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Eroica Fenice

Teatro

Teatro Civico 14, presentata la nuova stagione teatrale

Il Teatro Civico 14 di Caserta ha presentato la nuova stagione teatrale 2021/2022, con un cartellone ricco di appuntamenti. «Questa tredicesima stagione parte con la benedizione del miracolo di San Gennaro avvenuto ieri, 19 settembre. E pensiamo non possa esserci migliore auspicio». Esordisce così Roberto Solofria, uno dei cinque soci di Mutamenti/Teatro Civico 14, che lunedì 20 settembre, nell’hub multifunzionale Spazio X, ha presentato il cartellone della stagione teatrale 2021/2022 – la tredicesima, appunto – del Teatro Civico 14 di Caserta. Dopo lo stop imposto dalla Covid-19 e nonostante la generale incertezza legata all’andamento della situazione sanitaria e alle limitazioni anti contagio, questo piccolo teatro – unico sotto i 100 posti riconosciuto dal Ministero della Cultura come organismo di programmazione teatrale – riparte con una cartellone davvero ricco di appuntamenti, comprendente ben 27 spettacoli, oltre a laboratori e corsi di teatro. Sono davvero tanti i grandi nomi del teatro che, quest’anno, saliranno sul palco del Civico 14: Massimiliano Civica, Andrea Cosentino, Roberto Latini, Enrico Ianniello, Isa Danieli. In programma ci sono anche tre spettacoli che hanno debuttato con successo all’ultima edizione del Campania Teatro Festival: La rosa del mio giardino di NTS’ Nuovo Teatro Sanità, Sconosciuto – in attesa di rinascita di e con Sergio del Prete e Gemito –L’arte d’ ‘o pazzo di Teatro Insania/Nartea.  Fra gli obiettivi del Teatro Civico 14, però, c’è soprattutto la valorizzazione delle giovani compagnie del territorio e delle nuove forme teatrali. Per questo, nel cartellone ci sarà spazio anche per la compagnia casertana VulìeTeatro – tra i finalisti alla Biennale di Venezia – College Teatro – con Mine. Conferenza stanca sul melodramma amoroso e per Putéca Cèlidonia, per la prima volta in stagione con Dall’altra parte. 2-2=?. E ancora, il collettivo electroshock therapy (EST) che, con Disintegrazione, proporrà una performance ibrida, un percorso sonoro e visivo, tutto in forma di live, ispirato da David Bowie, Marilyn Monroe, J. C. Ballard, the Cure, Baudelaire, Sarah Kane e da una preghiera in onore della Santissima Muerte messicana. E ancora, per i più piccoli, da non perdere lo spettacolo Gedeone Cuor di Fifone di La Mansarda Teatro dell’Orco, che aprirà il consueto appuntamento natalizio di Teatro Civico 14. A seguire andrà in scena Antuono e i doni dell’orco – Trattamiento primmo de la iornata primma di produzione Mutamenti/Teatro Civico 14, che coprirà l’intero periodo delle feste. «Insomma, una stagione per tutti i gusti, che accontenta ogni spettatore. Anche se, secondo le disposizioni ministeriali, i posti sono ridotti a 30, abbiamo fortemente voluto che questa 13esima stagione rianimasse gli spazi del teatro che, per troppo tempo, sono rimasti in silenzio» –  commenta Roberto Solofria in conferenza.  All’intensa stagione teatrale, il Civico 14 affianca anche la sua opera di formazione. A partire da ottobre, saranno tanti i laboratori per allievi di ogni età che vogliono iniziare o continuare il loro percorso artistico, dalla drammaturgia alla recitazione. Tra questi spiccano due laboratori: L’inchiostro invisibile con Massimiliano Civica e Del pieno del vuoto con Roberto Latini. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale 2021/22 e sui biglietti visita il sito: http://www.teatrocivico14.org

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Eventi/Mostre/Convegni

Un’Estate da BelvedeRe, presentato il cartellone 2021

Un’Estate da BelvedeRe 2021, kermesse estiva che vede artisti di caratura nazionale e internazionale, è stata appena presentata al Comune di Caserta.  È stata presentata venerdì 2 luglio, nella Sala Giunta del Comune di Caserta, l’edizione 2021 di Un’Estate da BelvedeRe. All’incontro hanno partecipato il sindaco Carlo Marino, gli assessori con delega agli Eventi Emiliano Casale e con delega alla Cultura Lucia Monaco e il direttore artistico Massimiliano Vecchione. La kermesse estiva – organizzata tra le storiche mura del Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio – prevede ben otto eventi in cartellone, a cui presto potrebbero aggiungersene altri. Si parte lunedì 5 luglio con lo spettacolo «Che coppia noi tre», che vedrà in scena l’impareggiabile trio composto da Stefano De Martino, Biagio Izzo e Francesco Paolantoni; si prosegue, poi, il 22 luglio con i The Paradox feat. Jeff Mills e J Phi Dary. Il 23 luglio è Massimo Ranieri il protagonista del palco di Un’Estate da BelvedeRe. Concludono il ciclo di eventi Niccolò Fabi il 26 luglio e Gigi D’Alessio il 27 luglio. A settembre, la grande musica ritorna al Belvedere con tre attesissimi ospiti: Apparat il 2, Guè Pequeno il 5 e, a chiusura del festival, lo show di Peppe Iodice. La caratura nazionale e internazionale di questi artisti è la conferma di come, attraverso il festival, si sia raggiunto l’ambizioso e importante risultato di rilanciare il territorio di Caserta facendolo in maniera intelligente e in sinergia con il territorio. «Sono molto orgoglioso – ha commentato Massimo Vecchione – di quanto abbiamo realizzato. Lo dico senza giri di parole: il nostro è un cartellone di eventi che non ha nulla da invidiare a nessuno. Anzi, il nostro lavoro è iniziato in un periodo ancora buio per il nostro Paese, quando tutti erano fermi in attesa di sapere il destino degli eventi in base all’andamento epidemiologico del coronavirus. Io e il mio staff abbiamo creduto sin dal primo momento nella possibilità di un ritorno alla normalità e, forse proprio grazie al nostro cauto ottimismo e alla nostra coinvolgente passionalità, siamo riusciti a chiudere le serate con ospiti apprezzati da tutti, non solo in Italia ma anche all’estero». Entusiasta anche il sindaco Carlo Marino: «È evidente che in un momento così tanto difficile per tutti il nostro compito come amministrazione è quella di promuovere il più possibile iniziative come queste. Abbiamo in programma diverse iniziative parallele e complementari rispetto a quelle organizzate con Un’Estate da BelvedeRe, perché oggi più che mai è importante fare sistema con il territorio. Avere qui a Caserta artisti così importanti ci consente di crescere sulla scena degli eventi regionali e non solo». È possibile acquistare i biglietti per gli spettacoli di Un’estate da BelvedeRe presso i rivenditori autorizzati ticketone.it e go2.it.

