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Eroica Fenice

Teatro

Echi di un’America Indigena: un viaggio tra simboli

Dopo il debutto con lo spettacolo “Commedia in tempo di peste” del 7 settembre, la rassegna itinerante di Commedia dell’Arte I viaggi di Capitan Matamoros dell’associazione teatrale Aisthesis, è tornata in scena con un suggestivo viaggio tra i simboli e le tradizioni della cultura messicana dal titolo “Echi di un’America Indigena”. Attraverso l’uso di immagini simboliche suggestive, odori tipici e antichi rituali dai misteri nascosti, Alejandro Jimenez Molina e Irasema Giuliana Jimenez hanno coinvolto lo spettatore in una viaggio alla riscoperta di una cultura sepolta da un brusco e violento evento storico. Tuttavia, la cultura messicana pre-ispanica sopravvive ancora seppur in forma di un lontano ricordo, di un lontano eco. Echi di un’America Indigena, tra suggestioni e ricordi In un tempo lontano, gli uomini vivevano in simbiosi col cosmo e con la natura. Evocavano il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra, si celebrava la limpia (la pulizia) attraverso piante, odori, canti. Ed è con questa scena che si apre lo spettacolo di “Echi di un’America Indigena”, seguita dalla vocazione della dea Coatlicue, dea cosmica, della vita e della morte, successivamente indicata col nome di Tonantzin. La dea Coatlicue – interpretata da Irasema – rappresenta la concezione ciclica che permea la cultura messicana, secondo la quale l’uomo vive in simbiosi con la terra che lo ha generato e con l’animale con cui è nato. Irasema e Alejandro si aiutano attraverso l’uso di maschere e burattini realizzati dallo stesso Alejandro, nell’interpretazione di quei simboli che via via con l’avvento degli spagnoli si sono offuscati fino ad essere assorbiti dalla nuova religione cristiana. Alcuni di questi simboli, però, sono rimasti in vita e riecheggiano in una memoria primordiale, quasi cosmica, che ha ancora le sue radici nella terra messicana. Scenografia dello spettacolo, a sottolineare il legame tra la cultura azteca e la regione cristiana, è stata la Chiesa di San Gennaro all’Olmo, che con le sue colonne spoglie e di bianca austerità, ha assorbito gli echi di una cultura lontana. Ai due interpreti si dà il merito di aver saputo giostrarsi in una difficile interpretazione e nel difficile tema del coinvolgimento interculturale, attraverso l’uso della scena aperta e il rapporto visivo-olfattivo instaurato col pubblico. Nessuno del pubblico può dire, infatti, di non essere entrato in contatto con un antico passato che, nonostante riecheggi in una cultura così distante, appartiene ad ognuno di noi. Per chi volesse intraprendere questo percorso sensoriale, lo spettacolo Echi di un’America Indigena è di nuovo in scena il 10 settembre alle ore 20.00 alla Chiesa di San Gennaro all’Olmo (nel centro antico di Napoli all’incrocio tra via San Gregorio Armeno e via San Biagio dei Librai).

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Attualità

Figurativo con problemi: la realtà in 14 trittici

Un coro di generale commozione ha accompagnato l’apertura ufficiale della mostra “Figurativo con problemi”, inaugurata il 25 maggio nella Casina Pompeiana. L’evento, curato da Renato Capozzi e Federica Visconti, non è stato infatti soltanto il nodo conclusivo di un progetto portato avanti negli anni, ma anche l’occasione di ricordare Francesco Cappiello Magliano, autore, insieme agli amici e colleghi Mario Ferrara ed Emilio Schiavoni, delle opere in esposizione. Il progetto “Figurativo con problemi” nasce dall’idea di questi tre architetti, i quali discendendo da una scuola basata sulla commistione di più arti, si sono armati dell’occhio dell’architetto e del cuore dell’artista per raccontare semplicemente “ciò che si vede”. Francesco Cappiello e Mario Ferrara attraverso la fotografia, Emilio Schiavoni attraverso la pittura: due scatti fotografici e una rappresentazione pittorica, che insieme compongono i 14 “trittici” e che raccontano le tre dimensioni di una stessa realtà. “Francesco Cappiello – ha raccontato Mario Losasso, direttore del DiARC_Dipartimento di Architettura – ha contribuito insieme agli amici e soci, a dare vita all’idea di questi trittici, creando una bella iniziativa che ovviamente cela la partecipazione di tantissime persone e fa onore a chi cerca di mantenere alto il livello culturale dei nostri territori”. “Figurativo con problemi” racconta la realtà in 14 trittici L’assemblaggio delle tre riproduzioni per dare vita al trittico ha sollevato un interessante metodo di approccio per interpretare la realtà: essa può essere vista da diverse angolazioni, ma soprattutto può essere scomposta, sezionata e infine ricomposta per analogie a volte formali, a volte emotive. Lo spazio, nella sua deframmentazione e ricomposizione, si rivela nei suoi problemi che, come Pasquale Belfiore ha scritto:”apparterranno anche alla sfera individuale ma sono soprattutto problemi della città e dell’architettura, qui impietosamente rappresentate senza alcuna nobiltà di forme, cromie seducenti, indizi autoriali, significati alti, senza pietà, appunto.” I tre frammenti del trittico, però, pur appartenendo ad una sfera comune quale l’architettura, rivelano le segrete connivenze, gli equilibri compositivi, la ricerca formale dei singoli individui. In poche parole rivelano la sensibilità degli artisti.  

