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Eroica Fenice

Attualità

Too Good To Go, l’app contro lo spreco di cibo | Intervista a Martinotti, Head of Marketing

Too Good To Go, l’app contro lo spreco alimentare e per l’ambiente. Ne parliamo con Michele Martinotti, Head of Marketing. «Troppo buono per essere buttato». È questo il motto, tradotto dall’inglese, di Too Good To Go, un’app assolutamente innovativa, che permette di acquistare una MagicBox, cioè un sacchetto contenente alcuni prodotti invenduti del giorno di bar, ristoranti e supermercati a prezzi di favore. La volontà è chiaramente quella di limitare lo spreco alimentare, responsabile – tra le tante cose – dell’8% delle emissioni globali di gas serra che tutti sappiamo essere dannose per il pianeta. Ad un occhio più superficiale, Too Good To Go potrebbe ricordare una delle tantissime applicazioni, nate negli ultimi anni e sempre più simili fra loro, che permettono di prenotare un tavolo al ristorante, di lasciare recensioni della pizzeria dove si è appena stati o di ricevere ciò che si desidera direttamente a casa. Prestando maggiore attenzione, però, si nota che il meccanismo è piuttosto diverso: ogni attività presenta una fascia oraria, in cui è possibile ritirare quanto acquistato, e un prezzo che quasi mai supera i 5 euro. Per effettuare un ordine basta localizzarsi sulla mappa, scegliere fra le diverse attività aderenti ed acquistare quanto messo a disposizione. La scatola magica può essere pagata con carta di credito (Mastercard, Visa o Maestro), PayPal o con i servizi Apple Pay e Google Pay e ritirata direttamente in negozio prima dell’orario di chiusura. Noi di Eroica Fenice, incuriositi da questo brillante progetto, abbiamo contattato Michele Martinotti, Head of Marketing di Too Good To Go Italia, per avere qualche informazione in più. L’intervista a Martinotti, Head of Marketing di Too Good To Go Italia Come è nato Too Good To Go? È un’app nata quattro anni fa in Danimarca da un gruppo di ragazzi. Ciò che li spinse ad elaborare questa idea venne da un hotel in cui alloggiavano, dove videro l’ennesimo buffet buttato alla fine dell’orario della colazione. Quindi si dissero: dovremmo trovare un modo per provare ad aiutare i ristoratori, gli hotel, i supermercati a ridurre questi sprechi assurdi. Da lì la nascita dell’app, che poi hanno messo nelle mani di un management team danese, che a sua volta ha permesso a Too Good To Go di espandersi in 13 paesi dell’Europa, fra cui la Francia, l’Inghilterra, la Germania e infine l’Italia, dove siamo arrivati quest’anno. In quale misura questo progetto sta contribuendo alla riduzione del fenomeno dello spreco alimentare? Lo spreco di cibo va letto su diversi livelli: questo, infatti, viene sprecato sia in fase di produzione, sia in fase di vendita al dettaglio, sia a livello domestico. In ogni parte di questa catena del valore c’è un grande spreco. Quello che Too Good To Go fa è agire soprattutto in uno degli ultimi anelli di questa catena del valore, andando ad aiutare i ristoratori a ridurre i propri sprechi alimentari. In concreto – senza stare a parlare di grandi numeri sui quali l’app ha più o meno impatto – possiamo dire che riusciamo in molti casi […]

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Teatro

Gea Martire al Teatro Civico 14: Il motore di Roselena

Gea Martire, nota attrice campana, e Antonio Pascale, scrittore e giornalista, sono andati in scena al Teatro Civico 14 di Caserta con lo spettacolo Il motore di Roselena. Grande successo, sabato 7 e domenica 8 dicembre, per Il motore di Roselena, lo spettacolo in prosa del giornalista e scrittore Antonio Pascale e dell’attrice Gea Martire in scena al Teatro Civico 14 di Caserta. La storia dell’emancipazione femminile di Roselena All’accensione delle luci, colpisce immediatamente la scenografia essenziale ma efficace, costituita da un telaio della macchina e da una ruota bianche appese al soffitto, un tavolo e una sedia. In questo piccolo spazio Roselena, interpretata da una magistrale Gea Martire, muove il racconto della sua vita. La prima battuta, quella con cui la protagonista entra in scena, è pronunciata con tono da litania e pare quasi condensare questa storia di emancipazione femminile: «A varca dint ‘u puorto sta cchiù sicura overamente, ma nun l’hanno custruita pe’ sta ferma. ‘E capit, Roselena?». Roselena è nata e cresciuta dietro al Vesuvio, dove si sta fin troppo riparati dal «vento del cambiamento», che perciò sembra non arrivare mai. La donna è infiammata da una grandissima passione per le macchine: da bambina veniva acquietata non dalle favole o dalla ninna nanna ma soltanto dal suono ruggente dei motori; distingue i propri famigliari in base al tipo e alla marca di automobile che le ricordano; e ancora, immagina che nella testa, al posto del cervello e della materia grigia, ci sia un motore che funziona proprio come quello delle macchine. Al contrario di chi si sogna dentro un elegante abito da sposa, con un marito al proprio fianco e dei figli da educare o in un tailleur manageriale, lei spera di poter indossare una tuta da pilota e sfrecciare in pista. Crescendo, il linguaggio dialettale, sgrammaticato e colorito – capace di far sorridere non poco il pubblico presente – diventa adeguato, calzante, perfetto quando narra di motori, carburatori, testate e pistoni. E non importa se ancora c’è chi, credendo che la passione per i motori riguardi soltanto gli uomini, si mostra stupito o la prende in giro. Sono «cose inutili, senza fantasia, luoghi comuni» che Roselena sorpassa. D’altronde, come ha imparato all’officina dello zio, bisogna saper aggiustare i motori scassati, mettere insieme i pezzi e ripartire. Questa però non è soltanto la storia di un’emancipazione. È anche il racconto di una passione assecondata con determinazione, grande sforzo interiore, sfruttando qualsiasi mezzo a disposizione. Così, se il vento del cambiamento non soffia, è la protagonista stessa a diventare quel vento: dall’officina che le pare una biblioteca – dove le riviste sui motori diventano l’unica e vera letteratura – alle piste improvvisate sul Vesuvio, dall’AlfaSud all’importante incarico di Modena. E poi dritto verso la fine, condotta da quella macchina che tutti chiamiamo destino e che procede, giorno per giorno, ignorando i nostri comandi. Ma Roselena avrà comunque vinto, perché si è messa in gioco, ha sfidato, combattuto e, si può star certi, non si è annoiata. La biografia […]

