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Eroica Fenice

Attualità

Pena di morte in Italia e nel mondo

La pena di morte, anche detta pena capitale, è una sanzione penale che consiste nel privare della vita il condannato. Questa crudele punizione, presente in tutti gli ordinamenti antichi, è andata scomparendo col passare del tempo. Ad oggi, secondo i dati del 2017 di Amnesty International, sono 141 i paesi che non la applicano più: 104 l’hanno abolita per ogni reato; 7 l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra; 30, invece, sono abolizionisti de facto, poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni. È pur vero, comunque, che esistono dei Paesi – 57, sempre secondo l’ONG impegnata nella difesa dei diritti umani – in cui, per reati più o meno gravi, il reo viene giustiziato con metodi quasi sempre brutali: basti pensare all’Iran, responsabile di più della metà (51%) di tutte le esecuzioni registrate nel 2017, in cui si viene puniti, per reati legati al sesso, con la lapidazione; all’Arabia Saudita, all’Iraq e al Pakistan, dove si viene uccisi attraverso la decapitazione, la fucilazione e l’impiccagione; e ancora, alla Cina, agli Stati Uniti e al Vietnam, dove si fa strada l’esecuzione mediante iniezione letale. Fa specie, certo, sapere di paesi industrializzati, alfabetizzati e democratici, come gli Stati Uniti d’America e il Giappone, che ancora applicano la pena capitale. Nel primo caso, nel 2017 si contano ben 23 esecuzioni fra Texas, Arkansas, Florida, Alabama, Ohio, Virginia, Georgia e Missouri. Nel caso del Paese del Sol Levante, Amnesty International ha più volte denunciato le esecuzione che, negli ultimi anni, sono avvenute in un clima di grande segretezza. I condannati – così come le famiglie, gli avvocati e l’opinione pubblica – vengono informati dell’imminente esecuzione solo poche ore prima. L’abolizione della pena di morte in Italia e nel mondo Guardando al passato, il primo Stato ad abolire la pena di morte fu il Granducato di Toscana di Pietro Leopoldo. Influenzato dal breve saggio Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, il granduca emanò il Codice leopoldino il 30 novembre 1786. A questo seguì nel 1889, in pieno Regno d’Italia, il Codice Zanardelli. Soltanto con l’avvento del fascismo e la promulgazione, nel 1930, del Codice Rocco, si avrà la reintroduzione della pena. Verrà definitivamente vietata, dalla Costituzione repubblicana, nel 1948 ed eliminata, dal diritto militare di guerra, nel 1994. Come l’Italia, anche il Portogallo si interessò, negli anni Sessanta dell’Ottocento, dell’abolizione della pena di morte; in Sudamerica, invece, il primo Stato ad averla abolita dalla Costituzione, nel 1863, è il Venezuela. Molto più recente l’abolizione in Spagna, dove venne applicata con regolarità fino al 1932 ed eliminata soltanto nel 1978. E ancora, fu su proposta di Robert Badinter all’Assemblée Nationale che, il 9 ottobre del 1981, la pena di morte fu abolita dal codice penale francese. Controversa è, invece, la storia del Regno Unito, ultimo stato dell’Europa occidentale ad abolirla, nel 1998. Fonte immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Francisco_de_Goya_y_Lucientes_-_Los_fusilamientos_del_tres_de_mayo_-_1814.jpg

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Eventi/Mostre/Convegni

Paola Cortellesi incontra Caserta | Intervista

Paola Cortellesi, premiata attrice, comica e sceneggiatrice italiana, ha chiuso il ciclo di appuntamenti che, a partire da ottobre 2018, si è tenuto presso l’affascinante cornice della Reggia di Caserta. Scopri come è andata e leggi la nostra intervista! Si è tenuto mercoledì 13 febbraio, presso la Cappella Palatina della Reggia di Caserta, l’ultimo appuntamento di “Maestri alla Reggia“, rassegna dell’università Vanvitelli dedicata alle grandi figure del cinema italiano. Ospite d’eccezione è stata l’attrice, comica e imitatrice romana Paola Cortellesi, recentemente al cinema con il campione di incassi La Befana vien di notte di Michele Soavi. L’attrice – premiata nel 2018 con un Nastro d’argento come miglior attrice di Come un gatto in tangenziale – si è raccontata al numeroso pubblico accorso e alla direttrice di Ciak Magazine Piera Detassis ripercorrendo le prime esperienze personali, dall’amore per la musica a quello nei confronti del cinema. «A tredici anni – ha raccontato Cortellesi – non pensavo di diventare l’attrice. Volevo, piuttosto, diventare una cantante. Durante gli anni universitari, ad esempio, mi divertivo a cantare nei locali, interpretando generi musicali differenti. Proprio l’interesse verso cose tanto diverse fra loro mi ha indicato la strada che ho poi scelto, quella dell’attrice. È un mestiere, questo, che mi consentiva e mi consente di cimentarmi, di volta in volta, in cose diverse». Cortellesi ha poi raccontato di quando, sempre verso i tredici anni d’età, ha prestato la sua voce per la famosissima Cacao meravigliao, sponsor immaginario della trasmissione televisiva Indietro tutta!. E ancora, dei primi successi televisivi, come Macao e Mai dire Gol, e del difficile ruolo della comica. «Essere definita una comica è una grande responsabilità, perché non sempre si riesce a fare ridere. C’è la credenza che chi svolge il lavoro di comico sia simpatico a prescindere, ma non è assolutamente così». Dopo la proiezione di alcune scene dei film più apprezzati, c’è stato spazio anche per una riflessione sul tema della discriminazione di genere, verso i quali la stessa Cortellesi si dimostra, da sempre, assai sensibile. «La questione – dice l’attrice – è apertissima in tutti i mestieri, non soltanto in ambito cinematografico. Spesso, noi donne diamo per scontato e assecondiamo alcuni cliché in cui da secoli siamo imprigionate. Penso al fatto che, a parità di competenza e di esperienza, veniamo pagate meno rispetto agli uomini». Le domande di Eroica Fenice a Paola Cortellesi Durante l’evento, abbiamo avuto la possibilità di porgere alcune domande alla poliedrica attrice, che ringraziamo per la disponibilità mostrata. Quanto c’è di autobiografico nei personaggi che interpreta e nelle scene che si trova a recitare? Prevale l’invenzione. Al tempo stesso, però, c’è sempre la volontà di raccontare ciò che si conosce e che si ritiene importante. Mi faccia qualche esempio. Essendo nata e cresciuta in una borgata, mi viene in mente il personaggio di “Come un gatto in tangenziale”. Il fatto di conoscere certi comportamenti e cliché ha reso, certamente, più semplice l’interpretazione. Nel film “Scusate se esisto”, che ho scritto con lo stesso gruppo di “Come un gatto in […]