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Teatro

De Gregorio e Mou al Campania Teatro Festival con Un’ultima cosa

Concita De Gregorio e Erica Mou sono andate in scena al Cortile della Reggia di Capodimonte, nell’ambito del Campania Teatro Festival, con lo spettacolo Un’ultima cosa. Nella suggestiva cornice del Cortile della Reggia di Capodimonte sabato 19 giugno è andato in scena lo spettacolo Un’ultima cosa, di e con Concita De Gregorio, con la regia di Teresa Ludovico e la musica live di Erica Mou. Si tratta, come chiarisce il sottotitolo dell’opera stessa – Cinque invettive, sette donne e un funerale – del racconto dell’universo femminile attraverso la voce di cinque donne che, rimaste in ombra o all’ombra di qualcuno, hanno modo di prendere parola per l’ultima volta, di dire di sé senza diritto di replica un’ultima cosa, di farsi giustizia.  De Gregorio, infatti, dedica ad ognuna di loro un’orazione funebre, immaginando che siano loro stesse a parlare ai propri funerali per raccontare chi sono sempre state. Come spiega la giornalista, «le parole e le intenzioni sono veementi e risarcitorie. Ho usato per comporre i testi soltanto le loro parole – parole che hanno effettivamente pronunciato o scritto in vita – e in qualche raro caso parole che altri, chi le ha amate o odiate, hanno scritto di loro». La galleria delle orazioni si apre con Dora Maar, una talentuosa fotografa surrealista, impegnata politicamente nel gruppo Contre-Attaque con Georges Bataille e André Breton eppure ricordata, soprattutto, per essere l’amante di Pablo Picasso o come la “Donna che piange” di un suo celebre dipinto. C’è Carol Rama, superba pittrice, che ha posto il sesso come protagonista della sua produzione, suscitando scandalo, e che ha ottenuto la notorietà post-mortem, quando ormai non poteva più goderne. Ancora, Amelia Rosselli – figlia dell’esule antifascista e teorico del Socialismo Liberale Carlo Rosselli – poetessa incompresa morta suicida. Penultima orazione è quella di Maria Lai, “rammendatrice di racconti” che, anticipando i tempi, realizza a Ulassai nel 1981 l’operazione corale Legarsi alla montagna: con un nastro azzurro di ventisette chilometri, Lai avvolge case e monti del paese natale in un nodo fluido e aggregante. Più tardi, il critico d’arte Nicolas Bourriaud definirà il suo capolavoro come il primo esempio italiano di ‘arte relazionale’. La galleria delle orazioni si chiude con Lisetta Carmi, ritrattista di Ezra Pound, Carmelo Bene, Lucio Fontana, Gino Paoli, Leonardo Sciascia, nonché fotografa impegnata a denunciare le condizioni di lavoro degli operai del golfo di Genova, la cui salute era messa a rischio dallo scarico di solfati. La scintilla che ha dato vita a un progetto teatrale che tiene insieme una scrittrice e giornalista di successo come De Gregorio e una cantautrice trentenne, sempre più apprezzata nella scena musicale italiana, come Erica Mou, è il libro di Concita De Gregorio “Così è la vita – imparare a dirsi addio” (Einaudi 2012), scritto dopo la scomparsa di suo padre. Come lei stessa racconta in apertura dello spettacolo, «un giorno, molti anni fa, mio padre mi ha chiesto di scrivere con lui il suo necrologio. Stava male, sapeva che il suo tempo stava per finire, mi ha […]

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Attualità

Lingua inclusiva, intervista a Vera Gheno

La lingua italiana è sessista? Cosa possiamo fare per rendere la lingua inclusiva e meno sessista? Lo abbiamo chiesto alla sociolinguista Vera Gheno. Sindaca, architetta, ministra. Sono soltanto alcuni dei nomi professionali femminili che, ciclicamente, diventano oggetto di accesi dibattiti. Molti, infatti, preferiscono utilizzare le forme maschili motivando queste scelte con ragioni all’apparenza di tipo linguistico, come: “avvocata proprio non mi piace, è cacofonico!”. Ma sarà davvero così? Oppure, più o meno celatamente, si nascondono ragioni culturali? E ancora, perché scelte linguistiche inclusive come quella del comune di Castelfranco Emilia – che nei post sui social ha deciso di sostituire il maschile universale (“tutti”) con una desinenza neutra, lo schwa, (tuttə) – generano così tanto risentimento nei parlanti? Di questo, e molto altro ancora, abbiamo deciso di parlare con Vera Gheno, sociolinguista, traduttrice, docente universitaria e autrice per Cesati, Longanesi, Einaudi, Newton Compton, Zanichelli ed effequ. L’intervista sulla lingua inclusiva a Vera Gheno Dott.ssa Gheno, la lingua italiana è androcentrica?  Sì, come la maggior parte delle lingue del mondo, anche l’italiano è stato costruito su base maschile. Le radici delle parole sono maschili e il femminile è qualcosa che viene suffissato, quindi prodotto a partire dalla base maschile. Questo, forse, rispecchia una certa visione della società, dove per molti secoli l’uomo ha agito, nella storia, molto più della donna, a cui era riservato il compito della cura dei figli e del marito. Sia chiaro, però, che ammettere che sia androcentrica non equivale a dire che sia, automaticamente, anche strutturalmente sessista. Questo perché, in quanto lingua di alta cultura, l’italiano ha al suo interno tutte le strategie per essere usato in maniera inclusiva e non discriminatoria. A tal proposito molti si oppongono alla declinazione dei femminili professionali (ministra, assessora ecc.), ritenendoli cacofonici. La cacofonia non ha alcuna rilevanza nell’uso di una lingua. Nel quotidiano, non scegliamo le parole in base al loro suono, a meno che non dobbiamo scrivere una poesia. Inoltre – come l’eufonia – è qualcosa di molto soggettivo, non pertiene alla parola, ma solo alla nostra percezione. Per esempio, non ci si lamenta di minestra, ma di ministra sì, seppure non vi sia grande differenza di suono.  Eppure, c’è una grande diffidenza. E, aggiungerei, che è trasversale: da parte dell’uomo spesso non si vede il problema, da parte femminile ci sono invece diverse motivazioni. Molte donne sono convinte che il termine femminile sia sminuente rispetto al maschile corrispondente, ma questo – com’è chiaro – non è un problema linguistico, ma di percezione. Altre, invece, credono sia inutile e che conti, piuttosto, la bravura (come ha recentemente dichiarato Beatrice Venezi a Sanremo, ndr).  Lei è d’accordo con quest’ultima argomentazione? No, le spiego perché. Quando nominiamo qualcosa con precisione, quel qualcosa diviene raccontabile. Finché una cosa non ha un nome, non ne possiamo parlare. Ed è come se non esistesse. Chiamare le donne che fanno un determinato lavoro con un sostantivo femminile (come direttrice o ministra) serve a normalizzare la loro presenza in contesti professionali in cui prima era quasi […]

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Attualità

La lingua che parliamo influenza le nostre sensazioni?