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Cinema e Serie tv

Wajahat Abbas Kazmi, intervista al regista di Allah Loves Equality

Wajahat Abbas Kazmi, regista e attivista LGBT italo pachistano, ha raccontato del suo ultimo lavoro, dal titolo “Allah Loves Equality”, e del rapporto fra omosessualità e Islam ad Eroica Fenice. Leggi l’intervista! Si è tenuta giovedì 24 ottobre, presso il Palazzo Conegliano e l’ex Asilo Filangieri di Napoli, l’iniziativa Islam and Lenses of Gender, una discussione a tutto campo sul tema dell’omosessualità e sul rapporto, talvolta complesso, di questa con la religione musulmana. All’evento, organizzato dal Gruppo Studentesco Hissa, hanno partecipato il rettore dell’Istituto CALEM e dr. Ludovic-Mohamed Zahed, primo Imam dichiaratamente gay ad aver fondato una moschea inclusiva in Europa, e il regista e attivista LGBT italo pachistano Wajahat Abbas Kazmi. Per l’occasione, Kazmi ha presentato il lungometraggio Allah Loves Equality: Being LGBT in Pakistan, promosso dall’associazione Il Grande Colibrì e patrocinato da Amnesty International. Il documentario mostra, attraverso alcune interviste e celebri fatti di cronaca, la difficile vita che omosessuali, lesbiche, bisessuali e transgender musulmani sono costretti a sopportare in Pakistan. L’obiettivo è quello di abbattere i muri, di denunciare i luoghi comuni attorno all’Islam e di imbastire, al tempo stesso, un dibattito che porti le comunità LGBT dei Paesi musulmani a vivere la loro sessualità liberamente. Dopo la proiezione dell’opera, Wajahat Abbas Kazmi si è reso disponibile per un’intervista per Eroica Fenice. L’intervista a Wajahat Abbas Kazmi Come nasce il tuo documentario? Nasce dalla campagna “Allah Loves Equality” e dal mio coming out, avvenuto quattro anni fa. L’idea era quella di dare voce alle persone Lgbt, agli omosessuali musulmani, aprendo un dibattito all’interno della comunità islamica ed europea. Il documentario è stato girato in Pakistan, dove sono stato per un mese intero e dove ho raccolto ben tredici interviste. Dal punto di vista dei diritti civili, com’è vivere in Pakistan? Parlare di diritti umani, prima che di diritti civili, in Pakistan è molto complicato. Già solo chiedere i diritti fondamentali delle donne è difficile, figurarsi per quelle lesbiche. L’orientamento sessuale viene molto dopo, se non vengono rispettati neppure i diritti umani. Il Paese, inoltre, è un territorio particolare: se fai parte di una classe sociale alta hai tutti i privilegi e i diritti; se, invece, appartieni a una famiglia povera devi lottare ogni giorno. Come hai fatto a conciliare Islam e omosessualità? Io sono arrivato in Italia all’età di 15 anni. A 18 ero già legato a mia cugina, attraverso un fidanzamento combinato. Dopo sette anni, avevo due scelte: o sposarmi o fare un passo indietro, dichiarandomi. Ho scelto la seconda. Con la religione non ho mai avuto alcun conflitto, né mi sono mai sentito in colpa: questo perché né il Corano né l’slam condannano l’omosessualità. Al massimo, più che del giudizio di Allah, ho avuto timore della reazione che la famiglia di mia cugina avrebbe potuto alla notizia del coming-out. Quanto sappiamo dell’Islam? Sull’islam non si sa niente, si generalizza troppo. Mi capita spesso che mi dicano: “Sei musulmano? Ah, quindi parli arabo!”, ignorando che, essendo pakistano, la mia lingua è l’urdu. Un errore che si […]

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Teatro

Tirelli al Teatro Civico 14 racconta l’amore in Shakespeare

Emanuele Tirelli, autore e giornalista casertano, è andato in scena al Teatro Civico 14 con lo spettacolo L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare). «La fortuna guida dentro il porto anche navi senza guida. Tutto vero, ma in amore ci vuole anche una gran botta di culo». È con questa massima, ironica ma veritiera, che Emanuele Tirelli ha salutato il pubblico di L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare), spettacolo rappresentato sabato 19 e domenica 20 ottobre al Teatro Civico 14 di Caserta. L’opera è una lezione-spettacolo sull’amore, sentimento che l’arte, declinato in tutte le sue forme, ha sempre privilegiato. È proprio dall’interpretazione delle tragedie shakespeariane e di alcuni personaggi femminili – come Ofelia, Desdemona, Cordelia, Ermione – che Emanuele Tirelli, autore e giornalista casertano, parte per riflettere sulla complessità dell’amore, capace di renderci felici e incredibilmente forti ma anche, alcune volte, deboli e sofferenti. Questa assurda dicotomia avrà segnato la vita di Ofelia, presa dall’amore verso Amleto fino a quando questo non ritratterà, dicendole di andarsi a chiudere in un convento. Simile l’esperienza di Desdemona, innamorata e sposa del suo Otello, che travolto dalla gelosia finirà per ucciderla nel letto nuziale. Va poco meglio ad Ermione, personaggio de Il racconto d’inverno, al quale Shakespeare destina un lieto fine dal sapore amaro, poiché la donna vivrà una vita di sofferenze. L’affresco su questo nobile sentimento tocca anche Romeo e Giulietta, commedia portata ad esempio dell’amore sincero e puro, «che se non esiste non esiste la vita», afferma l’autore. In realtà, è proprio nel capolavoro shakespeariano che troviamo l’esempio di quanto possa farci del male ed essere una dannazione: i due protagonisti, dal sentimento giovane ma già fortissimo, preferiranno la morte ad una vita pensata senza l’altro al fianco. Alle opere del drammaturgo inglese affianca le riflessioni di filosofi come Deleuze, secondo cui «non si desidera mai qualcuno in assoluto ma in un insieme, cioè vedendosi con l’altro» e il pessimista Schopenhauer, che con il dilemma del porcospino ha mostrato come, quando l’amore avvicina due amanti, li condanna a dover sopportare le spine reciproche. Tirelli porta in scena uno spettacolo intimo e comico al tempo stesso: l’autore, infatti, dissemina vicende amorose – dai tratti paradossali ed esilaranti – che l’hanno visto protagonista, strappando più di qualche risata al pubblico. Merito anche della spalla destra Ciro Staro, sul palco con lui, che si occupa della musica e partecipa alla conversazione con simpatiche gag ed espressioni facciali. Entrambi indossano delle magliette, con illustrazioni di Giuseppe Cristiano, che raffigurano uno Shakespeare in veste pop, con occhiali rosa a forma di cuore. A spiegarne il motivo, in chiusura di spettacolo, è l’autore stesso: «Shakespeare era profondamente pop. Oggi lo consideriamo come alta letteratura teatrale, che può essere compresa soltanto dalle persone più colte, ma all’epoca non era così. Il Globe Theatre si trovava nel quartiere accanto a quello delle prostitute, che andavano a teatro per cercare dei clienti per il dopo-spettacolo e nel frattempo si godevano l’opera. E […]