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Fun & Tech

Xiaomi, i migliori e più bizzarri prodotti dell’azienda cinese

Fondata da Lei Jun nel 2010, Xiaomi produce smartphone, tablet e smartwatch, ma anche tutta una serie di prodotti come robot per la pulizia della casa, zaini e asciugamani. Ecco i più competitivi, ma anche i più bizzarri! Al nome Xiaomi gli inesperti di tecnologia staranno senz’altro storcendo il naso, pensando di trovarsi dinanzi a una delle tantissime aziende asiatiche produttrici di cellulari a basso costo ma dalle prestazioni insoddisfacenti. Invece, è la storia di un vero e proprio miracolo tecnologico, ovvero di una startup che, grazie alla ottima qualità e al costo contenuto dei prodotti, è riuscita a diventare un vero e proprio colosso del settore, anche fuori dalla Cina. Basti pensare che dal 2010, anno in cui è stata fondata da Lei Jun, Xiaomi è entrata prepotentemente nel mercato degli smartphone, divenendo il quarto principale venditore. Detto ciò, desta ancor più meraviglia l’impegno di voler riempire qualsiasi mercato possibile, procedendo come incubatore di start-up: da qui, oltre alla vendita di prodotti tecnologici (smartphone, computer, fotocamere, action cam, cuffie wireless ecc.), c’è anche quella di prodotti per la pulizia della casa, per la cura della persona, per il benessere degli animali. Fra il serio e il faceto, abbiamo scelto alcuni prodotti venduti dall’azienda cinese, distinguendo quelli dall’ottimo rapporto qualità-prezzo da quelli che, invece, ci appaiono davvero bizzarri. I prodotti migliori di Xiaomi Fra i tanti smartphone Android e di buon livello che Xiaomi commercializza, il Redmi 5 Plus è certamente quello più interessante, soprattutto in virtù del prezzo contenuto. Possiede un processore Snapdragon 625 octa core da 2 GHz con GPU Adreno 506. Il display touchscreen è da 5.99 pollici, con una risoluzione 1080×2160 pixel. Le applicazioni girano, anche in condizioni di stress, abbastanza bene. La fotocamera, da 12 megapixel, permette di scattare foto di buona qualità soprattutto in ambienti luminosi. Promossa anche la batteria, da 4000 mAH, che permette un utilizzo costante durante il giorno. Insomma, un ottimo compromesso! Per chi possiede una vecchia autoradio, il Roidmi 2s è un buonissimo prodotto: infatti, è un trasmettitore FM che, collegato tramite Bluetooth a dispositivi sia Android che iOS (attraverso l’app dedicata), permette di sintonizzarsi su una frequenza radio dell’impianto della propria macchina e di ascoltare la musica o di rispondere alle chiamate. Tuttavia, il dispositivo non si limita solo a questo: inserendolo nella presa accendisigari dell’automobile e sfruttando le due porte USB, il Roidmi 2s può ricaricare fino a due smartphone contemporaneamente. Ancora una volta, il prezzo proposto da Xiaomi è davvero basso! Se un tempo le famigerate GoPro non avevano rivali, l’avvento di Xiaomi nel mercato delle action cam sembra aver modificato molte cose. Per filmare paesaggi mozzafiato durante le vacanze estive o mentre si praticano sport estremi non è più necessario spendere tantissimi soldi. La Xiaoyi YI 4K, dal display touchscreen da 2.19 pollici, permette riprese fino al 4K/30 fps. Convince anche la batteria da 1400mAh: con una singola ricarica, si possono raggiungere i 120 minuti di video. Ottima alternativa alle ben più costose AirPods di Apple, le […]

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Napoli & Dintorni

Le 5 migliori pizzerie della provincia di Napoli

Ecco a voi una classifica delle cinque migliori pizzerie della provincia di Napoli. Perché la pizza buona si mangia solo a Napoli…e provincia! È consuetudine credere al mito della pizza come a un’eccellenza della sola città di Napoli. In verità, questa non ha né padri né inventori; è, piuttosto, il frutto del genio del popolo. E il genio non poteva che espandersi anche nella limitrofa provincia di Napoli, florida di realtà antiche e innovative che, facendo comunque fede alla tradizione, presentano un prodotto esemplare e di nicchia. Abbiamo stilato per voi una speciale classifica delle cinque migliori pizzerie sparse nella provincia di Napoli. Le 5 migliori pizzerie della provincia Pizzeria Luigi Cippitelli – San Giuseppe Vesuviano Nella sua pizzeria, dall’ambiente gradevole e accogliente, il maestro pizzaiolo Luigi Cippitelli mette d’accordo un po’ tutti, proponendo una pizza che è il giusto compromesso fra la tradizione napoletana e l’innovazione tipicamente casertana. L’attenzione verso i prodotti della propria terra e la buona calibrazione delle farciture fanno della pizza di Cippitelli un prodotto davvero interessante. Consigliamo di provare la Montanara, prima fritta e poi al forno, che è uno dei piatti più interessanti che la pizzeria offre. Pompei Centrale – Pompei Nato in un antico scalo ferroviario, interamente restaurato e adiacente alla stazione della città, Pompei Centrale offre panini gourmet dagli abbinamenti deliziosi, carni selezionate e naturalmente pizze, tradizionali e rivisitate, a lunga lievitazione. Sfornate con forno a gas dal giovane Vincenzo Roberto, le pizze si segnalano per l’impasto di buona consistenza e per la ricercatezza dei prodotti scelti come condimento. Per i palati più raffinati, consigliamo la Genovese, realizzata con fior di latte di Agerola, Cipollotto Nocerino DOP “F.lli Merolla”, stracciatella di mozzarella, tartare di carne e polvere di olive nere. Pizzeria Vincenzo Di Fiore – Acerra Nella città che ha dato i natali a Pulcinella – presso l’antica sede in via Ludovico Ariosto, dall’arredo essenziale, e nel nuovo locale in Corso Italia, dal design più moderno e ricercato – il maestro Vincenzo Di Fiore propone la vera pizza napoletana, dall’impasto morbido e quasi perfetto, con cornicione basso e una scelta di ingredienti che presta fede alla territorialità. Fra le pizze realizzate secondo i canoni della tradizione gastronomica campana, vanno citate la Pizza del Compare, condita con pomodorini gialli Agrigenus, cipolla ramata di Montoro (Presidio Slow Food) e provola affumicata della Valle Caudina, e la Lampiata, cotta nella teglia in ferro. Ottima anche la Montacerrana, la montanara con fagiolo cannellino “Dente di morto” di Acerra e pomodorino giallo. Casa Giglio – Acerra Ancora una volta, Acerra. A Casa Giglio, pizzeria che rievoca, sin dal nome, il calore e la convivialità della famiglia, Gaetano Giglio mette in tavola una pizza che è un capolavoro. Manco a dirlo, il punto forte consiste nell’alta idratazione e digeribilità del disco di pasta, che è profumato e, al tempo stesso, consistente. Per chi ama l’innovazione, c’è la Monachella, con ricotta di bufala, pancetta tesa artigianale, fior di latte di Agerola, provolone del Monaco DOP e granella di noci. […]

