresenti, pertanto, il primo e più elegante imputato. Ricordiamo, inoltre, che il comico è conosciuto ai più per la grande notorietà che ha ottenuto nel programma televisivo Le Iene su Italia 1 dove, con i personaggi Nuccio-Vip e Il Rissoso e con le puntate ironiche di I sogni di Angelo, è riuscito a ottenere i picchi di audience in ogni puntata. Si è affacciato, in seguito, anche al cinema, con il film Tiramisù di Fabio De Luigi. Certi che lo spettacolo debba, per la raffinata comicità e l’importanza delle tematiche affrontate, essere visto almeno una volta, cogliamo questa occasione per invitarvi al Teatro Bellini. È possibile acquistare il biglietto sia online, sul sito del teatro, sia presso il botteghino.

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Food

Trattoria a Chiaia, dal cuore di Napoli a Caserta

Trattoria a Chiaia, storico locale di Napoli, ha aperto nel cuore di Caserta. Gustose pizze e primi piatti tradizionali a firma del celebre pizzaiolo Angelo Ranieri. È possibile gustare una pizza a’ rot’ ‘e carrett’  lontano da Napoli? La Trattoria a Chiaia, inaugurata a Caserta, in via G. M. Bosco 64, venerdì 14 dicembre, con un evento riservato alla stampa, ha tutte le carte in regola per soddisfare il palato dei più tradizionalisti. Il proprietario Angelo Ranieri – Campione del Mondo del Trofeo Caputo 2017 per La migliore pizza di stagione – ha infatti deciso di riproporre l’omonimo ristorante gestito a Napoli, a Vico Vetriera 13, affidandosi alla esperienza della famiglia Tutino, che da ben quattro generazioni è impegnata con l’arte bianca. Il menù della Trattoria a Chiaia: fra tradizione e innovazione Il menù offerto da Ranieri rivendica l’arte culinaria partenopea non soltanto attraverso lo storico disco di pasta, ma anche con piatti tipici della tradizione, elaborati utilizzando eccellenti materie prime, scelte con cura e nel rispetto della stagionalità. Inoltre, il locale ricorda una vera e propria dimora napoletana: un ambiente accogliente e una cucina a vista permettono ai commensali di fare un tuffo nel passato, ricordando ad esempio l’usanza di spezzare gli ziti a mano. La serata si è aperta con la degustazione di due delle pizze più interessanti del menù: per prima è stata presentata Mammà, con ragù, polpettine e cornicione ripieno di ricotta e polpettine. Si è passati poi all’assaggio della Mandorlata, farcita con pomodori del Piennolo, fiordilatte di Agerola, alici di Cetara e sbriciolata di mandorle. Un plauso va all’impasto, che non bada a fronzoli moderni e che non forza la lievitazione oltre le ventiquattro ore: ne deriva una pizza popolare, altamente digeribile che, per dimensioni, è più grande del piatto che la contiene. La cena degustazione è continuata con gli ziti spezzati alla Genovese, vero must della cucina napoletana che, come lo stesso proprietario ha confidato, comportano una lavorazione di otto lunghe ore. A seguire, la trattoria ha proposto, come secondo piatto, del baccalà in tre consistenze: mantecato, fritto e in cassuola. La Castagnata, dolce che ricorda la classica pastiera e che è realizzato con le pregiate castagne di Roccamonfina, ha concluso alla perfezione la serata. Alla luce della qualità e della ricercatezza dei prodotti, della accogliente location e della efficacia del personale, non possiamo che consigliarvi di vivere questa piacevole esperienza presso la Trattoria a Chiaia.