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Cinema e Serie tv

Igort, intervista al regista di 5 è il numero perfetto

Igort, al secolo Igor Tuveri, noto fumettista e regista italiano, racconta ai nostri lettori 5 è il numero perfetto, il suo primo film noir uscito nelle sale il 29 agosto. Leggi l’intervista!  Il guappo in pensione Toni Servillo, l’amante di una vita Valeria Golino e il vecchio compagno Carlo Buccirosso sono i tre personaggi attorno a cui si sviluppa il film noir 5 è il numero perfetto. Uscito nelle sale il 29 agosto, è il primo lavoro alla regia di Igort, da sempre impegnato nel mondo del fumetto. È proprio dall’omonimo graphic novel, pubblicato nel lontano 2002, che Igor Tuveri è partito, rappresentando le avventure di Peppino Lo Cicero, un anziano camorrista che torna in attività per vendicare la morte del figlio. In una Napoli degli anni Settanta «notturna, deserta e metafisica», come l’ha descritta lo stesso regista, Lo Cicero si troverà ad affrontare questa pericolosa, e a tratti esilarante, avventura con l’amata donna Rita e il braccio destro Toto o’ Macellaio. In occasione della presentazione del film al Cinema Filangieri, avvenuta domenica 1 settembre, che ha fatto registrare il tutto esaurito, Igort si è reso disponibile per un’intervista. L’intervista a Igort Questo è il suo primo film alla regia. Come ha affrontato questa responsabilità? Ho affrontato la direzione del film come affronto di solito le mie storie, cioè cercando di sfruttare al massimo le potenzialità del mezzo, in questo caso il cinema, che è uno strumento corale capace di offrire molte opportunità. Rispetto a lavorare sulla carta, ho dovuto far fronte a elementi completamente nuovi: il suono, l’immagine e anche il ritmo, che è molto diverso da quello di un libro. E gli attori, naturalmente. Certo. A tal riguardo, Coppola dice che non esiste il cinema senza gli attori – ovviamente, aggiungerei – proprio perché la storia prende vita grazie ai personaggi e alla umanità che trasmettono. Quando e perché è nata questa storia? Ho cominciato a scrivere e disegnare 5 è il numero perfetto in Giappone, a Tokyo, nel 1994. A quei tempi, mi serviva raccontare una storia nella quale ironia e dramma potessero convivere e Napoli mi è sembrato il teatro ideale per far muovere questi personaggi. È stato complesso adattare il graphic novel? No, tutt’altro. È simile a una partita a scacchi, in cui fai le prime mosse e le altre, come d’incanto, arrivano di conseguenza. Alcuni registi hanno confessato di essere spaventati all’idea di lavorare con un attore così bravo come Servillo. Ci racconta, invece, la sua esperienza? Io e Toni siamo diventati subito amici, abbiamo riconosciuto amori reciproci, comuni, e questo ha sicuramente facilitato le cose. Poi, come ogni grande artista, è estremamente esigente. Sin dal primo momento, ha voluto che fossi io a passare dietro alla cinepresa e a dirigere il film. Perché dovremmo andare a vedere 5 è il numero perfetto? Perché è un entertainment non vacuo. Cioè un film divertente, che si propone però di stuzzicare gli spettatori attraverso domande importanti. Girando e raccogliendo pareri, è questo quello che il pubblico sta percependo […]

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Cinema e Serie tv

Alessandro Brasile e Chiara Cattaneo in Fashion victims

Costrette a svolgere turni estenuanti, senza alcuna possibilità di comunicare con l’esterno e con l’obbligo di dormire in ostelli annessi alla fabbrica. Sono queste le precarie condizioni a cui vengono sottoposte le giovani operaie del Tamil Nadu, nell’India meridionale, che lavorano per produrre i vestiti che compriamo a prezzi stracciati. A denunciarlo è stato Fashion victims, il nuovo documentario di Alessandro Brasile e Chiara Cattaneo. Brasile e Cattaneo con Fashion victims hanno deciso di portare alla luce un problema, quello della schiavitù nell’industria tessile indiana, che, per loro stessa ammissione, sembra destinato ad acutizzarsi per due motivi principali: da un lato perché, a differenza di fasi più controllate come la coltivazione o il confezionamento, la filatura è un segmento nascosto, più difficile da tracciare e, perciò, meno conosciuto; dall’altro perché il fenomeno della moda veloce non sembra destinato a terminare. È proprio a partire dagli anni Novanta, quando la fast fashion è esplosa, che il sistema di produzione in Tamil Nadu è cambiato. Come ci raccontano gli autori, «nel settore tessile si è passati da una manodopera prevalentemente maschile, con contratti a tempo indeterminato, alla necessità di una forza lavoro più flessibile, controllabile e anche più numerosa». Le fabbriche hanno deciso di reclutare delle donne, quasi sempre giovanissime, dalle zone più povere dello Stato. In poco tempo, in una regione dove l’agricoltura è sempre meno produttiva, l’industria tessile è diventata la fonte primaria di lavoro. «Le ragazze vengono ingaggiate attraverso schemi di reclutamento e contratti informali, quindi illegali, di durata triennale», spiegano Brasile e Cattaneo. «Durante questo periodo le donne sono retribuite soltanto con il pocket money, una sorta di mancia per le spese giornaliere. Soltanto alla fine del contratto, se non si sono ammalate e non hanno subito incidenti, ricevono uno stipendio che utilizzano per pagarsi la dote – altra pratica dichiarata illegale dal 1961, N.d.R. – e sposarsi». Nelle aziende del Tamil Nadu si produce anche per marchi del lusso. Ma, come sottolineano gli autori,  di Fashion victims, «il maggior costo dell’abito finito non garantisce assolutamente che ci sia stata una maggiore tutela del lavoratore lungo la filiera». «Per le donne questa è l’unica possibilità di avere un lavoro retribuito e di ottenere una indipendenza economica verso una potenziale libertà sociale», continuano. «L’intento delle comunità del posto, come quella del documentario, non è quindi di far chiudere le fabbriche o di attaccare un marchio anziché un altro, ma di denunciare un sistema che, così com’è, non funziona e non tutela né chi ci lavora, né l’ambiente, né i consumatori». «La soluzione deve essere anzitutto politica: è necessaria una legislazione europea, che gli Stati europei devono poi recepire all’interno delle proprie, che renda non opzionale ma obbligatoria la trasparenza della filiera. I marchi, sia del fast fashion che di lusso, devono dire necessariamente dove fanno produrre i loro vestiti: non soltanto il Paese, ma l’azienda a cui si affidano. In questo modo, i marchi si accollerebbero una parte delle responsabilità e il consumatore avrebbe maggiore possibilità di informarsi e […]