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Cucina & Salute

Le 11 regole di Orwell per una perfetta tazza di tè

Bere del tè, in Inghilterra come in Russia, è qualcosa di molto serio, che assomiglia a un vero e proprio rito. Per noi italiani, abituati a consumare tè a buon mercato, magari in filtri pronti per l’infuso, durante una veloce colazione o in ufficio, appare un’impresa davvero titanica credere che ci sia chi, alle cinque in punto o attorno ai preziosi samovar alimentati a carbone, si ritrovi a bere, con atteggiamento quasi religioso, una tazza fumante di questa squisita bevanda. Ignoriamo, in effetti, che la condivisione di un simil momento assuma, per un inglese fedele a secoli di tradizione e durante il freddo pietroburghese, un significato profondo: ossia, dichiarare il bene che si vuole all’altro, il rispetto che si nutre nei suoi confronti, la fiducia che si ripone in lui. Ancor più strano, per i non addetti, sarà leggere che esistono tantissime tipologie di tè – alcune più economiche, altre che costano, invece, un occhio della testa – e delle attrezzature necessarie (come il colino, per raccogliere le foglie, il termometro, per misurare la temperatura dell’acqua, e la teiera) per preparare una infusione a regola d’arte. Se quanto detto non è ancora sufficiente, un utile aiuto ci viene offerto dallo scrittore inglese George Orwell, grande amante dell’antica bevanda e autore di capolavori come La Fattoria degli animali e 1984, che pubblicò nel 1946, sul quotidiano Evening Standard, ben undici regole d’oro per assaporare una perfetta tazza di tè. Come si beve il tè: le undici regole d’oro di George Orwell 1) Si dovrebbe usare il tè indiano o di Ceylon. Quello cinese ha delle virtù che, al giorno d’oggi, non vanno disprezzate – è economico, e lo si può bere senza latte – ma non è molto stimolante. Non ci si sente più saggi, coraggiosi o positivi dopo averlo bevuto. Chiunque utilizzi la confortante frase “una bella tazza di tè” si riferisce sempre a quello indiano. 2) Il tè deve essere preparato in piccole quantità, cioè in una teiera. Preparato in un vaso è sempre insipido, mentre quello dell’esercito, che viene fatto in un calderone, ha il sapore del grasso e della calce. La teiera deve essere di porcellana o terracotta. Le teiere d’argento o di metallo Britannia producono tè di qualità inferiore. Le pentole smaltate sono ancora peggiori; stranamente, una teiera di peltro (una rarità, al giorno d’oggi) non è poi così male. 3) La teiera deve essere riscaldata in anticipo. Si consiglia di farlo posizionandola sul piano di cottura piuttosto che versandoci acqua calda, come invece si fa solitamente. 4) Il tè deve essere forte. Per una teiera da un litro, se hai intenzione di riempirla fino all’orlo, sono necessari sei cucchiaini. In tempo di crisi, ciò non si può fare tutti i giorni, ma sono convinto che una tazza di tè forte sia migliore di venti deboli. Tutti i veri amanti del tè lo preferiscono forte, e ancor di più con il passare degli anni – un fatto risaputo circa la quantità extra concessa alle persone più anziane. […]

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Teatro

Teatro Bellini, arriva “Perché mi stai guardando?” di Angelo Duro

Dopo l’enorme successo in tutta Italia, con alcune date in sold out anticipato, nonché un consenso generale da parte del pubblico e della critica, arriva anche a Napoli, sul palco del Teatro Bellini, il dissacrante spettacolo Perché mi stai guardando? della iena Angelo Duro. “Perché mi stai guardando?” di Angelo Duro: un one-man-show da non perdere Perché mi stai guardando? è un one-man-show nel quale il famoso comico palermitano racconta la storia di come, da bravo bambino qual era, ha dovuto reagire fermamente alle fregature e alle ingiustizie della vita, modificando se stesso e diventando cattivo. Con luce piazzata e microfono a filo, Angelo Duro analizza, nel giro di settantacinque minuti, la realtà di ieri e di oggi, la dicotomia fra l’uomo e la donna, il rapporto con gli animali e con la natura; infine, i tanti e troppi stereotipi che ci condizionano inconsapevolmente e dei quali siamo schiavi. Non parliamo, perciò, di uno spettacolo meramente comico; è, piuttosto, l’esibizione straniante di un artista atipico, iperrealista, cinico, controverso ma dal cuore di un Robin-Hood contemporaneo. Alternando la leggerezza alla serietà degli argomenti e consapevole di colpire nel segno attraverso una precisione da cecchino, Duro riesce non soltanto a divertire il pubblico, ma anche a tramortirlo, a farlo riflettere e, perché no, a cambiarlo. Il successo di questa particolare forma d’ironia è testimoniato, oltre che dal grande entusiasmo con cui i giovani si accostano, magari per la prima volta, al teatro, anche dalle milioni di visualizzazioni e dai tantissimi commenti positivi che il comico riesce a collezionare, sui principali social network, attraverso video in cui tratta argomenti scottanti, come l’omofobia e il razzismo, la disoccupazione ed il sesso, ma anche fondamentali, come la scuola e la famiglia. A tal proposito, si potrebbe pensare, fra il serio e il faceto, che sia in atto, in Italia, una vera e propria rivoluzione nel modo di fare intrattenimento e che Duro ne rappresenti, pertanto, il primo e più elegante imputato. Ricordiamo, inoltre, che il comico è conosciuto ai più per la grande notorietà che ha ottenuto nel programma televisivo Le Iene su Italia 1 dove, con i personaggi Nuccio-Vip e Il Rissoso e con le puntate ironiche di I sogni di Angelo, è riuscito a ottenere i picchi di audience in ogni puntata. Si è affacciato, in seguito, anche al cinema, con il film Tiramisù di Fabio De Luigi. Certi che lo spettacolo debba, per la raffinata comicità e l’importanza delle tematiche affrontate, essere visto almeno una volta, cogliamo questa occasione per invitarvi al Teatro Bellini. È possibile acquistare il biglietto sia online, sul sito del teatro, sia presso il botteghino.

