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Eroica Fenice

Teatro

Venezia e le sue “sere di Carnovale” brillano al Mercadante

Una delle Ultime Sere di Carnovale, di Carlo Goldoni, per la regia di Beppe Navello, realizzato dalla Fondazione Teatro Piemonte Europa, dopo aver calcato e conquistato i più imponenti palcoscenici italiani, è in scena al Teatro Stabile di Napoli dal 13 al 18 Marzo. Tratta dall’omonima commedia di Carlo Goldoni, costituisce la terza tappa di un’ideale trilogia che, dopo l’Alfieri de Il divorzio e il Marivaux de Il Trionfo del Dio Denaro, spinge alla riflessione su temi sociali con disincantata ironia. Una delle ultime sere di Carnovale, l’ultima commedia scritta da Goldoni a Venezia La scenografia impeccabile di Francesco Fassone, costruita sui colori tenui delle stoffe, degli ampi vestiti settecenteschi,, dei drappeggi, delle decorazioni degli interni, trascina con garbo nella Venezia vivace e carnevalesca del XVI secolo. Venezia. Elemento topografico protagonista di questa storia e della storia personale e autorale di Goldoni, nell’immaginario collettivo indissolubilmente legato alla laguna, eppure grande sperimentatore, capace di dare una vena internazionale al teatro italiano del ‘700. Una delle ultime sera di carnovale è l’ultima commedia scritta da Goldoni nella sua città natale, prima di partire per Parigi e portare qui la sua Comméedie Italienne. E infatti il grande tema dell’intreccio è il desiderio di evasione, lo spirito di avventura e di scoperta che spinge a lasciare quella città imponente, che si configura come rifugio e distrazioni con le sue feste, i suoi banchetti, i suoi carnevali. Tutto riporta alla struttrua della commedia carnevalesca veneziana del ‘700. Innanzitutto la scelta di mantenere il dialetto veneziano originale. Scelta coraggiosa, nello scenario del teatro odierno che punta sempre più spesso allo sperimentalismo, alla ricerca di modernità o a proporre rivisitazioni innovative (ma non sempre efficaci), quella di mantenere il purismo della tradizione. I personaggi sono le tipiche maschere della Commedia dell’Arte. L’amatore, Momolo, la serva curiosa, Polonia, il padre apprensivo, Zamaria, la ragazza capricciosa, Domenica, Il ragazzo innamorato, Anzoletto. La pièce si apre con una situazione festosa. Fervono i preparativi per la cena di Carnevale organizzata da Sior Zamaria, commerciante di stoffe, Tra loro il giovane Anzoletto, disegnatore stanco dei ritmi lavorativi di Venezia, innamorato di Domenica, che si scopre essere stato chiamato nella località immaginaria di Moscovia per esercitare la sua professione di disegnatore. L’amore di Angioletto e Domenica viene così stravolto da questa notizia improvvisa e dalla decisione del ragazzo di partire per onore, per volontà di crescere e di scoprire il mondo (tema molto attuale oggi). Quando Angioletto chiede a di poter sposare Domenica e portarla con lui a Moscovia, si apriranno soluzioni inedite e risvolti inaspettati nella trama che Goldoni raffigura sempre con vivacità, brio ed entusiasmo eppure sempre aperta alla riflessione. Tutti i personaggi “giocano insieme” creando una macro situazione corale che li spinge ad incontrarsi, a completarsi anche nelle diversità, costruendo un variegato gioco ad incastro, come se danzassero tutti nella delicatezza dei colori della scena. Complice il talento della compagnia composta da attori giovanissimi e versatili, capaci di calarsi in ruoli espressivi non facili da sostenere. Il tema attuale del giovane costretto a lasciare la sua città, Venezia, e […]

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Recensioni

Le Funambole di Rosario Sparno danzano leggere al Piccolo Bellini

Le Funambole, di Rosario Sparno, è in scena al Piccolo Bellini dal 9 al 14 Gennaio. Con Antonella Romano e Rosario Sparno, si tratta dell’adattamento teatrale del romanzo del 2007 di Andrea Camilleri, Maruzza Musumeci (Sellerio). Leggero, come il titolo che gli è stato dato, Le Funambole è  un “cunto” siciliano, raccontato come una favola moderna. La Sicilia. Trinacria. Terra del mare, delle leggende e delle sirene di Ulisse, che con le loro voci incantavano gli uomini, portandoli alla pazzia. Nido della cultura greca e della classicità. E terra del colore, del popolo, dei suoni leggeri, dell’evocazione. Terra dove si incontrano l’antico e il moderno. E la classicità e la contemporaneità che prendono vita in una veste molto particolare in questo spettacolo. In uno scenario marino quasi tridimensionale, con i pesci sullo sfondo e il corpo stilizzato di una sirena al centro della scena, un uomo e una donna conversano, intrecciando ceste di vimini, in una tipica scena siciliana di paese o di campo. Vigata, città di campagna, 1985. ‘Gnazio Manisca è un uomo solido, legato alla terra e ai valori concreti della campagna che ha coltivato sin da ragazzino. Muratore, abituato a maneggiarla quella terra consolatrice e sicura, su di essa ha costruito la sua casa e tutta la sua vita. Giunto all’età di 47 anni, ‘Gnazio crede sia arrivato il momento di maritarsi. Si rivolge così alla gnà Pina, una sorta di maga e sensale di matrimoni che gli trova una giovane bellissima e misteriosa, Maruzza Musumeci. Bella come poche altre, con una bocca rossa rossa, una vita sottilissima e una voce incantevole. ‘Gnazio resta immediatamente incantato dalla sua bellezza, ma la ragazza ha una particolarità: è convinta di “non essere fatta come una donna”, ma come un pesce. Una sirena, precisamente. Maruzza è nata nell’acqua, ha bisogno dell’acqua per essere felice. Vive con la bisnonna Menica e insieme a lei canta soavi canzoni che incantano gli uomini che ascoltano la sua voce. Inizia così un percorso di accettazione e di cambiamento. ‘Gnazio, uomo concreto e con poca fantasia, dapprima convinto che Maruzza fosse pazza – e che non ci fossero dubbi su questo – le si avvicina, aprendosi a lei e alle sue abitudini bizzarre, cambiando la sua vita per lei, trasformando la sua villa di cemento in una casa nell’acqua. Tutto diventa così più colorato e poetico. Si realizza incontro del cielo e della terra, dell’acqua e dell’aria. Le sirene riprendono sulla terra il posto che l’Ulisse omerico aveva tolto loro, si muovono come corpi fluttuanti ma sono umane e come tali mostrano i loro sentimenti e i loro desideri. Le Funambole di Rosario Sparno è  l’incontro del mito e della fantasia. Quella delle favole antiche, con la forza lavica della terra siciliana, aspra e brulicante di cose da raccontare. In una veste intimistica e confidenziale, quella propria della terra siciliana – con i suoi rumori, i suoi vocii, le parole scambiate nelle stradine assolate, i vicoli caldi, le espressioni colorite che questo spettacolo bene ha saputo riproporre – emerge […]