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Teatro

Il silenzio grande di Gassmann debutta al Trianon-Viviani

Grande successo, domenica 9 giugno, per la prima assoluta de Il silenzio grande, la nuova commedia in due atti di Alessandro Gassmann. L’opera, portata in scena al Teatro Trianon-Viviani in occasione del Napoli Teatro Festival 2019, è frutto della raffinata penna di Maurizio De Giovanni, che mai prima d’ora si era cimentato nella scrittura di una commedia teatrale. Ad affiancarli, gli attori Massimiliano Gallo, Stefania Rocca, Monica Nappo e i giovani Paola Senatore e Jacopo Sorbini. «Quando – scrive Alessandro Gassmann nelle note di regia – in una pausa a pranzo con Maurizio parlammo di questo spettacolo vidi l’idea nascere lì in pochi minuti. Ebbi subito la sensazione che, nelle sue mani, temi tanto importanti come quelli della complessità dei rapporti familiari o del tempo che scorre avrebbero avuto una buona evoluzione». Aggiunge: «Questa storia ha poi al suo interno grandissime sorprese, misteri che solo un grande scrittore di gialli come Maurizio De Giovanni avrebbe saputo maneggiare con questa abilità e che la rendono davvero un piccolo classico contemporaneo». La prima assoluta de Il silenzio grande Alla apertura del sipario, colpisce immediatamente la scenografia, realistica e ben curata. Un elegante studio, in cui subito si riconoscono un’antica radio a valvole, una macchina per scrivere e un gran numero di libri, ordinati sugli scaffali «per omogeneità emotiva». E ancora una finestra, da cui si scorge la bellezza mozzafiato di Napoli, e due porte. Dalla prima irrompe la fedele domestica Bettina, dotata di grande saggezza popolare nonché coscienza del protagonista. Una donna che, nonostante non abbia mai letto neppure uno di quei libri, «i rumori della casa li sente tutti» e sa, soprattutto, come interpretarli. Dall’altra porta, invece, un turbinio di presenze e soprattutto di confessioni familiari troppo a lungo ritardate. È questo Il silenzio grande, cioè «la somma di tutti quei silenzi piccoli che, messi insieme, ne danno uno solo, grande da sconfiggere». Al centro della stanza si muove Valerio Primic, protagonista della commedia. È uno scrittore di successo, che sfoggia le targhe di riconoscimento appese al muro ma che, ormai, non pubblica un libro da oltre vent’anni. Preso dal suo lavoro ed estraneo da quel che accade in famiglia, Valerio finisce per non accorgersi di ciò che, attorno a lui, sta accadendo. Non si accorge dei debiti, che minacciano la tranquillità della moglie Rose, né dell’odio che il figlio Massimiliano gli riserba. Non si accorge neppure dell’omosessualità del figlio, del fatto che la figlia abbia festeggiato, pochi giorni prima, il compleanno o che, questa, frequenti uomini molto più grandi di lei. I dialoghi che lo scrittore intraprende con gli altri componenti della famiglia, e che sono intervallati dalle ironiche gag di Bettina, dischiudono dinanzi una cruda certezza: «oramai è troppo tardi», come ripete Rose, convinta che la migliore soluzione per pagare i debiti e vivere dignitosamente sia vendere la lussuosa e grande casa. Si passa così alla seconda parte, che si svolge nello stesso studio, oramai spoglio, con i libri inscatolati e ogni cosa pronta per l’imminente trasloco. Nel frattempo […]

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Napoli e Dintorni

Mannaia, il menù estivo punta sulla pregiata carne finlandese

“Mannaia”, moderna braceria nel cuore di Marcianise, ha presentato il suo nuovo menù estivo. Carni pregiate, panini gourmet e tante altre squisitezze a firma del noto griller Venerando Valastro. Si è tenuta giovedì 16 maggio, alle ore 19:30, la presentazione alla stampa del menù estivo della Hamburgeria & Braceria Mannaia di Marcianise, nel casertano. Nata nel 2016 dalla famiglia Cascone, “Mannaia” è la scelta ideale per chi decide di concedersi, in un ambiente moderno e ben curato, una serata all’insegna dei sapori della carne italiana e internazionale di primissima qualità. Alla cucina alla brace, comunque, il locale affianca anche sfiziosi antipasti (di pregiata qualità, ad esempio, le Mini tartare di fassona piemontese con salsa di pesca e mango) e panini gourmet valutati, dagli esperti del settore, fra i migliori del territorio campano. Il menù estivo dell’Hamburgeria e Braceria Mannaia Durante la serata, la braceria ha presentato una novità assoluta, frutto della collaborazione con il famoso griller Venerando Valastro. Stiamo parlando della carne di vacca finlandese, definita la Wagyu europea per via della sua elevata marezzatura, che ricorda quella delle pregiati carni giapponesi. Sempre di ispirazione nipponica sono gli originali Maki-roll del macellaio, roll di riso giapponese con carpaccio di fassona piemontese e cuore di carota e sedano in agrodolce. Di evidente impronta messicana sono, invece, i piccanti Taco fresh con straccetti di pollo, pico de gallo, fettine di lime e mayo al chipotle. Come lo stesso Valastro ha raccontato alla stampa, la volontà non è quella di rinnegare la tradizione mediterranea, bensì di innovarla attraverso il contatto con le diverse cucine del mondo. Ricchissima, naturalmente, la scelta dei piatti di carne. Ben nove le nuove proposte, fra cui spicca il Lomo en sal alla fiamma, un filetto alle erbe cotto sotto sale e fiammeggiato alla tequila, e il Carpaccio sbagliato, con spuma di rucola, fonduta di formaggio e buccette di limone. Una piacevole sorpresa è stata la proposta del dessert. La scelta della famiglia Cascone è ricaduta, infatti, sulla Passionata della Pasticceria Casoli di Troia. Vero orgoglio culinario del foggiano, questo dolce ha una forma circolare e, per preparazione, ricorda la tradizionale cassata siciliana: un impasto morbido, a base di crema di ricotta di bufala, mucca e pecora e avvolta da una pasta di mandorle pugliesi e biscuit. L’offerta della Mannaia è completata da un’ottima carta dei vini, realizzata in collaborazione con l’Enoteca Il Torchio. Sono ben cinquanta le etichette, fra bianco e rosso, esclusivamente italiane. Non manca, comunque, una interessante selezione di birre, che comprende alcune produzioni artigianali. Sinceramente stupiti dalle proposte di Venerando Valastro e degli chef di casa Mannaia, dalla impeccabile qualità dei prodotti, nonché dall’accuratezza con cui vengono selezionate le materie prime, non possiamo che consigliarvi di vivere questa esperienza presso l’Hamburgeria & Braceria Mannaia.

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Attualità

Terra piatta, intervista al terrapiattista Albino Galuppini

Terra piatta, abbiamo intervistato uno degli esponenti italiani del terrapiattismo e… La Terra? È chiaramente piatta. Le immagini diffuse dalla NASA? Sono false. Marte, Giove, Saturno? Non esistono. Sono queste alcune delle affermazioni fatteci, durante l’intervista, da Albino Galuppini, terrapiattista italiano. L’ultima parola su queste teorie, secondo alcuni strambe e fuori da ogni logica, spetta naturalmente a voi lettori! Quello della sfericità terrestre è un fatto acquisito da secoli. Già nel 240 a.C. Eratostene di Cirene, attraverso meticolose indagini scientifiche, lo dimostrò calcolando con buona approssimazione la circonferenza. Più tardi, durante la media aetas dell’ignoranza e della superstizione, nessun cosmografo europeo avanzò perplessità sulla scoperta ellenica. Anzi, opere come la Summa theologiae di San Tommaso d’Aquino e la Commedia dantesca riportavano chiaramente la sfericità della Terra. Gli ultimi dubbiosi, nel XVII secolo, venivano dalla Cina dei Ming. Qui alcuni missionari gesuiti, attraverso un proficuo scambio culturale, riuscirono a distogliere l’ingegnoso popolo cinese dalla credenza della terra piatta e quadrata. Vi starete chiedendo perché mai abbia perso tempo a rievocare la storia antica e una scoperta scientifica ormai incontestabile. Ebbene, nel 2018 – ironia della sorte – c’è chi ha deciso di mettere in dubbio la forma della Terra, le teorie di Galilei e Keplero, lo sbarco sulla luna e persino l’esistenza del sistema solare. Sto parlando, naturalmente, dei terrapiattisti, un movimento che ha preso piede in Inghilterra con il titolo di Flat Earth Society (società della Terra piatta) e che, nel giro di qualche anno, ha riscosso successo anche in Italia. I terrapiattisti italiani sono convinti che il nostro pianeta abbia la forma di un disco pianeggiante e che il mondo intero sia soltanto vittima di un complotto dei Poteri Forti, che ci nasconderebbero, a detta loro, la verità. Spinto dalla curiosità, ho pensato di fare qualche domanda ad Albino Galuppini, uno dei maggiori relatori del movimento terrapiattista. Intervista a un terrapiattista Lei dice che la Terra è piatta. Le immagini dallo spazio, però, dimostrano il contrario. Lei, come me e tutti quelli che non sono stati sullo spazio, non ha potuto verificare la veridicità delle immagini diffuse dalla NASA, che potrebbero essere false o disegnate al computer. Se tutti i pianeti del nostro sistema solare sono tondi, perché la Terra dovrebbe essere piatta? Quali pianeti? Non ne esistono. Quelli che, erroneamente, chiamiamo pianeti altro non sono che stelle erranti, dotate di intensa luce e di forma discoidale. Come giustifica il fuso orario? Non c’è nessuna anomalia. Il fuso orario esiste perché il sole si trova sul disco terrestre in orari diversi. Se la Terra è piatta, perché esistono le eclissi? Questa è una bella domanda, alla quale almeno io non riesco a dare una risposta. Però, posso ribattere che ci sono alcune eclissi di luna, come il Selenelion, che non sono spiegabili neppure rifacendosi al modello eliocentrico. Fra le vostre teorie, quella che desta maggiore curiosità è l’effetto Pac-Man. Cosa mi dice al riguardo? Si tratta di una fake-news messa in giro dai giornalisti. Ma non è la sola teoria […]