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Food

Don Peppe, presentazione alla stampa della trattoria-pizzeria

Si è tenuta mercoledì 12 dicembre, alle ore 20:00, la presentazione alla stampa della trattoria e pizzeria Don Peppe, presso la food court del Centro Commerciale Campania, a Marcianise. Don Peppe è un ambiente da sempre legato alla tradizione della cultura culinaria napoletana che, grazie alla massima qualità dei prodotti, agli impasti lavorati con farina italiana di grano tenero di tipo 0, farina Kamut bio e farina integrale bio e al lavoro eccellente degli chef e dei pizzaioli, è riuscito a farsi apprezzare anche al di fuori della Campania, con le sedi di Venezia (presso Nave de Vero) e Verona (presso Adigeo) attualmente aperte. La presentazione del menù natalizio Durante la serata, è stato presentato il menù natalizio: vera regina è stata la pizza Bosco d’autunno, con funghi porcini, castagne, guanciale del salumificio Santoro, tartufo e scaglie di parmigiano. Come primo piatto invece, un delicato risotto allo zafferano con ragù bianco di costina di maialino nero, fonduta di provola e papaccelle con fiori eduli. Per finire, come dolce, l’amatissimo RoccoBabà. Una piacevole scoperta è stata la pizza Pascalina, composta da friarielli campani, pomodorini San Marzano, olive e peperoncino. Nata da un progetto dell’Istituto dei Tumori di Napoli Fondazione Pascale, si tratta di una piatto che previene il tumore, che può essere consumato anche due volte alla settimana e che è stato inserito nella Piramide Alimentare Pascaliana, che applica i principi della dieta Mediterranea basandosi anche sulle linee guida contro i tumori della World Cancer Research Fund. Ciò che stupisce maggiormente, al di là della ineccepibile qualità della pizza e dei primi piatti, è la meticolosità con cui vengono selezionati le materie prime che, come ha raccontato il proprietario stesso, provengono da piccoli appezzamenti delle migliori Aziende Agricole del Territorio Campano, che riescono a coltivare fino a quindici ortaggi diversi. Grazie a queste collaborazioni, a partire dal 2017 è nata la Selezione “ORO ROSSO”, che prevede la vendita di vasetti, a marchio Don Peppe, di papaccelle piccanti, scarole con olive e capperi, cuori di carciofo in olio Evo, melanzane a fette. L’evento è stato poi occasione per la consegna, alla Direzione dell’Istituto Nazionale Tumori- IRCCS “Fondazione G.Pascale”, dell’assegno di ben € 8.000, frutto della donazione della famiglia Passeggio, proprietaria della pizzeria, nonché della devoluzione di € 1.00 per ogni pizza Pascalina venduta.

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Culturalmente

5 poesie famose brevi che devi conoscere

5 poesie famose, brevi e di veloce lettura, analizzate nel dettaglio  La poesia è, fra le varie forme d’arte, quella più potente ed evocativa. Molteplici sono gli autori che, con virtuosa essenzialità e purezza, sono riusciti ad esprimere al meglio una condizione esistenziale, il dolore causato dall’atrocità della guerra o, più semplicemente, un amore passionale o tumultuoso. Gettando uno sguardo al mondo antico e proseguendo fino al Novecento – dove, attraverso l’utilizzo del verso libero, la poesia si abbrevia drasticamente – abbiamo selezionato per voi cinque brevi poesie famose. Poesie famose brevi, le nostre scelte Ed è subito sera – Salvatore Quasimodo Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. Tratta dalla raccolta dell’esordio Acque e terre del 1930, è tra le poesie più note del poeta siciliano, che può essere considerato uno dei maggiori interpreti dell’ermetismo. Sul piano stilistico, infatti, si può riscontrare un certo distacco nei confronti della lingua parlata; piuttosto, la parola si chiude in se stessa, ponendosi al lettore come oscura, difficile, incomunicabile. Nel giro di tre versi, sono condensati i motivi della solitudine, della precarietà della vita, dello sfiorire delle illusioni: Quasimodo, infatti, afferma che pur vivendo «sul cuor della terra» e quindi in mezzo agli uomini, fra gli affetti, le emozioni e i sentimenti, ciascuno è solo. L’uomo viene stimolato dal «raggio di sole», cioè dalla ricerca di pienezza interiore e di felicità, ma questa si mostra ben presto vana: il «raggio», come è espresso dal termine «trafitto», diviene una specie di dardo, portatore di morte. E così, al sopraggiungere improvviso della oscurità notturna, rapida si presenta anche la fine della vita: «ed è subito sera». Allegria di naufragi – Giuseppe Ungaretti E subito riprende il viaggio come dopo il naufragio un superstite lupo di mare La lirica, che apre la sezione dell’Allegria intitolata Naufragi, presenta un titolo ossimorico che ha un significato chiaramente esistenziale; lo stesso Ungaretti ha parlato, a tal riguardo, di «un’allegria che, quale fonte, non avrà mai se non il sentimento della presenza della morte da scongiurare». Come molte altre poesie, anche questa è stata composta nei luoghi in cui si stava combattendo la Prima Guerra Mondiale. Reca, perciò, l’indicazione del luogo e della data in cui ha preso forma: Versa il 14 febbraio 1917. Il messaggio sembra rivolgersi, al tempo stesso, all’intera umanità e al poeta che, dell’umanità, rappresenta la coscienza più profonda. Centrale è il motivo del viaggio, sviluppato a partire dai poeti simbolisti, che è qui inteso metaforicamente come tensione verso l’assoluto, verso una conoscenza suprema che solo la poesia può soddisfare. Pertanto, nonostante la condizione precaria («il naufragio») e di solitudine («un superstite»), bisogna dimostrare la caparbietà del «lupo di mare». Occorre ripartire, anche se la meta appare oscura e irraggiungibile. Odi et amo – Catullo Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior. [Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia. Non lo so, ma sento che ciò accade, […]