La lingua che utilizziamo può davvero influenzare la nostra percezione della realtà? Linguisti, antropologi e filosofi si sono posti spesso questa domanda e la risposta non è per nulla scontata. Il modo in cui percepiamo e concettualizziamo la realtà può essere influenzato dalle strutture linguistiche che adoperiamo? La lingua ha, davvero, il potere di cambiare la nostra visione del mondo? Rispondere a queste domande non è affatto semplice e, in effetti, anche linguisti ed antropologi sembrano avere delle posizioni molto differenti fra di loro. Uno dei primi a porsi tale interrogativo fu Ludwing Wittgenstein. All’interno del suo Tractatus Logico Philosophicus, il filosofo viennese afferma che le strutture del linguaggio rispecchiano la struttura del mondo: «Le proposizioni della logica descrivono l’armatura del mondo, o piuttosto, la rappresentano». Esse vanno a descrivere gli stati di cose e rappresentano la realtà, in quanto sono delle immagini della stessa. Non a caso, scrive: «La proposizione è un’immagine della realtà: io conosco la situazione da essa rappresentata se comprendo la proposizione. E la proposizione la comprendo senza che me ne si dia il senso».  Se conosciamo i significati dei termini che compongono una proposizione, non abbiamo bisogno che questa ci venga spiegata: la comprendiamo immediatamente, proprio come, guardando una figura, ne intuiamo il significato senza che questa debba esserci spiegata. Ciò può essere anche dedotto dal fatto che, nel tentativo di voler chiarire il senso di una preposizione, dovremmo farlo necessariamente attraverso un’altra proposizione, ritrovandoci così in un vicolo cieco.  Secondo Wittgenstein, una proposizione può rappresentare l’intera realtà, ma non la relazione tra il linguaggio stesso e il mondo, poiché questa si mostra da sé ed è la forma logica del mondo: «Ciò che nel linguaggio esprime sé, noi non possiamo esprimere tramite il linguaggio. La proposizione mostra la forma logica della realtà. L’esibisce». Non è dato pensare al mondo indipendentemente dal linguaggio, non c’è realtà senza la sua rappresentazione, che non è che lo stesso linguaggio. Pertanto, scrive: «I limiti del linguaggio sono i limiti del mio mondo». Se la lingua influenzi o meno la propria visione del mondo se lo chiesero, a partire dagli anni Trenta del Novecento, anche due importanti studiosi americani: Edward Sapir, noto linguista strutturalista, e Benjamin Lee Whorf, che non era un linguista di professione, bensì un ingegnere chimico impiegato in una compagnia di assicurazioni che aveva seguito le lezioni di Sapir presso l’Università di Yale. Secondo questi, «gli esseri umani dipendono in maniera importante dalla singola lingua che è divenuta il mezzo di espressione della loro società. […] Noi vediamo, udiamo e in generale proviamo le esperienze che proviamo proprio perché le abitudini linguistiche della nostra comunità ci predispongono a scegliere certe interpretazioni». A sostegno di queste idee, Whorf tentò di confrontare la differente organizzazione grammaticale delle lingue amerindiane rispetto a quelle europee, che unificò sotto la sigla SAE (Standard Average European, ossia “europeo medio standard”). Studiando, in particolar modo, l’hopi – utilizzata nel Nord-Est dell’Amazzonia – Whorf arrivò a considerare questa come una lingua “senza tempo” o, […]

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Napoli e Dintorni

Book delivery Caserta: il servizio gratuito di Biblioteca Bene Comune

A Caserta in questi giorni è partito il primo servizio di book delivery gratuito. Scopri come prenotare la consegna gratuita del tuo libro! È partito in questi giorni, nella città di Caserta, il primo servizio gratuito di consegna di libri a domicilio. L’iniziativa è nata il 4 dicembre scorso dalla rete di associazioni che gestisce il progetto “Biblioteca Bene Comune”, sostenuto dalla Fondazione Con il Sud e dal Centro Per il Libro e la Lettura a seguito del decreto del 3 novembre, che ha sancito la chiusura delle biblioteche ma – confermando i libri tra i beni di prima necessità – permette la consegna, il prestito nonché la vendita.  Le diverse associazioni casertane – fra cui il Centro Sociale Ex Canapificio e il comitato “Città viva” – hanno quindi avviato un lungo e condiviso lavoro di acquisto di libri, catalogazione, reperimento di testi donati da singoli cittadini e da altre organizzazioni del territorio per creare il Fondo Biblioteca Bene Comune, che oggi può contare di circa 500 titoli.  «Il catalogo dei libri – spiegano i promotori del book delivery – è stato realizzato mediante una modalità partecipata alla quale hanno aderito decine di cittadini, rispondendo al sondaggio “Il libro che vorrei”, che abbiamo lanciato nelle scorse settimane per raccogliere suggerimenti e consigli. Così, ai libri gentilmente donati ne abbiamo affiancati molti altri acquistati presso le librerie del territorio grazie agli appositi fondi del progetto.» Il Fondo – che verrà aggiornato settimanalmente e che è consultabile qui – contiene infatti i bestseller del 2020, un’ampia scelta di libri per bambini e ragazzi, testi di storia, saggistica, raccolte di poesie, albi illustrati, libri in diverse lingue e testi accessibili ed inclusivi. È possibile richiedere un massimo di due libri e la durata del prestito è di venti giorni. Intanto, l’iniziativa è stata subito ben accolta: in una sola giornata, i volontari hanno consegnato ben 40 libri a cittadini di ogni età. Per usufruire del servizio, è necessario prenotare la consegna del libro scelto scrivendo all’indirizzo di posta [email protected] o tramite Whatsapp al numero 379 191 7999. È inoltre possibile chiamare lo stesso numero dalle 16 alle 19 nei giorni di martedì e venerdì per attivare il prestito o per chiedere informazioni sull’iniziativa. Una volta prenotato il libro, viene fissato un appuntamento nel giorno di consegna, rispettando tutte le misure di sicurezza previste, tra cui la quarantena obbligatoria per i libri.  Immagine: Facebook