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Libri

Maicol&Mirco, intervista all’autore de Gli Scarabocchi

Gli Scarabocchi di Maicol&Mirco sono diventati una delle novità più interessanti del fumetto italiano, con oltre 140mila sostenitori su Facebook. Nel 2018 l’autore, Michael Rocchetti, ha deciso di raccogliere la sua intera produzione in un’opera omnia dal titolo ARGH. Fra ironia amara e profondo nichilismo si muovono, nel mondo del fumetto contemporaneo italiano, Gli Scarabocchi di Maicol&Mirco. Un disegno nero, appena accennato, su uno sfondo rosso sangue: sono questi i tratti distintivi delle tavole che tanto successo stanno avendo sul web. Ma non fatevi ingannare dal nome scarabocchi. Queste illustrazioni si propongono come massime di filosofia esistenziale, capaci di mostrarci un vero e proprio cosmo nascosto; riescono, nella loro brevità, a schiudere dinanzi all’uomo l’assurdità dell’esistenza umana, facendocela amare ancora più intensamente. Di questo, e di molto altro ancora, abbiamo parlato con Maicol&Mirco. L’intervista a Maicol&Mirco Partiamo dal nome d’arte, Maicol&Mirco. Immagino ci sia chi, ancora, pensa siate in due. Perché hai deciso di mantenere questo nome? Chi è, oggi, ‘Mirco’? Un nome finto non è più finto di un nome vero. Entrambi non li scegliamo davvero. Entrambi hanno infiniti limiti nel rappresentarci per quello che davvero significhiamo. Cosa importa chi è Mirco? Ma ancor più: cosa importa chi è Maicol? Il fumettista Gipi dice che hai «la capacità di andare in profondità con due frasi». Ma quanto è complesso condensare tematiche così importanti in poche battute e senza apparire banale? Questo andrebbe chiesto ai nostri personaggi, veri autori delle nostre storie. Per quello che posso conoscerli, posso solo provare a tirare a indovinare: le parole davvero utili sono pochissime, un vero vocabolario non dovrebbe essere più spesso di un depliant di sconti di un supermarket. Tutte le altre parole sono state inventate per le sfumature. E questo non è davvero tempo di sfumature. I nostri personaggi non vorrebbero quasi nemmeno parlare. Quando vi si vedono costretti ne usano giusto un pugno. Le sfumature diventano gesti, lacrime, situazioni. Basta poco per raccontare tanto, se si vuole raccontare il vero. Credo che i nostri personaggi ragionino così.          S-ragionino così. Lo sfondo rosso e un disegno minimale sono i tratti distintivi dei tuoi fumetti. Come mai questo colore e perché hai preferito, a un disegno più complesso, questa essenzialità? Il rosso, come tutto ciò che funziona, è venuto per caso. Ma non per caso è rimasto. Ormai è diventato parte del nostro raccontare, addirittura del nostro lessico. Un alfabeto cromatico di due colori, rosso e nero. Pochi come i nostri segni, le nostre parole. Di tanti solo i personaggi. In fila davanti a quella tomba che sono i nostri occhi. Dietro a Gli Scarabocchi, che toccano – in chiave nichilista – temi quali la felicità, la solitudine o la morte, ci sono studi filosofici? E quanto c’è, invece, di autobiografico? Sono storie inventate, quindi tutte autobiografiche. Non è possibile davvero inventare qualcosa. Tutto è un pezzo di noi. Sarebbe bello poterci abbandonare, sfuggire. Ma non si può. Le nostre guerre, anche quelle a bordo di astronavi o in […]

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Libri

Padre Enzo Fortunato: Francesco il ribelle | Intervista

Padre Enzo Fortunato, frate minore conventuale, giornalista e autore della biografia Francesco il ribelle, ci ha concesso un’intervista. Leggi qui cosa ci ha detto! Edito da Mondadori, Francesco il ribelle (pagg. 121, € 16,50) è una biografia sulla figura di San Francesco d’Assisi di Padre Enzo Fortunato, frate minore conventuale, giornalista per diverse testate giornalistiche – fra cui Avvenire e Huffington Post – nonché direttore della sala stampa del Sacro Convento di Assisi. Con quest’opera, come scrive nell’Introduzione l’illustre Segretario di Stato Cardinale Pietro Parolin, «Padre Enzo ha voluto mostrarci tutta l’attualità del pensiero e dell’azione di Francesco». Attraverso le ricche testimonianze letterarie e pittoriche – in sovraccoperta, per esempio, troviamo La rinuncia agli averi di Giotto – viene tratteggiata la figura del «ribelle obbediente». Dinanzi agli occhi del lettore, prendono forma i luoghi che ha visitato, gli incontri che ha fatto, i gesti e le parole semplici con cui ha annunciato il suo messaggio di pace. In seguito alla presentazione del libro, che si è tenuta a Sessa Aurunca durante la prima edizione de I Dialoghi del Pronao, noi di Eroica Fenice lo abbiamo intervistato. L’intervista a Padre Enzo Fortunato Nel sottotitolo del suo libro, scrive che Francesco «ha segnato il corso della storia». Deriva da ciò la volontà di scrivere una nuova biografia sulla figura del santo? Il libro nasce dalla spinta di un frate anziano che mi chiedeva come mai, fra le tante cose da me scritte, non vi fosse una biografia su san Francesco. Perciò, è innanzitutto un debito verso l’intera comunità francescana del Sacro Convento di Assisi. Ma c’è anche un altro aspetto, il rapporto con la storia. Sono partito da alcune domande: perché san Francesco risulta, dopo ottocento anni, ancora così attuale? Perché è ancora tanto amato? A questi interrogativi ho tentato di rispondere attraverso una sfaccettatura inesplorata, quella della ribellione, che per molto tempo è stata taciuta anche in ambito ecclesiale. Perché Francesco fu un ribelle? Francesco è stato un ribelle perché ha compreso, già ai tempi, che pur nascendo originali si rischia di morire come fotocopie. Ha voluto conservare tutta la sua originalità, sia all’interno della chiesa, sia nella società. La vera ribellione di Francesco parte dal cuore familiare, dal rifiuto di vivere la prima realtà-fotocopia col padre. Nella società contemporanea è possibile essere ribelli? Certo. La più grande forma di ribellione, in una epoca che pare compromessa, la si può trovare vivendo con rettitudine. Lo stesso Francesco, oggi, non si sarebbe stancato di dire che l’altro è un fratello, che l’altro ci appartiene e che siamo responsabili tanto del nostro destino quanto di quello del nostro vicino. Come si lega la figura di Papa Francesco con quella del santo di Assisi? Credo che papa Francesco stia attingendo a piene mani dal serbatoio francescano. Basti pensare all’elevata caratura degli ultimi viaggi che ha compiuto, fra Marocco, Egitto ed Emirati Arabi, o alla sottoscrizione con i musulmani di una idealità francescana, la fraternità universale. E, ancora, all’idea di una chiesa povera per i poveri, sobria ed essenziale. […]

