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Eroica Fenice

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Napoli & Dintorni

Moviemmece: Cinefestival tra cibo e culture

Moviemmece: al via la prima edizione del cinefestival sulla biodiversità del cibo e delle culture. “Moviemmece è un festival cinematografico ma anche una kermesse di laboratori, presentazioni di libri, incontri e degustazioni che si terrà a Napoli Est”, ci spiega la direttrice artistica del festival, Marina Ferrara. L’intento è anche quello di animare tutta la VI municipalità con un ricco calendario col fine di valorizzare una delle periferie urbane. Il progetto è stato ideato da tre realtà no profit: la cooperativa sociale Le Tribù, l’associazione Fuori dal Seminato e Tutti Nello Stesso Piatto in collaborazione con due cooperative di commercio equo quali Sepofà  ed il Nest Napoli. In una società sempre frenetica ed in movimento, dove si sono perse di vista le arti ed i mestieri più nobili, l’associazione organizzatrice del festival  Moviemmece si ferma e ritorna alle origini ponendosi come obiettivo principale il rilancio e l’elevazione della cultura del cibo e dell’arte cinematografica inerente allo stesso campo di indagine: dalle mani giovani a quelle anziane che coltivano il terreno fertile per la nascita di una prodotto biologico, alle mani in aria danzanti di una tribù africana, ad evidenziare le diverse correnti culturali sul territorio mondiale. Ma il cuore dell’intero festival Moviemmece è il cinema Dal 27 al 29 ottobre si darà il via al concorso cinematrografico con la proiezione di 20 cortometraggi ed 11 lungometraggi internazionali fuori concorso. Ieri, 20 ottobre, presso Palazzo San Giacomo si è tenuta la conferenza stampa di Moviemmece dove gli organizzatori del festival, insieme all’assessore alla cultura ed al turismo del comune di Napoli Gaetano Daniele, hanno presentato le linee guida della ricca manifestazione che terminerà il giorno 29 ottobre. Sarà proprio questo il giorno che vedrà la premiazione di quel cortometraggio che si sarà distinto per particolarità ed originalità. Tra le 100 opere pervenute agli organizzatori la direzione del festival ha selezionato 20 cortometraggi finalisti che sono stati divisi in 6 cicli tematici: da i “produttori di altri tempi” dove vengono affrontate le tematiche del superamento delle antiche forme di produzione artigianale del cibo, alla “resistenza naturali” dove il cibo è visto come cultura e connessione con la natura. La giuria che si è occupata di scegliere quelli tra i migliori cortometraggi è formata da Francesco Di Leva, attore e regista, Luca Iavarone, direttore Fanpage.it, Lorenzo Ruggiero, disegnatore di fumetti, Gino Sorbillo, pizzaiolo napoletano ed infine Cecilia Donadio, giornalista RAI. La manifestazione ha già riscosso molto successo per la modernità e la delicatezza degli argomenti trattati. Non si tratta soltanto di cibo come nutrimento del fisico piuttosto del cibo come elemento cardine per la conoscenza delle diverse culture etniche, per la conoscenza dell’arte del lavorare , così come era un tempo e come oggi si è evoluta con tutti i suoi pro ed i suoi contro. Si tratta di cinematrografia e di arte definite da Luca Iavarone come “atti di resistenza” alla società odierna. Un festival, insomma, che abbraccia le maggiori tematiche affrontate dalla modernità e che merita di essere seguito, sicuramente, con attenzione per […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Torna l’appuntamento con Artecinema

Si è tenuta ieri, al Teatro San Carlo, l’inaugurazione della 22a edizione di Artecinema, il Festival Internazionale di Film sull’Arte Contemporanea, curato da Laura Trisorio. 25 documentari sui maggiori artisti, architetti e fotografi della scena internazionale saranno proiettati al Teatro Augusteo di Napoli fino al 22 ottobre. Una preziosa occasione per comprendere la poetica degli artisti, vederli al lavoro nei loro atelier e mostrare l’evoluzione dei linguaggi dell’arte contemporanea.  Artecinema è un prezioso tentativo di estendere i confini dell’arte Il focus di quest’anno è dedicato alla figura femminile nel mondo dell’arte. Come afferma Laura Trisorio, “sono tante le donne che hanno abitato e abitano il mondo dell’arte, ma solo poche hanno avuto un riconoscimento immediato , molte altre sono rimaste lontane dai riflettori per ragioni sociali, politica, di convenzione. Artecinema vuole rendere omaggio a tutte le artiste attraverso il lavoro di coloro che sono riuscite a superare le barriere delle disparità lasciando un segno indelebile nella storia dell’arte. Dare spazio alle loro voci, rivivere le loro esperienze, ci aiuta a immaginare un mondo più libero, oltre i generi e ogni tipo di confine”.  I film proiettati alla serata inaugurale sono stati Novantatré miliardi di albe-Francesco Arena di Domenico Palma e The Secret Life of Portlligat – Salvador Dalí’s House di David Pujol.  Il 29 ottobre del 2016 in Gallura (Sardegna), dalle colline che guardano il mare davanti all’isola di Tavolara, un masso di granito rosa ha visto sorgere per l’ultima volta il sole. Il 18 dicembre dello stesso anno, a Capri, nel mezzo di un uliveto affacciato sul mare verso Ischia, il masso sardo ha visto il suo primo tramonto dopo novantatré miliardi di albe. Il film documenta l’ultima alba e il primo tramonto del masso, ci mostra il viaggio che ha affrontato tra macchine sferraglianti ed equilibri sospesi e, soprattutto, il lavoro sapiente degli uomini che, in tre differenti luoghi – Milano, la Gallura e Capri – hanno reso possibile la realizzazione dell’opera site specific di Francesco Arena. La casa che Salvador Dalí fece costruire a Portlligat fa da sfondo alla storia della sua vita che attraversa gran parte del XX secolo. Il documentario fa luce sul legame intimo e forte del pittore con il paesaggio di Cadaqués, Portlligat e Cap de Creus, un paesaggio in cui amava immergersi, che lo ispirava e lo motivava. Al tempo stesso il film esplora aspetti meno noti della sua vita privata, come il rapporto con suo padre e con sua sorella Anna Maria, la sua prima modella: rapporti che a loro volta ci aiutano a comprendere elementi chiave della sua opera.  Seguiranno tre giorni di proiezioni di interessantissimi film contemporanei di registi italiani e internazionali, ma anche biografie, interviste e  documentari su David Hockney, Francesco Arena, Paolo Canevari, Marisa Albanese, Salvador Dalì, Louise Bourgeois, Petr Pavlensky. Nella sezione Architettura tra i film in programma, Tadao Ando: Samurai Architect, sull’architetto giapponese vincitore del premio Pritzker che ha sedotto il mondo intero con le sue costruzioni in calcestruzzo ispirate ai principi di semplicità della filosofia zen. Per la sezione Fotografia tra i film in programma, Picasso et les […]

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Libri

Looking for Naomi, il nuovo romanzo di Mattia Lattanzi

La casa editrice 13 Lab Editore dà alla luce un nuovo romanzo di Mattia Lattanzi: Looking for Naomi. È una sorta di spin-off del suo primo romanzo “Oltre l’apocalisse”, edito nel 2014 da Arduino Sacco Editore,oppure, come lo ha definito l’autore, “il suo delirio personale”. Un passo indietro: Oltre l’apocalisse Nel primo romanzo di Mattia Lattanzi, un virus sconvolge e rischia di distruggere l’intera razza umana:  un morbo misterioso che trasforma i morti in zombie. Alcuni sopravvissuti si incontrano per tentare di combattere e continuare a vivere. Ora di libri, film e serie tv sugli zombie ne hanno prodotti a bizzeffe (e continueranno a farlo perché al grande pubblico piacciono), ma il mondo creato da Lattanzi ha qualcosa di diverso, mescola l’horror e la suspense all’amore e quest’ultimo è quello che più di tutto, alla fine, coinvolge il lettore. Non è necessario conoscere il primo romanzo per leggere e comprendere Looking for Naomi ma, sicuramente, aiuta a capire il mondo descritto all’interno del secondo, lo stile e il modo di narrare dello scrittore. Looking for Naomi: la trama Il secondo romanzo di Lattanzi ha inizio con una telefonata che annuncia al protagonista Mattia che il suo libro “Oltre l’apocalisse” è stato scelto da un importante produttore statunitense per essere trasportato nel mondo cinematografico. Purtroppo questo evento non si concretizza perché il bellissimo capoluogo della Toscana, e il resto del mondo, vengono colpiti da un virus che uccide parte della popolazione e da una serie di zombie che vagano per le strade in cerca di carne umana. Per Mattia e i suoi amici ha inizio un’avventura inverosimile che li porterà sulla strada della paura, della fuga, della morte. Il loro obiettivo è trovare Naomi, l’unica in grado di sconfiggere il virus e salvare l’umanità, per cui la minaccia dei morti viventi passa quasi in secondo piano, soppiantata dalla febbrile ricerca della salvatrice. Lo stile di Mattia Lattanzi Lattanzi ha un modo di narrare diretto, crudo, essenziale. I continui salti temporali tra la vita passata di Mattia, il suo presente e l’alternarsi tra sogni e realtà funzionano bene nel gioco narrativo dello scrittore, il cui intento è ovviamente quello di coinvolgere i lettori nel mondo che ha creato.  Ci riesce indubbiamente bene. L’amore manca, questa volta. Metaforicamente si intende, perché vengono narrati diversi amori: quelli che riemergono dai continui flashback del protagonista e quelli incontrati durante la sua avventura.  Si trattano però di passioni, sesso sfrenato ma l’amore, quello che con il suo primo libro mi ha coinvolto totalmente, non sono riuscita a trovarlo tra le pagine di questo nuovo romanzo. Per acquistare Looking for Naomi, clicca qui.  

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Attualità

Attualità

Amsterdam limita il turismo di massa: esempio per Napoli?

Nel corso degli ultimi anni, l’attitudine rispetto al turismo di massa, in numerose città europee ma non solo, ha subito una netta virata, e si è iniziato a guardare al fenomeno con un occhio molto più critico che in passato, in particolare in quelle località meta di flussi molto consistenti. Se l’arrivo costante di visitatori era visto come una fonte quasi inesauribile di ricchezza, col passare del tempo sono emerse in maniera sempre più evidente le contraddizioni inerenti al fenomeno e in particolare agli effetti negativi sul mercato immobiliare e sulla vita dei residenti dei centri storici. Tra le città nelle quali, più che altrove, un sentimento di insofferenza verso il turismo di massa si è fatto sempre più forte, accompagnato da vigorose proteste degli abitanti e da manifestazioni che chiedevano una regolamentazione del fenomeno, vi sono: Barcellona, Venezia e Amsterdam. In queste città interi quartieri sono stati trasformati ad uso e consumo dei turisti, con schiere di edifici dedicati esclusivamente ad attività di ricezione e una crescita esponenziale di attività commerciali rivolti esclusivamente a coloro che trascorrono in città soltanto alcuni giorni di vacanza. Il conseguente aumento dei prezzi e la carenza di servizi dedicati ai residenti, hanno pian piano costretto gli abitanti dei centri storici ad abbandonarli e trasferirsi in zone più periferiche delle città. Le misure di Amsterdam per limitare il turismo di massa Nei giorni scorsi la città si è resa protagonista di un provvedimento destinato probabilmente a fare da apripista a misure simili in altre località turistiche che ricercano una soluzione in grado di scongiurare lo spopolamento dei centri storici e la loro cosiddetta disneyficazione. Il consiglio comunale della capitale olandese ha, infatti, stabilito il divieto di apertura di nuove attività commerciali destinate esclusivamente ai turisti, nell’area del centro storico con codice postale 1012 e in altre 40 vie del centro. Questo divieto colpisce in particolare i negozi di souvenir, di pacchetti turistici, di bici a noleggio, di ciambelle, waffel e cibo pronto al consumo. La decisione – dall’effetto immediato – è stata presa in seguito a lunghe discussioni all’interno del consiglio comunale, mantenute segrete al fine di evitare che eventuali imprenditori si accaparrassero gli spazi disponibili per attività commerciali di questo tipo prima che entrasse in vigore il provvedimento. L’obiettivo è proprio quello di permettere ai residenti di poter tornare a vivere nei quartieri della città che pian piano stavano abbandonando e che assomigliavano sempre più a un museo a cielo aperto da visitare e abbandonare. Napoli si confronta con gli effetti del turismo di massa Anche la città di Napoli è interessata negli ultimi anni da un costante e consistente flusso di turisti provenienti dal resto d’Italia e da tutta l’Europa. Se il boom turistico è stato accolto con grandissimo entusiasmo, col passare del tempo, anche nella città partenopea sono iniziati i primi malumori. I primi a rendersi conto delle difficoltà causate da un flusso così imponente e incontrollato di turisti sono stati gli studenti e i lavoratori alla ricerca di una camera […]

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Attualità

Il Collegio. La scuola ai tempi della televisione

Ci chiediamo spesso fin dove il mezzo televisivo, nel suo lavoro di destrutturazione di ogni simbolo della società, del costume e della cultura, possa spingersi. Questa domanda se la sono fatta forse in molti quando, nel 2016, la RAI aveva annunciato un nuovo reality con protagonisti gli adolescenti. Non si tratta però di un reality qualsiasi, ma de Il Collegio. Il Collegio: struttura del format Ideato da Magnolia e giunto alla sua seconda edizione, Il Collegio si pone un compito all’apparenza impossibile. Prendere un gruppo di ragazzi tra i 14 e i 19 anni, privarli di ogni comodità dei tempi odierni e sottoporli alla dura disciplina di un collegio italiano degli anni ’60. Il risultato che si ottiene è facilmente prevedibile. Fin dalla prima puntata i giovani studenti dovranno lasciare da parte i loro adorati smartphones, abiti, accessori di bellezza e ogni invenzione tecnologica e atteggiamento culturale post 1960, per fare i conti con gli strumenti e le ferree regole di un modello di scuola che i loro genitori hanno vissuto personalmente. E così, tra cucchiaiate di olio di fegato di merluzzo, pasti a base di interiora d’animali, episodi di indisciplina, manifestazioni di pura asinaggine da parte degli studenti, si consuma quello che viene più volte definito un “esperimento” che ha uno scopo ben preciso: preparare i ragazzi all’esame di terza media che quest’anno (in base agli spazi cronologici della trasmissione) coincide con quello del 1961. Una “missione” per nulla necessaria ed obsoleta Il pubblico sembra diviso riguardo a Il Collegio. Se una buona parte acclama il programma e ne loda l’intenzione educativa, votata a far imparare un po’ di sana educazione ai nostri indisciplinati adolescenti tutti “filtri ed ignoranza”, c’è chi tuttavia constata con amarezza l’ennesimo pugno in faccia subito dall’istituzione scolastica. Il programma ideato da Fabio Calvi (il regista televisivo che ci ha regalato programmi come il Grande Fratello), vorrebbe far passare come giusta l’idea che ai ragazzini bastino due urla nelle orecchie e la schiena dritta per acquisire disciplina. Allora, dagli eoni del tempo e dello spazio, togliamo i residui di naftalina a professori dallo sguardo glaciale, a sorveglianti inquisitori e il gioco è fatto. La verità è che così non si ottiene nulla, se non due risultati controproducenti. Il primo è che si alimenta sempre di più il nostalgico anacronismo di quella generazione dei nostri genitori, che si vantano di come ai loro tempi “si vivesse meglio” e che continuano a demonizzare ogni innovazione tecnologica che ha portato la terza rivoluzione industriale. Solo perché tuo figlio passa 24 ore al giorno, pasti e bisogni fisici compresi, con gli occhi incollati al tablet a vedere i video del suo youtuber preferito, non significa che tutta la tecnologia sia da condannare (perché non tutta viene usata necessariamente per scopo ludico). Il secondo risultato riguarda invece la nostra istituzione scolastica, già flagellata ed umiliata da tagli, riforme scellerate (l’ultima, l’alternanza “scuola-lavoro”) e metodi di educazione che distruggono anche il più nascosto residuo di amore per la sapienza insito nelle giovani menti. Con l’illusione della riproposta di un modello educativo […]