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Fun & Tech

Tay: Microsoft disattiva il chatboy razzista

È di pochi giorni fa l’annuncio della chiusura di Tay, il chatboy creato da Microsoft per interagire con i millennial, i giovani americani. L’esperimento della creazione dell’intelligenza artificiale dotata di estro e intuito, è però fallito in poche ore. Tay, che altri non è che un robot ancora acerbo, doveva essere più di un vaso di terracotta vuoto in attesa di essere riempito, dando prova di capacità di apprendimento. Programmata infatti per imparare quante più parole possibili e simulare una conversazione normale senza ripetere le frasi a pappagallo, la creazione di Microsoft aveva tutte le basi per essere una grande svolta nel campo della tecnologia avanzata. Peccato che la purezza di Tay sia entrata in rotta di collisione con il popolo più pericoloso e incontrollabile degli ultimi anni: i followers. Dopo poche ore dalla sua entrata in scena nel mondo di Twitter, l’AI ha infatti incominciato a pubblicare messaggi esplicitamente sessisti, xenofobi e razzisti. «Bush ha causato l’11 settembre e Hitler avrebbe fatto un lavoro migliore». Oppure «Costruiremo il muro. E il Messico lo pagherà» dando pieno appoggio ad alcune delle teorie di Donald Trump. Ma non solo, Tay ha negato l’esistenza dell’Olocausto e inneggiato più volte Hitler. L’intervento di Microsoft non si è fatto troppo attendere e, una volta cancellati i tweet offensivi, ha provveduto allo spegnimento della “pericolosa” app. «Tay è un progetto, è un esperimento sociale e culturale, oltre che tecnico – afferma con rammarico Microsoft -. Sfortunatamente, nelle sue prime 24 ore online, siamo divenuti consapevoli del coordinato sforzo di alcuni utenti di voler abusare di lui. Ora è offline e stiamo facendo modifiche».  Cosa avrebbe pensato Asimov di Tay Molti di noi ascoltando questa storia hanno riso, altri si sono allarmati inutilmente, altri ancora hanno rispolverato dalle librerie la vecchia copia di “Io Robot” in attesa che capitasse l’evento propizio. Quanti di noi, ammettiamolo, sentendo parlare di un’intelligenza artificiale impazzita, si sono fatti il segno della croce recitando a piena voce le tre leggi della robotica? In cuor mio, credo tutti. Tutti quanti noi viviamo infatti un po’ nel terrore che un giorno le “macchine” possano conquistarci, ma in realtà ciò di cui dobbiamo avere paura non sono i robot, ma noi stessi. Il motivo per cui infatti Tay è stato soppresso, non è per un’errata gestione del complesso del “Dio creatore”, ma per l’innegabile e incontrollabile stupidità umana. Se questo piccolo prototipo di robot fosse stato ideato all’epoca di Asimov, confrontandosi con persone reali avrebbe probabilmente corso il rischio di imparare qualcosa di utile e diventare una scoperta sensazionale. Tay è invece nato nel 2016 su una piattaforma abitata da esseri virtuali al pari di lui, i quali hanno dimostrato ancora una volta come dietro le tastiere non abbiamo nient’altro da offrire se non sessismo, razzismo e xenofobia.  