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Recensioni

Tragodia di Ettore Nigro al Teatro Elicantropo

Tragodia, spettacolo in scena al Teatro Elicantropo dal 14 al 17 Dicembre, di Emanuele D’Errico per la regia di Ettore Nigro,  mette in scena una comicità fresca e  sapientemente costruita. È sorprendente nel suo intreccio narrativo perché parte dalle situazioni quotidiane e raggiunge risvolti inaspettati e assurdi. Ci troviamo di fronte a un misto di situazioni paradossali che spingono ad andare oltre l’ovvio, a  interrogarci su quanto l’ovvio corrisponda davvero al giusto o se sia meglio scappare dall’ovvio; e, in questo misto di interrogativi, giocare sul detto e sul non detto. Tragodia punta moltissimo sull’evocazione e sulla metafora, tanto da sembrare una moderna favola dark. Guglielmo Belati (e il nome è estremamente evocativo) inizia il suo racconto in una particolare sala d’attesa, aspettando il numero 90 e chiacchierando del più e del meno con alcuni amici dal corpo di uomo e il volto di animale. Maschere di riempimento, figure stilizzate. Guglielmo, come un narratore onnisciente, racconta a quelle figure mute e al suo pubblico, la sua crisi interiore: A un passo dal matrimonio, vuole rompere il fidanzamento decennale con Teresa (e chiudere il rapporto con il padre che non lo sopporta) perché si è innamorato di una capra. “Come può un uomo innamorarsi di una capra?” “Questa è una pazzia!” Il giudizio della gente non ammette repliche: “Sei confuso, stai semplicemente cercando di evadere dai tuoi problemi!”. Ma cosa rappresenta davvero quella capra? L’evasione, il desiderio di libertà, l’incontro con il diverso. E il desiderio di comunicare con lei racchiude in sé la volontà di instaurare una comunicazione più autentica con l’altro, forse inevitabilmente destinata a fallire. A quel punto, il nostro eroe delle piccole cose inizia un viaggio verso “l’ammore overo” o più semplicemente verso “la verità”. Un viaggio che, probabilmente, può davvero configurarsi come evasione dalla realtà e fuga da  tutto l’ovvio del mondo. Un viaggio che spinge a confrontarsi con il diverso, ad andare oltre i propri limiti e dunque a porsi degli interrogativi: “È quello che voglio veramente? E se avessi sbagliato tutto? Tutto questo è più grande di me. Forse sarebbe stato meglio lasciare tutto e prendere la strada più facile.” Un viaggio alla ricerca della vera comunicazione tra gli esseri viventi. Siano essi animali o capre, poco importa. Un viaggio che porterà a capire che in realtà il confine non è davvero così netto. Uomini e capre. Capre e uomini. Non sono poi così diversi. Sembrano tutti uguali, ma in realtà ognuno ha il suo ruolo in questo mondo, dove il più piccolo viene inesorabilmente divorato dal più grande, sia esso uomo o capra. Inizia allora, in questa Tragodia, un processo di trasformazione in cui l’uomo diventa capra. O forse semplicemente nel suo stato naturale originario, senza i preconcetti della società, le barriere, le brutture. La capra è libera di muoversi come meglio crede, esprimersi nella sua comunicazione elementare,  volta a soddisfare bisogni primari. Eppure anche nel mondo animale esistono le gerarchie. E anche qui c’è chi gioca il ruolo della vittima e quello del carnefice. Così dopo il […]

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Musica

ParcoSofia: La Maschera torna a sorprendere

“ParcoSofia è l’immagine perfetta che unisce Napoli all’Africa.” Inizia con questa frase il nuovo viaggio de La Maschera raccontato nel loro secondo disco ParcoSofia, uscito a tre anni di distanza dal loro primo lavoro  O’ Vicolo ‘e L’alleria. Presentato per la prima volta al Cinema Astra l’8 Novembre con uno showcase intimistico e molto comunicativo. In una sala gremita di ragazzi che sono accorsi per dare  il loro sostegno a quegli altri ragazzi, come loro,  seduti dall’altra parte del palco che, con la loro musica, hanno saputo dare voce alla loro voce. In tre anni, che hanno stravolto la vita del gruppo napoletano,  hanno calcato i palchi più importanti della Campania e  non solo (si ricordi il Concerto al Teatro Bellini, sold-out in pochissimo tempo) e  si sono imposti al grande pubblico, tra gli interpreti più autentici della canzone napoletana di oggi. Illustri i nomi che hanno contribuito alla realizzazione di quest’album: Daniele Sepe, Gnut, Luciano Chirico, i ragazzi della Full Heads Tommaso Primo, Dario Sansone e molti altri. Bookmakers, giornalisti e discografici  hanno definito Parco Sofia il disco della riconferma. Ma ai ragazzi di Napoli non piace questa definizione. “La discografia di oggi ci ha abituati a considerare il secondo disco, come quello più importante. Perché nel secodo disco devi riconfermare. Ma non c’è niente da riconfermare, se nella musica ci metti sempre te stesso. Questo non è una riconferma, è semplicemente una fotografia diversa della stessa persona.” Un viaggio che parte dalla Case Popolari. Il mondo multiforme, scomodo e poetico, che i ragazzi de La Maschera ci hanno abituato a conoscere in maniera autentica, non più stereotipata, semplicemente vera. Un viaggio che arriva a toccare le coste dell’Africa, quest’universo altrettanto variegato e brulicante di cose da raccontare. Altrettanto ricco  di storia e di cultura nelle viscere e altrettanto spesso bistrattato. Eppure, altrettanto unico nel suo modo di reagire. Napoli e l’Africa diventano allora metafora di mondo. In un viaggio incredibile che inizia da ParcoSofia, percorre i vicoli della Napoli più irriverente che c’è, e arriva in Senegal. ParcoSofia. Agglomerato di 50 case che al suo interno probabilmente ospita 200 inquilini. Eppure ogni casa popolare di ParcoSofia racconta una storia. Ogni suo personaggio è rappresentato come un eroe delle piccole grandi cose quotidiane. Ma sotto resta sempre un po’ rom, forse un po’ disadattato, ma per questo ancora più eroico. Perché vero. La copertina del disco raffigura un bambino che viene trasportato da una barca che ha i colori del Senegal  per dare un passaggio a ” ‘nu palumbo”. E in questa raffigurazione si dischiudono i grandi significati di questo disco. L’invito è quello di restare bambini. La peggiore cosa che possa capitare all’uomo è “Non riuscire più a guardare le cose come fosse la prima volta. Dunque non riuscire più a sorprendersi.” ParcoSofia è un inno alla gioia, all’amore per la vita che nasce ancora una volta dalle piccole cose, pure dalle avversità. La Maschera è esemplare nel cantare l’allegria amara della nostra terra e della nostra cultura così simile a quella africana che […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Il Cammino delle Certose: tra arte e spiritualità