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Food

Trattoria a Chiaia, dal cuore di Napoli a Caserta

Trattoria a Chiaia, storico locale di Napoli, ha aperto nel cuore di Caserta. Gustose pizze e primi piatti tradizionali a firma del celebre pizzaiolo Angelo Ranieri. È possibile gustare una pizza a’ rot’ ‘e carrett’  lontano da Napoli? La Trattoria a Chiaia, inaugurata a Caserta, in via G. M. Bosco 64, venerdì 14 dicembre, con un evento riservato alla stampa, ha tutte le carte in regola per soddisfare il palato dei più tradizionalisti. Il proprietario Angelo Ranieri – Campione del Mondo del Trofeo Caputo 2017 per La migliore pizza di stagione – ha infatti deciso di riproporre l’omonimo ristorante gestito a Napoli, a Vico Vetriera 13, affidandosi alla esperienza della famiglia Tutino, che da ben quattro generazioni è impegnata con l’arte bianca. Il menù della Trattoria a Chiaia: fra tradizione e innovazione Il menù offerto da Ranieri rivendica l’arte culinaria partenopea non soltanto attraverso lo storico disco di pasta, ma anche con piatti tipici della tradizione, elaborati utilizzando eccellenti materie prime, scelte con cura e nel rispetto della stagionalità. Inoltre, il locale ricorda una vera e propria dimora napoletana: un ambiente accogliente e una cucina a vista permettono ai commensali di fare un tuffo nel passato, ricordando ad esempio l’usanza di spezzare gli ziti a mano. La serata si è aperta con la degustazione di due delle pizze più interessanti del menù: per prima è stata presentata Mammà, con ragù, polpettine e cornicione ripieno di ricotta e polpettine. Si è passati poi all’assaggio della Mandorlata, farcita con pomodori del Piennolo, fiordilatte di Agerola, alici di Cetara e sbriciolata di mandorle. Un plauso va all’impasto, che non bada a fronzoli moderni e che non forza la lievitazione oltre le ventiquattro ore: ne deriva una pizza popolare, altamente digeribile che, per dimensioni, è più grande del piatto che la contiene. La cena degustazione è continuata con gli ziti spezzati alla Genovese, vero must della cucina napoletana che, come lo stesso proprietario ha confidato, comportano una lavorazione di otto lunghe ore. A seguire, la trattoria ha proposto, come secondo piatto, del baccalà in tre consistenze: mantecato, fritto e in cassuola. La Castagnata, dolce che ricorda la classica pastiera e che è realizzato con le pregiate castagne di Roccamonfina, ha concluso alla perfezione la serata. Alla luce della qualità e della ricercatezza dei prodotti, della accogliente location e della efficacia del personale, non possiamo che consigliarvi di vivere questa piacevole esperienza presso la Trattoria a Chiaia.

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Food

Don Peppe, presentazione alla stampa della trattoria-pizzeria

Si è tenuta mercoledì 12 dicembre, alle ore 20:00, la presentazione alla stampa della trattoria e pizzeria Don Peppe, presso la food court del Centro Commerciale Campania, a Marcianise. Don Peppe è un ambiente da sempre legato alla tradizione della cultura culinaria napoletana che, grazie alla massima qualità dei prodotti, agli impasti lavorati con farina italiana di grano tenero di tipo 0, farina Kamut bio e farina integrale bio e al lavoro eccellente degli chef e dei pizzaioli, è riuscito a farsi apprezzare anche al di fuori della Campania, con le sedi di Venezia (presso Nave de Vero) e Verona (presso Adigeo) attualmente aperte. La presentazione del menù natalizio Durante la serata, è stato presentato il menù natalizio: vera regina è stata la pizza Bosco d’autunno, con funghi porcini, castagne, guanciale del salumificio Santoro, tartufo e scaglie di parmigiano. Come primo piatto invece, un delicato risotto allo zafferano con ragù bianco di costina di maialino nero, fonduta di provola e papaccelle con fiori eduli. Per finire, come dolce, l’amatissimo RoccoBabà. Una piacevole scoperta è stata la pizza Pascalina, composta da friarielli campani, pomodorini San Marzano, olive e peperoncino. Nata da un progetto dell’Istituto dei Tumori di Napoli Fondazione Pascale, si tratta di una piatto che previene il tumore, che può essere consumato anche due volte alla settimana e che è stato inserito nella Piramide Alimentare Pascaliana, che applica i principi della dieta Mediterranea basandosi anche sulle linee guida contro i tumori della World Cancer Research Fund. Ciò che stupisce maggiormente, al di là della ineccepibile qualità della pizza e dei primi piatti, è la meticolosità con cui vengono selezionati le materie prime che, come ha raccontato il proprietario stesso, provengono da piccoli appezzamenti delle migliori Aziende Agricole del Territorio Campano, che riescono a coltivare fino a quindici ortaggi diversi. Grazie a queste collaborazioni, a partire dal 2017 è nata la Selezione “ORO ROSSO”, che prevede la vendita di vasetti, a marchio Don Peppe, di papaccelle piccanti, scarole con olive e capperi, cuori di carciofo in olio Evo, melanzane a fette. L’evento è stato poi occasione per la consegna, alla Direzione dell’Istituto Nazionale Tumori- IRCCS “Fondazione G.Pascale”, dell’assegno di ben € 8.000, frutto della donazione della famiglia Passeggio, proprietaria della pizzeria, nonché della devoluzione di € 1.00 per ogni pizza Pascalina venduta.

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Culturalmente

5 poesie famose brevi che devi conoscere

5 poesie famose, brevi e di veloce lettura, analizzate nel dettaglio  La poesia è, fra le varie forme d’arte, quella più potente ed evocativa. Molteplici sono gli autori che, con virtuosa essenzialità e purezza, sono riusciti ad esprimere al meglio una condizione esistenziale, il dolore causato dall’atrocità della guerra o, più semplicemente, un amore passionale o tumultuoso. Gettando uno sguardo al mondo antico e proseguendo fino al Novecento – dove, attraverso l’utilizzo del verso libero, la poesia si abbrevia drasticamente – abbiamo selezionato per voi cinque brevi poesie famose. Poesie famose brevi, le nostre scelte Ed è subito sera – Salvatore Quasimodo Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. Tratta dalla raccolta dell’esordio Acque e terre del 1930, è tra le poesie più note del poeta siciliano, che può essere considerato uno dei maggiori interpreti dell’ermetismo. Sul piano stilistico, infatti, si può riscontrare un certo distacco nei confronti della lingua parlata; piuttosto, la parola si chiude in se stessa, ponendosi al lettore come oscura, difficile, incomunicabile. Nel giro di tre versi, sono condensati i motivi della solitudine, della precarietà della vita, dello sfiorire delle illusioni: Quasimodo, infatti, afferma che pur vivendo «sul cuor della terra» e quindi in mezzo agli uomini, fra gli affetti, le emozioni e i sentimenti, ciascuno è solo. L’uomo viene stimolato dal «raggio di sole», cioè dalla ricerca di pienezza interiore e di felicità, ma questa si mostra ben presto vana: il «raggio», come è espresso dal termine «trafitto», diviene una specie di dardo, portatore di morte. E così, al sopraggiungere improvviso della oscurità notturna, rapida si presenta anche la fine della vita: «ed è subito sera». Allegria di naufragi – Giuseppe Ungaretti E subito riprende il viaggio come dopo il naufragio un superstite lupo di mare La lirica, che apre la sezione dell’Allegria intitolata Naufragi, presenta un titolo ossimorico che ha un significato chiaramente esistenziale; lo stesso Ungaretti ha parlato, a tal riguardo, di «un’allegria che, quale fonte, non avrà mai se non il sentimento della presenza della morte da scongiurare». Come molte altre poesie, anche questa è stata composta nei luoghi in cui si stava combattendo la Prima Guerra Mondiale. Reca, perciò, l’indicazione del luogo e della data in cui ha preso forma: Versa il 14 febbraio 1917. Il messaggio sembra rivolgersi, al tempo stesso, all’intera umanità e al poeta che, dell’umanità, rappresenta la coscienza più profonda. Centrale è il motivo del viaggio, sviluppato a partire dai poeti simbolisti, che è qui inteso metaforicamente come tensione verso l’assoluto, verso una conoscenza suprema che solo la poesia può soddisfare. Pertanto, nonostante la condizione precaria («il naufragio») e di solitudine («un superstite»), bisogna dimostrare la caparbietà del «lupo di mare». Occorre ripartire, anche se la meta appare oscura e irraggiungibile. Odi et amo – Catullo Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior. [Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia. Non lo so, ma sento che ciò accade, […]