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Attualità

Biglietto sospeso, nuova iniziativa al Madre

Dopo il celebre caffè sospeso arriva a Napoli il biglietto sospeso: a proporlo è il museo campano di arte contemporanea, il Madre. L’iniziativa, ideata per incentivare il rapporto tra cittadini e arte, prenderà il via da oggi e proseguirà fino al 31 dicembre 2016. Chiunque entrerà al Museo potrà, al momento dell’ingresso o al termina della visita, comprare un biglietto in più lasciandolo in sospeso per un visitatore successivo sconosciuto. “Come il caffè, anche il biglietto sospeso si propone come qualcosa di più di un biglietto offerto: procura e rafforza un senso di appartenenza – spiega la direzione del Madre – sottolinea l’importanza dell’arte nella vita di ognuno di noi e incoraggia, infine, gesti semplici e quotidiani di gentilezza reciproca”. Biglietto sospeso: paghi due prendi uno, come il caffè “Quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, quello che berrebbe lui, ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo. È come offrire un caffè al resto del mondo…” Luciano De Crescenzo nel suo libro “Il caffè sospeso” definiva questa antica tradizione napoletana come una delle più generose e spontanee dell’ambiente partenopeo. Un dono, a tutti gli effetti, fatto a occhi chiusi. Sembra impensabile al giorno d’oggi immaginare di compiere un piccolo gesto per il semplice gusto di rallegrare la giornata di uno sconosciuto, eppure sono state tante le iniziative promosse sulla scia di questa antica tradizione. Il biglietto sospeso non è infatti la prima iniziativa nata per questo nobile intento. Nel 2010, ad esempio, a Palermo e Polla nacque l’iniziativa del libro sospeso in cui il frequentatore della libreria lascia dietro di sé un libro pagato, in base a un titolo da lui scelto. Un’idea dal sapore più metaforico, fu invece la “Poesia sospesa al bar” una rassegna di poesia nata a Napoli da un’idea della poetessa Ketti Martino in collaborazione con Pino De Stasio, con l’intento di estrapolare il mondo della poesia dal solito ambiente elitario. Che si tratti di una poesia, di un libro o di un biglietto, non è un caso che l’idea del caffè sospeso sia entrato nel mondo dell’arte. La cultura, infatti, più di ogni altra cosa assomiglia a una tazzina di caffè: ti sveglia dal sonno, costa poco e la si gusta in compagnia.

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Culturalmente

La Luisona del Bar Sport compie 40 anni

“Hanno mangiato la Luisona! Hanno mangiato la Luisona!” Con questo grido disperato, ben 40 anni fa, Stefano Benni nel suo celebre Bar Sport concludeva la storia dell’inanimata pasta ornamentale ribattezzata da clienti e gestori con il nome Luisona. Nel piccolo e immortale mondo inventato dallo scrittore bolognese, che racchiude in sé stereotipi, verità e tradizioni dei piccoli bar di paese, esistono tre grandi categorie di esseri viventi: i clienti abituali, i gestori del bar e le paste. Al Bar Sport, infatti, non si mangia mai e i clienti abituali lo sanno. Sanno che le paste custodite nella teca sono puramente ornamentali e che al pari di un vaso antico vanno spolverate, curate e accudite. Dare un morso a un krapfen o una meringa equivarrebbe a dare un morso ad un pezzo del bar stesso. Eppure un giorno, ad irrompere nell’assurdità scenica immaginata da Benni, capitò un cliente occasionale che compì l’atto sacrilego più infame di tutti: addentò la Luisona. Essa non era solo una pasta bianca e nera con un’invitante granella, essa era la decana delle paste, la regina di tutte le ciambelle e l’affezionata abitante della folkloristica teca ornamentale. La Luisona de Bar Sport, donna senza età Ad una signora non si chiede l’età e questo lo sappiamo. Se qualcuno, indicando quell’abnorme pasta nella teca, avesse chiesto da quanto tempo fosse lì, nessuno avrebbe risposto. Qualcuno avrebbe borbottato una data casuale. “È qui dal 1959” o forse di più. Non si chiede l’età ad una signora e nemmeno ad una leggenda. La Luisona, infatti, non è mai stata solo una pasta dalla glassa simil-catrame, né nella storia narrata né nella realtà. Essa rappresenta, insieme ai suoi immortali discepoli, il desueto, l’inutile e il vecchio. Ciò che abbiamo in disparte in un angolo e che osserviamo ogni giorno senza prendere il coraggio di buttarlo via. Ma non solo: di luisone il mondo è pieno e non parliamo solo di oggetti inanimati che, memori di un passato irrecuperabile, giacciono inermi nei nostri salotti, ma parliamo anche di esseri umani come politici o alcune categorie di lavoratori, che preferiamo tenere in un angolo ad accumular polvere piuttosto che buttare via. Il concetto di Luisona è, dunque, un concetto ampio e vario che non si piega alle logiche dell’appartenenza dolciaria e che diventa una metafora. Cos’è il Luisona Day Beppe Grillo, che di luisone se ne intende, in occasione dei trent’anni del libro Bar Sport propose di destinare il 9 dicembre al Luisona Day. Una giornata totalmente dedicata alla regina delle paste e a ciò che essa è diventata nell’immaginario collettivo. A lanciare il rinnovo della ricorrenza sono stati i suoi fan sulla fan-page ufficiale, forse in preda alla malinconia per uno dei suoi più celebri capolavori. Attualmente sono molte le ricorrenze inventate dai fan del mondo della letteratura, come il Towel Day, il “giorno dell’asciugamano” ideato dagli affezionati cultori della Guida galattica per autostoppisti, o anche il Bloomsday, giorno dedicato all’Ulisse di Joyce. Tra tutte, sicuramente, la ricorrenza della leggendaria pasta è quella che spicca di più: quest’anno in particolare […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Istituto Lumière: il primo liceo di cinema a Napoli