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Attualità

Rosatellum, come funziona la nuova legge elettorale

Rosatellum, tutto quel che c’è da sapere Il Rosatellum 2.0 è la nuova legge elettorale appena approvata dalla Camera. Superato il primo ostacolo, dovrà ora essere confermata dal Senato. Il Rosatellum prende il nome dal capogruppo PD alla camera Ettore Rosato. La legge ha il sostegno, oltre che del Partito Democratico, anche di Forza Italia, Lega Nord e centristi. Se verrà approvata, la riforma assegnerà i seggi parlamentari per due terzi con un sistema proporzionale. Il restante terzo sarà invece distribuito con un sistema maggioritario in collegi uninominali.  Come funziona la nuova legge elettorale? Alla Camera ci saranno 232 collegi uninominali, mentre altri 386 seggi saranno assegnati con sistema proporzionale. Per i collegi uninominali, ogni partito o coalizione presenterà un solo candidato. Verrà eletto il candidato che ha ottenuto almeno un voto in più negli altri nel collegio. È la logica anglossassone del first past the post. Per i collegi plurinominali, saranno decisivi i voti conseguiti da ogni lista. I partiti e le coalizioni otterranno un numero di seggi proporzionale rispetto ai voti ottenuti. Altri 12 seggi saranno attribuiti alle circoscrizioni estere. Riguardo il Senato, vale lo stesso principio. 102 i collegi uninominali, 207 quelli plurinominali, 6 i seggi degli eletti all’estero. Per quanto riguarda le circoscrizioni straniere, cambiano le regole. Gli elettori residenti in Italia potranno candidarsi anche all’estero. Gli italiani non residenti in patria invece non potranno candidarsi se negli ultimi 5 anni hanno ricoperto cariche politiche all’estero. No al voto disgiunto Non sarà possibile il voto disgiunto. Ciò che significa che l’elettore sceglie con un’unica croce lista e candidato. Se vota per il suo candidato ai collegi uninominali spalma comunque il voto sull’intera coalizione collegata o sul singolo partito collegato. Se invece traccia la “x” sul simbolo di un partito, il voto si trasferisce solo al candidato uninominale collegato. Affiancato al simbolo di ogni partito ci saranno inoltre i nomi dei candidati del listino bloccato. Candidati che verranno eletti con il riparto proporzionale dei voti. Verrà annullato il voto se dovessero essere barrate contemporaneamente la casella di un candidato al collegio uninominale e quella di una lista diversa. Soglia di sbarramento, pluricandidature, quote rosa Il Rosatellum prevede una soglia di sbarramento. Soglia diversa, rispettivamente, per i singoli partiti e le coalizioni. I partiti non otterranno alcun seggio se si staglieranno sotto la soglia del 3%. Al contrario, le coalizioni per eleggere dei parlamentari dovranno conseguire almeno il 10%. Per i partiti in coalizione, la soglia è dell’1%. Ciò consentirà di distribuire i voti ottenuti dalla lista alla coalizione stessa. Sotto la soglia dll’1%, i voti vanno dispersi. Ciascun potenziale eletto potrà candidarsi in cinque collegi proporzionali differenti. Potendosi poi contemporaneamente presentarsi in un unico collegio uninominale. Saranno dunque consentite le pluricandidature, ma esclusivamente nella quota proporzionale. Se il candidato verrà eletto contemporaneamente nel collegio uninominale e plurinominale, vincerà il primo. Se invece sarà eletto in più di un Collegio su base proporzionale, gli sarà assegnato il seggio corrispondente al seggio in cui ha ottenuto il numero maggiore di […]

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Attualità

Il post-referendum in Catalogna tra Rajoy e Puigdemont

Domenica primo ottobre, guardando le immagini che giungevano da Barcellona, si aveva l’impressione di essere spettatori di un momento storico. La folla che nel martedì successivo al voto ha inondato le strade di Barcellona ha confermato tale presentimento: trecentomila  persone sono scese in piazza nella giornata dello sciopero generale mostrando tutta la forza di un popolo che continua a lottare per raggiungere il suo obiettivo. Tuttavia, le spinte indipendentiste catalane devono fare i conti con il governo centrale di Mariano Rajoy. Il referendum ha portato alle urne più di due milioni di persone con una vittoria schiacciante del sì: 2,02 milioni di voti favorevoli all’indipendenza contro i 176mila no. Sebbene abbiano votato solo due milioni di persone su oltre cinque milioni di elettori, si tratta comunque di dati importanti date le difficili condizioni in cui si sono svolte le operazioni di voto. Quella di domenica è stata una giornata convulsa in cui si sono susseguiti gli scontri tra le forze dell’ordine e i cittadini, le contrapposizioni con Mossos e Vigili del Fuoco da un lato e l’esercito dall’altro. È evidente che il primo ministro Rajoy non può permettere che la catalogna dichiari l’indipendenza e questo per una serie di motivi. In primo luogo, perdere la Catalogna significherebbe perdere il 20% del Pil nazionale e una delle regioni economicamente più rilevanti del Paese. In secondo luogo, le spinte indipendentiste catalane, qualora andassero in porto, potrebbero scatenare un effetto domino che non riguarderebbe la sola Spagna. In Europa sono molte le regioni che rivendicano l’indipendenza. Tra le tante, basti pensare alla questione della Scozia, dell’Irlanda del Nord e degli stessi Paesi Baschi. Probabilmente il governo di Madrid teme proprio una totale disgregazione dell’unità nazionale causata prima dalla perdita della Catalogna e poi dei Paesi Baschi. Anche l’Europa, in constante tensione tra derive populiste e correnti anti-europeiste, guarda con preoccupazione ai fatti di Barcellona senza prendere una posizione netta: la commissione europea ha parlato di “questione interna” in cui l’Europa non può intervenire. Osservando gli eventi attraverso le lenti del diritto appare evidente che il referendum catalano non ha alcuna validità perché incostituzionale. Ciò che però è necessario evidenziare è che il referendum è stato indetto dopo molteplici richieste di dialogo da parte delle autorità catalane. In realtà nel 2006 l’allora presidente Zapatero e Maragall, sindaco di Barcellona, avevano trovato un accordo: una legge regionale catalana ratificata dallo Stato centrale che conferiva maggiore autonomia alla Catalogna. Nel 2010 il governo guidato da Rajoy ha portato lo statuto alla Corte Costituzionale che lo ha bocciato. È da questo momento in poi che quelle che fino ad allora erano state richieste di maggiore autonomia, complice la crisi economica, si sono trasformate in spinte autonomistiche. Inoltre, come ha spiegato in modo eccellente Martín Caparrós sulle pagine del The New York Times, Barcellona non aveva e non ha alcun interesse ad ottenere un’indipendenza che implica inevitabilmente l’uscita dall’Europa e la costruzione di un nuovo Stato con tutte le fatiche che ciò comporta. È stata la “cocciutaggine” di Rajoy […]

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

It: l’atteso e oscuro ritorno di Pennywise

“Quando ho scritto il libro pensavo tra me e me… voglio rappresentare una città americana completamente infestata. Voglio che lo spirito di questa creatura… infetti l’intera città”– Stephen King. Sono trascorsi 31 anni dal romanzo best seller, opera monumentale scritta dal geniale S. King, e successivamente adattato da Tommy Lee Wallace nel 1990 per una miniserie televisiva suddivisa in due parti, dove il grottesco clown Pennywise aveva il volto di Tim Curry in una sua intensa interpretazione. Ad oggi It è ancora di grande richiamo con una sua nuova e attesissima versione trasposta per il grande cinema e suddivisa in un nuovo dittico. Il secondo capitolo, infatti, uscirà nel 2019 e si presenterà come un horror sequel ambientato nei giorni nostri con parte dello staff riconfermato. Il cinema si evolve e i tempi mutano con le idee; così la storia non si svolge più nel 1958 ma nel 1988, esattamente trent’anni dopo i fatti narrati nel romanzo originale, un numero ricorrente come i 27 anni trascorsi dalla prima trasposizione televisiva. Non a caso il demoniaco clown si risveglia ogni 27 anni. La nuova trasposizione di It, l’horror più atteso dell’anno, non perde smalto nel tempo, anzi si rinnova attraverso il make up di Pennywise/It interpretato in modo strabiliante da Bill Skarsgård (nuova giovane promessa del cinema mondiale), coprotagonista di un altrettanto notevole Jaeden Lieberher (nel ruolo di Billy Denbrough); ma nel film è da evidenziare soprattutto una rilettura sul piano registico, infatti l’argentino Andrés Muschietti, subentrato a Fukunaga nella direzione del film, prende parte alla scrittura della sceneggiatura con Gary Dauberman e Chase Palmer, riuscendo a generare alcune atmosfere tenebrose ambientate nella città di Derry, riscontrabili nella sua precedente regia per il film “La madre”, dove l’incertezza e la paura dominano in alcune scene inquietanti, attraverso un palpabile crescendo di tensioni e mistero. “I film horror sono potenti. In alcuni casi ci viene data la possibilità di vivere quelle profonde paure che avevamo da bambini. Questa è una delle ragioni del grande successo di questo film” – S. King Il misterioso clown kinghiano è tornato dalle tenebre! Derry, 1988. Un bambino, George, durante una giornata di pioggia, esce di casa per far navigare una barchetta di carta progettata da suo fratello Billy, costretto a letto con l’influenza. George (Jackson Robert Scott), una volta in strada, fa scorrere la sua barchetta lungo i rivoli del marciapiede inseguendola, ma la barchetta finisce per essere inghiottita in una feritoia fognaria. Il bambino si china, dunque, per afferrarla e incrocia lo sguardo del clown Pennywise che, con la scusa di offrirgli un palloncino, gli afferra un braccio portandoselo via con sé. Giugno 1989. Nella cittadina di Derry si sono verificate numerose sparizioni, pertanto è stato applicato il coprifuoco; Billy, per niente rassegnato della scomparsa del fratellino, si scontra durante l’ultimo giorno di scuola con alcuni bulli, ritrovando l suo fianco alcuni amici inseparabili: Richie Tozier (Finn Wolfhard), Eddie Kaspbrak (Jack Dylan Grazer) Stanley Uris (Wyatt Oleff) e Beverly Marsh (Sophia Lillis), quest’ultima impegnata in un’altra disputa con Ben Hanscom (Jeremy […]

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Cinema & Serie tv

Nemesi: l’ultima chance per una nuova vita

“Ti ho offerto una seconda occasione e l’hai sprecata!” – dal film Nemesi Nemesi è una fatale punizione da intendere come gesto estremo nato da un ideale egocentrico, non come semplice vendetta ma come una nuova possibilità per riscattarsi dagli errori commessi. È ciò che accade a Frank Kitchen, personaggio ambiguo dopo una tra le più traumatiche punizioni inflitte da un folle chirurgo: la riassegnazione genetica (un inaspettato cambio di sesso). Il veterano Walter Hill (vincitore dell’Emmy Award per il neo-western “Deadwood”) torna alla ribalta per il grande cinema con un nuovo thriller d’azione che gioca con le estreme conseguenze su situazioni improbabili ai limiti della realtà fisica percepita, ed entrando nell’immaginario mondo fumettistico. Infatti, dopo aver diretto ben 20 film cult movie e collezionato trofei internazionali, la sua ultima opera cinematografica si affaccia all’universo delle graphic novel in parallelo alla pubblicazione del fumetto scritto dallo stesso Hill e distribuito nelle librerie: un’operazione analoga al recente Monolith, non per il contenuto ma per il metodo di diffusione incisivo e su più contesti, letterali, fumettistici e cinematografici. La ricezione del pubblico, i finanziamenti, la disponibilità del cast, il budget, bisogna avere tutte queste cose nell’ordine giusto. Il mondo della graphic novel è molto più semplice. “Penso che per certi aspetti Nemesi sia un saggio travestito da fumetto” – da un’intervista di Hill. Nemesi ha inizio in una stanza dove la Dottoressa Rachel Jane (Sigurney Weaver) è segregata e avvolta in una camicia di forza. Durante gli interrogatori la donna rivela ad uno psichiatra, il dottor Galen (Tony Shalhoub), fatti precedenti riguardanti Frank Kitchen (Michelle Rodriguez in una sua insolita ed estrema interpretazione), un killer implacabile assoldato per mietere vittime, e su come nel corso della sua imprevedibile attività criminosa gli venga commissionato l’assassinio di suo fratello, un errore fatale che gli costerà caro. Rachel Jane in passato è stata una geniale quanto folle chirurga estetica, successivamente radiata dall’albo per i suoi interventi poco raccomandabili, questo le consente di vendicarsi di suo fratello, praticando su Frank la riassegnazione di genere con il conseguente cambio di sesso. Il risveglio per Frank in un anonima camera d’albergo si rivela un autentico shock psicologico, l’uomo si ritrova intrappolato in un corpo femminile e quindi obbligato a confrontarsi con una nuova appartenenza di sesso. Nonostante l’imbarazzante condizione esistenziale da gestire, generata dalla folle chirurga, Frank trova a sua volta modo di pianificare sulla sua creatrice un’implacabile contro-vendetta. “La dottoressa Jane impone a Frank un cambio di sesso, in parte come punizione, in parte come l’occasione per dargli una nuova prospettiva di vita, un’ultima chance per redimersi” – W. Hill In Nemesi tutti sono carnefici, ogni male commesso è la conseguenza di precedenti errori, ed ogni personaggio deve fare i conti con se stesso cercando gli elementi destabilizzanti nella propria psiche, il regista Hill (tra i suoi film “Strade di fuoco”, “48 ore”) si avvale della sua veterana esperienza nel cinema tra diversi generi divenuti cult movie, richiamando atmosfere da thriller psicologico nate da un universo fumettistico, simili a […]

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Starwarp! La webserie: dal web con amore

Dopo un anno di attesa e lavori il 29 settembre scorso è stato finalmente pubblicato il primo dei quattro episodi della webserie Starwarp per la regia di Sergio Scoppetta e la colonna sonora dei Foja. Il progetto, nato in seno all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e al Corriere del Mezzogiorno, ha il merito di essere la prima webserie formativa, allo scopo dunque di fornire agli studenti che hanno liberamente aderito le conoscenze pratiche in ambito cinematografico. Starwarp! Odissea nello spazio Già dal titolo della webserie è evidente il rimando di Starwarp a un cult del cinema (Star Wars), ma i simboli inseriti in fase di ripresa vanno dalla silenziosa citazione al riallestimento di scene tratte da grandi film che hanno fatto la storia del cinema. In particolare, il tutto prende avvio dalla passione per il cinema di un giovane, Valerio Esposito (interpretato da se stesso), una passione così forte da causargli strane visioni delle scene più famose dei suoi amati film che gli figurano innanzi la vista. In questo senso prende forma quella “distorsione stellare“, evocata nel titolo, che vede sovrapposti i piani della realtà e della finzione. Quasi sembrerebbe che Valerio veda la realtà attraverso i suoi occhi trasformati in una onirica cinepresa. Ad aggravare questa precaria condizione di equilibrio tra vita “entro” ed “oltre” l’obbiettivo degli occhi-cinepresa vi è anche un contest cinematografico a cui il giovane ha partecipato, Valerio stesso. L’incombere della fine del contest e il desiderio di vincere comporta inoltre una graduale assottigliarsi del confine tra realtà e finzione trasformando la realtà stessa un unico grande film. Il tutto è inoltre affrontato con ironia e comicità. A una trama molto lineare, la cui semplicità rende piacevolmente fruibili le disavventure di Valerio, si affianca una ricca serie di citazioni e cammeo che spaziano da una rapida ripresa di un particolare a una complessa rievocazione delle scene madri di capolavori cinematografici. Starwarp coinvolge in questo modo lo spettatore che non subisce passivamente le immagini, ma è chiamato a rispondere alla sfida di saper riconoscere la totalità dell’ambiente di Starwarp. In questo gioco tra regista e spettatore si inserisce l’idea di far entrare a far parte del cast personalità di spicco: nella prima puntata fanno infatti capolino Alessandro Cecchi Paone nei panni di un docente universitario e Gino Sorbillo nei panni di Jack Torrence in The shining. Altri vip transiteranno sul set di Starwarp, conferendo agli imperdibili episodi sfumature particolari che si legano ben insieme nel gran finale. Sarà infine possibile guardare gli episodi di Starwarp, che usciranno a scadenza quindicinale, grazie al canale video del Corriere del Mezzogiorno. Starwarp ha operato così tra formazione e passione; essa non è solo una webserie, ma un lungo percorso che ha contribuito a formare un gran numero di giovani mossi dalla passione del cinema.