La Campania ha visto negli ultimi anni una crescita esponenziale del turismo. Oggi è la seconda regione più visitata in Italia. Il turismo campano è un turismo di qualità che fa leva su  due caratteristiche: trasversalità e integrazione territoriale. Si è cercato in questi anni di costruire una rete che potesse mettere in contatto i luoghi simbolo di arte, storia cultura e spiritualità e di epoche temporali diverse (cultura antica e moderna si abbracciano nella nostra terra), in modo da offrire al visitatore un di cultura nei suoi aspetti più diversi. Le Certose rappresentano in questo senso un patrimonio storico, artistico e religioso inestimabile. L’integrazione di cultura è l’obiettivo della Mostra Il cammino delle Certose: I percorsi dell’anima  (dal 14 Luglio al 21 Ottobre). La mostra toccherà le tre certose simbolo della nostra regione e del patrimonio artistico e religioso mondiale: la Certosa di San Martino al Vomero, la Certosa di San Giacomo a Capri e la Certosa di San Lorenzo a Padula. Martedì 10 Luglio c’è stata la Conferenza Stampa di presentazione del progetto, promossa dalla Regione  in collaborazione con il Polo Museale della Campania. Presenti il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, l’assessore regionale alla Promozione turistica Corrado Matera, la Direttrice del Polo Museale della Campania Anna Imponente e la Direttrice del settore Turismo e Cultura Rosanna Romano. La volontà della regione è puntare su un turismo culturale e spirituale. Le certose sono luoghi religiosi che non attraggono solo chi crede nella Fede ma chiunque sia alla ricerca di  spiritualità.  Tutte e tre le Certose fanno parte di un’utopia architettonica – le loro costruzioni sono ispirate alla Gerusalemme Celeste, immaginata da San Bruno come percorso rettilineo e longitudinale, fatto di linee geometriche e dritte. Luoghi affascinanti, dunque – situati quasi in un altro tempo, sospesi tra il cielo e la terra – che colpirono anche Le Corbusier che a proposito delle Certose disse “Quest’esperienza mi ha cambiato la vita.” Il cammino delle Certose, alla ricerca di spiritualità e bellezza La Mostra vuole rappresentare il tema della religiosità in una molteplicità di manifestazioni artistiche, facendolo vivere nell’arte, nella musica, nelle performance visive unendo cultura antica e contemporanea. In un percorso di riflessione e di meraviglia.  Un assaggio di ciò che vedremo nei singoli luoghi: Certosa di San Martino (Vomero) –  la mostra è qui incentrata sul Tesoro di Giuditta – il trionfo eseguito da Luca Giordano nel 1704 sull’episodio biblico di Giuditta e Oloferne, considerato la più completa sintesi della glorificazione del cattolicesimo romano trionfante. La raffigurazione, tipicamente barocca,  mostra Giuditta che espone vittoriosa al suo popolo la testa del generale assiro, Oloferne, come  fosse un piatto. Un oggetto scarno e senza valore. Quest’episodio manifesta in tutta la sua potenza espressiva la vittoria dei deboli sostenuti da Dio contro la tirannia dei forti. Nella mostra figurano cinque dipinti che ritraggono tale episodio, tra cui spicca il capolavoro della giovane Artemisia Gentileschi, ispirato alla tradizione caravaggesca, proveniente dal Museo di Capodimonte. La mostra desidera mostrare il rapporto tra antico e moderno, attraverso […]

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Libri

Cognetti trionfa alla LXXI edizione del Premio Strega

Paolo Cognetti con “Le Otto Montagne” (Einaudi) è il trionfatore della LXXI edizione del Premio Strega, il più importante riconoscimento letterario italiano: il più chiacchierato, il più criticato, dunque il più seguito dagli “addetti ai lavori” o da chi ne fa finestra per affacciarsi al mondo della Letteratura Italiana. La scia mediatica che portano con sé I Premi Letterari è enorme: sembra che il concetto di competizione debba essere avulso dalla Letteratura. Ancora di più in questi anni ove i mezzi di comunicazione la fanno da padrone, la condivisione si moltiplica così come aumenta il chiacchiericcio. Eppure Il Premio Strega è un momento topico per gli appassionati, siano essi interni a questo mondo meraviglioso e controverso (scrittori, giornalisti, editori, giovanissimi blogger) o lettori voraci e attenti. Molte le critiche che sono state mosse negli anni a quest’evento, da molti definito mondano, soprattutto per i suoi grandi sconfitti, – Calvino e Pasolini, per citarne alcuni –  ma lo Strega resiste nel suo essere il riconoscimento letterario italiano più importante. Indirizza le vendite, catalizza l’attenzione della stampa e del pubblico ed  ha un valore qualitativo ancora molto elevato, che trova conferma nella mappa  di grandi nomi che lo hanno conquistato (Pavese con La Bella Estate, Moravia con I Racconti,  Umberto Eco con Il Nome della rosa, Primo Levi con La chiave a stella, e altri grandi.) È certamente uno Strega che è cambiato nel tempo, omologandosi al nostro tessuto sociale, diventando in questi anni molto più telematico. I voti non sono più cartacei (se non in piccola parte) ma elettronici, la sfida delle case editrici è molto più aperta, ma il sistema di base resta il medesimo. Un Comitato di quattrocento uomini e donne di cultura, tra cui gli ex vincitori seleziona titoli da loro considerati validi (vengono accettate le candidature proposte almeno da due candidati). Questi vengono scremati fino a giungere ad una cinquina vincente rivelata un paio di mesi prima della serata finale, ove scrutinando un totale di circa 660 voti, si annuncia il vincitore. Quest’anno è stato Paolo Cognetti il trionfatore con uno stacco di voti decisamente consistente rispetto ai suoi avversari (208 voti contro i 119 della seconda classificata). Il suo libro “Le Otto Montagne”, edito da Einaudi, racconta la storia di due ragazzi, Pietro e Bruno, diversi e complementari, che decidono di addentrarsi in un viaggio avventuroso e spirituale incentrato nel paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, in uno scenario fatto di torrenti, rocce, sentieri, stradine di periferia. A Cognetti non piace il termine “natura”: è una parola che usano gli abitanti della città che la vedono come qualcosa di astratto, ma la natura è concreta e vive nei suoi elementi caratterizzanti. Anche lui, nato a Milano e emigrato per diversi anni a New York, ha nella città il suo ambiente originario ma la montagna lo ha conquistato e in essa egli crede si possano trovare risposte fondamentali. Quelle che lui ha trasferito nel suo libro. Un libro, dunque, che si distacca dalla tendenza del nostro […]