Giovani appassionati di cinema, menti illuminate preposte all’insegnamento, opportunità professionali lontane da quelle offerte dai “consueti” licei tecnici: questi gli ingredienti per la creazione dell’Istituto Lumière, il primo ‘Liceo Cinematografico’ di Napoli. Nato da un’idea di Roberta Inarta e Carlo Picone, da tempo a capo della Scuola di Cinema di Napoli, il progetto Istituto Lumière è stato presentato, durante la conferenza stampa, come una vera e propria novità non solo per la città di Napoli, ma per tutto il Sud Italia. “Quello che abbiamo creato è in realtà un istituto tecnico – ha raccontato Carlo Picone – della durata di cinque anni, al termine dei quali si acquisisce un diploma di tecnico audiovisivo.” Questa è in effetti la novità sostanziale dell’Istituto Lumière: i giovani studenti non solo avranno una preparazione culturale e cinematografica ad ampio spettro, ma conseguiranno un diploma teso a riconoscere la professione di tecnico dell’audiovisivo. Un metodo, insomma, per assicurare un futuro ai giovani appassionati di cinema attraverso solide basi teoriche, empiriche e pratiche. “L’Istituto Lumière è fondamentale nasca a Napoli” ha raccontato Salvatore Esposito, ex allievo della Scuola di Cinema di Napoli e ormai affermato attore Salvatore Esposito, ai più noto come Genny Savastano protagonista della fortunata serie Gomorra, è uno dei testimoni della grande fucina cinematografica nell’area partenopea. Formato alla Scuola di Cinema di Napoli, ha velocemente esordito nel mondo televisivo riuscendo a soddisfare il suo desiderio di diventare attore. “Quando Roberta e Carlo mi hanno accennato il progetto dell’Istituto Lumière – ha raccontato Salvatore Esposito – ero felicissimo, e lo sono soprattutto ora che sono riusciti nell’intento, ovvero creare una scuola che è fondamentale nasca a Napoli. […] L’arte per me in Italia nasce a Napoli – ha sottolineato Salvatore – sia per il cinema che per l’audiovisivo.” L’Istituto Lumière non è, però, solo una scuola dove acquisire un foglio di carta, ma un’alternativa valida per chi sogna di diventare regista o attore. Questo progetto nasce, infatti, con l’intento di ridare dignità ad una professione che viene genericamente etichettata come un sogno ad occhi aperti o un’arte snaturata a semplice argomento di conversazione nelle sale da tè. “Potrei dire che il cinema non si può insegnare – scherza il critico cinematografico Valerio Caprara – ma sarebbe sbagliato, infatti il logo parla dell’Istituto Lumière come scuola PER il Cinema e non DI Cinema. Sta tutta qui la differenza.” Secondo il professore di Storia del Cinema, questo progetto va oltre l’accademismo ed esula dal fine di insegnare a formulare giudizi, giusti o meno, sul mondo dello spettacolo. La differenza tra una scuola di cinema e una scuola per il cinema, risiede proprio nel fine di quest’ultima di fomentare le passioni, eccitarle e infervorarle senza dare un manuale su come svolgere la professione. “È importante che tutto questo nasca a Napoli – continua Valerio Caprara – qui c’è una tradizione che bisogna continuare, Napoli nasce insieme al Cinema, è nella nostra aria.”                

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