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Cinema & Serie tv

Una miniserie dal gusto ipermoderno: The Slap

In un’epoca in cui sembrano essere crollate definitivamente certezze e credenze del passato, incombente domanda è: cosa ne è rimasto della cara vecchia famiglia? Come molti esperti di pedagogia potrebbero affermare con certezza, parlare di famiglia al singolare sarebbe anacronistico. Ci sono così tante tipologie di famiglie, che ci si preoccupa di quale possa essere il tipo di educazione da loro impartita. Anche per quello si dovrà parlare al plurale? Cos’è l’educazione? Le etimologie di spicco sono due: educare, dal latino ex ducere, portare fuori qualcosa di potenzialmente già covato in noi, un etimo dunque maieutico che riesuma il buon vecchio Michelangelo; d’altro canto, non si può trascurare la nostalgica definizione di educare come allontanare dal sé. Il discente è disperso in questa condizione di astrazione, in un mondo altro, migliore. L’educazione è ciò che ci rende umani, aggiungerebbe Françoise Dolto. Definizioni accorte, lirismo pedagogico. Ma quando il mondo reale imperversa, tu da che parti stai? Questo l’interrogativo lanciato dalla miniserie della NBC The Slap. Trasmessa in Italia nel 2016, The Slap è il remake di una miniserie australiana omonima, tratta a sua volta dal bestseller Lo schiaffo dell’autore Christos Tsiolkas. La nuova versione è tinteggiata da nomi illustri nel suo cast, a partire dall’attrice e modella Uma Thurman fino a Brian Cox, attore presente in più occasioni nelle opere di Spike Jonze e Woody Allen. Tutto inizia con una festa, il tipico party americano nel quale il festeggiato Hector (Peter Sarsgaard) si sente imbottigliato, incastrato, in una vita che non sembra soddisfarlo pienamente. Riuniti nella sua casa, ci sono tutti i membri della famiglia Apostolou, dal nome riconoscibilmente greca, pian piano adattatasi alla realtà americana. Allo stesso tavolo siedono dunque tre generazioni diverse: i nonni Apostolou, con il loro attaccamento ai figli, timorosi di essere gettati in un polveroso dimenticatoio, e pronti quindi a non perderli mai di vista; le nuove coppie, quelle che hanno dato vita alle loro famiglie americane; i figli delle nuove famiglie, frutti di scelte educative assai differenti le une dalle altre. Si parla di famiglie, perché sono tutte diverse, e così i loro figli. Universo infantile e genitoriale si intrecciano, fino a quel fatidico gesto. Un gesto che cambierà le vite di tutti gli invitati, che porterà a galla problemi assopiti o semplicemente ben celati. Latenti, ma pronti a zampillare. Un gesto, quello di The Slap, che segnerà lo spettatore, inerte di fronte all’inevitabile. The Slap: una ferita difficile da rimarginare, che segnerà la famiglia per sempre Il tema familiare sembra ossessionare la realtà televisiva, una riflessione che ha portato anche alla ribalta la serie TV più citata agli Emmy Awards 2017: Big Little Lies. Le problematiche degli universi dell’infanzia e della cosiddetta adultità schiacciano i protagonisti, tutti presenti al momento fatidico, il momento motore della trama. Da una condizione di calma apparente, di perfezione esterna, un gesto scuote gli animi di tutti gli invitati, colti ora da istinti irrazionali, ora dalla voglia di ribellarsi a questa sorta di determinismo generazionale. Gli otto episodi sono […]

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Cucina & Salute

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La ricetta della prelibatezza: i marron glacé

I marron glacé sono un tipico dolce francese e piemontese dal sapore e l’aspetto inequivocabile. Castagne, zucchero, acqua, vaniglia e pazienza: questi sono gli unici ingredienti necessari per prepararlo. Eppure il costo di questi particolari dolci dice il contrario. A renderli così prelibati è la loro particolare lavorazione in cui la castagna – necessariamente di qualità marrone – viene progressivamente sciroppata. Si penserà che l’origine di questa ricetta è da cercare senza dubbio in Francia. In effetti la città di Lione rivendica questo tipico dolce ma questa non è l’unica teoria. Molto più probabilmente le marron glacé sono nate nei dintorni di Cuneo. È proprio nella città piemontese che nel Cinquecento aveva luogo il più grande mercato di castagne e ancora oggi la zona è un importante punto di esportazione di questo frutto. Ai marron glacé è anche associato una figura: il cuoco del duca di Savoia Carlo Emanuele I. La ricetta compare nel trattato Confetturiere Piemontese e risale all’anno 1790. Come si preparano le marron glacé? Gli INGREDIENTI necessari sono: 1kg di marroni 500g di zucchero 1 bacca di vaniglia La particolarità del dolce richiede una particolare preparazione, che deve essere preparato a più riprese e necessita di un bel po’ di giorni. Innanzitutto – secondo la tradizione – le castagne devono essere lasciate in acqua per nove giorni al fine di facilitare la pelatura. Dopo la cosiddetta novena bisogna praticare un taglio a croce sulla buccia delle castagne e sottoporle ad un gesto di vapore o, in alternativa, pelarle a mano. A questo punto bisogna bollire le castagne in acqua. Non appena l’acqua giunge ad ebollizione bisogna lasciarvi le castagne a sobbollire per dieci minuti. Trascorso questo tempo, avendo cura di non farle sciupare, si deve estrarre i marroni con un mestolo forato. Non resta che preparare lo sciroppo con 300g d’acqua, lo zucchero e la stecca di vaniglia. Il composto deve bollire per cinque minuti, dopo di che possiamo incorporare le castagne e aspettare il bollore prima di spegnere il fuoco. Il tutto deve essere coperto con coperchio per 24 ore. Il giorno seguente e i due giorni successivi bisogna portare nuovamente a bollore lo sciroppo contenente i marroni e, sempre, dopo il bollore, spegnere la fiamma e coprire il composto per 24 ore. In alcune ricette è aggiunto in pentola progressivamente lo zucchero e si aspetta il raggiungimento di una temperatura sempre più alta giorno dopo giorno. Arrivati al quinto giorno i marroni devono essere scolati e posti ad asciugare su una griglia. Su di essi va versato lo sciroppo restante che, nel frattempo, deve essere portato a bollore. Ponendo le castagne ricoperte dalla glassa in un luogo asciutto – il forno andrà benissimo – essa avrà il tempo di solidificarsi. Ed ecco che i nostri marron glacé sono pronti! Possiamo scegliere di servirli in pirottini di carta e tenerli in frigo per due settimane oppure conservarli per alcuni mesi in contenitori di vetro ricoperti dal loro sciroppo di zucchero. E, come se non bastasse, il dolce si […]

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Fichi: usi cosmetici e proprietà del frutto

I fichi sono uno dei più deliziosi doni di agosto. Nonostante differiscano per forma e e colore, tutte le innumerevoli qualità hanno caratteristiche uguali. Sono dolci al palato e soprattutto ricchi di proprietà nutrizionali! Freschi o secchi che siano, i fichi sono infatti ricchi di benefici. Bisogna però tener presente che l’apporto di calorie tra i fichi freschi e secchi cambia notevolmente. Mentre i fichi freschi contengono 50 calorie per 100 grammi, quelli secchi ne contengono più del doppio e, essendo privi di acqua, i nutrienti presenti nel frutto sono più concentrati. Quali sono i benefici dei fichi? Sono ricchi di fibre, motivo per cui sono ottimi per la stitichezza. Agiscono si problemi intestinali al pari delle prugne, soprattutto se la loro assunzione avviene a stomaco vuoto. I loro zuccheri costituiscono per il ostro organismo una fonte di energia che per di più è molto più sana di un bignè! Essendo ricchi di calcio aiutano le nostre ossa e i nostri denti, specialmente se associati ad una corretta alimentazione. Sono ottimi in gravidanza! I fichi sono infatti un sano spuntino che apporta al corpo vitamine e sali minerali. Il calcio contenuto in essi aiuterà anche il corretto sviluppo delle ossa e della spina dorsale del bambino! I fichi sono ricchi di polifenoli che sono antiossidanti naturali. Questo significa che – combinati con una sana dieta e una giusto stile di vita – agiscono sulle nostre cellule prevenendone l’invecchiamento e la formazione di tumori. Prevengono la pressione alta perché sono poveri di sodio. Al contrario combinano potassio, cacio e magnesio. I fichi sono ottimi anche per il sistema immunitario  Migliorano la digestione ed equilibrano la nostra flora batterica essendo ricchi di prebiotici. Sono un ottimo alleato delle donne! Avendo potere antinfiammatorio possono essere applicati sulla pelle per curarne l’acne  Ecco come preparare un’ottima maschera ai fichi! Questa maschera è adatta per una pulizia del viso ma è perfetta per curare o prevenire la disidratazione causata dal freddo. Basterà seguire pochi semplici passi e il risultato è  Il procedimento è elementare: bisogna ricavare dai fichi una purea, schiacciandoli con l’aiuto di una forchetta. Il prodotto deve essere mescolato con un cucchiaio di olio, preferibilmente  di mandorle. In alternativa si può scegliere di utilizzare una variante con l’olio di oliva, che è di solito usata per favorire una corretta esposizione della pelle al sole. Per ottenere un’azione esfoliante è preferibile applicare l’impasto sulla pelle con un leggero strofinio. Basterà lasciare agire la maschera per dieci minuti. Al risciaquo la pelle apparirà con effetto immediato più liscia e morbida al tatto.assicurato! È così che i fichi ci beneficiano con le loro proprietà donandoci bellezza sia interiore che esteriore. Tutto ciò combinato ad un irresistibile gusto!   

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Scrub naturali: consigli per una pelle liscia e luminosa dopo il sole

Tra il graduale riabituarsi alla routine e l’ostinato rifiuto di dire alle lunghe giornate in spiaggia, ecco qualche consiglio per donare alla vostra pelle il profumo di un nuovo principio senza dire addio al colorito bronzato faticosamente conquistato: il futuro è nello scrub. Scrub fai-da-te: rimedi naturali per la pelle post-tintarella Settembre è il mese dei traumatici “punto e d’accapo”, ma non solo per noi: anche alla nostra pelle mancano il sole e la salsedine, ma non per questo lasceremo la tintarella scolorirsi insieme ai ricordi al bar della spiaggia. In primis, “è una verità universalmente riconosciuta che” esistono tanti tipi diversi di pelle e ognuno di essi richiede un diverso trattamento a seconda dell’obiettivo che s’intende raggiungere. Certo, tante le tipologie di pelle, ma unica è la parola d’ordine se la si vuole fresca e luminosa dopo il sole: idratare, soprattutto per prevenire la comparsa delle odiose pellicine. Esfoliare e nutrire la pelle richiede impegno e pazienza (quanti trattamenti benessere interrotti dopo due giorni?), ma una pelle liscia al tatto e dal colore uniforme ne varrà decisamente la pena. Lo scrub, infatti, è un eccezionale alleato nella rimozione delle cellule morte: esfoliando lo strato superficiale dell’epidermide, dona alla pelle una luce nuova. È una vera e propria medicina disintossicante per la cute, oltre che un massaggio piacevole che aiuta la circolazione. Consigliato, insomma, per coccolare la pelle in ogni stagione, ma tassativamente vietato su eritemi, scottature ed eruzioni cutanee. Rimedi di questo tipo si trovano in farmacia quanto nell’erboristeria di fiducia, ma non sarebbe male pasticciare provando una ricetta per uno scrub fai-da-te, naturale ed economico! In pole position, lo scrub casalingo per eccellenza: due cucchiai di sale (sconsigliato il sale grosso alle pelli delicate, poiché potrebbe graffiarla oltre che arrossarla particolarmente) misti ad un semplice bagnoschiuma da passare sotto la doccia su tutto il corpo. Per il viso, invece, insieme al sale, si propone olio d’oliva e gocce di olio essenziale (i prediletti dopo l’esposizione al sole sono olio di jojoba e olio di lavanda). Chi cerca uno scrub fluido, dalla consistenza simile ad una crema, potrebbe provare una ricetta dolce, composta soltanto da 4 cucchiai di zucchero e 2 di miele: un impasto da passare sotto la doccia sulla pelle bagnata (da asciugare poi e ricoprire con crema idratante). Il miele torna anche insieme all’aloe, tre cucchiaini di bicarbonato e un cucchiaino di burro di cocco o di karitè, per una pelle non solo abbagliante, ma anche incredibilmente profumata. Ancora, una carezza per il corpo è la miscela fatta da miele, farina di cocco e yogurt: segreto di bellezza tutto naturale. Miracoloso è l’olio di mandorle, nutriente e delicato, che mescolato insieme a del miele e a dello zucchero di canna diventa un piacevole scrub per pelli sensibili. Oppure, a chi invece ama sperimentare si consiglia di mischiare qualche cucchiaio di yogurt (in sostituzione del miele) a 4 cucchiai di caffè macinato (un toccasana per favorire la circolazione e drenare i liquidi che spesso sono causa della […]

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Dieta detox: pro e contro della dieta del momento

La dieta detox è una dieta disintossicante, che mira a restituire all’organismo un buon grado di benessere nel minor tempo possibile. L’estate è finita, e per quanti se la sono goduta senza badare alla linea e senza alcun tipo di controllo sull’alimentazione, ahimè, è arrivato il momento di fare i conti con la bilancia.  Così, con la solita routine, il lavoro e lo studio, ritornano la palestra e l’incubo della dieta. Senso di pesantezza, gonfiore, scarsità di energia: questi sono alcuni campanelli d’allarme che indicano la necessità di depurare l’organismo. Il primo passo consiste nel cambiare regime alimentare: ritornare ad un’alimentazione sana per restituire equilibrio e salute al nostro corpo. I giovamenti della dieta detox Molti avranno già sentito parlare di questo tipo di dieta che negli ultimi anni è diventata non solo molto popolare, ma anche un grosso business. Sul web sono in vendita tantissime bevande, che presentano una dieta per lo più liquida, a base di tisane, succhi o integratori, molto pubblicizzati attraverso i social network,  in nome di una disintossicazione e persino un aiuto al fegato, ai reni e all’intestino. La dieta detox ha come scopo principale la depurazione dell’organismo, pertanto, a differenza delle solite diete dimagranti, non suggerisce un regime alimentare volto unicamente alla perdita di peso. Ciò non  esclude che la detox consenta di sbarazzarsi di qualche kg di troppo, se seguita correttamente. Prima di fornire indicazioni più specifiche su questo tipo di dieta, è bene premettere che i consigli dati non sostituiscono il parere di un medico. Se si desidera cambiare stile di vita, è necessario rivolgersi ad un medico dietologo, dietista o biologo nutrizionista che indichi l’alimentazione più adatta alla persona, considerando lo stato di salute e le esigenze specifiche di ciascun organismo. Come svolgere correttamente una dieta detox La dieta detox va seguita per un lasso di tempo che va dai 7 ai 15 giorni al massimo.  Non suggerisce uno stile di vita, ma solamente un tipo di alimentazione che può aiutare a combattere la stanchezza, digerire meglio e recuperare energia. La prima regola è: bere molta acqua. Per cominciare, al mattino bere un bicchiere di acqua tiepida con del succo di limone è utile ad attivare il metabolismo ed avviare la digestione. Importanti sono anche le spremute di verdura o frutta fresca come mele, pere, prugne, ananas, kiwi. Un’altra regola è: restare lontani da cibi raffinati e prodotti in scatola. Per la colazione è possibile spaziare dalla crusca di avena e il caffè, sino allo yogurt magro, alle carote, o semplicemente mangiare un frutto fresco. Altrettanto esclusi sono i latticini. A pranzo, la dieta prescrive zuppe vegetali, legumi, e non devono mai mancare le insalate. A metà pomeriggio è possibile fare uno spuntino, ma semplicemente con un frutto (evitare le arance), del tè o tisane dimagranti, prive di zucchero. La dieta detox predilige una cena a base di riso integrale e verdure cotte. Ricordare che l’olio va utilizzato solo a crudo ed evitate le aggiunte di sale. Una valida alternativa possono essere […]

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Culturalmente

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La donna tra pressioni e violenza

Questo pomeriggio Serena indossa una camicia che le lascia l’ombelico appena in vista, attraversa la piazza per raggiungere l’amica da poco tornata da una vacanza, mentre viene fischiata da due uomini sulla trentina che le urlano quanto belle siano le sue forme. Chi l’ha vista parecchio infastidita le ha detto di star esagerando e che, anzi, avrebbe dovuto sentirsi lusingata. Perché Serena cammina per le strada di una città in cui la bellezza si misura in apprezzamenti del sesso opposto e vige imperativo il principio secondo cui chiunque può permettersi qualunque cosa per mettere a tacere una vocina che sussurra “che male può fare”. È stato un mediatore culturale (chi si suppone debba essere voce attenta di un coro che non parla all’unisono) ad assimilare lo stupro ad un normale rapporto dopo i primi momenti di resistenza della donna. Sono stati tanti gli uomini e troppe le donne che hanno chiesto “cosa indossavi?” ad una ragazza violentata per verificare che non fosse stato il suo abbigliamento a provocare quell’uomo che ci si ostina a chiamare così ma che di umanità ha ben poco. Da bestie da ammanettare a povere vittime della donna tentatrice il passo è breve. La donna tra le mille sfumature del rispetto L’inesistente distinzione etico-morale tra femmina e donna, la convinzione che basti uno sguardo ammiccante e un apprezzamento per considerare una donna oggetto di proprietà, la disonesta verità che ci si racconta: tanto alla ragazza prima o poi passerà, intanto ci si ride su. Sesso debole, bersaglio facile. Nei giorni scorsi sulla bocca di tutti c’era lo sdegno per l’ultimo (poco spassoso) passatempo di cui si è diffusa notizia dall’altro lato del confine: “pull a pig”, traducendo “inganna un maiale”, in altre parole il gioco in cui vince chi conquista la ragazza più brutta tra tutte, ossia il maiale in questione, per intenderci. La voce giunta fino a noi è quella della giovane inglese Sophie Stevenson, una ventenne cascata nelle dolci bugie di un coetaneo olandese conosciuto in vacanza. Dalla denuncia della ragazza si legge che lo sbruffone l’avrebbe attirata ad Amsterdam, dicendosi desideroso di incontrarla ancora, per poi non presentarsi all’atterraggio della ragazza e lasciare Sophie da sola all’aeroporto, ad aspettare un finto innamorato che non sarebbe mai arrivato e che le avrebbe di lì a poco inviato il messaggio in cui le svelava l’inganno dietro la favola: una scommessa goliardica tra amici, vince chi riesce a portarsi a letto la più grassa e disperata. Una ragazza ridotta a pedina, a puntata vincente. Sophie ha avuto la straordinaria forza di denunciare uno stupido giocatore di uno stupido gioco, un’altra avrebbe potuto non averla. “Pull a pig” è una delle tante etichette apposte sul fenomeno bullismo, una goccia in un mare di allarmi, in cui c’è chi soffre e non tace, accanto a chi tappa la bocca al debole e chi, muto, soccombe. Il forte è destinato a portare a casa il trofeo: no, non la legge di selezione naturale, ma l’assurda convinzione che basti brillare […]