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Food

Autentica (Marigliano), il menù invernale della chef Giusy di Castiglia

Autentica, innovativo e ricercato ristorante di Marigliano, ha presentato il suo menù invernale. Tante novità, tante sorprese, tante squisitezze a firma della chef Giusy di Castiglia.  Una cena autentica. È questo il titolo scelto per la serata che si è tenuta, venerdì 30 novembre, presso Autentica, un accogliente ed elegante ristorante nel cuore di Marigliano, in provincia di Napoli. Il locale nasce dall’idea dell’imprenditore Vincenzo Damiano e del ristoratore Shehta Abdel Salam di creare un rifugio d’élite dove, attraverso un percorso di gusto, poter trasmettere i ricordi, gli affetti, le tradizioni. All’evento – coordinato dalla giornalista Angela Merolla – hanno preso parte la stampa e gli amanti del buon cibo, che hanno potuto assaporare le nuove proposte del menù invernale della giovanissima e talentosa chef Giusy Di Castiglia. La cena è stata introdotta dalla descrizione dei piatti e dalla presentazione di alcuni dei prodotti di spicco utilizzati, fra cui il pomodoro della selezione Solania, il baccalà di Somma e il gin spagnolo Puerto De Indias; quest’ultimo, che viene ancora distillato secondo le antiche metodologie, è stato, quindi, degustato nelle sue tre tipologie in versione cocktail, per un abbinamento studiato dalla prima alla seconda portata. Il menù invernale di Autentica: tradizione e innovazione in cucina grazie a Giusy di Castiglia L’aperitivo, composto dalle polpettine di friarielli, dal baccalà croccante in puttanesca, dalla montanara con soffritto e dal cubotto di maialino con demi-giace arancia e zenzero, ha dato il via alla serata. A seguire, baccalà su cremoso di pomodorino marinato, valorizzato nella sua semplicità e dall’odore dell’oliva nera ed accompagnato dal cocktail gin Puerto de Indias “Strawberry”. Come primo piatto, la chef ha proposto uno squisito mezzo pacchero al doppio datterino, colatura di alici di Cetara e provolone del Monaco dop, impreziosito dal secondo cocktail proposto, a base di gin, tonica, cetriolo e rosmarino. Per i meno temerari, in alternativa al fresco drink, è stato servito il vino bianco pugliese Erbaceo, prodotto da Colli della Murgia. Una millefoglie di pesce bandiera con consistenze di scarole è stata la proposta per il secondo piatto, associato al cocktail composto dal gin Puerto de Indias Pure Black Edition e dall’arancia. Una deliziosa scoperta è stato il pre-dessert, composto da praline di cioccolato con confetture di datterino giallo e zenzero e pomodorino rosso, che ha ribadito ancora una volta l’estro culinario e la voglia di sperimentare, utilizzando prodotti non convenzionali, della giovane chef. A concludere degnamente la serata, come dessert, la mousse di ricotta con cappero candito e streusel di nocciola e un panettone artigianale del Mastro Fornaio Filippo Cascone. Ad accompagnare i dolci, l’ottimo Amaré, liquore alle erbe dell’Antica Distilleria Petrone. Sinceramente sorpresi dalla qualità del menù invernale proposto, dall’efficenza del personale e dalla cura del design, non possiamo che consigliarvi di vivere quest’esperienza da Autentica!