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Teatro

Totò che padre: un ricordo dolce come una carezza quello di Roberto Giordano

“Totò che padre” ha debuttato ieri, domenica 18 giugno, al Nuovo Teatro Sanità davanti ad una platea gremita di spettatori commossi, che sottovoce anticipavano le battute, canticchiavano le canzoni, sorridevano di fronte al ricordo di un simbolo senza tempo. A 50 anni dalla sua scomparsa, il mito del Principe della Risata viene ricordato con dedizione e rispetto. Sarebbe riduttivo definire questo un semplice spettacolo che ripercorre la vita e la carriera di un grande artista. Sulla scena due attori, Roberto Giordano, (anche regista) e Federica Aiello, che non  riproducono semplicemente una storia biografica, la ricreano, incarnandola nei gesti, nelle movenze, nelle espressioni, nell’ abbigliamento, nel sentimento. Roberto Giordano è uno studioso. Il suo approccio ai testi è sempre attento, preciso, mai casuale. Esperto nell’ avvicinarsi con garbo e sensibilità alle biografie di grandi personaggi della nostra storia artistica, anche in questo caso ci offre un ritratto vivo ed umano. Il personaggio Totò scende dal suo trono di Principe e si siede al nostro fianco, come sulle scale dei vicoli di questa città da lui tanto amata, e diventa l’amico impertinente e vivace che tutti vorremmo. Non è facile portare in scena una biografia senza risultare ridondante o eccessivo. Penetrare nella vita di un uomo che le convenzioni ci impongono a conoscere solo come “personaggio” può essere un’arma a doppio taglio. Si rischia di non andare oltre le cose già dette e già scritte. Roberto Giordano, invece, riesce sempre a spingersi un po’ più in là. “Totò, che padre” è già un titolo pieno di significato. Perché da dove si potrebbe partire per raccontare la storia di un uomo così presente nella nostra cultura e nella nostra tradizione? Dai suoi spettacoli, dalle collaborazioni da lui collezionate nel corso degli anni (Macario, Carlo Croccolo, Peppino De Filippo), dalle persone che hanno lavorato con lui, dalla cronologia della sua carriera, dalla voce più semplice e profonda. Quella di sua figlia, che dolcemente descrive l’esistenza in bilico di un artista, tra il personaggio e l’uomo. “È come se il personaggio di Totò avesse soffocato l’uomo. Invece io voglio guardare oltre il sipario che nascondeva la sua anima. Papà, tu eri un uomo nobile. Nel senso più profondo del termine. E questo il pubblico lo ha intuito al di là del personaggio.” Così emerge il rapporto silenzioso tra una figlia e un padre che, contrario a far nascere la figlia in un ospedale, posto di malati, arreda di bianco una stanza d’albergo e, da grande professionista quale era, quella sera, mentre la moglie metteva alla luce la sua bambina, andò in scena, salvo posticipare l’inizio dello spettacolo per andare a salutare la pargoletta ancora in fasce. Un rapporto di grande tenerezza, ma anche di scontro. Da un lato, un uomo dal carattere forte e dalle convinzioni radicate, dall’altro una donna che lo ha sempre ammirato ed amato, nonostante talvolta proprio quel carattere lo allontanasse da lei. E sullo sfondo si staglia anche il rapporto con le altre donne che hanno riempito la sua vita, i suoi grandi […]

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Teatro

Happy Crown: Riccardo II, ne parla la regista Laura Angiulli

“Happy Crown –  Riccardo II”. Titolo ironico e dissacrante, come amaramente ironica è la sua storia e la penna del suo autore, che più volte è stato esplorato alla Galleria Toledo. Laura Angiulli, regista napoletana e grande studiosa di Shakespeare. ha già portato in scena Misura per Misura, insieme ad altri testi del teatro elisabettiano (Peccato fosse puttana di John Ford, Cassandra) e già pensa ad una prossima realizzazione dell’Edoardo II del Bardo. Per questo spettacolo sono state scelte  location suggestive della nostra città, a partire dal Complesso Monumentale San Domenico Maggiore che vedrà lo spettacolo in scena dal 18 al 23 aprile. In Laura Angiulli ho trovato una studiosa di Shakespeare pura e attenta. E la sua compagnia è una compagnia giovane (alcun itra i quali Federica Aiello, Gennaro Maresca, Alessandra D’Elia, ecc.). Questo colpisce per due aspetti: Innanzitutto è bello vedere giovani attori che si avvicinano a Shakespeare, che di diritto potrebbe essere per complessità il punto d’arrivo di una carriera recitativa,  come fosse un trampolino di lancio. E porsi dinanzi a lui con la naturalezza di un’età ancora lieve e allo stesso tempo con una maturità che risiede nell’interiorità e prescinde il dato anagrafico. I personaggi di Shakespeare sono spesso giovani. E in Riccardo II, in particolare, la giovinezza e con essa l’ingenuità, l’inesperienza, la spontaneità, sono temi centrali. La Angiulli pone l’accento su un altro aspetto importante: perché il teatro elisabettiano è poco rappresentato oggi? Perché quasi tutti i re sono giovani. Il teatro elisabettiano è un mezzo di valutazione politica. Shakespeare fa macropolitica, se si pensa che la storia sia un recipiente di fatti e avvenimenti che si ripetono in maniera circolare, leggendolo si può vedere delinearsi dinanzi a sé la storia dell’Europa tutta. E infatti la letteratura shakesperiana è una letteratura itinerante, che tocca con il suo racconto vari luoghi geografici, compresi quelli della nostra Italia, anche luoghi che egli non conosceva personalmente, ma si sa che l’ispirazione creativa è più forte di qualsiasi testimonianza diretta. E per la storia che, come un cerchio, si muove continuamente intorno all’uomo, non è importante che Shakespeare compia errori di posizione geografica, perché lui coglie il senso dell’agire umano. In epoca elisabettiana, la cultura era centrale strumento di analisi e unificazione. Congiungeva l’Occidente con l’Oriente e oltre. Questo spiega la grande libertà che aveva il Bardo nel suo teatro: egli narra situazioni familiari esasperate, lotte di potere. La Angiulli è una studiosa estremamente attenta alla parola. La recitazione qui vuole essere vigorosa e compatta, il suo obiettivo è dare corpo alle parole e di rimando, ridarle vita. Ci troviamo di fronte ad una parola che, per distanza cronologica, potrebbe apparire “altro” rispetto a noi. La compagnia della Angiulli lavora  sul testo, come si dovrebbe fare  con qualsiasi classico,  spogliandolo di ogni sovrastruttura per renderlo così puro, senza rinunciare alla sua carica comunicativa. La Angiulli è attenta a ogni parte del discorso, al colore di ogni parola e ad ogni suo significato, ad ogni elemento linguistico viene dato il peso specifico che […]