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Food

Autentica (Marigliano), il menù invernale della chef Giusy di Castiglia

Autentica, innovativo e ricercato ristorante di Marigliano, ha presentato il suo menù invernale. Tante novità, tante sorprese, tante squisitezze a firma della chef Giusy di Castiglia.  Una cena autentica. È questo il titolo scelto per la serata che si è tenuta, venerdì 30 novembre, presso Autentica, un accogliente ed elegante ristorante nel cuore di Marigliano, in provincia di Napoli. Il locale nasce dall’idea dell’imprenditore Vincenzo Damiano e del ristoratore Shehta Abdel Salam di creare un rifugio d’élite dove, attraverso un percorso di gusto, poter trasmettere i ricordi, gli affetti, le tradizioni. All’evento – coordinato dalla giornalista Angela Merolla – hanno preso parte la stampa e gli amanti del buon cibo, che hanno potuto assaporare le nuove proposte del menù invernale della giovanissima e talentosa chef Giusy Di Castiglia. La cena è stata introdotta dalla descrizione dei piatti e dalla presentazione di alcuni dei prodotti di spicco utilizzati, fra cui il pomodoro della selezione Solania, il baccalà di Somma e il gin spagnolo Puerto De Indias; quest’ultimo, che viene ancora distillato secondo le antiche metodologie, è stato, quindi, degustato nelle sue tre tipologie in versione cocktail, per un abbinamento studiato dalla prima alla seconda portata. Il menù invernale di Autentica: tradizione e innovazione in cucina grazie a Giusy di Castiglia L’aperitivo, composto dalle polpettine di friarielli, dal baccalà croccante in puttanesca, dalla montanara con soffritto e dal cubotto di maialino con demi-giace arancia e zenzero, ha dato il via alla serata. A seguire, baccalà su cremoso di pomodorino marinato, valorizzato nella sua semplicità e dall’odore dell’oliva nera ed accompagnato dal cocktail gin Puerto de Indias “Strawberry”. Come primo piatto, la chef ha proposto uno squisito mezzo pacchero al doppio datterino, colatura di alici di Cetara e provolone del Monaco dop, impreziosito dal secondo cocktail proposto, a base di gin, tonica, cetriolo e rosmarino. Per i meno temerari, in alternativa al fresco drink, è stato servito il vino bianco pugliese Erbaceo, prodotto da Colli della Murgia. Una millefoglie di pesce bandiera con consistenze di scarole è stata la proposta per il secondo piatto, associato al cocktail composto dal gin Puerto de Indias Pure Black Edition e dall’arancia. Una deliziosa scoperta è stato il pre-dessert, composto da praline di cioccolato con confetture di datterino giallo e zenzero e pomodorino rosso, che ha ribadito ancora una volta l’estro culinario e la voglia di sperimentare, utilizzando prodotti non convenzionali, della giovane chef. A concludere degnamente la serata, come dessert, la mousse di ricotta con cappero candito e streusel di nocciola e un panettone artigianale del Mastro Fornaio Filippo Cascone. Ad accompagnare i dolci, l’ottimo Amaré, liquore alle erbe dell’Antica Distilleria Petrone. Sinceramente sorpresi dalla qualità del menù invernale proposto, dall’efficenza del personale e dalla cura del design, non possiamo che consigliarvi di vivere quest’esperienza da Autentica!

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Eventi/Mostre/Convegni

Maestri alla Reggia: Özpetek ospite d’onore a Caserta

Ferzan Özpetek ospite d’onore del terzo incontro di “Maestri alla Reggia”, svoltosi mercoledì 21 ottobre, presso la Reggia di Caserta. Scopri com’è andata! Dopo lo sbalorditivo successo dei primi due incontri, che hanno visto protagonisti Mario Martone (con Toni Servillo come ospite a sorpresa) e la coppia Piccolo-Virzì, si è tenuto mercoledì 21 novembre il terzo dibattito di Maestri alla Reggia, una rassegna dell’Università Vanvitelli dedicata ai grandi registi del cinema italiano. Ospite d’onore è stato Ferzan Özpetek, regista, sceneggiatore e scrittore turco, autore di Il bagno turco (1996), La finestra di fronte (2003), Mine vaganti (2010), Rosso Istanbul (2017) e Napoli velata (2017). Il regista, vincitore di diversi David di Donatello, Ciak d’oro e Globo d’oro, si è raccontato al pubblico di Maestri alla Reggia e alla giornalista Alessandra De Luca, presso l’affascinante e suggestiva cornice della Cappella Palatina, ripercorrendo la sua storia personale, i suoi primi successi cinematografici, la collaborazione come aiuto regista con Massimo Troisi e il legame viscerale con la città di Napoli, dal quale deriva il suo ultimo successo, dal titolo Napoli Velata. «Ai tempi di Harem Suare – dice Özpetek – quando mi chiedevano che lavoro svolgessi, non riuscivo a dire la verità. Non riuscivo a confessare di essere un regista: pur divertendomi, mi sembrava presuntuoso definirmi tale. Oggi, naturalmente, mi sono abituato e ne sono orgoglioso». Özpetek ha poi raccontato del meticoloso studio che compie nella scelta degli attori, del dubbio che lo attanaglia durante ogni ripresa cinematografica, nonché dell’amicizia che lo lega ad Anna Bonaiuto. L’attrice italiana, per l’occasione, ha raggiunto a sorpresa il regista, visibilmente compiaciuto. «Un giorno, – ha esordito la Bonaiuto – mi squillò il cellulare. Era Ferzan, che non avevo ancora conosciuto né incontrato. Si congratulò con me per la parte che avevo recitato nel film Mio fratello è figlio unico. È stata la prima e forse ultima volta nella mia vita che un regista che non conoscevo si è preoccupato di procurarsi il numero per complimentarsi delle emozioni che sono riuscito a suscitargli. Devo riconoscerlo: fu davvero un bel gesto!». «Ferzan è amato dagli spettatori – ha continuato l’attrice friulana – perché questi sentono che lui li ama. Cerca di aprirsi molto al pubblico e lo fa senza mai abbassare la qualità delle sue produzioni, atto quasi necessario se si vuole realizzare un’opera appetibile». Maestri alla Reggia : Özpetek tra ricordi e confidenze A questo punto, il regista si è abbandonato ad alcuni ricordi grigi, come l’insuccesso di Cuore Sacro, suo quinto film, ipotizzando il motivo di un simile fallimento: «È un film che ho amato tantissimo e che, al tempo stesso, mi ha fatto soffrire, perché ricevette dure critiche da parte degli esperti. Ricordo che tornando in albergo, nel giorno della proiezione che facemmo a Milano, ero tristissimo, perché si respirava una cattiva aria. E ancora, quando sono venuto a presentarlo a Napoli, m’accorsi che la sala era vuota. Mi sentii male, a disagio. Forse, questo film ha semplicemente anticipato i tempi. Oggi, in cui il tema della […]