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Eventi/Mostre/Convegni

Maestri alla Reggia: Özpetek ospite d’onore a Caserta

Ferzan Özpetek ospite d’onore del terzo incontro di “Maestri alla Reggia”, svoltosi mercoledì 21 ottobre, presso la Reggia di Caserta. Scopri com’è andata! Dopo lo sbalorditivo successo dei primi due incontri, che hanno visto protagonisti Mario Martone (con Toni Servillo come ospite a sorpresa) e la coppia Piccolo-Virzì, si è tenuto mercoledì 21 novembre il terzo dibattito di Maestri alla Reggia, una rassegna dell’Università Vanvitelli dedicata ai grandi registi del cinema italiano. Ospite d’onore è stato Ferzan Özpetek, regista, sceneggiatore e scrittore turco, autore di Il bagno turco (1996), La finestra di fronte (2003), Mine vaganti (2010), Rosso Istanbul (2017) e Napoli velata (2017). Il regista, vincitore di diversi David di Donatello, Ciak d’oro e Globo d’oro, si è raccontato al pubblico di Maestri alla Reggia e alla giornalista Alessandra De Luca, presso l’affascinante e suggestiva cornice della Cappella Palatina, ripercorrendo la sua storia personale, i suoi primi successi cinematografici, la collaborazione come aiuto regista con Massimo Troisi e il legame viscerale con la città di Napoli, dal quale deriva il suo ultimo successo, dal titolo Napoli Velata. «Ai tempi di Harem Suare – dice Özpetek – quando mi chiedevano che lavoro svolgessi, non riuscivo a dire la verità. Non riuscivo a confessare di essere un regista: pur divertendomi, mi sembrava presuntuoso definirmi tale. Oggi, naturalmente, mi sono abituato e ne sono orgoglioso». Özpetek ha poi raccontato del meticoloso studio che compie nella scelta degli attori, del dubbio che lo attanaglia durante ogni ripresa cinematografica, nonché dell’amicizia che lo lega ad Anna Bonaiuto. L’attrice italiana, per l’occasione, ha raggiunto a sorpresa il regista, visibilmente compiaciuto. «Un giorno, – ha esordito la Bonaiuto – mi squillò il cellulare. Era Ferzan, che non avevo ancora conosciuto né incontrato. Si congratulò con me per la parte che avevo recitato nel film Mio fratello è figlio unico. È stata la prima e forse ultima volta nella mia vita che un regista che non conoscevo si è preoccupato di procurarsi il numero per complimentarsi delle emozioni che sono riuscito a suscitargli. Devo riconoscerlo: fu davvero un bel gesto!». «Ferzan è amato dagli spettatori – ha continuato l’attrice friulana – perché questi sentono che lui li ama. Cerca di aprirsi molto al pubblico e lo fa senza mai abbassare la qualità delle sue produzioni, atto quasi necessario se si vuole realizzare un’opera appetibile». Maestri alla Reggia : Özpetek tra ricordi e confidenze A questo punto, il regista si è abbandonato ad alcuni ricordi grigi, come l’insuccesso di Cuore Sacro, suo quinto film, ipotizzando il motivo di un simile fallimento: «È un film che ho amato tantissimo e che, al tempo stesso, mi ha fatto soffrire, perché ricevette dure critiche da parte degli esperti. Ricordo che tornando in albergo, nel giorno della proiezione che facemmo a Milano, ero tristissimo, perché si respirava una cattiva aria. E ancora, quando sono venuto a presentarlo a Napoli, m’accorsi che la sala era vuota. Mi sentii male, a disagio. Forse, questo film ha semplicemente anticipato i tempi. Oggi, in cui il tema della […]

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