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Teatro

Pisci e paranza: la strada è metafora di vita

Pisci e Paranza per la regia di Mario De Masi, con Andrea Avagliano, Serena Lauro, Fiorenzo Madonna, Ilaria Cecere e Luca Sangiovanni, è in scena al Piccolo Bellini dal 4 al 9 Aprile. Dopo una lunga tournée che lo ha visto toccare i palcoscenici di  Roma, Bari, Genova, Bologna e vincere la Menzione Speciale al Premio Scenario 2015, torna  a casa sua, nella Napoli che con i suoi colori, i modi di dire, l’incisività nelle parole e ­dei gesti fa da protagonista in questo spettacolo velatamente comico ma anche molto crudo, schietto e sconvolgente. “Tu lo sai cos’é una metafora?” “La metafora é una cosa che si dice, quando si vuole dire qualcosa d’altro.” “E tu con tutta questa cultura, stai qui su questo marciapiede?” La metafora é un concetto centrale di questo romanzo che scardina luoghi comuni, richiama detti popolari, si pone con vivace comicità e nasconde effetti sorprendenti… Lezioni da cogliere dietro un sorriso, che diventa riflessione amara. La sceneggiatura è scarna, come scarna è la miseria dell’uomo che viene rappresentata. Sulla scena  cinque personaggi, sempre gli stessi, a riempire tutto lo spettacolo. Non ci sono entrate né uscite:  la scena è sempre la stessa e si apre con un guazzabuglio di grida, sospiri,  richieste di aiuto, pensieri ad alta voce pronunciati di fretta da cinque anime che corrono in cerchio come impazzite, come a cercare un ordine nella testa per poter essere poi trasportato fuori di essa. Nel disordine più assordante, che é quello della vita che non ha logica e non può essere in nessun modo anticipata a priori,  scorrono veloci le vite di questi 5 Pisci e paranza, che sgsuazzano nell’acquario del mondo, cercando come pesciolini in un fiumiciattolo le mullichelle, per tirare avanti, per trovare un senso al caos. I nostri pesciolini sono abitanti di strada. Non hanno un lavoro, non hanno una casa, ma sentono forte il legame con quel marciapiede che come un letto dà loro una superficie su cui poggiare il capo, dura come la vita, da guadagnarsi a caro prezzo, arraggiandosi come si può con la malinconia propria di chi non può mai fermarsi. La strada è il baraccone entro cui si muovono come personaggi stereotipati le vite di questi funamboli che corrono contro il tempo. La strada è un giudice severo, ti protegge ma in cambio vuole tutto.  Non puoi mostrare alla strada le tue debolezze, altrimenti essa ti calpesterà ma se ti mostrerai risoluto,  ti renderà saggio. Sono duri i nostri pisci ‘e paranza, severi con loro stessi e con la vita, eppure conservano la saggezza popolare che soltanto l’esperienza che si fa sulla strada dà e nessuna scuola può insegnare. Sono fragili questi pisci ‘e paranza, sebbene cerchino di mostrarsi soddisfatti, temprati a tutto. Sebbene cerchino di mostrarsi come quelli che non hanno bisogno di nulla, hanno sensibilità e cercano – come tutti – una ragione. Tuttavia in questo spettacolo non c’é spazio per sentimentalismi di sorta: sebbene spesso  le sequenze ci strappino sorrisi, sulla bocca resta un sapore amaro […]

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Libri

La Corsa di Billy: un romanzo per chi ha coscienza

La Corsa di Billy è uno di quei libri capaci di porre interrogativi continui, uno di quei libri che ad ogni pagina fanno maturano nello spirito un’idea o un sentimento, che lasciano quasi increduli per la maestria con cui è trattato un argomento difficile, dispiaciuti per non averne letto prima, affinché ci potessero rendere desiderosi di cambiamento come i suoi protagonisti che lottano con tenacia contro una realtà che si oppone ai sentimenti veri. Non a caso La corsa di Billy è stato pubblicato dalla Fazi Editore che ha già portato alla rinascita un romanzo del 1974 scritto da Patricia Nell Warren, che il New York Times  ha definito “la più grande storia d’amore gay mai narrata”: la Fazi Editore è una casa editrice eccezionale per il suo meraviglioso e rivoluzionario lavoro di ristampa di romanzi del XX secolo spesso poco noti, per l’impegno profuso nel riportare a  nuova luce testi del passato, donando loro una nuova giovinezza e un successo che spesso ai tempi della pubblicazione non avevano conosciuto così intensamente. La corsa di Billy è un grande romanzo d’amore, d’amore omosessuale, ma questa precisazione diventa assolutamente superflua al Lettore: una storia d’amore di tale profondità, dolcezza e disperazione  – si tratti di un amore tra due uomini, tra due donne, tra un uomo e una donna, tra due giovani, tra due adulti, tra un giovane e un adulto – non ha bisogno classificazioni o definizioni di sorta. I personaggi si muovono come indistinti, acquistano valore per la loro essenza, per ciò che rappresentano, per ciò che vogliono comunicare: e ciò che viene comunicato è una storia di coraggio estremo. Per un solo aspetto però diventa rilevante il fatto che si tratti di un amore gay: dal momento che La Corsa di Billy è stato pubblicato per la prima volta nel 1974  e fu scritto per dare risalto a un movimento di protesta che nacque all’interno del mondo gay quando le autorità sportive internazionali non vollero far partire tre validissimi atleti per le loro Olimpiadi a causa della loro omosessualità. Sul retro di copertina si legge “È un romanzo che dovrebbero leggere tutti coloro che hanno una coscienza politica”: è vero, perché questo libro esplora piani diversi della Morale, della Politica di ognuno, della coscienza, dell’Etica. La vita di Horlan Brown, ex atleta e ora promettente allenatore, ha toccato il fondo quando uno studente ha messo in giro voci false su relazioni che avrebbe intrecciato con gli studenti. Horlan ha sempre vissuto la sua omosessualità in maniera tormentata, cercando di reprimerla, vergognandosene talvolta, non capendola forse. Cresciuto in una famiglia fervente cattolica, è stato educato ad una ferrea disciplina, è entrato nei Marines, ha sposato una donna e ha avuto da lei due figli. Fin quando, stanco di mentire alla società e a se stesso, ha scoperto una nuova vita nel College di Prescott, famoso per la libertà di pensiero, e ha iniziato ad allenare la squadra di atletica. La sua vita subisce una nuova scossa quando si presentano nel suo ufficio tre giovani promesse, cacciate dall’Oregon University per la loro omosessualità, che […]