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Libri

Marco Damilano, intervista all’autore di Un atomo di verità

Marco Damilano, direttore de L’Espresso e autore del libro “Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia”, ci ha concesso un’intervista. Leggi qui cosa ci ha detto! “Datemi da una parte un milione di voti e toglietemi, dall’altra, un atomo di verità e io sarò comunque perdente”. Termina così la straziante lettera, peraltro mai recapitata, che Aldo Moro spedì dalla prigione brigatista al deputato Dc Riccardo Misasi. E proprio Un atomo di verità (pagg. 272, € 18,00) è il titolo scelto da Marco Damilano, direttore de L’Espresso e colonna portante del giornalismo italiano, per il suo libro, pubblicato da Feltrinelli. L’opera non è un saggio storico, un libro soltanto documentale. Né lo si può ritenere, per ovvie ragioni, un romanzo. Piuttosto, Damilano torna su quell’istante, le nove del mattino del 16 marzo 1978, in cui il presidente della Dc fu rapito e gli uomini della sua scorta brutalmente massacrati, ma lo racconta attraverso i ricordi personali di bambino. Riaffiora la figura di un pulmino, un furgone Vokswagen bianco, che porta il piccolo Marco a scuola e che, un quarto d’ora prima del tragico evento, si ferma ad aspettare Emiliano, il compagno ritardatario, proprio in via Mario Fani. Attraverso la memoria, le carte personali finora inedite, gli scambi epistolari e le foto, Damilano ci consegna l’enorme spessore umano ed interiore di Aldo Moro, suggellato dall’immagine dello stesso, inginocchiato nella Chiesa San Francesco d’Assisi al Trionfale, nell’atto intimistico della preghiera e del totale abbandono a Cristo. Durante la prima edizione de I Dialoghi del Pronao, a cui Marco Damilano ha preso parte presentando il libro nella magnifica Cattedrale di Sessa Aurunca, abbiamo avuto l’opportunità di fare con lui una breve chiacchierata. L’intervista a Marco Damilano Partendo dal titolo, qual è l’atomo di verità? L’atomo di verità è un progetto di Paese, un’idea di futuro, un orizzonte. È, insieme, tensione e ricerca costante. Se non ci sono questi presupposti, la politica fallisce. E anche quando vince, perde lo stesso. Eppure, tanti sono stati i detrattori dell’onestà politica. Si pensi, per esempio, a Machiavelli e Croce. In realtà, credo che questi maestri del pensiero volessero dire che la politica ha una sua importante etica interna. Non deve mai pensare di essere autosufficiente e onnipotente. Infatti, finirebbe, paradossalmente, per essere subalterna a tutto e in modo particolare all’economia.  L’uccisione di Aldo Moro come il crollo delle Torri Gemelle. Perché?  Perché il 16 marzo 1978 è stato quello che, per gli Stati Uniti e per l’Occidente, è stato l’11 settembre 2001, cioè un giorno di grandissima paura collettiva. Un vero e proprio spartiacque. Da un lato, il più grave attentato terroristico della storia; dall’altro, uno dei più tremendi fatti della storia d’Italia, cioè il rapimento di un uomo tanto potente, che sarebbe diventato pochi mesi più tardi Presidente della Repubblica, e l’uccisione della sua scorta. Che cosa ha perso l’Italia dopo quel tragico evento? Si potrebbe dire che la lunga crisi della politica italiana parta proprio dal dramma avvenuto in Via Mario […]

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Libri

Mussolini ha fatto anche cose buone: intervista all’autore Francesco Filippi

Uscito poco più di una settimana fa, “Mussolini ha fatto anche cose buone” è diventato sin da subito un caso, riuscendo a ottenere il nono posto nella classifica dei saggi più venduti in Italia. Già in ristampa, si propone di smontare tutti i luoghi comuni sull’ingombrante figura del Duce. Francesco Filippi, autore del libro, ci ha gentilmente concesso un’intervista. Scopri come è andata! «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte, e diventerà una verità». Si apre con la famosa affermazione del ministro della propaganda Joseph Goebbels il libro “Mussolini ha fatto anche cose buone” dello storico trentino Francesco Filippi, edito da Bollati Boringhieri. Il titolo dell’opera – nelle librerie dal 21 marzo – potrebbe trarre in inganno. Ma il sottotitolo che l’accompagna, “Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo“, vanifica ogni dubbio in proposito. L’opera, infatti, rappresenta una ferma e sincera risposta alle false storie che, sempre più spesso, si sentono sulla figura del Duce, assolto dalla cattiva memoria in nome di qualche – presunta – opera architettonica o politica economica. Dalla bonifica delle paludi alle case date a tutti gli italiani. Sono tanti i luoghi comuni che il libro intende sfatare. Al rigurgito nostalgico, attraverso una documentazione incontrovertibile, Filippi oppone quello che nella realtà il ventennio fascista fu, ovvero un marchingegno soverchiante che, servendosi di una efficiente propaganda, stritolò il popolo italiano. Un regime dispotico, violento e perlopiù incapace di risollevare l’economia, di opporsi all’illegalità e di rispondere seriamente ai bisogni dei propri sudditi. Anzi, come si legge nel libro, il lascito della dittatura fu un generale impoverimento, un aumento vertiginoso delle ingiustizie, la provincializzazione del paese e, infine, una guerra disastrosa. L’intervista a Francesco Filippi Filippi, molti politici italiani, come recentemente Antonio Tajani, ancora inciampano sulla figura di Benito Mussolini. Come spiega questo fatto? A mio avviso, per un politico italiano ed europeo come Antonio Tajani, citare Mussolini non è mai un inciampo. Infatti, il totalitarismo di destra è una realtà storica con cui qualsiasi politico deve confrontarsi. Nelle sue dichiarazioni, comunque, trovo due questioni interessanti. La prima è che una persona come il Presidente del Parlamento, con una cultura politica democratica e conservatrice, ritenga di poter sminuire fatti così rilevanti quali il delitto Matteotti, le leggi razziali o, ancora, l’entrata in guerra dell’Italia. Quando, rivendicando il proprio antifascismo, asserisce che Mussolini ha fatto anche cose buone, non credo stia giocando una carta di carattere politico; piuttosto, riporta la narrativa italiana sul fascismo degli ultimi settanta anni. La seconda questione riguarda proprio l’opposizione a questo tipo di narrativa, che è arrivata non dall’Italia, bensì dall’Europa, dove la percezione del fascismo è diversa. Storicamente, tale affermazione (“Mussolini ha fatto anche cose buone”) ha qualche fondamento? Come si è diffusa l’idea del Duce buono? Il primo a diffondere l’idea del Duce buono è il Duce stesso, poiché il fascismo è il più grande costruttore e propugnatore delle leggende su di sé. Come tanti altri, è un regime di facciata, che soltanto apparentemente risponde ai bisogni e ai […]