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Culturalmente

Le 5 opere d’arte moderna che hanno fatto più discutere

Abbiamo raccolto cinque opere d’arte moderna che, nel corso degli anni, hanno fatto assai discutere e, talvolta, indignare il pubblico. Scopri quali sono! Ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, visitando un museo, si è imbattuto in dipinti, sculture e rappresentazioni criptiche, strane o semplicemente bizzarre. Che si parli di Dadaismo, di Arte Povera, di Transavanguardia o di Arte Concettuale, molti sono gli artisti che, sperimentando, son riusciti nell’intento di scandalizzare e di imbastire, attorno ai propri prodotti artistici, dei lunghi e agguerriti dibattiti. Abbiamo selezionato per voi cinque opere d’arte moderna che, al momento della presentazione, hanno sconvolto il pubblico e che restano, agli occhi dei più, tuttora assurde. Le 5 opere d’arte moderna più discusse 1. “Fontana” di Marcel Duchamp L’opera – uno dei tanti ready-made dell’artista francese – consiste in un orinatoio in porcellana bianca che, secondo una testimonianza, Duchamp acquistò a New York e sul quale pose la firma falsa R. Mutt. Al di là dell’apparizione sulla rivista Dada The Blind Man, Fontana non venne mai esposta al pubblico e anzi, poco tempo dopo, fu perduta. Ad oggi, esistono numerose repliche autorizzate dell’opera. Sul significato di questa, ci sono dei pareri assai discordanti. L’interpretazione più autorevole è, però, quella del filosofo Stephen Hicks, che sottolineò l’intento provocatorio di Duchamp:«Utilizzando l’orinatoio, il messaggio dell’artista è evidente: l’arte è qualcosa su cui puoi pisciare». 2. “Merda d’artista” di Piero Manzoni Realizzate nel 1961, le novanta scatolette di Piero Manzoni presentano, oltre alla firma dell’autore e al numero, un’etichetta laterale sulla quale si legge: «Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta e incastonata nel maggio 1961». L’artista chiese, per la vendita di queste, l’equivalente di 30 gr. di oro. Tralasciando l’aspetto palesemente scandalistico, i critici hanno colto, dallo studio dell’opera, diversi significati, che non si escludono l’un l’altro: per alcuni, è possibile che Manzoni volesse, attraverso una simile provocazione, smascherare le contraddizioni dell’arte dei suoi tempi e prendersi gioco di quei collezionisti disposti a pagare profumatamente delle opere scadenti e banali purché di un artista affermato; altri, invece, sottolineano la mercificazione e la cessione, a peso d’oro, di una parte di sé. Ma cosa c’è, davvero, in quelle scatolette? Agostino Bonalumi, amico di Manzoni, dichiarò al Corriere della Sera: «Posso tranquillamente asserire che si tratta di solo gesso. Qualcuno vuole constatarlo? Faccia pure. Non sarò certo io a rompere le scatole.» Questa è tra le opere d’arte che più hanno sconvolto pubblico e critica. 3. “Seconda soluzione d’immortalità (l’Universo è immobile)” di Gino De Dominicis Non parliamo, in questo caso, né di un dipinto, né di una scultura; l’opera consiste, infatti, in una vera e propria esposizione. Questa, avvenuta all’inaugurazione della XXXVI Biennale veneziana, destò subito scalpore e indignazione e costò all’artista anconetano una denuncia alla Procura della Repubblica di Venezia. L’accusa era quella di sottrazione d’incapace alla patria potestà: l’opera, infatti, era costituita da tre opere già presentate al pubblico – “Il Cubo invisibile”, rappresentato da un quadrato disegnato a terra, “La Palla di gomma (caduta da […]

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Libri

Nicola Aurilio, intervista all’autore di “Dietro vetri di finestra”

Nicola Aurilio, autore di “Dietro vetri di finestra”, ci ha concesso un’intervista. Scopri come è andata! Edito da Genesi Editrice, “Dietro vetri di finestra” è una raccolta di settanta poesie di Nicola Aurilio. L’opera – che consta di sette sezioni commentate e che è curata, nella parte grafica, dal Maestro Fioravanti Lepore e dalla pittrice Laura Neri – è, come scrive, nell’Introduzione, l’illustre saggista ed esperta di poesia Barbara Nugnes, «frutto, senz’altro, di una lucida intelligenza, di una sensibilità profonda e provata, di una solida cultura e di una lunga frequentazione del canone poetico». In seguito alla presentazione del libro, che si è tenuta a Casale di Carinola, paesino in cui tuttora abita, abbiamo avuto l’opportunità di fare una lunga chiacchierata con Nicola Aurilio, realizzando quest’intervista. L’intervista a Nicola Aurilio In un’epoca così sviluppata e tecnologica, che ruolo può assolvere la poesia? Fare poesia vuol dire comunicare un’emozione che si è provata e che è trasmissibile in quanto comune a gran parte dell’umanità. Si pensi, ad esempio, alla commozione dinanzi a un’alba o a un tramonto, alla felicità per un amore o al dolore per una disgrazia. Ha, però, in una società come la nostra, dominata dall’egoismo, dalla grettezza e dalla impreparazione, anche un ruolo civile e sociale. Quando ha iniziato a comporre poesie? C’è qualche autore a cui è particolarmente legato e che l’ha spinto a intraprendere questo cammino? Ho iniziato a comporre, si fa per dire, intorno ai sette anni, età in cui ho imparato a leggere e a scrivere. Ricordo che mi appassionai a un autore minore il cui nome è Leonardo Sinisgalli. Come non incantarsi, poi, dinanzi alla poesia di Ungaretti, così sintetica eppure meravigliosa. Qual è, all’interno di “Dietro vetri di finestra”, la prima sezione che ha scritto? C’è, fra le tante, una che le sta particolarmente a cuore? “Ambulatorio” e “La guerra di Luis Salgado”, che sono rispettivamente la seconda e l’ultima sezione del libro, sono state composte una dietro l’altra. Le altre, invece, possono risalire a trent’anni fa come a due anni fa, non hanno nessun ordine cronologico e sono state successivamente assemblate perché ho intravisto, in queste più che in altre, una tematica comune. Poi, premesso che chi si dedica alla poesia ha a cuore tutto ciò che scrive, è chiaro che ci sono sempre delle preferenze: penso, ad esempio, a “Bagagli” o a quelle sui migranti, persone che a me stanno particolarmente a cuore. In “Ambulatorio”, le cui poesie traggono spunto, nel titolo, dal nome e cognome dei protagonisti narrati, è molto forte il senso del dolore e della sofferenza umana. Per narrare di questi casi, ha preso spunto da vicende reali o è tutto frutto dell’immaginazione? Sotto certi aspetti le vicende sono tutte reali, poiché plausibili, purtroppo, nella realtà. Malati di Alzheimer o ipocondriaci, di cui si tratta nella sezione, esistono. Così come esistono casi di stupro, di aborto o di anziani immersi nella loro solitudine. Non c’è, però, né un nome né una situazione esaminata dal vivo. Una delle poesie […]