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Culturalmente

Le origini e la diffusione del rimbalzello

Amici, fratelli, cugini, genitori o la solitudine. È grande il numero di volte in cui da piccolo, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha giocato a rimbalzello. E spesso ci si cimenta in questo divertimento che con la natura attorno, massaggia la mente, quasi come espressione di un isolamento infantile in cui le fantasie di onnipotenza hanno la meglio. Oppure, al contrario, lo si fa in compagnia per appartenenza al gruppo. Ma da dove proviene il termine rimbalzello? A pensarci è una parola azzeccata. Rimbalzello: gioco infantile in cui si fanno saltellare sassolini piatti lungo un corso d’acqua. Chi è il genio che l’ha inventata? Come spesso accade, nessun genio inventa una parola al di fuori della società. Ma per spiegarlo, bisognerebbe tornare a due secoli fa. Manzoni e il rimbalzello Manzoni, con la sua famosa risciacquatura dei panni in Arno, vuole rendere la letteratura un campo che accolga di buon grado parole usate quotidianamente da tutti, soprattutto dai fiorentini. È così quindi che parla di rimbalzello nei suoi Promessi sposi del 1842, per dare un nome a quel gioco che fa sempre il ragazzino Menico. L’autore, però, ci pensa a lungo prima di inserirlo nel suo romanzo. La riflessione parte da lontano. La lingua italiana non è ancora matura e ciò renderebbe difficile la diffusione della sua opera letteraria, non comprensibile ovunque. Perché mai scrivere in una lingua che, fortemente dialettale e allo stesso tempo rara, non sarebbe capita dalla maggior parte degli italiani? Così, suppergiù, passano all’incirca quindici anni dalla prima faccia pubblica del romanzo (si chiama ‘edizione ventisettana’ perché pubblicata nel 1827). È solo quindi dall’edizione nuova, quella degli anni Quaranta del 1800, che Manzoni utilizza il termine rimbalzello. Il buon Manzoni poi, come nota lo studioso Marazzini, per rendere comprensibile la parola ai lettori che non sono toscani, richiede ad un disegnatore noto, Francesco Gonin, una illustrazione in cui un bambino si diverte a fare quel gioco. Ed è così che la parola si diffonde lungo tutta l’Italia. Oggi la parola rimbalzello, usata per la prima volta per iscritto e in letteratura da Manzoni, è diventato il nome italiano ufficialmente accettato da tutti del gioco. Geniale.

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Il coma farmacologico della tv spazzatura

Giungono per tutti, anche nel corso di una giornata strapiena di impegni, momenti “da coma”, vuoti, ciechi, che è necessario riempire con qualcosa. E capita a tutti, più o meno frequentemente, di dare una sbirciata a quella che è spesso definita “tv spazzatura” proprio in queste fasi fisiologiche di noia immota. C’è chi lo fa vergognandosene, chi lo fa consapevolmente attratto, chi salta da un programma all’altro aspettando solo il momento della cena. Non sono in molti a chiedersi il significato dell’espressione “tv spazzatura” Anzi, sono sempre meno quelli che lo fanno. Nell’ultimo periodo, infatti, simultaneamente all’imperare di internet, dei social network e delle serie TV, i cui astri sono in repentina ascesa, il dibattito sulla tv spazzatura si è decisamente mitigato. Sparito dal baricentro delle tendenze più diffuse e quindi più allarmanti. L’espressione tv spazzatura è stata ideata dai media, dalla critica, dalla stampa, e traduce la parola di matrice statunitense “trash” che significa immondizia o scarto. Infatti molti ritengono che i programmi televisivi etichettati come “spazzatura” o “trash” possano essere descritti come autentici scarti immateriali, prodotti grezzi, gretti, dal valore quasi nullo. La tv, in un’era che si evolve (o involve) a ritmi vertiginosi, è seguita meno ossessivamente di un decennio fa. Oggi si tenta di tenere bambini e adolescenti non tanto distanti da essa quanto dalla dimensione narcotizzante e letale di tablet, pc, smartphone. Nonostante questo, il problema non può ritenersi risolto, ma solo temporaneamente archiviato. È ancora necessario chiedersi cosa rende un programma televisivo “spazzatura” e perché si è ugualmente, o a maggior ragione, indotti a seguirlo con avidità? Dal momento che continuiamo a bombardare i nostri sopracitati momenti da coma, vuoti e cechi con il rumoreggiare assordante del trash, con reality show miseramente privi di qualsiasi contenuto, in cui troneggia fieramente l’assenza di essenza, talento e libero pensiero, è ancora assolutamente necessario chiederselo. Per citare un esempio tra tanti, lunedì 11 settembre è andata in onda la prima puntata del Grande fratello Vip 2, che ha tenuto incollati al piccolo schermo 4,5 milioni di telespettatori, soprattutto giovanissimi. Un tristissimo tripudio di luoghi comuni, sfacciata esibizione e povertà di valori che continua ad attrarre inspiegabilmente. Ma in realtà, una spiegazione c’è. Quello che attrae è l’anestesia: si guardano programmi che non richiedono il faticoso atto del pensare. Ci si deve solo far trascinare comodamente da mode effimere, dal sistema di pensiero dominante, da un genere di tv messo lì appositamente per distogliere le persone. Distoglierle da cosa? Da quello che non si può dire. Da problematiche reali, da loro stesse, da un mondo impegnativo perché bisognoso di cure. È facile piantarsi dinanzi al trash, sgranocchiare patatine e lasciarsi “drogare” da un circo coloratissimo di personaggi narcisisti, stereotipati e truccatissimi. C’è poco da fare: i “vip” piacciono proprio per il loro essere “very important person” grazie a nessun motivo al mondo. Una trappola ordita sapientemente dagli dèi della comunicazione, del commercio, del marketing a discapito dei telespettatori. Pomeriggio 5, Uomini e donne, Geordie shore, Ciao Darwin… pochi nomi […]

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Vinicio Capossela, il Paese dei Coppoloni e la sacralità dell’Alta Irpinia

Vinicio Capossela e la dimensione sacrale dell’Irpinia: Il Paese Dei Coppoloni C’è una sacralità nella natura, fatta di fronde selvatiche, campi rosicchiati dal sole ed altari pagani. L’altare che la natura erige nei suoi boschi ha i suoi santi e le sue personalissime divinità. L’Alta Irpinia ha i suoi martiri, i Coppoloni, gli abitanti del paese di Cariano, così chiamati per via delle grandi coppole di panno poggiate sul capo: i coppoloni abitano molti metri sul livello del mare, alla stessa altezza delle aquile e della vegetazione di montagna, e sono costretti a coprirsi il capo per proteggerlo dalle intemperie e dal vento. Ma quella coppola consente anche di spiccare il volo, come i rapaci: i coppoloni abitano in un perenne limbo, sono sospesi tra la terra e le altezze siderali del cielo, tra l’isolamento e la comunicazione ancestrale con i riti più profondi della natura. Vinicio Capossela conosce bene i tratti somatici degli irpini, poiché nasce in Germania nel 1965 da emigranti della provincia di Avellino, precisamente di Calitri, (scenario dello Sponz Fest, manifestazione artistica da lui creata nel 2013) così come conosce bene la fisionomia di un territorio zeppo di montagne e contraddizioni. L’Irpinia appare come una landa segnata dai pannelli fotovoltaici e dalle pale eoliche, dallo spopolamento selvaggio e, negli ultimi anni, anche dalle malattie psichiche, ma è anche teatro di miti primordiali e racconti biblici: l’album di Vinicio “Canzoni della Cupa” è un inno biblico alla polvere e all’ombra (due facce della stessa gemma), ai riti di iniziazione che ti portano ad ingoiare polvere e sputare perdizione, a sporcarti le ali come l’arcangelo della luce, una delle figure che costituisce il grande bestiario fisico, animale e divino di Vinicio. Nel 2015 “Il Paese dei Coppoloni” usciva in libreria, dopo una complessa gestazione di diciassette anni, e l’anno dopo tutto ciò si è tramutato in un documentario (anche se sfugge ad ogni tassonomia) diretto da Stefano Obino ed ambientato nei luoghi che hanno ispirato l’mmaginazione letteraria di Capossela. Vinicio e i riti di iniziazione, viandante verso la Cupa. Nel segno dello Sponz Fest L’opera letteraria di Vinicio si trasmuta dalla carta ai fotogrammi e lo vede nei panni di viandante che calpesta i sentieri nodosi e brulicanti di erba cotta dal sole o dalla luce lunare. Nel suo cammino di pellegrino incontra i riti di iniziazione della terra del frumento, ascolta le voci di musicisti, eremiti, uomini di religione, sibille cumane e oracoli di Delfi, canta il rapporto fraterno con gli animali della terra (un pezzo delle Canzoni della Cupa è dedicato al mulo, al mulo e alle percosse sulla sua pelle tesa come un tamburo) e il mistero dei campi. Svela e nasconde allo stesso i segreti di una realtà ormai smembrata dalla modernità e dall’emigrazione (i coppoloni non erano solo vicini al cielo, ma anche al mare, data la loro fama di emigranti) e crea un personale sistema mitologico tutto irpino e, in particolare, calitrano. Ogni ciottolo, sasso e volto umano è sezionato e riqualificato […]

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Fun & Tech

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Treedom, quando gli alberi sono a portata di un click

Quante cose possiamo comprare con un click ? Tante cose: libri, vestiti, scarpe… un albero. “Un albero !?” probabilmente vi starete chiedendo e la risposta è: “Si, un albero. Sai come ? Grazie a Treedom” Treedom è una rivoluzionaria piattaforma nata nel 2010 che permette di acquistare e piantare alberi da frutto in Italia, Africa e Sud America per finanziare progetti ecologici, di rivalutazione territoriale e di volontariato volti a supportare comunità di contadini locali. Forse, però, le parole di Tommaso Speroni e Federico Garcea, fondatori della piattaforma, vi aiuteranno a capire meglio questa realtà. L’abbiamo intervistati, ecco a voi ! Treedom, l’intervista Come nasce Treedom? Treedom è nata a Firenze nel 2010 per iniziativa di Tommaso Speroni e Federico Garcea (allora rispettivamente 24 e 29 anni) mentre, ogni giorno, oltre 30 milioni di persone come loro giocavano a simulare la vita di un contadino grazie a Farmville. A differenza di tutti gli altri, durante l’ennesima sessione di gioco, Tommaso e Federico hanno avuto un’idea per unire il reale al virtuale e l’utile al dilettevole: creare un’innovativa piattaforma dove chiunque possa scegliere un albero da piantare e seguire online e, contestualmente, far sì che un contadino pianti realmente quell’albero da qualche parte. Non importa se vicino o lontano, l’importante è che venga piantato. In che modo questo progetto può aiutare le comunità di contadini locali? Tutti gli alberi Treedom vengono piantati da contadini locali in paesi o realtà dove hanno anche un’utilità sociale, come ad esempio in Kenya per incrementare la produzione agricola e ad Haiti nelle zone colpite dal terremoto del 2010. Grazie a Treedom migliaia di contadini hanno l’opportunità di farsi finanziare la piantumazione di alberi da frutto – che nel tempo offriranno nutrimento ed opportunità di guadagno – o alberi utili all’ecosistema locale, ad esempio per contrastare la desertificazione o per essere ripiantati a seguito di fenomeni di deforestazione. Abbiamo visto che sul vostro sito sono presenti progetti di green marketing e green business. In cosa consistono? Treedom offre anche servizi di green branding che puntano a valorizzare l’impegno ecologico delle aziende con soluzioni di marketing e comunicazione in campo ambientale. Lo stesso meccanismo utilizzato per i singoli utenti, che hanno la possibilità di piantare, regalare e seguire i propri alberi, è esteso infatti anche alle imprese, le quali possono dar vita a una “foresta aziendale” ed aggiungere virtualmente il proprio logo agli alberi scelti. Treedom in occasioni speciali come il Natale propone dei prodotti unici nel suo genere. Quest’anno ha lanciato B Box, il primo regalo corporate che contiene solo prodotti realizzati da B Corp, ossia da imprese che si contraddistinguono per elevate performance ambientali e sociali. L’azienda stessa, grazie al suo innovativo business model, a partire dal 2014 fa parte delle Certified B Corporations. B Box è il risultato di questo importante connubio e ha l’obiettivo di offrire a tutte le aziende che lo desiderano la possibilità di fare a tutti i propri stakeholder un regalo che rispetta il pianeta in varie forme e vari gusti e di […]

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Valeria Angione, intervista alla web star tra ansia e teatro

Valeria ha rapito la moltitudine di studenti col grido di “mai una gioia” ed ha divertito con la sua pura ironia, da ottima compagna di banco che rende la vita scolastica un poco meno pesante. Una ragazza dal grande talento che con la leggerezza dei suoi molteplici filmati evidenzia un carattere da artista, un’abilità nel descrivere la vita quotidiana di ogni studente in crisi per le sessioni d’esame e che si ritrova ad affrontare giornate cariche di studio, ma soprattutto di ansia. Abbiamo scambiato due chiacchiere con la stella del web che da alcuni anni diverte con i suoi “macchiettistici” video sulla rete: Valeria Angione, 22 anni, studentessa di Economia e Commercio ed un’unica grande passione, il teatro e… forse anche gli evidenziatori Valeria quando non sei una studentessa disperata chi sei?  Sono una ragazza molto semplice, così come mi vedete. La studentessa disperata è il mio personaggio ora, ma fino all’anno scorso era la mia vita vera. In generale mi divido tra teatro e video su Facebook, poiché tutto ad un tratto è diventato un lavoro. Sembra strano ma è così e non posso desiderare di meglio. Amo la mia community, sono straordinari. Mi danno un supporto enorme, mi fanno sentire bene. Oltre a continuare con i video mi sto concentrando per realizzare il mio sogno più grande: diventare un’attrice. Come e quando hai avuto l’intuizione di produrre la tua comicità con i video che tutti conosciamo? Faccio teatro da 10 anni, ma avevo bisogno di un posto tutto mio in cui poter esprimermi senza limiti. Un posto dove io ero padrona di me stessa e della mia creatività. Volevo un posto dove potessi combinare la mia passione per la recitazione e la voglia di mettermi in gioco. Non credevo di riuscirci, è solo da poco tempo che sto cominciando ad avere più stima e fiducia in me stessa, e lo devo al supporto di coloro che ogni giorno seguono i miei post e i miei video. Sei un’appassionata di teatro e lo pratichi, ritieni che questa tua predisposizione ti abbia aiutata nel tuo progetto? Come ho detto prima, il teatro è stata la mia arma. Mi ha dato quel qualcosa in più, ma soprattutto mi ha dato il coraggio di creare una pagina ed espormi così tanto, senza avere vergogna. A volte è proprio questo che manca a qualcuno con del talento, la sfacciataggine. Non è facile pubblicare un video, all’inizio hai sempre paura di cosa può dire la gente, degli insulti che magari puoi ricevere dai “leoni da tastiera”, ma io non ho badato a tutto questo, dopo un po’ di paura iniziale e grazie al supporto dei miei amici ho preso coraggio. Ma devo dire che ho preso coraggio proprio grazie al teatro, che mi ha insegnato a non ascoltare nessuno se non me stessa.  Valeria è stata anche produttrice di un video musicale dal titolo Lo do a settembre ma anche di una simpatica parodia di “Perdono” di Tiziano Ferro, il suo cantante preferito Cosa […]

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Ataribox: novità sulla console della Atari

Questa estate la Atari aveva annunciato di voler ritornare sul mercato delle console dopo anni di assenza. Finora della console erano noti il nome, Ataribox, l’aspetto estetico, basato sull’Atari 2600, e poco altro. Ora sono stati pubblicati altri dettagli, a partire dal prezzo che oscillerà sui i 250/300 dollari. Dal punto di vista hardware la console userà un processore personalizzato della AMD con grafica Radeon, quindi si baserà presumibilmente su un processore x86/64, simile a quelli usati nei computer. (Ricordiamo che invece negli smartphone si utilizzano processori ARM). Ataribox, altri dettagli Come sistema operativo utilizzerà un sistema basato su Linux, con un’interfaccia che secondo la Atari sarà progettata per le televisioni e di facile utilizzo. Secondo le dichiarazioni ufficiali questo permetterà all’utente di personalizzare il sistema operativo e di integrare funzioni aggiuntive come la fruizione di streaming, musica ecc. La scelta di Linux è dovuta probabilmente a ragioni soprattutto pratiche: evita di dover sviluppare da zero un sistema custom ma fornisce una base ben consolidata, inoltre permette di utilizzare le applicazioni già esistenti che sono compatibili con Linux. Infatti il comunicato stampa riporta che sarà possibile utilizzare l’Ataribox come un normale computer per accedere a social network, navigare su Internet e utilizzare anche giochi di altri rivenditori purché compatibili con Linux. Scelta che amplia notevolmente il parco titoli della console, basti guardare i giochi compatibili Linux disponibili sui noti store GOG.com e Steam. Sull’Ataribox saranno disponibili numerosi titoli storici dell’Atari aggiornati  nonché giochi prodotti appositamente per la console, anche se al momento non si hanno ulteriori dettagli. Ataribox, un progetto di crowdfunding Come già annunciato, la produzione della console sarà finanziata tramite un’operazione di crowdfunding sulla piattaforma Indiegogo che dovrebbe partire a breve, mentre l’uscita dell’Ataribox è prevista per la primavera 2018. Secondo la compagnia questo permetterà di coinvolgere gli acquirenti nel processo di produzione. I n pratica consente di ridurre i rischi economici tramite un finanziamento esterno e di  comprendere se c’è un interesse sufficiente da generare un ritorno economico per la compagnia. Con l’uscita di alcuni dettagli sono anche iniziate le critiche al progetto, probabilmente non del tutto infondate. Innanzitutto il prezzo è simile a quello di altre piattaforme videoludiche esistenti e al momento non sono stati annunciati giochi appositi per la console in grado di trainare le vendite. L’Ataribox è stata anche paragonata al progetto Steam Machine, potenti macchine per il gaming tramite Steam, che avrebbero dovuto rimpiazzare Windows nel settore gaming ma sono state un flop commerciale. L’obiettivo dell’Ataribox è però ben più modesto, a partire dal prezzo: una Steam Machine parte da una base di 600$. Il successo della console Atari dipenderà dall’hardware installato e dal rapporto prezzo/prestazioni, che potrebbe renderla capace di gareggiare non con le altre console ma con i computer pensati per applicazioni ludiche.