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Food

Antico Casale dei Mascioni, l’intervista a Ileana Liguori

Intervista a Ileana Liguori, wedding planner e organizzatrice di eventi, in occasione di “Incontri di Primavera” all’Antico Casale dei Mascioni. Un’atmosfera non comune, che gratifica i sensi ed eleva lo spirito, accoglie chi decide, nel giorno più importante della sua vita, di salire sin sopra all’Antico Casale dei Mascioni, location incastonata – come un diamante prezioso – nella rigogliosa natura. Fra i sentieri sinuosi del borgo esalano piacevoli profumi primaverili; i cipressi, i pioppi e i melograni – di cui il parco è ricco – danno forma ad un paesaggio che, per l’eterea bellezza che trasmette, difficilmente può essere dimenticato. Ancora più straordinario è l’arredamento delle sale che, pur rispettando lo stile fastoso originario, offrono all’ospite grande versatilità: dalla raffinata Sala delle Trame Bianche fino al Salone delle Feste, dove si mostra, maestoso, l’antico camino della struttura. Nel corso dell’evento di domenica 24 marzo, dal titolo Incontri di Primavera – Matrimoni enogastronomici, in collaborazione con le Cantine Telaro, abbiamo avuto il piacere di porgere alcune domande a Ileana Liguori, esperta wedding planner e organizzatrice di eventi, nonché figlia dei proprietari dell’Antico Casale dei Mascioni. L’intervista a Ileana Liguori Quando e come è nato l’Antico Casale dei Mascioni? Il Casale è una struttura che, di fatto, è nata nel 2000. Quasi per gioco, in realtà, perché era la casa in campagna della nostra famiglia. Mio padre ha comprato questo terreno, dove c’era un vecchio rudere che è stato ristrutturato, nel lontano 1999. Dopodiché, sono successe due cose parallele: da un lato, la struttura diventava, a mano a mano, troppo grande e dispendiosa; dall’altro, mio padre, che è stato medico fino al 2005, ha improvvisamente deciso di diventare ristoratore. È da qui che è partita la nostra splendida avventura. In vista, nel suggestivo Casale, vi sono dei cimeli. Si suppone una grande passione di famiglia? Proprio così. Nella famiglia di mio padre c’è questa tradizione legata alle seterie di San Leucio. I nostri antenati erano, infatti, produttori di raffinati tessuti in seta. Molti oggetti che si trovano nelle sale della struttura, come gli antichi telai per la tessitura e le collezioni pregiate, provengono proprio da questi antichi setifici. Insomma, nel Casale c’è tutta la nostra storia. Come è suddivisa la struttura? La struttura ha tre macro-ambienti. Il primo è la parte inferiore, con l’antico casale e una prima sala. Qui c’è una zona che chiamiamo “percorso enogastronomico”, dove organizziamo il buffet e gli antipasti dei matrimoni. Poi c’è la zona principale, con una serie di sale che si aprono una nell’altra. Infine, la zona della piscina, dove organizziamo il taglio della torta e il buffet dei dolci. Oltre questo, c’è una parte di campagna, ancora inesplorata, per la quale abbiamo dei progetti. Progetti di che tipo? A questa location, che è ben organizzata per i matrimoni, vorremmo affiancare una struttura che abbracci anche il pranzo degustazione o un evento più intimo. Nella zona inferiore, quindi, con annesso albergo, centro benessere e spa. Sull’onda di “Incontri di Primavera”, avete in programma altri novità? […]

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Food

Incontri di Primavera, il menù esclusivo dell’Antico Casale dei Mascioni

Si è tenuto domenica 24 marzo, alle ore 12:00, l’evento Incontri di Primavera – Matrimoni enogastronomici dell’Antico Casale dei Mascioni, location per matrimoni di rara raffinatezza, immersa nella vegetazione lussureggiante di Squille di Castel Campagnaro, in provincia di Caserta. L’Antico Casale dei Mascioni La storica dimora, che è stata restaurata mantenendo immutato l’autentico fascino del passato, appartiene alla famiglia Liguori, una delle più prestigiose di Terra di Lavoro. Da oltre un secolo, infatti, si dedica alla produzione e alla trasformazione di preziosi tessuti in seta di San Leucio. Pertanto al Casale, Raffaele e Onorina – i proprietari – hanno pensato bene di trasferire alcune delle attrezzature e degli oggetti che meglio raccontano il loro mondo: gli antichi telai per la tessitura, la macchina da scrivere Olivetti, le collezioni in seta pregiata. Il vero punto di forza del Casale sta, però, nella sua versatilità: ad allestimenti rustic chic ed informali, come il Salone delle Feste, si affiancano atmosfere classiche e regali, come quelle della Sala dalle Trame Bianche o quella degli Specchi. Le ampie vetrate della location – così come il Belvedere degli Angeli, che affaccia sulla vallata del Volturno – consentono di godere di panorami incantevoli. Sotto il minuzioso lavoro di Ileana, esperta wedding planner e organizzatrice di eventi, figlia dei proprietari, qualsiasi esigenza e gusto degli ospiti possono, effettivamente, essere esauditi. Incontri di Primavera – Matrimoni enogastronomici All’evento hanno preso parte la stampa e gli amanti del buon cibo, che hanno potuto gustare le proposte primaverili dell’executive chef Salvatore Sabatino e del pastry chef Onofrio Annunziata. Per accompagnare il percorso enogastronomico, il Casale ha promosso la collaborazione con le Cantine Telaro, che hanno messo a disposizione alcuni dei loro pregiati vini, abbinati dai sommelier alle diverse portate proposte. All’aperitivo in piscina, accompagnato dal Malafemmena Rosè 2018 e dal Tefrite Brut 2018, è seguito il pranzo vero e proprio. La prima proposta del Casale, consistente nell’uovo marinato al fumo con perle dell’orto in doppia consistenza, ha soddisfatto sia i più tradizionalisti, sia gli amanti del gourmet. Alla portata, è stato sapientemente affiancato un bicchiere di Fiano Le Cinque Pietre 2018. A seguire, come primi piatti, gli chef hanno preparato uno squisito risotto di primavera con vellutata di bufala, impreziosito da chips di maialino croccante, e dei tortelli allo zafferano con crema di asparagi e polvere di speck. Ad accompagnare queste due proposte una Falanghina Vendemmia Tardiva 2018. Degno di encomio, per ricercatezza e qualità, il brasato di maialino al ristretto di porto, su un soffice di patate e verdure di stagione, associato al rosso Bariletta 2018. A concludere degnamente la giornata, come dessert, un cremoso al cheesecake su streusel di mandorle e mela golden. In abbinamento al dolce, il Passito di Falanghina Le Cinque Pietro 2017. Sinceramente stupiti dalla travolgente bellezza della location – ideale per chi vuole allontanarsi dallo stress cittadino – dalla impeccabile qualità dei prodotti, nonché dall’accuratezza con cui vengono selezionate le materie prime, non possiamo che consigliarvi di vivere questa esperienza presso l’Antico Casale dei Mascioni. PH: Marco Baldassarre