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Teatro

Mimmo Borrelli, intervista al più grande drammaturgo italiano vivente

Mimmo Borrelli, considerato il più grande drammaturgo italiano vivente, ci ha concesso un’intervista. Scopri come è andata! Mercoledì 17 ottobre, presso il Dipartimento di Studi Umanistici della Federico II di Napoli, si è tenuto un interessante incontro con il drammaturgo, attore e regista napoletano Mimmo Borrelli. Per l’occasione, l’autore de ‘A sciaveca, Napucalisse e La Cupa si è reso disponibile per un’intervista. L’intervista a Mimmo Borrelli Nell’epoca della rivoluzione digitale e dei social media, qual è il ruolo che il teatro, anche quello popolare, può svolgere? Il teatro è, oggi, l’unica assemblea democratica e l’unico luogo dove è possibile il rito. Ricordo che quando iniziarono a comparire i primi schermi piatti, mio nonno, abituato agli schermi a tubo catodico, andava dietro la televisione e diceva: “Qua non c’è niente. Come è possibile che vengono trasmessi i canali?”. Questa frase è indicativa, per un certo tipo di civiltà dell’apparire e dell’apparenza, dove purtroppo il popolare è divenuto sinonimo di basso livello. Un tempo, invece non era così: popolari erano le opere liriche, che avevano un livello alto e che mio nonno conosceva a memoria. Anche i più grandi poeti del mondo, da Shakespeare a Dante, scrivevano in basso ma verso l’alto e inscenavano cose alte. Il problema della nostra epoca è che non c’è, nei mezzi di comunicazione, la possibilità di andare a fondo, di andare nel pozzo e uscire. Inoltre, la presenza di cellulari a teatro crea una barriera fra il pubblico e gli attori, poiché la realtà viene filtrata in un modo diverso. Questa, invece, bisogna leggerla col proprio corpo. In questo modo, il teatro diventa un corpo a corpo, perché se il pubblico cambia e l’osservatore cambia, cambia anche l’osservato, ma se l’osservatore ha, a sua volta, uno schermo, si crea una perversione che non avrà limiti e confini. Quindi, tutta la tecnologia andrebbe distrutta? No, ma che il teatro ne resti fuori! L’amore per il teatro è, soprattutto fra i giovani, sempre meno diffuso. È possibile, a tal proposito, immaginare un cambiamento? Secondo me c’è bisogno, più che di un cambiamento, di un ritorno al rito, nel senso che bisogna andare a teatro non per addormentarsi o per sfoggiare un abbonamento credendo di essere intellettuali, bensì per emozionarsi: bisogna ridere, piangere, stare male. Se ciò non avviene, il teatro non ha alcun senso. Asse portante del suo teatro, oltre al forte pathos, è l’utilizzo del dialetto. Che significato attribuisce, all’interno della rappresentazione, a questo? Non teme di non essere compreso dal pubblico? A tal proposito, lo scrittore e regista Vittorio Sermonti, che incontrai al Premio Riccione 2005, mi incitò ad andare avanti per la mia strada. A teatro, infatti, non si va mai per comprendere tutto: guardando un’opera di Pirandello è facile perdere le parole, perché ciò che va letta è l’azione. L’italiano è, inoltre, una lingua che non esiste, perché non è parlata nel vivo, nella realtà. Un operaio di Bergamo, per esempio, non parlerà mai, nella vita di tutti i giorni, in lingua italiana; perciò, […]

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Libri

Sara Rattaro, intervista all’autrice di “Uomini che restano”

Sara Rattaro, celebre autrice genovese, ci ha concesso un’intervista su Uomini che restano, suo ultimo lavoro. Scopri com’è andata! Si è conclusa domenica 7 ottobre, presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la quinta edizione di Ricomincio dai Libri, una interessante e gratuita fiera del libro, che risponde alla volontà di riaffermare un’abitudine, quella della lettura, sempre meno diffusa fra i giovani. All’evento, diretto dallo scrittore Lorenzo Marone, ha preso parte anche Sara Rattaro, che ha presentato il suo ottavo romanzo, edito da Sperling & Kupfer, dal titolo Uomini che restano. Per l’occasione, l’autrice genovese – vincitrice del Premio Bancarella 2015 e del Premio Rapallo Carige per la donna scrittrice 2016 – si è resa disponibile per un’intervista. L’intervista a Sara Rattaro Valeria e Fosca, le protagoniste del libro, si incontrano per caso nella loro città e si scoprono, più avanti, accomunate dal senso di abbandono. C’è, fra le due, una che preferisce? Ma soprattutto, tenendo conto dei comportamenti e delle azioni di entrambe, si sente più vicina alla prima o alla seconda? Le ho amate tutte e due perché i personaggi dei libri sono un po’ come i figli, cioè è difficile scegliere chi si preferisce. Entrambe, secondo me, hanno un carattere molto forte, in cui mi potrei riconoscere se avessi vissuto quelle situazioni. Probabilmente anche io, difronte alla situazione di Fosca, sarei fuggita come fa lei; e ancora, probabilmente avrei avuto lo stesso comportamento di Valeria se mi fosse successo quello che è successo a lei. Quindi, ho tentato di pensare a me, mentre raccontavo di loro. Le due donne, condividendo la cattiva sorte, diventano subito buone amiche. Legami del genere, cioè che nascono da un eguale sentimento di sofferenza e di solitudine, sono realmente sinceri? Credo proprio di sì, perché nel momento in cui parliamo di noi stessi con qualcuno che non conosciamo e che sta vivendo una situazione di sofferenza simile alla nostra, non abbiamo filtri e temiamo di meno il suo giudizio. Nel romanzo, associato al tradimento, è forte il desiderio di vendetta. Fosca cerca di colpire verbalmente il marito; Valeria, invece, decide di far scomparire l’auto di lusso dell’uomo amato. Non crede, perciò, che siano anche loro delle eroine imperfette? Eccome. Sono delle eroine super imperfette. Non esistono le eroine perfette e, anzi, siamo tutti eroi imperfetti. Nessun personaggio fa sempre la cosa giusta o subisce il torto adeguato al male che ha fatto. Così non capita nella vita. Il desiderio di vendetta, per quanto siano piccolissime cose quelle che fanno, le rende molto umane. Per la prima volta, dopo ben otto romanzi, c’è Genova. Come mai ha atteso così a lungo? Che rapporto ha con la sua città natale? Ho atteso cosi tanto perché Genova è una città difficile. È stata raccontata e cantata poco ma dai più grandi, come De André. Perciò, desideravo renderle omaggio nella maniera più adeguata possibile e per farlo serviva, come autrice, una maggiore sicurezza. Nelle pagine finali, attraverso una voce fuori campo, a parlare è proprio la città […]