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Culturalmente

I Naturalisti francesi: chi sono e cosa hanno scritto

I Naturalisti francesi: chi sono e per cosa vengono ricordati Intorno agli anni Settanta dell’Ottocento la narrativa francese scopre un modo di raccontare la realtà del tutto innovativo, frutto dello stile imparziale, distaccato e obiettivo di Gustave Flaubert e dell’influsso prodotto dalla visione positivista della realtà sulle scienze sociali: il Naturalismo. Dalla visione scientista tipica del Positivismo gli scrittori naturalisti francesi ripresero, in particolare, due concetti fondamentali: anzitutto, l’idea che «La società è un organismo» vivente – come asserisce Herbert Spencer nei Principi di Sociologia – e perciò analizzabile mediante un meccanismo sperimentale simile a quello delle scienze; poi, la convinzione che l’uomo sia determinato, tanto nel comportamento quanto nella psicologia, da fattori oggettivi di tipo sociale, ambientale e persino etnico. Fra i primi ad essere influenzati dalle concezioni naturaliste ci furono i fratelli de Goncourt, il cui romanzo Germinie Lacerteux fece molto scalpore tanto per la storia scabrosa (narra di una donna di servizio che vive una doppia vita: da un lato, è presa da una “devozione animale” verso la sua padrona; dall’altro diviene succube di un uomo di cui è innamorata, scivolando così verso il vizio e la morte) quanto per il taglio documentaristico, volto a rappresentare la realtà circostante. Nella Prefazione – che molti critici considerano come un manifesto anticipatore del Naturalismo – Jules ed Edmond de Goncourt chiedono scusa ai lettori, che in genere amano «i romanzi falsi […] che danno l’illusione di essere introdotti nel gran mondo; […] le operette maliziose, le memorie di fanciulle, le confessioni d’alcova, le sudicerie erotiche, lo scandalo racchiuso in un’illustrazione nelle vetrine di librai». Al contrario di questi, Germinie Lacerteux vuole essere «un romanzo vero», che «viene dalla strada»; ma soprattutto, «severo e puro» nella narrazione, mediante il punto di vista e il metodo dello scienziato, che studia gli aspetti più degradanti della realtà sociale come dei veri e propri casi clinici. Soltanto più tardi, comunque, i caratteri del Naturalismo vennero fissati. A farlo fu Émile Zola – che ne è perciò considerato il caposcuola – all’interno del saggio Il romanzo sperimentale. Per lo scrittore francese, il romanzo deve essere un vero e proprio studio scientifico: è compito del romanziere operare similmente allo scienziato, individuando cioè le regole che determinano i diversi comportamenti sociali. Sempre come gli scienziati, gli autori naturalisti devono astenersi da qualsiasi giudizio sulla realtà circostante – seppur questa si presenti spesso come spietata ed ingiusta – adottando perciò uno stile assolutamente impersonale ed oggettivo. Fare letteratura diventa così un vero e proprio impegno sociale, che consiste nel denunciare che la decadenza dei singoli e la miseria umana non è un fatto strettamente naturale, ma determinato dal milieu, cioè dall’ambiente in cui si vive. Inoltre, se è vero che il Naturalismo si fonda sull’idea positivista dell’ereditarietà delle tare – siano esse morali, fisiche e psicologiche – e dunque, da qui, la tendenza famigliare alla delinquenza, alla violenza e all’alcolismo, è altrettanto vero che, con la sola eccezione del “pessimista” Guy de Maupassant, tutti gli altri mostrano fiducia […]

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Culturalmente

La teoria del piacere di Giacomo Leopardi

La teoria del piacere di Giacomo Leopardi Nel luglio 1820 Giacomo Leopardi dedica poco meno di venti pagine a quella che lui stesso chiama, in maniera esplicita, «teoria del piacere». Le riflessioni costituiscono un piccolo saggio filosofico steso nell’arco di dodici giorni – dal 12 al 23 a differenza delle altre annotazioni, che hanno una data giornaliera, confluite nello Zibaldone, opera pubblicata postuma tra il 1898 e il 1900 a cura di Giosuè Carducci. La Teoria del piacere, cos’è Il ragionamento leopardiano prende inizio dall’idea che esista, in qualsiasi essere umano, un divario incolmabile fra l’aspirazione «al piacere, ossia alla felicità» (r. 5) che «non ha limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza» (rr. 6-7) e il raggiungimento effettivo di questo mediante i «piaceri» finiti ed effimeri che offre la vita reale. Egli scrive: «Il fatto è che quando l’anima desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente il piacere, e non un tal piacere; ora nel fatto trovando un piacere particolare, e non astratto, e che comprenda tutta l’estensione del piacere, ne segue che il suo desiderio non essendo soddisfatto di gran lunga, il piacere appena è piacere, perché non si tratta di una piccola ma di una somma inferiorità al desiderio e oltracciò alla speranza». Secondo Leopardi, il desiderio del piacere può essere soddisfatto soltanto ricorrendo all’immaginazione; quanto più questa è presente nell’uomo, tanto più egli sarà felice. Tuttavia – continua il poeta recanatese – l’immaginazione «non può regnare senza l’ignoranza, almeno una certa ignoranza come quella degli antichi» – che vivevano in simbiosi con la natura, ed erano dunque capaci di illudersi – o dei fanciulli. Gli uomini moderni si sono invece messi alla ricerca del vero, hanno voluto raggiungere la civilizzazione e, in questo modo, sono venuti a contatto con la vanità delle pie illusioni, il male, il dolore. Per questo, Leopardi insiste sul carattere illusorio e vano del piacere; esso è una chimera, una condizione inarrivabile, e la sola realtà possibile è quella della noia, ossia il vuoto esistenziale: «Che cosa è la noia? Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo ed il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto». La teoria in altre opere di Leopardi La teoria del piacere è affidata non solo allo Zibaldone, ma anche ad alcuni dialoghi delle Operette morali e ad alcune poesie dei Canti. Nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, per esempio, Leopardi afferma come la felicità stia – più che nell’immediato presente – soltanto nel passato e nel futuro, e sia veicolata dai ricordi e dalla speranza. La possibilità di godere di un desiderio è il massimo a cui l’uomo […]

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Culturalmente

Il male di vivere nell’opera di Eugenio Montale

Il male di vivere nell’opera di Eugenio Montale. È il 1925 quando un giovane Eugenio Montale pubblica la sua prima raccolta di versi. L’opera, intitolata Ossi di seppia, esce presso le edizioni di Pietro Gobetti, con cui il poeta genovese aveva iniziato a collaborare già qualche mese prima, scrivendo numerosi articoli e saggi per la rivista gobettiana Il Baretti. In uno di questi, dal titolo Stile e tradizione, Montale delinea i fondamenti della sua raccolta: rifiuta le esperienze avanguardiste – incluse quelle da cui era partito Giuseppe Ungaretti – e afferma che il dovere di un poeta è di portare il proprio linguaggio verso “la semplicità e la chiarezza, a costo di sembrar poveri”. Il male di vivere: Ossi di seppia L’essenzialità che il poeta intende raggiungere risiede anzitutto nel titolo della raccolta: gli «ossi di seppia», infatti, simboleggiano l’aridità, l’erosione e il logoramento operato dalla natura. Il paesaggio descritto è arido e brullo, come scavato dai raggi del sole, allucinato e dalle valenze fortemente metafisiche. Inoltre, sin dall’apertura di Ossi di seppia egli non può che mostrarsi critico nei confronti dei “poeti laureati” – cioè della tradizione poetica aulica e ufficiale – che mostrano la loro presunta superiorità utilizzando termini artefatti ed astratti per definire concetti semplici. A questi, Montale preferisce (in accordo coi crepuscolari o vociani) le “piccole cose”, ossia oggetti ed immagini ben definite che rimandano alla realtà circostante. Non certo i «bossi ligustri o acanti», dunque, ma gli orti ravvivati dal giallo e dalla freschezza dei limoni. Le figure evocate dal poeta ligure, tuttavia, sono ben distanti dall’essere semplici e lineari e rimandano sempre a qualcos’altro: sono veri e propri simboli, e in quanto tali vanno decodificati. In esse è riportato il destino dell’uomo, fatto tanto di incostanti e incerte speranze, quanto, soprattutto, di fragilità e morte. Un esempio chiaro di questa tecnica – definita dai critici “correlativo oggettivo” – sta nella poesia Spesso il male di vivere ho incontrato, in cui Montale descrive, attraverso delle immagini concrete, la condizione esistenziale dell’uomo moderno, solo, disperato e incapace persino di comunicare con gli altri uomini suoi simili: “il male di vivere” si materializza come una presenza fisica e tangibile (mediante il verbo «ho incontrato») e viene rivelato con «il rivo strozzato che gorgoglia», «l’incartocciarsi della foglia / riarsa» e «il cavallo stramazzato». Alcune di queste figure che, in altri contesti, evocherebbero senz’altro felicità e gioia di vivere diventano, nella poesia di Ossi di seppia, simboli neppure troppo opachi del malessere e del tormento affannoso che attanaglia Montale. L’epifania del nulla, dell’assurdo di esistere viene descritto dal Montale anche in un altro breve componimento, dal titolo “Forse un mattino andando in un’aria di vento”. Qui, l’aridità della natura («in un’aria di vento / arida») è il correlativo oggettivo di quel vuoto che tormenta gli uomini. La rivelazione avviene all’improvviso, come per «miracolo», e provoca un «terrore» simile a quello di chi, perché «ubriaco», ha perso l’equilibrio e non riesce a reggersi. È la folgorazione di un attimo, dopodiché […]