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eSports e Olimpiadi, rivoluzione in corso

eSports e Olimpiadi sono due mondi tenuti separati troppo a lungo e che, forse, dopo anni di lontananza, riusciranno finalmente a incontrarsi. Ma procediamo con ordine, cosa sono gli sport elettronici? Gli eSports racchiudono l’universo in continua crescita dei videogiochi, in particolare quelli multi-giocatore competitivo. Si tratta di una vera e propria disciplina sportiva legata a determinati titoli videoludici che è in continua espansione ed evoluzione, introducendo nuovi generi di professionisti e dando vita a una tipologia inedita di spettacolo tanto dal vivo – diversi stadi e palazzetti dello sport ospitano campionati eSports ottenendo grande riscontro e successo – che su schermo – programmi e canali dedicati a questo sport sono in costante prolificazione. Parliamo di un fenomeno mondiale che include anche l’Italia con veri e propri centri sportivi sparsi per tutto il territorio e con un sistema di tornei vario e ben organizzato. I generi di videogiochi sono dei più disparati, dai simulatori di sport (primo tra tutti il calcio) agli sparatutto (in prima e terza persona) ad arena, fino ad arrivare a giochi di carte virtuali. La vera rivoluzione degli eSports riguarda il loro futuro ingresso all’interno delle Olimpiadi Asiatiche previste nel 2022. L’Olympic Council of Asia ha ufficialmente annunciato che gli eSports sono a tutti gli effetti una disciplina olimpica e coloro che riusciranno a conquistare il podio riceveranno una medaglia al pari degli altri professionisti sportivi. Ed è proprio sulla scia della decisione asiatica che gli eSports potrebbero entrare a far parte anche dei Giochi Olimpici di Parigi previsti nel 2024. Il Presidente del comitato olimpico Thomas Bach, in un’intervista con il South China Morning Post, ha però annunciato che, in quanto promotori di nonviolenza, non saranno accettati come disciplina olimpica i videogames che trattano la violenza. Questa decisione esclude automaticamente gran parte dei titoli video ludici più in voga negli eSports, lasciando i simulatori sportivi e poco altro. Il dibattito è ancora acceso ma il riconoscimento degli eSports come vera e propria disciplina sportiva segna una svolta decisiva e importante per uno dei medium più importanti degli ultimi anni e che continua a rivoluzionarsi e re-inventarsi in nuove forme d’intrattenimento. Basti pensare che in Inghilterra, a partire da settembre 2018, all’università di Staffordshire, sarà possibile iscriversi a un vero e proprio corso di laurea dedicato al mondo degli eSports. Ma questa è un’altra storia.

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Il primo fiore di zafferano, romanzo di Laila Ibrahim

Il primo fiore di zafferano (Yellow crocus), edito da Amazon Crossing, è il romanzo con cui la scrittrice americana Laila Ibrahim ha esordito sulla scena letteraria contemporanea sebbene la sua opera sia ambientata nel passato. Siamo alla fine degli anni ’30 del diciannovesimo secolo nella Virginia schiavista, più precisamente nella grande piantagione di tabacco posseduta dalla ricca famiglia dei Wainwright dove la giovane padrona sta per dare alla luce il suo primogenito. È in un giorno di aprile che Mattie, una delle schiave divenuta anche lei madre da soli tre mesi del piccolo Samuel, è costretta ad adempiere ai suoi doveri di balia nei confronti della neonata Miss Elizabeth affidando il figlio alle cure dei suoi parenti. Tra la ragazza di colore e la sua padroncina – che lei chiama affettuosamente “Lisbeth” – si instaura da subito un legame talmente forte e profondo da dare quasi l’impressione che si tratti proprio di quello che esiste tra una madre naturale e la propria creatura. Passano gli anni e le due sono sempre più unite ma, una serie di eventi, le separerà fino al momento in cui potranno ricongiungersi, malgrado i tanti mutamenti che hanno modificato il corso delle loro esistenze. Il primo fiore di zafferano : una storia di amore e conquista della libertà Il romanzo ruota attorno alle vite delle due protagoniste delle quali il lettore impara sin da subito ad apprezzare, anzi, ammirare il carattere determinato, nonostante i loro ruoli siano all’opposto. Entrambi dolci e premurose, danno l’idea di essere destinate, ancor prima di conoscersi, a instaurare un legame duraturo. Tuttavia, mentre Mattie mostra da principio la propria determinazione, salda e ben radicata, poiché ha subito una condizione vergognosa impostale dalla nascita ma non intende portarsela dietro fino alla fine dei suoi giorni; Lisbeth acquisisce consapevolezza di sé e di cosa sia giusto e sbagliato crescendo e grazie alla sua adorata balia dalla quale trae linfa vitale, non solo attraverso il latte con cui la nutre da piccola ma, soprattutto, attraverso i gesti, le parole e gli insegnamenti che le rivolge e che faranno di lei un’altra giovane donna forte, indipendente e anticonformista, capace di affrontare ciò che l’attende lungo il suo cammino. Il primo fiore di zafferano è davvero un bellissimo romanzo denso di dolci emozioni e amare verità che, malgrado concentri l’attenzione su Mattie e Lisbeth, non fa mai perdere di vista il grande tema centrale nell’opera: subire, equivale ad accettare e, di fronte alle ingiustizie, come è stato lo schiavismo e come tanto altro accade ai giorni nostri, non bisogna chinare il capo o voltarlo facendo finta di niente. Bisogna lottare perché una vita senza libertà e dignità è una vita sprecata e priva del suo senso.

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Libri

Bagliori a San Pietroburgo, tra le memorie di Brokken

Leggere Jan Brokken è come viaggiare. Significa perdersi in un mondo che ti appartiene solo da lontano, se non sei un fervido appassionato della civiltà nordeuropea, quella che egli stesso tanto ama. Già da “Anime Baltiche” e “Il giardino dei cosacchi”, Brokken immerge il lettore in quella così problematica ma intensa cultura, spaziando dalla letteratura alla musica, che da olandese sente fortemente propria, tanto da farne il protagonista assoluto dei suoi racconti. E ritorna con il nuovo libro Bagliori a San Pietroburgo, anche questo edito in Italia da Iperborea e tradotto da Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo. “È strano, a nessuna città mi sento tanto legato quanto a San Pietroburgo, e al tempo stesso nessuna mi incute altrettanto timore”. La San Pietroburgo di Brokken, tra arte, letteratura e musica Ogni ricordo, ogni incipit di Bagliori a San Pietroburgo parte da un unico viaggio che Brokken fece nel 1975 appunto a San Pietroburgo, allora chiamata Leningrado. Anche se dalla Rivoluzione Russa sono passati decenni, l’autore sottolinea come la città fosse ancora fortemente influenzata, anche implicitamente, dagli strascichi che comportò il governo di Lenin e i successivi stravolgimenti storici. Un Paese duro, omertoso e corrotto in quei lunghi anni, violento, e allo stesso tempo così profondamente malinconico e sentimentale: Bagliori a San Pietroburgo è un’opera evocativa, perché attraverso gli occhi di uno “straniero” come Brokken, possiamo comprendere quanto poco conosciamo una cultura che non è la nostra, così intimamente bella come ce la descrivono due occhi, ed un cuore, innamorati. Leggere Brokken è anche viaggiare nel tempo. Con attenzione quasi filologica, l’autore racconta degli artisti che hanno reso San Pietroburgo una città splendente, toccando persino il periodo storico zarista. Folli geni, musicisti ribelli, anime controcorrente che hanno nella propria arte espresso l’amore/odio verso la propria terra. Così, non dimenticando di coinvolgere il lettore nelle sensazioni personali che l’arte di questi personaggi gli hanno suscitato per tutta la sua vita e continuano a farlo, Brokken ci trasporta nel passato, insieme ad Anna Achmatova (“ero innamorato della sua raffinatezza. […] Niente era comune in lei”), Gogol’, alla pittura di Malevič, alla musica tormentata di Čajkovskij, Marija Judina, Stravinskij e Šostakovič, poi Brodskij, Esenin, Rachmaninov. Fino ad arrivare a due poli opposti ma della stessa medaglia letteraria, Nabokov e Dostoevskij, per cui l’olandese non nasconde una profonda e dolce ammirazione, sia come scrittore che come uomo (“Dostoevskij scriveva, forse per primo nella letteratura mondiale, dal punto di vista dei suoi personaggi, […] esprimeva la loro grettezza, collera, malvagità, il loro disprezzo, i loro piaceri ed espedienti e la loro piccola ed esitante poesia”). Sembra che Brokken rifletta e racconti attraverso una lente da obiettivo biografo – curiosissimo è il racconto dell’assassinio di Rasputin per mano del principe Jusupov, che fuggì dalla Russia con “un Rembrandt sottobraccio” – ma lo fa da scrittore, quindi ricco di sentimentalismi e sensazioni, che rendono Bagliori a San Pietroburgo un libro personale, prospettico, poetico se vogliamo, appassionante. “Se San Pietroburgo non fosse esistita, avrei inventato io questa città che sonnecchia […]

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Libri

Tè Verde, J.S. Le Fanu: viaggio in una mente instabile

Tè Verde è indubbiamente riconosciuto come uno dei migliori racconti del mistero scritti dall’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873). Pubblicato per la prima volta nel 1869, e riedito oggi dalla Marsilio Editori,  il romanzo si muove tra il giallo psicologico e i racconti di fantasmi e spiriti tanto in voga nell’Ottocento. Non si tratta, come farebbe pensare il titolo, di un saggio sulle virtù della bevanda orientale, ma di un racconto a cavallo tra ambientazioni gotiche e riflessioni psichiatriche. Voce narrante del romanzo è Martin Hesselius, “dottore psichico” con una passione per il sovrannaturale. Precursore di Van Helsing, altro famoso medico della letteratura gotica ottocentesca, Hesselius è una sorta di psicanalista prima che la psicanalisi venisse inventata, ma anche anticipatore dei tanti investigatori e Ghost-finder della letteratura anglosasone di primo ‘900, da Sherlock Holmes in poi. Te’ verde si configura quindi come il resoconto degli studi compiuti da questo singolare medico sullo “strano caso” del reverendo Jennings. Sin dalle prime pagine si percepisce la sfuggevolezza di questo parroco all’apparenza così cortese con tutti i suoi fedeli ma che nasconde un oscuro segreto. L’incontro tra i due avviene in casa dell’amica comune Lady Mary Heyduke e sin da subito l’autore, attraverso le riflessioni di Jennings, mette in evidenza il comportamento singolare del reverendo, con il suo “modo inconfondibile di guardare in tralice, come se stesse seguendo con la coda dell’occhio qualcosa lungo la bordatura del tappeto”. Nel corso del romanzo i due stringeranno un’amicizia basata sul reciproco rispetto e, da parte del reverendo, sulla speranza che Hesselius fosse in grado di guarire la sua psiche malata.  Veniamo così a conoscenza che il parroco  è costantemente turbato dalla demoniaca presenza di una scimmia parlante, che lo spinge a “compiere azioni malvagie”, incitandolo persino al suicidio. Ecco dunque che la missione di Marin Hesselius diviene quella di salvare la vita del tormentato amico. Tè Verde e il pensiero involontario.  Ciò che salta subito all’occhio di questo romanzo è la sua modernità: Le Fanu si fa precursore di tendenze letterarie e di pensiero che, assolutamente all’avanguardia per i suoi tempi, diverranno punto di partenza per riflessioni ben più mature. La ricerca psichica e il lavorio di una mente in confusione sono il fulcro di Tè Verde, in cui largo spazio è lasciato alla descrizione dello stato psicologico in cui versa il reverendo Jennings. L’elemento onirico-fantastico è preponderante, nonostante Le Fanu cerchi di attribuire una spiegazione scietifico-medica allo stato metale del suo paziente, ricollegando lo stato di confusione e malessere proprio all’abuso di Tè fatto dal reverendo. Simbolo della precarietà psicologica dell’uomo è la diabolica scimmietta, che appare, quindi, il frutto di un’attività allucinatoria e paranoica di una mente malata. Presentata come un “demone”,la scimmia è la rappresentazione visibile di un malessere interiore di un uomo profondamente debole, il tentativo di razionalizzare paure inconsce esternandole e facendole diventare altro da sé. La scimmietta è l’incarnazione degli impulsi autodistruttivi di Jennings ma anche, in qualche modo, l’espressione dei suoi desideri rimossi. Probabilmente, tale malessere è connesso all’inconciliabilità tra il ruolo […]

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Libri

Il blues del ragazzo bianco di Paul Beatty: tutte le sfumature del colore nero

Romanzo di iniziazione del vincitore del Man Booker Prize 2016 Paul Beatty, tradotto magistralmente da Nicoletta Vallorani, Il blues del ragazzo bianco si potrebbe descrivere come “l’opera del disincanto”. L’autore, con un linguaggio fulminante per la sua carica polemica, cinico quanto basta, traccia i contorni della critica realtà dei ghetti neri e delle tensioni razziali. Con immagini talmente potenti e incisive da risultare spesso crude e, senza mai cedere a idealismi o banalizzazioni, lo scrittore si serve di un’esperienza di vita individuale per fornire un’analisi non convenzionale e profondamente sarcastica di una problematica ancora attuale, ma trattata con una vena tragicomica che trascina anche il lettore più “svogliato” nella narrazione. L’originalità della trama de Il blues del ragazzo bianco La trama verte sulla storia di Gunnar Kaufman, discendente da una famiglia di schiavi neri, che dopo un’adolescenza serena a Santa Monica, lontano dalla cosiddetta negritudine, deve sopravvivere al trauma del suo trasferimento nel ghetto nero di Hillside, a Los Angeles. L’integrazione in un ambiente malfamato, violento, dove non esiste redenzione, gli risulta non poco difficoltosa. Il giovane si rassegna a subire pestaggi e aggressioni, tenta con grinta di adattarsi a una dimensione aberrante, che non conosce Dio e neanche la legge. Si piega ad allucinanti rituali di iniziazione. Non si era mai sentito “nero” prima di allora, e l’impatto con una società che lo obbliga ad abbracciare gli aspetti peggiori di questa identità è doloroso. La sua famiglia non lo aveva mai preparato a vivere in un ghetto: suo padre è un integerrimo ufficiale di polizia, sua madre tesse le lodi di strambi antenati neri ed entrambi peccano un po’ di senso pratico. Gunnar Kaufman, personaggio folgorante che non si lascia circoscrivere da nessuna definizione, sgomita per costruirsi una propria identità e per conquistarsi un ruolo sociale. Non si accontenta mai di se stesso, né si lascia imbrogliare dai luoghi comuni di quella realtà che, suo malgrado, inizia a considerarlo un eroe. Riesce a formare una propria cricca, a sentirsi finalmente nero. È affiancato da due personalità controverse come la sua, quella di Nicholas Scoby, suo primo amico e campione di basket che sceglierà il suicidio, unica possibilità di fuga da un successo che lo strozzava, e Psyco Loco, farabutto dalla personalità esilarante, mai scontata. Con la sua indole coraggiosa e la sua ironia -a volte macchiata di amarezza- Gunnar diviene un osannato giocatore di basket e un poeta capace di caricare le folle bramose di un leader per ottenere il loro riscatto. Un leader che Gunnar non sceglierà di essere, ma che finirà per incarnare con la propria irriverenza e il proprio carisma. Tutte le sfumature del nero Paul Beatty dipinge un universo quasi orgiastico, animato da crimini, matrimoni stipulati su internet come un qualunque acquisto, suicidi di massa improvvisati. E ancora, il parto “pubblico” della moglie giapponese di Gunnar, trasformato intenzionalmente in uno spettacolo di cattivo gusto, oppure il dito che lo stesso protagonista si trancia come atto di protesta. Una tematica tradizionale come quella della piaga del razzismo stravolta […]