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Teatro

Antonio Pascale al Teatro Civico 14 tra Proust e Kafka

Quali sono le ragioni che rendono la vita degna di essere vissuta? Come è possibile, nell’era dello sviluppo tecnologico, gioire anche dei frammenti della vita? A questi dubbi amletici – che da sempre aduggiano l’animo dell’uomo – ha tentato di dare risposta il giornalista e scrittore Antonio Pascale, in scena sabato 23 marzo, al teatro Civico 14 di Caserta, con il suo spettacolo Grandi della Letteratura. Attraverso l’analisi e l’interpretazione di due importanti scrittori novecenteschi, Marcel Proust e Franz Kafka, e dei rispettivi capolavori letterari, Alla ricerca del tempo perduto e La Metamorfosi, Antonio Pascale ha cercato di chiarire il modo attraverso cui, ciascheduno, può vivere nel terzo millennio senza smarrire la sensibilità e l’umanità connaturate. Marcel Proust, ovvero la necessità dell’arte «Il fratello di Proust affermava che per leggere la Recherche bisogna rompersi una gamba o cadere in una lunghissima malattia». Esordisce così, fra le risate del pubblico, lo scrittore casertano. Il riferimento è, naturalmente, alla vastità dell’opera, che conta oltre quattromila pagine, nonché duecento personaggi, una serie di trame e tematiche perfettamente legate fra di loro. Alle complesse domande di sopra cerca di rispondere servendosi di un piano cartesiano, raccontando dell’adolescenza vissuta a Caserta – dove, come Proust, tentava di imbucarsi alle feste mondane – e riprendendo tre motivi centrali dell’opera, ovvero la mondanità, l’amore e l’arte. E così, se la mondanità, che si mostra nella sua efferata vacuità, e l’amore, sentimento dalle sfumature terribili e nauseabonde, non si configurano come validi strumenti, soltanto attraverso l’arte – da intendere come capacità di essere empatici e di commuoversi – è possibile godere, con intensità, della vita che ci è stata donata. «L’arte – afferma Antonio Pascale – ci fa indossare degli occhiali attraverso cui percepiamo la bellezza che sta nel quotidiano». Apprezzare le piccole cose, dal fiore profumato che sboccia a una dolce lettura in treno, è sicuramente un’adeguata soluzione. Franz Kafka, ovvero il pessimismo radicale A Proust, Pascale affianca il pessimista radicale Franz Kafka. Anzitutto, racconta della volta in cui, durante una vacanza a Rimini, lo ha incontrato: «Avevo ventuno anni e, insieme alla mia ragazza, feci questo viaggio. Arrivato, notai uno dei primi bungee jumping e, meravigliato, decisi di provare questa esperienza. La mia ragazza, però, mi disse: “Se lo fai, ti lascio! Se tu muori, io come faccio?”. Così, nonostante avessi già firmato un documento, cambiai idea. Mi aveva convinto. Ma quando tornammo a Caserta, dopo qualche giorno, mi lasciò perché non mi ero buttato. Mi sembrò una situazione kafkiana, nonostante non avessi mai letto nulla di questo autore». Poi, introduce l’emblematica figura di Gregor Samsa. Sul protagonista de La Metamorfosi si è espresso l’entemologo Nabokov: analizzando la precisa descrizione data da Kafka, è giunto alla conclusione che non si tratta di uno scarafaggio, bensì di una falena. Che, in quanto tale, possiede delle ali. E allora, ci si può chiedere: come sarebbe cambiata la vita di Samsa se avesse preso coscienza della sua vera natura? Ma il tempo stringe e l’intento di Pascale è, ancora una […]

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Attualità

Pena di morte in Italia e nel mondo

La pena di morte, anche detta pena capitale, è una sanzione penale che consiste nel privare della vita il condannato. Questa crudele punizione, presente in tutti gli ordinamenti antichi, è andata scomparendo col passare del tempo. Ad oggi, secondo i dati del 2017 di Amnesty International, sono 141 i paesi che non la applicano più: 104 l’hanno abolita per ogni reato; 7 l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra; 30, invece, sono abolizionisti de facto, poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni. È pur vero, comunque, che esistono dei Paesi – 57, sempre secondo l’ONG impegnata nella difesa dei diritti umani – in cui, per reati più o meno gravi, il reo viene giustiziato con metodi quasi sempre brutali: basti pensare all’Iran, responsabile di più della metà (51%) di tutte le esecuzioni registrate nel 2017, in cui si viene puniti, per reati legati al sesso, con la lapidazione; all’Arabia Saudita, all’Iraq e al Pakistan, dove si viene uccisi attraverso la decapitazione, la fucilazione e l’impiccagione; e ancora, alla Cina, agli Stati Uniti e al Vietnam, dove si fa strada l’esecuzione mediante iniezione letale. Fa specie, certo, sapere di paesi industrializzati, alfabetizzati e democratici, come gli Stati Uniti d’America e il Giappone, che ancora applicano la pena capitale. Nel primo caso, nel 2017 si contano ben 23 esecuzioni fra Texas, Arkansas, Florida, Alabama, Ohio, Virginia, Georgia e Missouri. Nel caso del Paese del Sol Levante, Amnesty International ha più volte denunciato le esecuzione che, negli ultimi anni, sono avvenute in un clima di grande segretezza. I condannati – così come le famiglie, gli avvocati e l’opinione pubblica – vengono informati dell’imminente esecuzione solo poche ore prima. L’abolizione della pena di morte in Italia e nel mondo Guardando al passato, il primo Stato ad abolire la pena di morte fu il Granducato di Toscana di Pietro Leopoldo. Influenzato dal breve saggio Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, il granduca emanò il Codice leopoldino il 30 novembre 1786. A questo seguì nel 1889, in pieno Regno d’Italia, il Codice Zanardelli. Soltanto con l’avvento del fascismo e la promulgazione, nel 1930, del Codice Rocco, si avrà la reintroduzione della pena. Verrà definitivamente vietata, dalla Costituzione repubblicana, nel 1948 ed eliminata, dal diritto militare di guerra, nel 1994. Come l’Italia, anche il Portogallo si interessò, negli anni Sessanta dell’Ottocento, dell’abolizione della pena di morte; in Sudamerica, invece, il primo Stato ad averla abolita dalla Costituzione, nel 1863, è il Venezuela. Molto più recente l’abolizione in Spagna, dove venne applicata con regolarità fino al 1932 ed eliminata soltanto nel 1978. E ancora, fu su proposta di Robert Badinter all’Assemblée Nationale che, il 9 ottobre del 1981, la pena di morte fu abolita dal codice penale francese. Controversa è, invece, la storia del Regno Unito, ultimo stato dell’Europa occidentale ad abolirla, nel 1998. Fonte immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Francisco_de_Goya_y_Lucientes_-_Los_fusilamientos_del_tres_de_mayo_-_1814.jpg

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