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Teatro

I giganti della montagna di Gabriele Lavia debutta al Mercadante

Gabriele Lavia porta in scena I giganti della montagna di Luigi Pirandello al Teatro Mercadante di Napoli dal 15 al 26 gennaio. Mercoledì 15 gennaio presso il Teatro Mercadante di Napoli l’attore e regista Gabriele Lavia è andato in scena con I giganti della montagna, testamento spirituale di Luigi Pirandello. Alla apertura del sipario, colpisce la scelta di un teatro distrutto come scenografia, segno che la bellezza e l’arte sono in pericolo. «Distrutto – scrive Lavia nelle note di regia – perché ci vogliono costruire degli uffici per organizzare un teatro che non c’è, è morto, ucciso proprio dagli uffici». L’opera, infatti, affronta con simboli e linguaggio quasi visionario un problema che assillava lo scrittore agrigentino, ovvero la posizione che l’arte, soprattutto quella teatrale, avrebbe potuto riempire nella nascente società capitalistica ed industriale. Al centro della stanza si muove l’attrice e contessa Ilse Paulsen, che vuole portare fra gli uomini il messaggio estetico, proponendo ai teatri La favola del figlio cambiato, un’opera di un poeta che l’aveva amata e che per lei si è suicidato (nella realtà è una favola dello stesso Pirandello). Lo fa però con scarso successo, perché il volgare pubblico moderno non capisce gli insegnamenti della poesia. La donna, con la sua Compagnia, raggiunge la villa della Scalogna, appartata dal mondo, dove vivono gli Scalognati, ovvero delle anime, e il mago Cotrone (Gabriele Lavia), che dice di essersi fatto “turco per il fallimento della poesia della cristianità”, cioè di stare rifugiato ai confini del sogno perché consapevole della decadenza del mondo moderno. Non a caso, lo stesso Cotrone afferma che l’arte può vivere soltanto nella sfera della fantasia, che è autosufficiente e non deve cercare il contatto con la società. Pirandello non riuscì a terminare l’opera, che però conosciamo grazie al figlio Stefano, che ha conservato la traccia confidatagli dal padre: secondo questa, Ilse reciterebbe la Favola dinanzi ai servi dei Giganti – simbolo del potere e della società industriale secondo alcuni, del regime fascista, da cui l’autore cercava finanziamenti economici, secondo altri – ma questi, essendo rozzi e apatici verso l’arte, sbranerebbero lei e l’intera troupe. L’incompiutezza del dramma permette comunque, tanto al pubblico quanto al regista, di viaggiare con la fantasia, azzardando interpretazioni e finali diversi. La scelta di Lavia è minimale ma efficace: si sente un rumore di sottofondo, a mano a mano sempre più forte; si tratta dei Giganti, che scendono al galoppo verso la villa. Tutti gli attori in scena, tanto quelli della Compagnia quanto gli Scalognati, si voltano verso il teatro distrutto: «Ho paura, ho paura!», mormorano. Il sipario si abbassa. Quella di Lavia è una rappresentazione di grande raffinatezza e intelligenza, capace di mantenere sempre alta l’attenzione nonostante la durata dello spettacolo (di circa 2 ore) e la complessità del messaggio pirandelliano, che passa attraverso il filtro deformante e corrosivo del grottesco. L’interpretazione del regista milanese è magistrale, così come quella di Federica Di Martino, nei panni dell’affascinante e nevrotica contessa Ilse. Convincono nel complesso gli altri personaggi, che indossano […]

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Food

Spicchi d’Autore a Portici, ecco il nuovo menù invernale

Giovedì 19 dicembre presso Spicchi d’Autore, a Portici, si è tenuta la presentazione alla stampa del rinnovato menù invernale. La pizzeria, che ha sede anche a Napoli e ad Aversa, è l’unica ad offrire la possibilità di provare, su un’unica pizza, fino a quattro spicchi di gusti diversi, consentendo al cliente di intraprendere un personale percorso di degustazione. Il menù invernale della Pizzeria Spicchi d’Autore Il menù presentato concilia efficacemente la tradizione e l’innovazione a partire dall’Antipasto dei Monzù, composto da una crostata alla finanziera, uova alla monachina e crocchette di crema di pollo. I monzù erano i cuochi dell’aristocrazia nel Regno delle Due Sicilie, che avevano messo a punto delle gustose ricette legando insieme la cucina francese con quella napoletana. Tali ricette, pur tramandandosi negli anni, sono ormai patrimonio di poche persone, fra cui Gerardo Modugno, che ha fornito una preziosissima consulenza alla pizzeria. La degustazione è continuata con l’assaggio delle pizze, il cui impasto morbido e digeribile, con cornicione alto e alveolato, è frutto dello studio certosino e della esperienza dei pizzaioli, capaci di combinare la temperatura e il grado di durezza dell’acqua, la giusta percentuale di idratazione della pasta e la quantità del lievito. A questo vanno poi aggiunti altri due importanti elementi: la lenta lievitazione, di 24-48 ore, e la farina con germe di grano attivo, un elemento salutare che ha effetti benefici sul corpo e che rendono il disco di pasta fragrante e molto profumato. Gli ingredienti, sempre di stagione e a marchio DOP e Slow Food, prestano fede alla territorialità e sono combinati in maniera sapiente. Fra le proposte più interessanti per noi, e dunque da provare, ci sono la Cetara, con tonno, pomodori secchi, cipolla ramata di Montoro, pistacchi freschi e provola, la Lardiata, con fior di latte, lardo di colonnata e pere all’uscita, la ReBaccalà, con fior di latte, pesto di pistacchio, filetti di baccalà e chips di baccalà all’uscita, e la Napulè, con ragù, polpette e friarielli. Buone anche la Raffinata, con fior di latte, noci e blu di bufala e la Ariccia, con porchetta di Ariccia e patate viola. A concludere degnamente la serata, come dolci, la classica Pastiera Napoletana e Le Bombette. Proprio queste ultime sono state una piacevole scoperta: si tratta di pasta di pizza fritta guarnita, a scelta, con ricotta, zucchero e limone o cioccolato bianco e pistacchio. Un dolce molto semplice, dunque, ma capace di sprigionare degli aromi molto dolci, forti e piacevoli. In carta, però, troviamo anche alcune dolci creazioni del pasticciere della Costa d’Amalfi Sal De Riso. In conclusione, noi di Eroica non possiamo che promuovere il nuovo menù invernale e l’idea intelligente della Pizzeria Spicchi d’Autore, che va incontro all’esigenza del cliente di provare gusti e combinazioni diverse, proposte in carta, senza dover acquistare più pizze.   Fonte immagine: spicchidautore.it