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Napoli & Dintorni

Napoli & Dintorni

Napoli Buskers Festival, l’arte circense in centro storico

Napoli Buskers Festival al via Parte oggi il Napoli Buskers Festival. Busker è un termine inglese che designa gli artisti di strada. Una categoria di persone estremamente variegata. Basta una passeggiata in qualsiasi grande città per rendersene conto. Accomunate però tutte dal fatto di offrire ai passanti uno spettacolo d’intrattenimento. Proprio gli artisti di strada saranno i protagonisti del Napoli Buskers Festival. Diretto dalla rinominata Compagnia dei Saltimbanchi, la rassegna avrà luogo per le vie del centro storico di Napoli. Da Via dei Tribunali fino a Piazzetta Miraglia, il festival animerà dalle 18 alle 21 il cuore pulsante della città. Sono previsti numerosi spettacoli pronti ad accendere la fantasia di grandi e bambini. Si passa dagli spettacoli itineranti di trampolieri e giocolieri. Per arrivare agli immancabili fachiri e clown. E poi i maghi, con i loro effetti speciali. Le danzatrici di ventre, con i loro movimenti sinuosi. Fino alle immancabili bolle di sapone, simbolo di leggerezza. Un evento totalmente gratuito, che ha ottenuto il patrocinio della IV municipalità del comune di Napoli. Gli artisti di strada animeranno il cuore pulsante della città La qualità della rassegna è garantita dalla Compagnia dei Saltimbanchi. Forte di un’esperienza ventennale, nel campo dello spettacolo e degli show da circo. Clown e maghi che sanno mescolare perfettamente elementi della tradizione senza tuttavia perdere il pubblico delle ultime generazioni. Il Napoli Buskers Festival sarà una potente miscela di improvvisazione, pantomina, giocolerie. Il tutto con la partecipazione attiva degli spettatori. Non semplici testimoni dell’evento, ma protagonisti dello stesso assieme agli artisti. Saranno dunque i saltimbanchi a farla da padrone questo venerdì sera Napoli. Un’occasione da non perdere, anche per riscoprire sotto una luce nuova il centro storico. Per riscoprire lo spettacolo circense, troppo spesso sottovalutato o  poco celebrato. Arti minori come il cinema o il fumetto sono annoverate tra le forme di spettacolo. Quando poi l’arte è qualsiasi manifestazione del talento espressivo  innovativo dell’uomo.

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Eventi/Mostre/Convegni

Monte Pio della Misericordia: l’arte di rendere l’arte accessibile a tutti

Sei una qualunque persona appassionata d’arte, intellettualmente viva o comunque stimolata culturalmente. Abiti a Napoli o ti ci trovi come turista. Ma sei non udente. Leviamo il ‘ma’, perché dall’8 ottobre 2017 sarà possibile visitare senza ostacoli alcuni dei dipinti più imponenti nel napoletano. Tra essi, le Sette opere di Misericordia del Caravaggio, accompagnata ovviamente da molti altri lavori. Togliamo il ‘ma’, perché le guide saranno aperte a tutti. Sarà possibile infatti, presso il Monte Pio della Misericordia, l’utilizzo di tablet che riprodurranno video in cui interpreti LIS traducono le parole dell’audioguida. Si tratta in sostanza dell’iniziativa Caravaggio InSegni dell’associazione culturale Curiosity Tour e dal Monte Pio della Misericordia: i due enti attraverso un lavoro di due anni hanno infatti ben pensato di allargare la possibilità di servirsi di una guida anche ai turisti e cittadini non udenti. Essa sarà bilingue: ciò vuol dire che oltre l’interprete in lingua dei segni italiana, ci saranno sottotitoli nonché la riproduzione audio in lingua italiana. Monte Pio della Misericordia e Curiosity Tour Curiosity Tour è un’associazione culturale nata nel 2014. Unico obiettivo: diffondere la conoscenza del patrimonio culturale del napoletano e dell’intera area campana. L’impegno per conferire alla martoriata città del mezzogiorno d’Italia una nuova veste confluisce quindi in una offerta oculata di modus differenti di porsi alla cultura, aiutando anche persone disabili a questo approccio. Un ampliamento delle vedute, quindi, con cui ci si approccia alle opere d’arte. Si parte dalla chiesa del complesso del Monte Pio, la cui luce proveniente dalla cupola sembra essere più confortante, senza sgarbi di disumanità che a volte nascono per semplice dimenticanza, inadempienza o arretratezza. Nel gioco speculare dell’ottagono che è la chiesa del Monte Pio nessuno venderà i suoi occhi all’ignoto con gli interpreti LIS. Tutti sapranno la carica intellettuale di un monumento che già nel XVII secolo si prestava ad essere casa del bene e dell’arte, rendendosi dimora dei poveri, degli affamati, degli assetati, di chiunque avesse e abbia tuttora bisogno di un supporto. Il Monte Pio, tra le più antiche associazioni benefiche laiche di Napoli, rende manifesti già dal nome i suoi scopi, tra l’altro presentati con la maestria del Caravaggio in quell’opera che costituisce lo sfondo dell’altare della chiesa del complesso monumentale, il quale è stato musealizzato solo nel 2005. Così il 3 ottobre, nell’eleganza che pizzica l’aria e l’umanità che sorvola le parole e arriva dagli sguardi generosi dei presenti, al primo piano del palazzo si è avuta la conferenza di presentazione al pubblico del progetto. Niente ha fatto difetto. Tutto è stato presentato nei minimi dettagli dalle due coordinatrici del progetto Germana Falibretti e Stefania Russo, anche autrici delle varie realizzazioni del materiale visivo. Presente anche il soprintendente dell’associazione benefica Pasca di Magliano, nonché Nino Daniele, Assessore alla Giunta Comunale. Nell’umidità storica emessa da pareti così inzuppate di anni non poteva che nascere una impeccabile presentazione, tradotta in LIS da due interpreti e costituita anche da un mini-tour che empiricamente ha dimostrato ai presenti come funzionerà l’utilizzo dei nuovi dispositivi con audio e, […]

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Napoli & Dintorni

Pet Pride, la prima edizione a Napoli

Con il patrocinio del Comune di Napoli, e molti sponsor tra i quali il Consorzio Centro commerciale naturale e Radio Marte, il 6, 7 ed 8 ottobre, si svolgerà, presso la Galleria Principe di Napoli, la prima edizione del Pet Pride Napoli, un evento imperdibile dedicato ai nostri amati animali ed ai loro padroni! Il Napoli Pet Pride ha aperto ufficialmente le proprie porte ieri venerdì 6 ottobre, dalle ore 11.00 alle ore 19.00. Ha avuto luogo la presentazione dell’iniziativa e a seguire l’apertura degli stand e dell’info-point, dove sarà possibile richiedere informazioni circa il programma della manifestazione ed in particolare circa la possibilità di iscrivere i propri animali alle sfilate dei giorni successivi. Oggi e domani 8 ottobre, a partire dalle ore 11.00 fino alle ore 20.00, sarà possibile assistere a dimostrazioni ed approfondimenti circa i più svariati temi relativi al mondo animale, tra i quali la pet therapy, l’utilizzo dei cani per combattere lo spaccio di sostanze stupefacenti, il rapporto tra animali e moda, le nuove tecniche di toelettatura e molto altro ancora. In particolare saranno presenti veterinari pronti a dare informazioni e chiarimenti su vaccini, profilassi e micromappatura. L’innovativa iniziativa merita attenzione non solo per l’interesse suscitato nei confronti degli amanti del mondo animale, ma anche e soprattutto per la sua capacità di valorizzare ed utilizzare in modo proficuo uno spazio cittadino di grandissima bellezza ed importanza storica, quale la Galleria Principe Di Napoli.  Al Napoli Pet Pride la sfilata sarà aperta a tutti A differenza delle solite sfilate canine, quelle che avranno luogo oggi e domani presso il pet pride, non riguarderanno solo i cani di specifiche razze: l’iniziativa è infatti volta a tutti i pelosi indipendentemente dalla razza di appartenenza. Finalmente, insomma, una sfilata per cani dove il pedigree lascerà spazio alla simpatia e alla capacità dei nostri amici a quattro zampe di accattivarsi le grazie dei giudici. Per partecipare alla sfilata sarà necessario pagare una quota di iscrizione di 10 euro, ed al termine della manifestazione gli animali proclamati vincitori riceveranno dei premi. Infine ma non meno importante, il ricavato derivato dalla sfilata sarà donato in beneficenza ad associazioni di volontariato che si occupano di prestare cure ed assistenza agli animali randagi presenti sul territorio campano. Il Pet Pride Napoli, sarà il luogo perfetto dove poter condividere la propria passione per gli animali, divertirsi e soprattutto aiutare i pelosi meno fortunati.  

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Emporio solidale: quando la valuta è il volontariato

Si chiama “Arca, Emporio della Solidarietà”, e non è soltanto un supermercato: al confine tra i comuni di Monte di Procida e Bacoli, infatti, è stato recentemente realizzato un lodevole e ambizioso progetto, volutamente ideato per rispondere alle esigenze di coloro che abbiano difficoltà a “passare alla cassa”, per pagare l’indispensabile spesa familiare. Si tratta di un supermercato sociale, unico in Campania, nato dalla collaborazione fra l’associazione flegrea «La Casetta Onlus» e la «Fondazione Progetto Arca Onlus» di Milano, allo scopo di supportare le famiglie indigenti dell’area flegrea, superando la logica dell’assistenzialismo: giacché l’organizzazione dell’emporio incoraggia chi si trovi in situazioni di difficoltà ad uscire dall’isolamento, a porsi in gioco e a creare relazioni nuove, mettendo a frutto  le competenze e appagando l’individuo, il quale sente di poter donare in cambio le proprie capacità. Il progetto del social market “Arca” si inserisce nel complesso discorso sulla povertà, offrendo un servizio di supporto ai più bisognosi: secondo i recenti dati Istat, infatti, sarebbero 4,6 milioni le persone povere in Italia, mentre secondo il “VII Atlante dell’infanzia a rischio” presentato da Save The Children, i bambini di quattro famiglie povere su dieci si trovano in condizioni precarie, soprattutto nel Sud d’Italia. Cosi si esprime in merito Anna Gilda Gallo, presidente della Onlus flegrea: «In Italia 1 milione e 582.000 a famiglie vivono in povertà assoluta; non si tratta di un disagio economico, ma della forma più grave di indigenza, quella di chi non riesce ad accedere a quei beni e servizi necessari per una vita dignitosa. Ancora una volta è il Mezzogiorno a vivere la situazione più difficile, dove si concentra il 45,3% dei poveri di tutta la nazione». L’emporio solidale intende, appunto, essere presente per aiutare le famiglie in difficoltà, che hanno  il diritto di riprendersi e ricominciare a vivere, non soddisfacendo meramente i bisogni materiali, benché primari, attraverso l’esclusiva fornitura di beni alimentari, ma superando l’idea stessa di assistenza, costruendo un futuro di integrazione sociale per tutti, nell’ossequioso rispetto della dignità individuale. Struttura e funzioni dell’Emporio solidale  Dal punto di vista sociale, l’iniziativa permette alle famiglie di non gravare sulle comunità con l’ausilio di fondi pubblici: il progetto, infatti, è stato finanziato dai contributi privati della Fondazione e dalla “Casetta”. Progressivamente si sono associati vari piccoli imprenditori, che hanno “adottato” uno scaffale da arricchire mensilmente con i prodotti di base: così, anche grazie alla generosità di tanti sostenitori, l’Emporio della ​ Solidarietà offre un paniere di circa una dozzina di prodotti fissi e sempre disponibili, prodotti essenziali come pasta, riso, olio, latte, tuttavia l’auspicio è di poter ampliare l’offerta, dilatando sempre più la rete solidale con i commercianti del territorio.  Parteciperanno al progetto quaranta famiglie, venti residenti nel Comune di Bacoli e venti nel Comune di Monte di Procida, selezionate appositamente dai Servizi Sociali dei due Comuni flegrei, con i quali è stato siglato uno specifico protocollo d’intesa. I clienti riceveranno una tessera a punti, che impiegheranno per effettuare la propria spesa; una volta esauriti i punti a disposizione, i beneficiari potranno ricaricare […]

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Musica

Musica

Sedici, Elisabetta Serio: intervista e recensione dell’album

Nove tracce, riflettori puntati su un pianoforte suonato da una donna con una grande espressione comunicativa e un background musicale che affonda le sue radici in ogni parte del mondo: la somma di tutto questo è Sedici. Se dici Sedici, dici Elisabetta Serio, sì perché è questo il titolo del suo nuovo album pubblicato lo scorso settembre per l’etichetta Via Veneto Jazz con il supporto di BirrJazz. Secondo disco per l’artista, cresciuta pane e musica, che vanta numerose collaborazioni, prima fra tutte quella con l’indimenticabile Pino Daniele  ma anche con artisti come  Noa e Z-Star. Accompagnata in questo viaggio dal contrabbasso di Marco De Tilla e dalla batteria di Leonardo di Lorenzo, la Serio propone un sound che si ispira al jazz nordeuropeo ma ricorda le atmosfere americane e approda al linguaggio bebop attraverso una scelta precisa di suoni e strumenti. Il tutto è  impreziosito da Fulvio Sigurtà alla tromba e da Jerry Popolo al sax tenore, presenti in alcuni brani del disco. Sedici, il disco Sedici è un titolo dai molteplici significati: dal fortunato numero della smorfia napoletana alla numerologia karmica, per la quale rappresenta il cambiamento. Un numero caro alla pianista che lo ha presentato come un simbolo legato a circostanze speciali della sua vita. Il valore assoluto di Sedici è dato dalla presenza di piccoli, grandi elementi che, come tessere di un puzzle, si intersecano tra di loro. A partire da Afrika, unico brano cantato del disco, in cui la voce di Sarah Jane Morris si incastra perfettamente con il ritmo ipnotico, e  proseguendo con Rumors, lo stile bebop dà forma all’idea del chiacchiericcio. All’idea della parola che corre di bocca in bocca. Rinvii, omaggi, riprese, un bagaglio di vita e di ascolti trasposto in note. È  il caso di Freedom, omaggio a Billie Holiday, che nella sua Stange Fruit, racchiude l’immagine degli uomini impiccati dal Ku Kux Klan. Lo sono Mr P. e Brad, due brani diversi tra loro, ma con una matrice comune: entrambi delineano due figure salienti nella vita della pianista, Pino Daniele con cui la Serio ha condiviso il palco negli ultimi tour e Brad Meldhau, pianista statunitense. Si definisce timida e riservata con le parole ma è un talento autentico, un’interessante compositrice con il super potere di trasmettere, senza filtri, stati d’animo ed emozioni. Sedici, l’intervista a Elisabetta Serio  Quando nasce Sedici? C’è un fil rouge che lega i brani di questo disco? E’ il frutto di un lavoro che è durato tre-quattro anni, è stato registrato in due momenti diversi della mia vita professionale: una parte durante la collaborazione con Pino Daniele, poi interrotta nel momento in cui siamo stati in America; un’altra dopo la sua morte, quindi questo disco ha anche due momenti emotivi diversi. C’è una scelta precisa di ogni elemento del disco: a partire dallo studio in cui è stato registrato, Elios di Castellammare, continuando con i musicisti che hanno preso parte a questo progetto; fondamentale la scelta del fonico Fabrizio Romagnoli, per il mastering e mixering ed anche la grafica del CD […]