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Teatro

Giovanni Block: grande successo al Bellini

Giovanni Block è un cantautore e poliedrico artista napoletano, che si è distinto da una decina d’anni a questa parte nel panorama musicale, per  l’originalità dei suoi testi, per lo stile che ricorda i grandi cantautori di una volta e per la sua grande comunicatività. Vincitore del Premio Tenco (2007), Premio Musicultura (2009), Premio Buscaglione (2010), ha pubblicato due album (Il posto ideale e SPOT) e ieri ha tenuto un concerto di grande successo al Teatro Bellini di Napoli, l’unica data napoletana di questo stagione. La Napoli dint all’underground, quella profonda e irriverente, piena di colori e di vita, la sua dimensione, è venuta fuori in una serata scoppiettante e magica. Giovanni Block ha una grande personalità, ha tante cose da dire e le sa dire in un modo che piace “assai” alla gente. Senza prendersi troppo sul serio, giocando su se stesso, Block mette in scena il suo estro originalissimo in una serata di musica bella e poesia. Tanti i suoi successi cantati (da quelli malinconici come “Sule” “E va fernì semp accussì”, romantici “La neve che accadrà” “Mio piccolo cuore”, irriverenti “Adda venì baffone, Lorenzo”), duetti (Flo, EPO), sketch di interazione col pubblico, la capacità di saper alternare momenti divertenti ad altri estremamente intimistici e profondi, portando a teatro la musica popolare, avvicinando un pubblico sempre più giovane a viverla come vicina e autentica. Noi di Eroica Fenice abbiamo chiacchierato con lui, poco prima dell’inizio della serata. Giovanni Block. Musica e teatro hanno sempre avuto un legame forte nella tua carriera. Nasci come concertista, hai studiato al Conservatorio, hai spesso lavorato in teatro. C’è una formazione classica che si intreccia alla tua grande modernità. Cosa ha rappresentato ‘il teatro’ nella tua carriera? Per me il teatro è tutto. Credo nel teatro, oggi, come mezzo di comunicazione autentico. In un tempo in cui siamo sempre più legati ai social, dunque alla comunicazione veloce,  e in cui tutto sembra essere in vendita, anche l’arte, il teatro ha saputo conservare una dimensione “vera” e “viva”. Sono contento di aver, nel mio piccolo, con questo concerto, portato la musica a teatro. Tu sei un grande cantore di Napoli. La tua musica è eclettica, attraverso i tuoi testi racconti, con ironia e delicatezza, l’anima della città. Oggi si parla tanto dei ‘narratori’ di Napoli, quelli che portano Napoli in giro per il mondo: tu che tipo di cantore pensi di essere? Parlaci della tua Napoli, quella che si riflette nella tua musica. Napoli è una terra di mezzo. Fatta di colori, sfumature,  nature differenti. Abito nel quartiere Avvocata, a metà strada tra il Vomero e il Centro Storico, linea di demarcazione di due facce di Napoli, due volti. Il mio è un pubblico variegato, abbraccia la parte popolare, frenetica chiassosa e anche quella elegante, nobile, raffinata. Ma in generale, mi piace definire la mia Napoli, normale. Mi piace parlare di underground, il sottobosco, il sotterraneo che poi porta alla luce i mille volti di questa città. Nella tua musica esplori sapientemente le varie possibilità della lingua […]

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Teatro

Peperoni difficili al Piccolo Bellini

Verità e ipocrisie si intrecciano in Peperoni difficili, suggestivo titolo della commedia in scena al Piccolo Bellini dal 10 al 15 Gennaio, scritta e diretta da Rosario Lisma, con Rosario Lisma, Anna Della Rosa, Ugo Giacomazzi, Andrea Narsi. Peperoni difficili riflette sull’importanza della verità (ma cos’è la verità?), sulla necessità di chiamare le cose con il proprio nome e sui piccoli gesti di “ipocrisia buona” che ognuno di noi compie ogni giorno. Tutto ciò avviene quando diciamo una bugia a fin di bene, quando rinunciamo a dire la verità perché sappiamo che quella potrebbe ferire chi ci ascolta. Situazioni ordinarie che ci accomunano ai personaggi di questa commedia, che vivono tutti praticando delle piccole ipocrisie. Finché non arriverà un personaggio che stravolgerà ogni loro abitudine.   Siamo in un piccolo paesello di provincia dove non accade mai nulla di interessante. Un paesino dove una serie di situazioni normali si rivelano essere artefatte e solo apparenti. Quattro case, la parrocchia, il campo di calcio dove si allenano i bambini che sperano di scappare presto da lì. Padre Giovanni conduce nella sua casa parrocchiale una vita tranquilla, animata solo dalle visite del suo amico fidato Filippo, che si è separato da una moglie ma vive ancora nel suo ricordo ossessivo, e il fratello Pietro, spastico, ma grande uomo di lettere e di cultura. In questa serie di relazioni nessuno dice la verità all’altro. Nessuno dice a Giovanni che la sua vita votata a Dio si traduce in una somma di formule vuote e che, invece, sarebbe opportuno che vivesse la sua spiritualità in modo attivo. Nessuno dice a Filippo che la moglie ha un altro uomo. Nessuno dice a Pietro che è malato, anche a costo di fargli compiere atti maldestri e pericolosi, tutti negano l’esistenza del suo evidente difetto, facendogli credere che i segni della sua malattia non siano assolutamente evidenti, quasi come se la sua malattia non esistesse. Tutto cambia quando sulla scena appare Maria, sorella di Giovanni, che di ritorno da una missione in Africa si é convinta dell’importanza di dire la verità, per far sì che le cose dolorose facciano meno male, per dare un nome alla sofferenza. “Non esistono le parole, esistono solo la verità. Forse la più grande paura deriva proprio dallo scandalo, di non riuscire a dare il giusto nome alle cose.” Così vengono fuori una serie di equivoci, di incomprensioni, generati da cose non dette. Rancori nascosti nei cassetti dell’anima, paure mai sopite, amori mancati, ambizioni perdute. Sarà proprio la verità che metterà ciascuno dei personaggi a confronto con la propria parte più intima, nascosta, forse quella più vera. Quella che si aveva paura di rivelare ma che genera tormento e angoscia.   Peperoni difficili: la verità che sfida la paura E in questo scenario del sentimento esasperato, si arriva a riflettere sul bene e il male, sulla presenza di Dio che tollera che nella vita di ognuno accadano cose terribili. “E allora se il male esiste, perchè si ha paura solo a nominarlo? È Dio che ha creato la malattia […]