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Attualità

Too Good To Go, l’app contro lo spreco di cibo | Intervista a Martinotti, Head of Marketing

Too Good To Go, l’app contro lo spreco alimentare e per l’ambiente. Ne parliamo con Michele Martinotti, Head of Marketing. «Troppo buono per essere buttato». È questo il motto, tradotto dall’inglese, di Too Good To Go, un’app assolutamente innovativa, che permette di acquistare una MagicBox, cioè un sacchetto contenente alcuni prodotti invenduti del giorno di bar, ristoranti e supermercati a prezzi di favore. La volontà è chiaramente quella di limitare lo spreco alimentare, responsabile – tra le tante cose – dell’8% delle emissioni globali di gas serra che tutti sappiamo essere dannose per il pianeta. Ad un occhio più superficiale, Too Good To Go potrebbe ricordare una delle tantissime applicazioni, nate negli ultimi anni e sempre più simili fra loro, che permettono di prenotare un tavolo al ristorante, di lasciare recensioni della pizzeria dove si è appena stati o di ricevere ciò che si desidera direttamente a casa. Prestando maggiore attenzione, però, si nota che il meccanismo è piuttosto diverso: ogni attività presenta una fascia oraria, in cui è possibile ritirare quanto acquistato, e un prezzo che quasi mai supera i 5 euro. Per effettuare un ordine basta localizzarsi sulla mappa, scegliere fra le diverse attività aderenti ed acquistare quanto messo a disposizione. La scatola magica può essere pagata con carta di credito (Mastercard, Visa o Maestro), PayPal o con i servizi Apple Pay e Google Pay e ritirata direttamente in negozio prima dell’orario di chiusura. Noi di Eroica Fenice, incuriositi da questo brillante progetto, abbiamo contattato Michele Martinotti, Head of Marketing di Too Good To Go Italia, per avere qualche informazione in più. L’intervista a Martinotti, Head of Marketing di Too Good To Go Italia Come è nato Too Good To Go? È un’app nata quattro anni fa in Danimarca da un gruppo di ragazzi. Ciò che li spinse ad elaborare questa idea venne da un hotel in cui alloggiavano, dove videro l’ennesimo buffet buttato alla fine dell’orario della colazione. Quindi si dissero: dovremmo trovare un modo per provare ad aiutare i ristoratori, gli hotel, i supermercati a ridurre questi sprechi assurdi. Da lì la nascita dell’app, che poi hanno messo nelle mani di un management team danese, che a sua volta ha permesso a Too Good To Go di espandersi in 13 paesi dell’Europa, fra cui la Francia, l’Inghilterra, la Germania e infine l’Italia, dove siamo arrivati quest’anno. In quale misura questo progetto sta contribuendo alla riduzione del fenomeno dello spreco alimentare? Lo spreco di cibo va letto su diversi livelli: questo, infatti, viene sprecato sia in fase di produzione, sia in fase di vendita al dettaglio, sia a livello domestico. In ogni parte di questa catena del valore c’è un grande spreco. Quello che Too Good To Go fa è agire soprattutto in uno degli ultimi anelli di questa catena del valore, andando ad aiutare i ristoratori a ridurre i propri sprechi alimentari. In concreto – senza stare a parlare di grandi numeri sui quali l’app ha più o meno impatto – possiamo dire che riusciamo in molti casi […]

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Teatro

Gea Martire al Teatro Civico 14: Il motore di Roselena

Gea Martire, nota attrice campana, e Antonio Pascale, scrittore e giornalista, sono andati in scena al Teatro Civico 14 di Caserta con lo spettacolo Il motore di Roselena. Grande successo, sabato 7 e domenica 8 dicembre, per Il motore di Roselena, lo spettacolo in prosa del giornalista e scrittore Antonio Pascale e dell’attrice Gea Martire in scena al Teatro Civico 14 di Caserta. La storia dell’emancipazione femminile di Roselena All’accensione delle luci, colpisce immediatamente la scenografia essenziale ma efficace, costituita da un telaio della macchina e da una ruota bianche appese al soffitto, un tavolo e una sedia. In questo piccolo spazio Roselena, interpretata da una magistrale Gea Martire, muove il racconto della sua vita. La prima battuta, quella con cui la protagonista entra in scena, è pronunciata con tono da litania e pare quasi condensare questa storia di emancipazione femminile: «A varca dint ‘u puorto sta cchiù sicura overamente, ma nun l’hanno custruita pe’ sta ferma. ‘E capit, Roselena?». Roselena è nata e cresciuta dietro al Vesuvio, dove si sta fin troppo riparati dal «vento del cambiamento», che perciò sembra non arrivare mai. La donna è infiammata da una grandissima passione per le macchine: da bambina veniva acquietata non dalle favole o dalla ninna nanna ma soltanto dal suono ruggente dei motori; distingue i propri famigliari in base al tipo e alla marca di automobile che le ricordano; e ancora, immagina che nella testa, al posto del cervello e della materia grigia, ci sia un motore che funziona proprio come quello delle macchine. Al contrario di chi si sogna dentro un elegante abito da sposa, con un marito al proprio fianco e dei figli da educare o in un tailleur manageriale, lei spera di poter indossare una tuta da pilota e sfrecciare in pista. Crescendo, il linguaggio dialettale, sgrammaticato e colorito – capace di far sorridere non poco il pubblico presente – diventa adeguato, calzante, perfetto quando narra di motori, carburatori, testate e pistoni. E non importa se ancora c’è chi, credendo che la passione per i motori riguardi soltanto gli uomini, si mostra stupito o la prende in giro. Sono «cose inutili, senza fantasia, luoghi comuni» che Roselena sorpassa. D’altronde, come ha imparato all’officina dello zio, bisogna saper aggiustare i motori scassati, mettere insieme i pezzi e ripartire. Questa però non è soltanto la storia di un’emancipazione. È anche il racconto di una passione assecondata con determinazione, grande sforzo interiore, sfruttando qualsiasi mezzo a disposizione. Così, se il vento del cambiamento non soffia, è la protagonista stessa a diventare quel vento: dall’officina che le pare una biblioteca – dove le riviste sui motori diventano l’unica e vera letteratura – alle piste improvvisate sul Vesuvio, dall’AlfaSud all’importante incarico di Modena. E poi dritto verso la fine, condotta da quella macchina che tutti chiamiamo destino e che procede, giorno per giorno, ignorando i nostri comandi. Ma Roselena avrà comunque vinto, perché si è messa in gioco, ha sfidato, combattuto e, si può star certi, non si è annoiata. La biografia […]