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Musica

Willie Peyote ha un cuore, anche lui

Willie Peyote ci aveva lasciato poco più di un anno fa con quella piccola perla, irriverente e dissacrante, di Educazione Sabauda e ora è ritornato con un nuovo album Sindrome di Tôret ( Etichetta 451 Records, Distribuzione Artist First). Anticipato e pubblicizzato tramite due singoli ( I Cani e Ottima Scusa) e attraverso dei brevi video riguardanti il “making of” del lavoro, l’album nasce sulla scia lasciata dal precedente disco e si pone senza soluzione di continuità con esso, sia dal punto di vista tematico che musicale. Infatti, il titolo era già contenuto nella copertina di Educazione Sabauda, come svelato dallo stesso autore su Facebook. È un titolo eloquente, Sindrome di Tôret, nato da un gioco di parole tra la parola “Tourette”, sindrome neurologica a causa della quale chi ne è affetto non è in grado di controllare ciò che dice, e “Tôret” nome delle tipiche fontanelle di Torino a forma di toro. Un indizio, di facile intuizione, sulla natura oculatamente critica dei temi toccati ed emblema del legame viscerale tra Willie e la sua città, la conditio sine qua non la sua musica probabilmente neanche esisterebbe. Quella di Willie è una critica acuta e irriverente nata dall’insofferenza verso ogni forma di pensiero conforme a pregiudizi e stereotipi. Un’insofferenza verso l’esigenza cronica – tipica dei nostri giorni- di dover mettere bocca su tutto e di vomitare ininterrottamente giudizi e sentenze. Il buon Peyote lascia, però, anche spazio a un po’ di sana autocritica e introspezione. Scopriamolo insieme ! Willie Peyote, il nuovo album Si parte subito in quarta con la linea di basso arrabbiata e sincopata di Avanvera per poi passare al riff “blueseggiante” e dissacrante de I Cani. Un cazzotto in pieno viso all’ipocrisia e a molte spiacevoli contraddizioni del nostro paese: “L’analfabetismo è funzionale nel senso che serve a chi comanda.Qua hanno tutti una risposta,però qual è la domanda?”. La carica aggressiva viene smorzata dalle atmosfere “smooth” di un’ Ottima Scusa e elettroniche di Metti che domani. Meno aggressive ma non per questo con meno verve ironica e sarcastica. La caccia alla pedanteria, però, non conosce tregua nemmeno tra i due brani, intervallati da un featuring C’hai ragione tu con Dutch Nazari, l’amico di tante collaborazioni. La sesta traccia Chiavi nella borsa, altro featuring con Dutch, costituisce però un punto di rottura, da questo brano in poi tutto l’album acquisirà un tono maggiormente introspettivo. Disteso, a tratti rassegnato. Una scelta decisamente saggia. Sul tavolo degli imputati non ci sono più gli altri perché altrimenti avrebbe rischiato di incorrere nello stesso errore di chi precedentemente ha criticato. C’è lui e questa, in fondo, insensata aggressività della quale molte volte incappiamo inconsapevolmente. “ […]Lei mi guarda negli occhi come se stesse cercando qualcosa di corsa e sparge tutto sul tavolo come quando non trova le chiavi in borsa. E secondo me cerca qualcosa che neanche c’è”. Ci affanniamo molte volte inseguendo fantasmi, illusioni nocive per la nostra serenità accumulando rabbia e rancori immotivati. Willie ci invita a prendere un respiro […]

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Musica

Alessandro Ragazzo, fuori l’album New York

Alessandro Ragazzo nasce a Venezia nel 1994 ed è un cantautore di pop alternative, al suo terzo album da solista. New York è il titolo del suo ultimo disco che racchiude quattro brani, in cui il pop cantautoriale si fonde insieme al rock old school ed armonie alternative. Il nuovo EP è stato registrato nei Flux Studios, a New York, con una strumentazione sia vintage che elettronica, che ha reso il prodotto discografico più interessante ed innovativo. Prima di New York, Alessandro ne ha fatta di strada: membro dell’Industria Onirica, con cui ha inciso un album prodotto da Lele Battista; musicista ne La Febbre del Venerdì 13, Dan’s Apartment, The Rodriguez e Are You Real?, esordisce con il primo ep, Venice, grazie al quale ha la possibilità di suonare in numerosi live, in una situazione musicale unplugged: chitarra e loop station. Ad oggi il sound di Alessandro Ragazzo è rivoluzionato rispetto a quello del suo passato, non solo per la presenza di più strumenti, ma anche per una ricerca di suono che si muove su generi differenti, forse frutto di una crescita maturata nel corso dei live e di nuovi ascolti, divenuti d’influenza per la sua musica. NEW YORK Di nome e di fatto, non soltanto perché è stato registrato nella Grande Mela e perché New York è il titolo dell’album, ma perché ascoltando New York sembra di vivere l’atmosfera musicale che si respira in quella città. Un’atmosfera che si ascolta in tutti i brani, un sound che è propriamente americano, malinconico quanto basta, più retrò in alcuni brani, più digitale in altri: due facce di una stessa medaglia. Il primo singolo è Freckels, musica dai toni minori, nostalgica, cantata con gran sobrietà: ci si aspetta una forza espressiva forte, un’esplosione di grinta, che viene appena tratteggiata nel bridge finale. Una rock ballad, piacevole all’ascolto. Grande lavoro di ricerca dei suoni per The king came, secondo estratto dall’album. Una voce quasi sussurrata, accompagnata da una percussione, da un riff di chitarra evocativo ed alcuni effetti elettronici. Un brano che al primo ascolto sembra un eterno loop, ma che conquista dopo averlo masticato un po’. Cellar door, brano più ritmato, più fresco, che permette alla voce di Alessandro Ragazzo di esprimersi al meglio e dimostrare un timbro di voce interessante, che a tratti ricorda Paolo Nutini. Alone, espressivo e toccante, un brano dal sound americano, con percussioni presenti, che creano quel movimento incessante in grado di catturare l’attenzione. Non manca l’effetto elettronico, chitarra onnipresente ed una serie di cori precursori di un assolo liberatorio in coda.

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Interviste

Nel mondo di Emanuele Montesano, tra vita, musica e origini

Emanuele Montesano: nell’universo di un cantautore cilentano che ha scelto di rimanere a fare musica nella sua terra Origine, Cilento, musica, terra, mare e tramonti. Rimanere a far musica in Cilento è una scommessa, un atto d’amore estremo e liberatorio verso una terra dai risvolti amari. Basta immaginare un tramonto per entrare nell’universo di Emanuele Montesano, tra le sonorità della sua musica e il cielo di Sapri, il suo paese natio. Emanuele, classe ’87, dapprima militante in vari gruppi e infine solista, racconta e si racconta, dalle sue radici fino al suo lavoro “Origine”, guidandoci alla volta di un viaggio tra le note del microcosmo cilentano.   Innanzitutto, come ti presenteresti e come ti descriveresti se ora fossimo seduti davanti a un tramonto di Sapri? Chi è Emanuele Montesano e cosa cerca da dire attraverso la sua musica? Beh, sono un ragazzo semplice ma con un forte carattere. Il fatto che stiamo parlando davanti ad un tramonto descrive in pieno il mio esser molto riflessivo. Attraverso la mia musica cerco di esprimere i miei stati d’animo, quello che penso e che mi succede attorno, storie quotidiane, personali e non. .   Quali sono state le tue influenze e le tue radici? I tuoi padri da amare e da uccidere? Le mie influenze musicali sono variate nel corso degli anni: da piccolissimo con Ramazzotti, poi quando ho iniziato a studiare musica sono passato a Mango e agli  Afterhours per gli italiani e  agli Oasis e i  Pink Floyd come stranieri. Attualmente sto sperimentando sia come ascolto che come inediti propri.   Che rapporto hai con il Cilento, la tua terra d’origine? È davvero così tutto da buttare o c’è qualche spiraglio di speranza? Sono tanti i musicisti in Cilento, cosa ne pensi della scena musicale cilentana? Il Cilento è meraviglioso e potrebbe esserlo ancor di più se, chi dovrebbe, facesse il suo. Amo il Cilento, ecco perché quando mi chiedono come mai non tenti fuori mi sento triste, se ce ne andiamo tutti morirà questa terra. Quello che dico io mi viene sempre criticato fortemente, e “la difficoltà maggiore è rimanere,non prendere tutto e tentare la città”. La musica cilentana nel corso degli anni è cresciuta parecchio (naturalmente non mi ci metto in questo gruppo eh, io sono solo una “goccia che cade in uno stagno”) ed anche lo spazio che le viene dato è aumentato.    Origine è anche il nome del tuo lavoro. Cosa è che ti fa risalire all’origine e ai primordi delle cose?  ”Origine” perché dopo aver avuto tante band con cui ho realizzato anche degli album, ho deciso di cambiare rotta e dar libero sfogo al mio “estro” senza condizionamenti. Ecco, questo per me è ritornare alle “origini”.   Che consiglio daresti a un giovane che decide di intraprendere la carriera musicale in Italia? E quali sono i tuoi progetti futuri? Consiglierei di credere sempre in ciò che fa, in qualsiasi campo. Voler diventare famoso con la musica è la premessa sbagliata per entrarci, mentre sentirsi […]

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Teatro

Recensioni

“Uscita di emergenza”, in scena al Teatro San Ferdinando

Nell’interpretazione registica di Claudio Di Palma, Uscita di Emergenza di Manlio Santanelli (in scena al Teatro San Ferdinando dal 18 ottobre al 5 novembre 2017) risulta essere una commedia che riflette principalmente sulla frantumazione degli equilibri, sulla devastazione di un antico ordine armonico precipitato nel caos. Uscita di emergenza e il rumore delle parole Il senso di devastazione è percepibile fin da prima dell’apertura del sipario. Difatti nel canto di una solenne e antica Ave Maria prorompe il fragore di un boato che pare annientare l’ordine preesistente e lasciare aglio occhi del pubblico, una volta aperto il sipario, solo devastazione e desolazione. Ciò che si mostra è lo scenario che si può immaginare successivamente  alla venuta di un terremoto: un immenso lastrone che a schiacciato e frantumato l’antica Statua del Corpo di Napoli. La rete simbolica che cela dietro la complessità della suggestiva scenografia (realizzata da Luigi Ferrigno) si può spiegare alla luce delle leggi testuali e delle leggi interne della commedia. L’opera è frutto dello scontro fra l’ordine tradizione e il disordine del presente, il che si traduce nella battaglia tra un principio ideale e un principio di realtà. La commedia si apre con la frantumazione di un mondo idealizzato su cui sovrasta quello reale, più arido e muto. In questo mondo che sembra post-apocalittico (che, in senso traslato, nei riferimenti di Santanelli al teatro internazionale, pare rimandare al testo beckettiano di Finale di partita) si muovono due figure solitarie: l’ex sagrestano Pacebbene e l’ex suggeritore Cirillo, interpretati magistralmente (ma sarebbe inutile dirlo) da Claudio Di Palma e da Mariano Rigillo. Essi, quasi come due sopravvissuti alla Fine del mondo, passano i loro giorni inasprendosi a vicenda, gettandosi addosso parole vuote, ma taglienti, prive di significato e concretezza, talora bugie che sembrano confondersi con la realtà. Il dialogo non riesce ad instaurarsi tra i mancati interlocutori proprio a causa del linguaggio fittizio pronunciato dai due. Sono molti i passaggi in cui i due “non riescono a spiegarsi” o “non riescono a comunicare” a causa, sembra, di un collasso della parola avvenuto a monte. Il motivo della loro incomunicabilità è da ritrovarsi nella dissoluzione dei rispettivi mondi ideali in cui il punto di vista interno soccombe di fronte a quello esterno. Nel caso di Pacebbene il punto di rottura si scopre essere il riaffiorare di un suo carattere morboso che lo porta all’allontanamento dalla società, mentre per Cirillo il punto critico è costituito dalla morte della Grande Signora, diva della famosa compagnia per cui egli lavorava. In entrambi i casi cade in frammenti il loro particolare mondo ideale, cosa che, in senso universale, si riflette nella distruzione del Corpo di Napoli, figurazione di un mondo quasi arcadico. Un’altra particolarità della regia di Di Palma è anche il valore profetico del quale egli investe l’opera di Santanelli: Uscita di emergenza fu scritta nel 1978, e in essa si fa riferimento a un bradisismo che sconquassa le coscienze dei personaggi proiettandoli nella devastazione di un mondo esteriore, che corrisponde a una devastazione […]

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Teatro

Uscita di emergenza, Santanelli al San Ferdinando

Uscita di emergenza di Manlio Santanelli ritorna al Teatro San Ferdinando a più di trent’anni di distanza dalla sua prima rappresentazione nel 1980, interpretata da Bruno Cirno e Nello Mascia. Dal 18 ottobre al 5 novembre la commedia santanelliana calcherà ancora le assi del San Ferdinando, e sarà interpretata da Claudio Di Palma, che ne cura anche la regia, e Mariano Rigillo. L’allestimento si avvale delle scene di Luigi Ferrigno, dei costumi di Marta Crisolini Malatesta, delle luci di Gigi Saccomandi e delle musiche di Paolo Coletta. Uscita di emergenza, o la fuga delle parole Come Di Palma ha sottolineato durante la presentazione dello spettacolo tenutasi nel foyer del Teatro Mercadante, la sua interpretazione si basa su di un critico «svuotamento delle parole», il quale diviene riflesso del caos comunicativo in cui annega la società contemporanea. Oggi si dicono parole “ovvie” e parole “bastarde” (nel senso etimologico dei termini) che sono state svuotate dei loro significati primordiali profondi; esse da sentimenti divengono rumore, un rumore che testimonia una inevitabile e tragica dissoluzione di valori. Questo, anticipa Di Palma, si esplica nel momento in cui «un grande lastrone marmoreo, forse staccatosi dalla parete di un’antica chiesa, o teatro, schiaccia la statua del Corpo di Napoli». In questo senso si rappresenta simbolicamente la devastazione, quasi un’apocalisse, degli antichi equilibri che reggevano tradizioni, parole ed affetti. Si tratta di una rottura di equilibri che sembra essere ripresa dalla celeberrima scena eduardiana di Natale in casa Cupiello in cui Ninuccia distrugge il presepe di Lucariello sancendo l’annientamento dell’armonia familiare e per estensione della città ideale che esso rappresentava nella concezione di Luca Cupiello. Quello della rottura degli equilibri è un discorso che, come sottolinea Santanelli, è «vicino al binomio tra eros e tanathos». Amore e morte sono, nell’humus napoletano, due fratelli che camminano lungo un labile confine. Ecco, ancora, il senso drammatico e tragico della distruzione dei valori che si esprime nella potente battuta «non c’è più religione, non c’è più teatro, non c’è più città». La dissoluzione dei valori passa, dunque, per la dissoluzione del linguaggio in quanto lo sfogo dei due protagonisti, Cirillo (Claudio di Palma) e Pacebbene (Mariano Rigillo), come specifica Rigillo, si fonda soltanto sul rumore, che diviene sonno emotivo. I personaggi in questo modo tentano “un’uscita di emergenza” dalla dissoluzione attraverso le parole; tuttavia la distruzione del passato e dei suoi testimoni decreta in questo modo la sconfitta del dialogos e il trionfo del vuoto. Metafisiche al teatro Va inoltre segnalato che nell’ambito della nuova stagione si terranno incontri di preparazione al teatro che offriranno spunti di riflessione su determinati spettacoli presenti nel cartellone. Tali incontri (tutti a ingesso libero) saranno tenuti da Gianni Garrera, studioso fine, curatore, tra le varie cose, delle opere estetiche di Kierkegaard  per i Classici del pensiero BUR e dei suoi Diari per Marcellina. Garrera, peraltro drammaturgo e traduttore del Direttore del Teatro Stabile Napoli (Teatro Nazionale della Campania) propone così le sue intelligenti divagazioni con con lo scopo di preparare o arricchire il bagaglio culturale dello spettatore […]

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Teatro

Glob(e)al Shakespeare: “Giulio Cesare” ed “Una commedia di errori” al Teatro Bellini