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Teatro

Misura per misura: Shakespeare alla Galleria Toledo

La magistrale regia di Laura Angiulli modella tra le sue mani un nuovo testo classico inglese (dopo l’adattamento di Peccato fosse puttana di Ford). Stavolta si tratta di Misura per Misura di Shakespeare, in scena alla Galleria Toledo, dal 22 al 30 Novembre. Misura per misura è una commedia problematica, perchè in bilico continuo tra commedia e tragedia. Ed è un grande intreccio poliedrico di amori, inganni, giochi di seduzione, scambi e situazioni paradossali, di quelle che solo il Bardo sapeva legare e slegare con tale maestria. Vienna. Il Duca Vincenzo, in partenza per un viaggio d’affari affida il regno ad Angelo, un uomo gretto e meschino. Il suo primo provvedimento è quello di condannare a morte Claudio, per aver ingravidato Giulietta, prima di prenderla in sposa. Ma il meschino Angelo, all’apparenza virtuoso e composto, cova in sè le stesse pulsioni lussuriose di Claudio. A sua volta si invaghisce di sua sorella, la novizia Isabella, e pattuisce che l’unico modo per salvare la vita del prigioniero sia che Isabella si conceda a lui per una notte. A questo punto, il Duca, che in realtà è rimasto a Vienna travestito da frate, suggerisce alla novizia virtuosa un altro modo per salvare il fratello senza macchiare la sua purezza. Stabilire un incontro al buio e fare in modo che a esso si presenti Mariana, prima promessa sposa di Angelo e poi da lui ripudiata. Il resto è un insieme di macchinazioni, tranelli, peripezie in grande stile shakespeariano. Misura per misura: scavo nella moralità dell’uomo Misura per misura mostra come la menzogna si paghi con la menzogna e la virtù con la virtù. Shakespeare è maestro nel descrivere il peccato, ponendosi come giudice celato, che non condanna nè santifica, che riconosce gli umani istinti e le debolezze dell’uomo, senza troppe pretese. Ma allo stesso tempo battendosi per il ricongiungimento di un certo equilibrio originario. La moralità che emerge da questa piéce è spaventosa, è truce, è cruda. Il perdono non è contemplato nel modo tradizionale. Il peccatore deve subire gli effetti della colpa che ha commesso, stringere tra le sue braccia il peccato da lui scelto. Solo così si può ripristinare l’equilibrio. Due colpe si elidono e si ritorna innocenti. Lo stile di Laura Angiulli è inconfondibile. Una sua caratteristica portante è presentare da subito tutti i personaggi sulla scena, nella penombra e in secondo piano, immobili in un gesto che già ce ne presenta la personalità. E poi, attraverso un gioco di luci e a seconda della struttura scenica, focalizza la nostra attenzione su ogni loro azione e movimento. Bisogna prestare attenzione ai movimenti di ciascun personaggio. Nelle mani, negli occhi, nelle espressioni  c’è una storia che gli attori  sono bravissimi ad interpretare. L’atmosfera sulla scena è cupa, specchio di una società pronta ad accantonare la sua moralità per il soddisfacimento di un vizio. Risulta facile in questo buio confondere  amore e lussuria, moralità e a-moralità, giusto e sbagliato. Ma in ogni storia di Shakespeare c’è sempre un giudice che, alla fine, darà il suo responso. Le figure del Bardo sono tutte fortemente umane. Impregnate di […]

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Libri

I still love you e il fenomeno young adult

Cristina Chiperi, sedici anni, in un noioso pomeriggio estivo ha infilato alle orecchie le cuffiette del suo iPod e, ascoltando una canzone di Selena Gomez intitolata “My dilemma is”, ha iniziato a scrivere come nota del suo cellulare il suo primo libro My dilemma is you che poi ha pubblicato a puntate sulla piattaforma Wattpad. I lettori sono stati migliaia, una versione cartacea è stata stampata nel 2013 ma i fan hanno richiesto a gran voce il sequel della storia, che è arrivato quest’anno con I still love you. La trama dei due libri della Chiperi è tipicamente young adult: in “My dilemma is you” un’adolescente semi perfetta vive una vita tranquilla fin quando è costretta a trasferirsi con la sua famiglia in un’altra città. Ecco allora il suo percorso di inserimento nel nuovo gruppo, le sue amicizie, le rivalità con la miss della scuola e il bulletto della classe con l’immancabile triangolo amoroso tra il migliore amico e il ragazzo bello e tenebroso. Nel sequel la protagonista si innamora del suo migliore amico. Nel mezzo, ancora le amicizie, le confidenze, gli amori, i segreti e tutte le caratteristiche proprie di quel favoloso e complicato periodo che è l’adolescenza, mentre si dispensano messaggi positivi come “credete nei vostri sogni” e “non arrendetevi mai”. Tra l’altro, l’autrice è italiana ma i nomi sono tutti stranieri e l’ambientazione è tipicamente americana. Siamo, infatti, in una cittadina degli Stati Uniti, di quelle che si vedono nei telefilm: si parla di high schools, di college, di ragazze che pranzano a scuola con i cupcakes. E anche questi piccoli dettagli stuzzicano il giovane pubblico. Tutto in questo libro è pensato per attirare le nuove generazioni. I still love you e il fenomeno  young adult, un successo in ascesa Siamo davanti a un mix di espedienti narrativi che fanno gola al giovanissimo pubblico: l’amore in primo piano, le amicizie, la scuola, le confidenze, i problemi dell’adolescenza, tutti trattati in maniera veloce, quasi a volersi adeguare ai giovani che non gradiscono eccessiva introspezione psicologica. I ragazzi leggono libri come I still love you, li amano, ne portano una copia nella borsa. E se vi state chiedendo quale sia il motivo di tale successo, è presto detto: questi libri riflettono la realtà dei ragazzi di oggi, riflettono l’adolescenza. Cristina Chiperi è un’adolescente e scrive di ciò che conosce, descrive i suoi coetanei, lo fa con pennellature rapidissime, senza soffermarsi troppo sull’interno, ma più sul contorno: tutto è farcito da una semplicità estrema di sentimenti. I ragazzi di oggi si rifugiano in ciò che conoscono, si radunano in piccoli gruppi fidati, stanno con i loro simili, si circondano di cose che amano. Nutrono verso il nuovo una paura irrazionale. Cercano invece leggerezza, istinto, sensazioni immediate. In questo libro troviamo un modello di adolescenza presentato come dominante dai mass media, tra cui l’editoria stessa. I still love you é un libro letto da tante adolescenti che si avvicinano alla lettura. Ognuno di noi ha avuto alcuni libri che hanno caratterizzato la propria adolescenza: non erano necessariamente complessi, ma riflettevano il […]