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Cinema e Serie tv

Wajahat Abbas Kazmi, intervista al regista di Allah Loves Equality

Wajahat Abbas Kazmi, regista e attivista LGBT italo pachistano, ha raccontato del suo ultimo lavoro, dal titolo “Allah Loves Equality”, e del rapporto fra omosessualità e Islam ad Eroica Fenice. Leggi l’intervista! Si è tenuta giovedì 24 ottobre, presso il Palazzo Conegliano e l’ex Asilo Filangieri di Napoli, l’iniziativa Islam and Lenses of Gender, una discussione a tutto campo sul tema dell’omosessualità e sul rapporto, talvolta complesso, di questa con la religione musulmana. All’evento, organizzato dal Gruppo Studentesco Hissa, hanno partecipato il rettore dell’Istituto CALEM e dr. Ludovic-Mohamed Zahed, primo Imam dichiaratamente gay ad aver fondato una moschea inclusiva in Europa, e il regista e attivista LGBT italo pachistano Wajahat Abbas Kazmi. Per l’occasione, Kazmi ha presentato il lungometraggio Allah Loves Equality: Being LGBT in Pakistan, promosso dall’associazione Il Grande Colibrì e patrocinato da Amnesty International. Il documentario mostra, attraverso alcune interviste e celebri fatti di cronaca, la difficile vita che omosessuali, lesbiche, bisessuali e transgender musulmani sono costretti a sopportare in Pakistan. L’obiettivo è quello di abbattere i muri, di denunciare i luoghi comuni attorno all’Islam e di imbastire, al tempo stesso, un dibattito che porti le comunità LGBT dei Paesi musulmani a vivere la loro sessualità liberamente. Dopo la proiezione dell’opera, Wajahat Abbas Kazmi si è reso disponibile per un’intervista per Eroica Fenice. L’intervista a Wajahat Abbas Kazmi Come nasce il tuo documentario? Nasce dalla campagna “Allah Loves Equality” e dal mio coming out, avvenuto quattro anni fa. L’idea era quella di dare voce alle persone Lgbt, agli omosessuali musulmani, aprendo un dibattito all’interno della comunità islamica ed europea. Il documentario è stato girato in Pakistan, dove sono stato per un mese intero e dove ho raccolto ben tredici interviste. Dal punto di vista dei diritti civili, com’è vivere in Pakistan? Parlare di diritti umani, prima che di diritti civili, in Pakistan è molto complicato. Già solo chiedere i diritti fondamentali delle donne è difficile, figurarsi per quelle lesbiche. L’orientamento sessuale viene molto dopo, se non vengono rispettati neppure i diritti umani. Il Paese, inoltre, è un territorio particolare: se fai parte di una classe sociale alta hai tutti i privilegi e i diritti; se, invece, appartieni a una famiglia povera devi lottare ogni giorno. Come hai fatto a conciliare Islam e omosessualità? Io sono arrivato in Italia all’età di 15 anni. A 18 ero già legato a mia cugina, attraverso un fidanzamento combinato. Dopo sette anni, avevo due scelte: o sposarmi o fare un passo indietro, dichiarandomi. Ho scelto la seconda. Con la religione non ho mai avuto alcun conflitto, né mi sono mai sentito in colpa: questo perché né il Corano né l’slam condannano l’omosessualità. Al massimo, più che del giudizio di Allah, ho avuto timore della reazione che la famiglia di mia cugina avrebbe potuto alla notizia del coming-out. Quanto sappiamo dell’Islam? Sull’islam non si sa niente, si generalizza troppo. Mi capita spesso che mi dicano: “Sei musulmano? Ah, quindi parli arabo!”, ignorando che, essendo pakistano, la mia lingua è l’urdu. Un errore che si […]

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Teatro

Tirelli al Teatro Civico 14 racconta l’amore in Shakespeare

Emanuele Tirelli, autore e giornalista casertano, è andato in scena al Teatro Civico 14 con lo spettacolo L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare). «La fortuna guida dentro il porto anche navi senza guida. Tutto vero, ma in amore ci vuole anche una gran botta di culo». È con questa massima, ironica ma veritiera, che Emanuele Tirelli ha salutato il pubblico di L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare), spettacolo rappresentato sabato 19 e domenica 20 ottobre al Teatro Civico 14 di Caserta. L’opera è una lezione-spettacolo sull’amore, sentimento che l’arte, declinato in tutte le sue forme, ha sempre privilegiato. È proprio dall’interpretazione delle tragedie shakespeariane e di alcuni personaggi femminili – come Ofelia, Desdemona, Cordelia, Ermione – che Emanuele Tirelli, autore e giornalista casertano, parte per riflettere sulla complessità dell’amore, capace di renderci felici e incredibilmente forti ma anche, alcune volte, deboli e sofferenti. Questa assurda dicotomia avrà segnato la vita di Ofelia, presa dall’amore verso Amleto fino a quando questo non ritratterà, dicendole di andarsi a chiudere in un convento. Simile l’esperienza di Desdemona, innamorata e sposa del suo Otello, che travolto dalla gelosia finirà per ucciderla nel letto nuziale. Va poco meglio ad Ermione, personaggio de Il racconto d’inverno, al quale Shakespeare destina un lieto fine dal sapore amaro, poiché la donna vivrà una vita di sofferenze. L’affresco su questo nobile sentimento tocca anche Romeo e Giulietta, commedia portata ad esempio dell’amore sincero e puro, «che se non esiste non esiste la vita», afferma l’autore. In realtà, è proprio nel capolavoro shakespeariano che troviamo l’esempio di quanto possa farci del male ed essere una dannazione: i due protagonisti, dal sentimento giovane ma già fortissimo, preferiranno la morte ad una vita pensata senza l’altro al fianco. Alle opere del drammaturgo inglese affianca le riflessioni di filosofi come Deleuze, secondo cui «non si desidera mai qualcuno in assoluto ma in un insieme, cioè vedendosi con l’altro» e il pessimista Schopenhauer, che con il dilemma del porcospino ha mostrato come, quando l’amore avvicina due amanti, li condanna a dover sopportare le spine reciproche. Tirelli porta in scena uno spettacolo intimo e comico al tempo stesso: l’autore, infatti, dissemina vicende amorose – dai tratti paradossali ed esilaranti – che l’hanno visto protagonista, strappando più di qualche risata al pubblico. Merito anche della spalla destra Ciro Staro, sul palco con lui, che si occupa della musica e partecipa alla conversazione con simpatiche gag ed espressioni facciali. Entrambi indossano delle magliette, con illustrazioni di Giuseppe Cristiano, che raffigurano uno Shakespeare in veste pop, con occhiali rosa a forma di cuore. A spiegarne il motivo, in chiusura di spettacolo, è l’autore stesso: «Shakespeare era profondamente pop. Oggi lo consideriamo come alta letteratura teatrale, che può essere compresa soltanto dalle persone più colte, ma all’epoca non era così. Il Globe Theatre si trovava nel quartiere accanto a quello delle prostitute, che andavano a teatro per cercare dei clienti per il dopo-spettacolo e nel frattempo si godevano l’opera. E […]