Glob(e)al Shakespeare, è questo il nome dell’ambizioso progetto con il quale Gabriele Russo ha deciso di proporre al pubblico del Teatro Bellini una rappresentazione innovativa ed imprendibile di alcuni dei più grandi capolavori del drammaturgo inglese William Shakespeare. Per un mese, dal 3 al 26 ottobre, il Bellini sarà allestito e rivisitato in modo da ricordare il Globe Theatre di Londra, meraviglioso esempio di teatro elisabettiano seicentesco. Ogni sera, con un unico biglietto, sarà possibile assistere a due spettacoli. Per ogni giorno di programmazione, infatti, è prevista la messa in scena di due rappresentazioni shakespeariane, una tragedia e una commedia, così da regalare agli spettatori la possibilità di godere doppiamente delle magnifiche opere del poeta inglese. In particolare, dal 10 al 15 ottobre ed il 26 ottobre, andranno in scena gli spettacoli Giulio Cesare. Uccidere il tiranno ed Una commedia di errori. Glob(e)al Shakespeare: Giulio Cesare. Uccidere il tiranno Il Giulio Cesare, tragedia scritta da Shakespeare intorno al 1600, ha ad oggetto la storia dell’omicidio del grande dittatore romano. Come narrano le fonti storiche, Cesare, acquisito un enorme potere su Roma, iniziò ad essere considerato come minaccia da parte di molti uomini politici del tempo, i quali, per preservare la propria autorità, decisero di tradirlo. Durante una seduta del Senato il tiranno fu brutalmente ucciso a pugnalate, e l’omicidio fu giustificato come mezzo necessario per salvare Roma dalla dittatura. “Siamo eroi o macellai?” La famosa tragedia, messa in scena mediante un’interessante riscrittura ad opera di Fabrizio Sinisi e con la regia di Andrea De Rosa, cerca di offrire al pubblico un’analisi introspettiva di quelle che sono le ragioni che hanno spinto i cospiratori ad uccidere il tiranno. Gli attori, con straordinaria intensità, riescono a dar voce ai risvolti emotivi ed alle riflessioni che inevitabilmente travolgono gli animi degli assassini: Bruto, Cassio e Casca (Isacco Venturini, Daniele Russo e Nicola Ciaffoni). Essi si aggirano e si nascondono sul palco cercando di spiegare e giustificare le proprie azioni, cercando di convincere e convincersi della presunta nobiltà della propria scelta. In scena, accanto ai traditori, vi è però anche Antonio (Rosario Tedesco), il quale, estraneo alla congiura, darà della vicenda una propria essenziale interpretazione. Lo spettacolo, con grande intelligenza e forza, pone attenzione sul tema, attualissimo, della violenza e della guerra usati come strumento per perseguire i propri obiettivi. Fu giusto uccidere il tiranno per salvare Roma dalla dittatura? Nella tragedia Cesare viene ucciso perché visto come personificazione della minaccia alla democrazia, ma nella realtà la minaccia muore con il dittatore? O forse continua ad esistere insieme a tutti coloro che accettano ed acclamano la dittatura stessa? “Uccidere il tiranno può non bastare perché spesso il potere del tiranno risiede proprio nella comunità che lo subisce, che arriva a proteggerne e tutelarne il dominio”. Glob(e)al Shakespeare: Una commedia di errori Quest’opera di Shakespeare, ispirata ai Menecmi di Plauto, viene presentata con una riscrittura di Marina Dammacco, Emanuele Valenti e Gianni Vastarella. Lo spettacolo è portato in scena dalla compagnia Punta Corsara ed è […]

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Recensioni

Ferdinando al Nuovo, è cominciata un’altra stagione

Comincia la stagione teatrale 2017/2018 del Teatro Nuovo, affidando tale compito alla regista Nadia Baldi, intenta a mettere in scena una versione del capolavoro del drammaturgo stabiese Annibale Ruccello, Ferdinando. In scena, guidati dalla Baldi, gli attori Gea Martire, Chiara Baffi, Fulvio Cauteruccio e Francesco Roccasecca.  Ferdinando e la realtà del sogno La semplicità. L’assoluta, inimitabile bellezza della semplicità caratterizza con forza questa riproduzione scenica dell’opera magna di Annibale Ruccello, saggiamente condotta dalla regista Nadia Baldi. Ogni cosa in scena, dai tessuti che si intersecano nell’aria, generando la visione di un mondo disordinato, impolverato e chiuso su stesso, alle luci dorate, dedite a rimbalzare su dettagli altrettanto lucidi, non sono altro che la rappresentazione di quella candidezza e modestia in perfetto incontro e contrasto con le anime dei personaggi del dramma. La baronessa Clotilde e il suo Ferdinando sono specchio della nostra contemporaneità e, nel mentre, di una situazione di bisogno reciproco e desiderio da sempre presente nel quotidiano degli uomini. Tra tutte le particolarità che si rassomigliano tra il vero e il dramma scenico, c’è la forte presenza di una morale intermittente. La morale, d’altronde, non sempre è necessaria. Sia che essa sia intesa nel suo senso più “religiosamente etico” che nel suo, altrettanto importante, aspetto didattico proveniente da un racconto o da una novella. Viene naturale cercarla, istintivo, eppure il Ferdinando di Ruccello non lascia alcuna traccia di un tale “dono” bensì è forte nel testo del drammaturgo stabiese, ancora una volta, il desiderio imperante di lasciare allo spettatore la possibilità di decidere coi propri occhi, coi propri sensi, qual è la verità. In una villa della zona vesuviana, vive la Baronessa Clotilde, vedova, ipocondriaca e considerata da molti folle, in compagnia solo della sua cugina-serva Gesualda e del parroco del posto, Don Catellino: in fuga dal passato, dalle ipoteche e dalla formazione di un’Italia che non le piace, che disprezza, guardando nostalgicamente all’era Borbonica appena conclusa. In una semplice routine, fatta di incontri e piccoli trasgressioni, sarà travolta dall’arrivo del nipote Ferdinando, orfano di padre e madre. Cosa c’è di vero in questo racconto, che porta sì con sé fatti, nomi e date, eppure sembra spesso il realizzarsi di un sogno vivido e condiviso, della volontà comune di afferrare un po’ di vita lì dove sembra essersi spenta per sempre? Tutto è lecito, nulla è immorale e solo lo spettatore può scegliere se svegliarsi o meno.

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Ero solo andata in vacanza

Stavolta è toccato a me. Qualche mese fa ho pianto ascoltando la notizia dell’attentato di Manchester, di quei poveri padri, madri, ragazzini e umanità varie straziati da una bomba innescata durante un concerto. Però il pensiero dell’imminente vacanza a Barcellona con la mia famiglia mi tirava su di morale. Tanto, mica ci capiterà qualcosa? Ripetevo impaurita per autoconvincermi che niente sarebbe potuto accadere a chi, come noi, andava solo in vacanza dopo un anno di duro lavoro. Invece ho sbagliato in maniera clamorosa. Sono diventata anch’io un titolo di giornale, la protagonista di un doloroso fatto di cronaca a cui dedicare un editoriale, perché la mia storia è stata sicuramente la più straziante tra tutte quelle raccontate sui morti e i sopravvissuti di quell’attentato. Ma cos’è successo qui? Una strage? La guerra? Io ero solo andata in vacanza Mi sono ritrovata ad essere vittima inopinata di una guerra che non si vede ma c’è. Una violenza a sprazzi, una di quelle subdole che colpiscono i civili inermi, preferibilmente occidentali, classificati come “infedeli” da qualche “mente superiore” che brandisce la propria religione come arma di distruzione di massa, benchè le motivazioni sottese alla loro guerra  siano ben altre. Non è uno di quei conflitti tra tre, quattro nazioni contrapposte come quelli che si studiano a scuola, che durano un paio di anni e poi si concludono con la resa incondizionata di qualcuno, un bell’armistizio e la rinnovata pace che trionfa. Questa guerra non si sa con precisione tra quali nazioni venga combattuta, è ovunque e in nessun luogo contemporaneamente. Nessuno può sentirsi totalmente al sicuro. Questo conflitto non si manifesta quotidianamente in tutta la sua efferatezza ma è una sorta di malattia cronica che appare e scompare ma che c’è sempre, con forme subdole o plateali, con cadenza mensile, trimestrale o a discrezione di qualche cane sciolto. La guerra in vacanza Tra le vittime di questa guerra ci sono finita anch’io con la mia famiglia, durante un’agognata vacanza in un caldo giorno di sole. Ora mi sento accomunata nella mia triste sorte ai parenti delle vittime e ai superstiti degli attentati di New York, di Parigi, di Londra, di Madrid, di Manchester, visti dapprima solo nei tg come poveri  disgraziati la cui vita è stata spezzata da una sofferenza inenarrabile e ora improvvisamente così simili e vicini al mio dolore e alla mia storia.   Mi sono chiesta se ci sia differenza tra paura e terrore, dato che questa scia di sangue che ci perseguita si chiama proprio terrorismo, nemmeno fossimo ai tempi della fine della Rivoluzione Francese o negli anni ’70 in Italia. Forse la paura si ha occasionalmente nella vita, mentre il terrore serpeggia sempre fin quando qualcuno o qualcosa non stronca le sue ombre in maniera definitiva. Il terrore è un sentimento più penetrante della paura e si insinua nella tua vita fino al punto di paralizzarla o, quantomeno, fortemente limitarla nelle sue forme e manifestazioni più alte  di pienezza e libertà. Ed è proprio così che sono […]

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Voli Pindarici

Mi nutro della mia sofferenza

At tu, Catulle, destinatus obdura. Risucchiato nel vortice del dolore, penso. Penso ai baci, alle carezze, agli abbracci. Penso ai giorni trascorsi insieme e alle notti in cui abbiamo fatto l’amore, senza staccarci, senza stancarci. Come se i nostri corpi fossero stati legati, come se non avessimo potuto dividerci neanche se lo avessimo voluto. Ma noi non volevamo. Alba o tramonto? Penso ai tramonti e alle albe. Perché i tramonti son per tutti, ma le albe son per quell’élite che è in grado di aspettarle. Perché il tramonto è intriso di sentimenti. “Ti porto in spiaggia a vedere il tramonto” è un’emozione. È un “voglio condividere uno dei momenti più belli della giornata con te perché per me sei importante”. Ma l’alba è diversa: l’alba è un’altra storia. È un “stiamo svegli e facciamo l’amore fin quando il nostro sentimento non consuma questo buio, fin quando la paura delle cose che scompaiono non viene travolta dalla nostra passione”. L’alba è per pochi. Non ho pace e tuttavia non ho mezzi per combattere, ho paura e speranza; ardo e sono impassibile; e volo sopra il cielo, e mi giaccio inerte a terra; e non ho nulla in mano, e mi slancio ad abbracciar tutto. Amore e sofferenza Ci siamo amati. Ci siamo amati immensamente, perdutamente, maledettamente, a tal punto che ci siamo distrutti. L’amore che provo per te è la mia più grande gioia… e il mio più immenso dolore. È un coltello conficcato in petto che sprofonda nella carne. Che taglia, ogni giorno di più e che va sempre più dentro, attimo dopo attimo. È un dolore così intenso, così carico, così… passionale. Sì, passionale: come lo è stato il nostro amore. Perché noi non siamo mai stati “tutti”: noi non abbiamo amato come due adolescenti alle prese con il primo amore e non abbiamo amato come due trentenni già stanchi della vita. Noi abbiamo amato interiorizzando davvero il significato di amore. E ogni sentimento, e ogni emozione, sembra quasi nulla in confronto a ciò che tu hai dato a me ed io ho dato a te. Vedo senza aver occhi, non ho lingua eppure grido; desidero la morte e invoco aiuto; e odio me stesso, e amo altri da me. Da quando ci sei tu, non esisto più io Mi hai tolto me stessa. Hai preso tutti i pezzi del mio puzzle: Babbo Natale è arrivato anche per te. Ti ho regalato un puzzle che spero tu ancora custodisca preziosamente. Era esattamente ciò che volevi, ricordi? Mi hai chiesto di lasciarmi andare, mi hai chiesto di mostrarti quei lati di me che celo a chiunque. L’ho fatto: te li ho donati come si fa con i Baci Perugina nel giorno di San Valentino, e come si fa con le rose nel giorno della Laurea. Tu sei il mio San Valentino e sei la mia Laurea. Sei il mio più grande amore e la mia più grande soddisfazione. O forse no: tu sei tu. E da quando ci sei tu, […]

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Voli Pindarici

Analisi di una lastra di ghiaccio: l’arte delle persone fredde

«Niente è più brutto di una parola d’amore pronunciata freddamente da una bocca annoiata». Diceva, a tempo debito, il nostro caro Naguib Mahfouz. Oggi, cari lettori, ci siamo muniti di lente di ingrandimento per scovare i segreti più oscuri delle… persone fredde. Fredde come il ghiaccio. Vi sentite forse chiamati in causa? Meglio, quest’articolo vi insegnerà qualcosa. Non vi sentite chiamati in causa, ma capite di cosa sto parlando? Non capite neanche di cosa sto parlando? Ma suvvia, è impossibile. A meno che voi non viviate su Marte, in quel caso… le persone non possono che essere di fuoco. (capito la battuta?). Quanto è difficile rompere il ghiaccio? Il prototipo della persona fredda è piuttosto interessante da analizzare: no, no, non la lente di ingrandimento in quella direzione, nell’altra! Che significa che dall’altra parte non vedete alcunché? È ovvio! C’è una lastra di ghiaccio: che vi aspettavate di vedere? Mi scuso con i signori lettori per le continue interruzioni: ho assunto un’equipe di assistenti per la mia impresa (psicologica, si intende) di analisi delle lastre di ghiaccio. Forse avrei dovuto selezionare i candidati più rigorosamente: ma, del resto, si commettono errori. Considerate chi mi ha lasciato una penna in mano e mi ha permesso di comporre questo articolo: malo, malo! Dicevo, il prototipo della persona fredda è piuttosto interessante da analizzare: interessante quanto difficile. Mentre stilare un profilo psicologico di una persona che esterna i propri sentimenti è abbastanza facile, ma pensate di farlo di qualcuno che non lascia intravedere un minimo di ciò che pensa, lì è davvero diventa un’impresa quasi impossibile! Pensate ad una persona solare e socievole: beh, quando è a proprio agio il suo carattere verrà fuori e brillerà in tutta la sua magniloquenza e magnificenza; ma quando è in una situazione di imbarazzo o di disagio assumerà, ovviamente, un comportamento diverso. Bene. Ora pensate ad una persona che è sempre uguale. Statica, una roccia, stesso viso, stessa espressione. Riuscireste a capire in quali situazioni sta meglio, quali circostanze preferisce, quali compagnie ama? Non penso. (E se ci riuscite, signori lettori, vi consiglio di intraprendere una carriera in Psicologia: siete davvero bravi). Ecco perché abbiamo bisogno di un’analisi specifica. Il laboratorio è sulla destra: vi prego di entrare con me.   L’arte delle persone fredde Osservando attentamente il prototipo in questione, ci siamo resi conto che: Se la persona fredda sta bene con voi, non ve lo dirà. Se la persona fredda vi vuole bene, non ve lo dirà. Se la persona fredda vi ama, non ve lo dirà. Che dire? Le parole non sono l’arte della persona fredda. Ma, allora, qual è? Probabilmente, i gesti. Ciò che qualcuno non vi esprime attraverso le parole, vi dimostrerà attraverso i gesti. State attenti a ciò che le persone fredde fanno: anche un abbraccio può significare davvero molto. Il nostro piccolo ghiacciolo Tuttavia, in questa eterna lotta fra un tipo psicologico e l’altro, nel tentativo perseverato dall’uno di prevalicare sull’altro, io rivolgo un appello alle persone fredde: perché […]

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Sale a mare. Desiderio per una stella cadente

Mi sveglio con uno strano sapore in bocca come di sangue misto a sale… Penso di aver bevuto dell’acqua salata. Non capisco dove mi trovo, ho solo tanto freddo ed ho i vestiti fradici. Sono nella penombra e sento uno strano odore che punge nel naso… benzina! No: nafta misto a orina, ecco cos’è. Faccio forza sui gomiti e da sdraiato riesco a sedermi. Mi fa male la faccia, ho pochi ricordi, ma è da quelli che devo ripartire. Dalla spiaggia alla barca, un attimo e colpisco la sponda di resina, un piede in fallo, forse un sasso e sono caduto in avanti, ma con le ultime forze sono risalito, pensando al saluto di mio padre, alle lacrime di mia madre. Sento qualcuno che piange, c’è chi invece ha il sopraffiato di chi trema, e c’è anche chi prega. Siamo in tanti, troppi per poco spazio. Qualche bambino strilla perché ha fame. Acqua, tanta acqua, riesco finalmente a mettere a fuoco. Il rumore di fondo che pian piano si sostituisce al ronzio nella mia testa è quello delle onde contro lo scafo. Chi sono persone attorno a me? Hanno gli sguardi pieni di sale soffiato dal vento che si alza dal mare. Segnati da lacrime amare, i loro occhi guardano ovunque ma non si cercano per non dover scrutare la paura nell’altro. Faccio lo stesso, forse più per vergogna. Capisco che non c’è nessuna nuvola sopra di noi, capisco ch’è notte, perché vedo tante stelle brillare. È pericoloso muoverci perché l’imbarcazione sembra essere in equilibrio precario. Ci muoviamo piano, riesco a ricordare il giorno in cui tutto è iniziato, il deserto, le città dove bisognava arrangiarsi, dove un pezzo di pane era una grande risorsa. È passato qualche anno e di molti miei amici non ho saputo più nulla e, purtroppo, di molti ho solo saputo che non potrò mai più rivederli. Ora mi ritrovo qui, con il motore spento perché non vuol mettersi nessuno al timone. Mi dissero che l’Italia sarebbe stata la nostra meta. Penso che arrivato a terra non dovrò fermarmi lì. Voglio raggiungere mio fratello in Francia. Ricordo la sua ultima lettera dove diceva di star male perché seppur circondato da fratelli era da solo contro il mondo. In questo mare una mia lacrima aggiunge sale al sale, perché una stella cadente mi dà speranza… Le lascio una preghiera. Vorrei arrivare vivo perché non sono pronto per essere pasto di questo mare. Vorrei che nessuno più come me debba bruciare le frontiere perché vorrei che non esistessero più i confini… … in fondo siamo tutti fratelli della stessa Terra…

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