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Food

Pizza napoletana o pizza a canotto? Il confronto da Starita a Materdei

Starita a Materdei, storica pizzeria napoletana, ha visto venerdì 21 il confronto tra due diverse scuole di pensiero sulla pizza. Scopri come è andata! L’arte della pizza, riconosciuta dall’Unesco come Patrimonio dell’umanità, è un argomento che fa discutere e che divide, da sempre, non soltanto gli addetti ai lavori, ma anche gli amanti della buona cucina. Se per alcuni l’unico disco di pasta possibile è quello d’antica tradizione napoletano, più sottile e soffice, per altri, invece, è la pizza contemporanea di Caserta e provincia, definita a canotto per via del cornicione pronunciato e morbido, quella dal gusto migliore. Starita a Materdei, una sfida a suon di pizza! Sulla questione, venerdì 21 settembre, si è tenuto un primo e interessante confronto: nella pizzeria Starita Napoli, appena premiata dalla Guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso con i Tre spicchi, il padrone di casa Antonio Starita ha preparato, per gli organi di stampa, insieme al pizzaiolo acerrano Attilio Albachiara, delle buonissime marinare e margherite. Al primo, dunque, è toccata la realizzazione di una pizza tradizionale, dal cornicione basso; al secondo invece, è toccata la realizzazione di una pizza a canotto. «Premesso che (la pizza canotto n.d.r.) non l’ho mai mangiata, oggi abbiamo voluto dimostrare che con uno stesso impasto si può fare una pizza dal cornicione più basso, e quindi tradizionale, e una dal cornicione più alto, e quindi innovativa. Perciò, posso assicurare che queste due tipologie a Napoli, quartiere per quartiere, si sono sempre fatte: se si va al Vomero, si trova una pizza più stretta e alta; nel centro di Napoli, è più sottile; alla ferrovia, si trova quella a’ rot’ ‘e carrett’ di Michele. Sta al cliente, quindi, decidere quale mangiare.», ha spiegato il titolare della storica pizzeria a Materdei. «Anticamente – ha continuato Starita – l’impasto di riporto si aggiungeva all’impasto fresco. Così, veniva fuori una pizza più alta. Oggi, grazie ai frigoriferi che mantengono la pasta al fresco, l’impasto di riporto quasi non serve, a meno che non si decida di fare quella tipologia di pizze perché la clientela lo richiede». Una buona pizza, dunque, è una buona pizza; polemizzare sulle diverse tipologie, elogiando l’una anziché l’altra, è irriguardoso, prima di tutto, nei confronti di un prodotto, così famoso ed apprezzato, che dovrebbe unire e non dividere. Trofeo Pulcinella: dove e quando si farà Il confronto avvenuto da Starita a Materdei ha dato la possibilità di introdurre la quarta edizione del Trofeo Pulcinella, organizzato dall’Associazione Mani d’Oro, presieduta dallo stesso Attilio Albachiara. «Fra noi pizzaioli, non c’è nessun diverbio e nessuna sfida» ha sentenziato il pizzaiolo di Acerra. «I giovani, però, si stanno innovando. Perciò – ha continuato Albachiara – abbiamo deciso di far approdare questa nuovo tipo di pizza al Trofeo, che si terrà il 24 e 25 settembre alla Mostra d’Oltremare. Ci saranno cento pizzaioli e due giurie, che verranno guidate da don Antonio (Starita n.d.r.) da un lato e da Francesco Martucci dall’altro».

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Eventi/Mostre/Convegni

Cyrano de Bergerac all’Aperia di Caserta con la regia di Roberto Andolfi

Roberto Andolfi ha portato una sua versione del Cyrano de Bergerac a Caserta. Ecco come è andata. «Astronomo, filosofo eccellente. Musico, spadaccino, rimatore, Del ciel viaggiatore Gran maestro di tic-tac. Amante – non per sé – molto eloquente». È questa la descrizione che, nella Francia ottocentesca, il poeta e drammaturgo Edmond Rostand dà, nell’omonima opera, dello spadaccino Cyrano de Bergerac. La trama dell’opera L’uomo, cadetto di Guascogna e abile nell’arte della spada, è segretamente innamorato della bella cugina Rossana, non venendo, tuttavia, ricambiato a causa del suo «maledetto» naso, che è lungo e protuberante. Non potendo soddisfare i propri desideri amorosi e spinto da un incondizionato bene per la donna, Cyrano si ritroverà ad aiutare, attraverso la sua fine arte poetica, il giovane Cristiano de Neuvillette che, al contrario del protagonista, è bello ma privo di spirito e incapace a corteggiare Rossana, innamorata di lui. Grazie alle parole di Cyrano, il giovane conquisterà e sposerà la donna, ma sarà costretto, poco dopo, a partire per la guerra insieme allo spadaccino di Parigi. Dalle trincee, Cyrano continuerà a scrivere le lettere d’amore per Rossana, a firma di Cristiano. Quest’ultimo però, resosi conto che i sentimenti della donna sono mossi non dalla sua persona, ma dalle soavi parole di Cyrano, accarezzerà soltanto, prima di morire, l’idea di confessare la verità all’amata. Rossana, alla morte di Cristiano, si ritirerà in convento, dove riceverà, ogni sabato, la visita di Cyrano. Soltanto alla morte di quest’ultimo, che, esalando gli ultimi respiri, confesserà i suoi sentimenti, la donna verrà a conoscenza della verità: ella ha amato l’animo dolce dello spadaccino, dal ributtante aspetto, attraverso Cristiano, semplice e bellissimo. La rappresentazione di Roberto Andolfi e la bidirezionalità del tempo Il Cirano – la cui prima rappresentazione, realizzata al Théâtre de la Porte-Sain-Martin di Parigi nel 1897, ottenne, anche grazie al famoso attore Benoît-Constant Coquelin, assai successo – è ancora oggi una delle opere più amate dagli appassionati di teatro. A tal proposito, basti guardare al successo rimediato dalla Compagnia Controtempo Theatre, che si è esibita ieri 16 settembre, sotto gli occhi del pubblico entusiasta, presso l’Aperia della Reggia di Caserta. La Compagnia, fondata e diretta da Venazio Amoroso, Danilo Franti e Lilith Petillo, con la regia di Roberto Andolfi, ha dato prova di grande professionalità e talento, facendo ridere di gusto ed emozionare, al tempo stesso, gli astanti. L’ambientazione notturna e senz’altro congeniale dell’Aperia di Caserta ha, poi, fatto da sfondo alla scena più famosa ed apprezzata dell’opera, quella del topos letterario del balcone, in cui Cyrano, vista l’incapacità poetica di Cristiano, suggerisce a questo delle parole nobili ed elevate da ripetere all’amata. Ma ciò che è davvero straordinario, nella rappresentazione fatta da Roberto Andolfi, è la bidirezionalità del tempo, che ha reso l’opera attualissima e ha permesso, agli spettatori casertani, di calarsi nei panni di Danilo, l’attore che interpreta Cyrano che, nonostante i secoli trascorsi, si ritrova dinanzi agli stessi bivi e alle stesse incertezze che affliggono lo spadaccino di Rostand. Infatti, come lo stesso regista afferma, “Cyrano, prima di essere […]

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