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Cinema e Serie tv

Igort, intervista al regista di 5 è il numero perfetto

Igort, al secolo Igor Tuveri, noto fumettista e regista italiano, racconta ai nostri lettori 5 è il numero perfetto, il suo primo film noir uscito nelle sale il 29 agosto. Leggi l’intervista!  Il guappo in pensione Toni Servillo, l’amante di una vita Valeria Golino e il vecchio compagno Carlo Buccirosso sono i tre personaggi attorno a cui si sviluppa il film noir 5 è il numero perfetto. Uscito nelle sale il 29 agosto, è il primo lavoro alla regia di Igort, da sempre impegnato nel mondo del fumetto. È proprio dall’omonimo graphic novel, pubblicato nel lontano 2002, che Igor Tuveri è partito, rappresentando le avventure di Peppino Lo Cicero, un anziano camorrista che torna in attività per vendicare la morte del figlio. In una Napoli degli anni Settanta «notturna, deserta e metafisica», come l’ha descritta lo stesso regista, Lo Cicero si troverà ad affrontare questa pericolosa, e a tratti esilarante, avventura con l’amata donna Rita e il braccio destro Toto o’ Macellaio. In occasione della presentazione del film al Cinema Filangieri, avvenuta domenica 1 settembre, che ha fatto registrare il tutto esaurito, Igort si è reso disponibile per un’intervista. L’intervista a Igort Questo è il suo primo film alla regia. Come ha affrontato questa responsabilità? Ho affrontato la direzione del film come affronto di solito le mie storie, cioè cercando di sfruttare al massimo le potenzialità del mezzo, in questo caso il cinema, che è uno strumento corale capace di offrire molte opportunità. Rispetto a lavorare sulla carta, ho dovuto far fronte a elementi completamente nuovi: il suono, l’immagine e anche il ritmo, che è molto diverso da quello di un libro. E gli attori, naturalmente. Certo. A tal riguardo, Coppola dice che non esiste il cinema senza gli attori – ovviamente, aggiungerei – proprio perché la storia prende vita grazie ai personaggi e alla umanità che trasmettono. Quando e perché è nata questa storia? Ho cominciato a scrivere e disegnare 5 è il numero perfetto in Giappone, a Tokyo, nel 1994. A quei tempi, mi serviva raccontare una storia nella quale ironia e dramma potessero convivere e Napoli mi è sembrato il teatro ideale per far muovere questi personaggi. È stato complesso adattare il graphic novel? No, tutt’altro. È simile a una partita a scacchi, in cui fai le prime mosse e le altre, come d’incanto, arrivano di conseguenza. Alcuni registi hanno confessato di essere spaventati all’idea di lavorare con un attore così bravo come Servillo. Ci racconta, invece, la sua esperienza? Io e Toni siamo diventati subito amici, abbiamo riconosciuto amori reciproci, comuni, e questo ha sicuramente facilitato le cose. Poi, come ogni grande artista, è estremamente esigente. Sin dal primo momento, ha voluto che fossi io a passare dietro alla cinepresa e a dirigere il film. Perché dovremmo andare a vedere 5 è il numero perfetto? Perché è un entertainment non vacuo. Cioè un film divertente, che si propone però di stuzzicare gli spettatori attraverso domande importanti. Girando e raccogliendo pareri, è questo quello che il pubblico sta percependo […]

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Cinema e Serie tv

Alessandro Brasile e Chiara Cattaneo in Fashion victims

Costrette a svolgere turni estenuanti, senza alcuna possibilità di comunicare con l’esterno e con l’obbligo di dormire in ostelli annessi alla fabbrica. Sono queste le precarie condizioni a cui vengono sottoposte le giovani operaie del Tamil Nadu, nell’India meridionale, che lavorano per produrre i vestiti che compriamo a prezzi stracciati. A denunciarlo è stato Fashion victims, il nuovo documentario di Alessandro Brasile e Chiara Cattaneo. Brasile e Cattaneo con Fashion victims hanno deciso di portare alla luce un problema, quello della schiavitù nell’industria tessile indiana, che, per loro stessa ammissione, sembra destinato ad acutizzarsi per due motivi principali: da un lato perché, a differenza di fasi più controllate come la coltivazione o il confezionamento, la filatura è un segmento nascosto, più difficile da tracciare e, perciò, meno conosciuto; dall’altro perché il fenomeno della moda veloce non sembra destinato a terminare. È proprio a partire dagli anni Novanta, quando la fast fashion è esplosa, che il sistema di produzione in Tamil Nadu è cambiato. Come ci raccontano gli autori, «nel settore tessile si è passati da una manodopera prevalentemente maschile, con contratti a tempo indeterminato, alla necessità di una forza lavoro più flessibile, controllabile e anche più numerosa». Le fabbriche hanno deciso di reclutare delle donne, quasi sempre giovanissime, dalle zone più povere dello Stato. In poco tempo, in una regione dove l’agricoltura è sempre meno produttiva, l’industria tessile è diventata la fonte primaria di lavoro. «Le ragazze vengono ingaggiate attraverso schemi di reclutamento e contratti informali, quindi illegali, di durata triennale», spiegano Brasile e Cattaneo. «Durante questo periodo le donne sono retribuite soltanto con il pocket money, una sorta di mancia per le spese giornaliere. Soltanto alla fine del contratto, se non si sono ammalate e non hanno subito incidenti, ricevono uno stipendio che utilizzano per pagarsi la dote – altra pratica dichiarata illegale dal 1961, N.d.R. – e sposarsi». Nelle aziende del Tamil Nadu si produce anche per marchi del lusso. Ma, come sottolineano gli autori,  di Fashion victims, «il maggior costo dell’abito finito non garantisce assolutamente che ci sia stata una maggiore tutela del lavoratore lungo la filiera». «Per le donne questa è l’unica possibilità di avere un lavoro retribuito e di ottenere una indipendenza economica verso una potenziale libertà sociale», continuano. «L’intento delle comunità del posto, come quella del documentario, non è quindi di far chiudere le fabbriche o di attaccare un marchio anziché un altro, ma di denunciare un sistema che, così com’è, non funziona e non tutela né chi ci lavora, né l’ambiente, né i consumatori». «La soluzione deve essere anzitutto politica: è necessaria una legislazione europea, che gli Stati europei devono poi recepire all’interno delle proprie, che renda non opzionale ma obbligatoria la trasparenza della filiera. I marchi, sia del fast fashion che di lusso, devono dire necessariamente dove fanno produrre i loro vestiti: non soltanto il Paese, ma l’azienda a cui si affidano. In questo modo, i marchi si accollerebbero una parte delle responsabilità e il consumatore avrebbe maggiore possibilità di informarsi e […]

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