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Teatro

Aldo Rapè, intervista all’attore e autore siciliano

Aldo Rapè, autore e attore siciliano, porta in scena domenica 23 ottobre al Salon Baires di Napoli  “Mutu”, una pièce coraggiosa che racconta allo stesso tempo del male e della vita. Lo spettacolo è stato insignito del Premio del Festival di Avignon OFF 2012 come Miglior Spettacolo Straniero ed è stato selezionato per l’Italian Theater Festival 2014 di New York. Due fratelli, Salvo e Salvuccio, un sacerdote ed un mafioso. Due figure opposte, due scelte di vita diverse, si incontrano e si confrontano. L’uno ha abbracciato la vita della preghiera, l’altro della violenza.  Eppure c’è qualcosa che li accomuna, ovvero quella solitudine interiore che è universale nell’uomo moderno. Entrambi partiranno dalla loro esperienza di vita per descrivere della solitudine e del vuoto esistenziale che attanagliano l’esistenza di ognuno, oggi, in una società dominata dal malessere e dall’apparenza. Due temi spigolosi da trattare oggi vengono affrontati nella loro essenzialità, spogliati di tutti i contorni e presentati nella loro nudità ed essenza, scavando al nocciolo del loro essere. E il dialogo che ne verrà fuori sarà qualcosa di inedito ed estraniante. Aldo Rapè, una vita per il teatro Abbiamo chiacchierato con Aldo Rapè, che ci ha raccontato qualcosa in più sul suo testo affascinante e coraggioso. Hai toccato un tema universale – la solitudine dell’anima – intrecciandolo ad una tematica difficile. Si parla di mafia, di Chiesa, di società perdute. Come è nato questo desiderio e questo coraggio di trattare temi così spigolosi, quasi spogliandoli di tutto e scavandoli all’essenza? La fonte è stata la mia terra, la Sicilia, luogo di grandi contraddizioni e per questo di enorme bellezza. La tematica affrontata è un solo un pretesto per parlare dell’uomo e della sua condizione. Il teatro ci aiuta a cogliere l’essenza e l’anima dell’uomo e così quella del mondo. C’è qualche opera precedente, qualche modello artistico che ti ha ispirato in questo viaggio nelle solitudine dell’anima? Tante le fonti di ispirazione, gli spettacoli internazionali senza parole, ma su tutti la poetica espressa da Peter Brook nel suo percorso artistico. La poesia e la solitudine dell’anima appartengono invece al mondo del clown, mio principale e privilegiato percorso artistico.   Quale credi sia il messaggio più importante che debba mandare il teatro, oggi, nella società in cui viviamo? Tutto il teatro, in ogni suo genere e forma, sopratutto in questi anni, deve tornare alla sua funzione civica di momento di riflessione politica, nel senso di polis. Il messaggio è che ci possiamo ancora salvare se e solo se tendiamo la mano l’uno con l’altro e ripartiamo da una nuova umanità.     

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Teatro

“Filumena Marturano” secondo Liliana Cavani, trionfo al Teatro Diana

Il mito di Filumena Marturano rivive al Teatro Diana, grazie ad una magistrale interpretazione di Mariangela D’Abbraccio e Geppy Gleijeses. Ieri, 13 ottobre, c’è stata la prima dello spettacolo diretto da Liliana Cavani e Napoli ha risposto con un successo plateale. Dieci minuti di applausi e spettatori in piedi per questa storia senza tempo, che quest’anno festeggia i 70 anni da quando fu immaginata e messa in scena da Eduardo De Filippo. La commedia ‘amara’ di Filumena Marturano fu scritta da Eduardo nel 1946 e inserita nella raccolta Cantata dei giorni dispari. Tradotta in molte lingue e oggetto di molte trasposizioni teatrali e cinematografiche, rappresenta quella che è a tutti gli effetti un’eroina del dopoguerra, per tenacia e personalità. La storia è arcinota al pubblico napoletano e ad ogni appassionato: Filumena che sceglie di non rivelare a Mimì, l’uomo che ama e che l’ha “tolta dalla strada” ma il cui egoismo lo porta sempre lontano da lei, l’identità di quel suo figlio biologico, che lei ha affidato alla nascita nascondendogli la sua esistenza. Perché  «E figlie so’ ffiglie… E so’ tutte eguale…». Un’eroina che agisce sulla crisi della famiglia patriarcale borghese degli anni che seguirono la guerra, che riesce a instaurare una famiglia “alla pari” mentre Domenico vorrebbe basarsi  ancora sul privilegio e l’esclusione dei figli illegittimi. Eduardo è maestro nel riflettere il quadro sociale della sua Napoli, ma sempre con leggerezza, ironia, disincanto e nobiltà d’animo. Un classico per eccellenza, riletto da Liliana Cavani  Filumena Marturano è un classico napoletano, perché inciso nella radici della nostra terra. Simbolo dell’intelligenza arguta di un maestro del teatro e portatore sano del riso amaro che, pare, abbonda sulla bocca dei partenopei. Questo spettacolo è riuscito a rappresentare questi elementi al meglio grazie alla caratterizzazione precisa e alla tensione sublime dei protagonisti. Domenico Soriano, uomo tutto d’un pezzo, legato ai valori patriarcali e con una sola grande debolezza: Filumena. Lei, la donna drammatica e passionale, capace di rispondere a una vita difficile con la sua straordinaria intelligenza ironica di ragazza vissuta “per strada” e di madre orfana. Un magnifico Geppy Gleijeses nei panni di Mimì, capace di comunicare anche solo con il volto, profondamente espressivo ed emozionante. Filumena interpretata da una meravigliosa Mariangela D’Abbraccio, che brilla sul palco, tenendo la platea col fiato sospeso, e dirige in modo esemplare le grandi emozioni di questo personaggio. Il suo dolore e il suo desiderio di rivalsa, il suo amore e la sua forza. Intorno a loro  altri personaggi indimenticabili, figure tipiche del teatro defilippiano: l’anziana perpetua, la giovane domestica, i tre figli. Tutti caratteri  importanti che fanno da cornice alla profonda tensione drammatica, ma intrisa di ironia, che lega i due protagonisti. E al loro legame che alla fine vincerà anche sulle domande lasciate in sospeso. “Filumena Marturano” di Liliana Cavani, storia eterna e universale Mariangela e Geppy sono profondi conoscitori del teatro, hanno saputo riflettere la profonda umanità di Domenico e Filumena, permettendo allo spettatore di vivere la scena in maniera totale. Filumena Marturano è un meraviglioso stralcio della nostra napoletanità, quella che riesce a fare anche del dolore […]

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Teatro

Hamlet routine: l’Amleto in chiave elettronica

L’Hamlet routine, rivistazione dell’Amleto in chiave elettronica, è lo spettacolo andato in scena alla Galleria Toledo per la rassegna “stagioni d’emergenza” il 19 e 20 Settembre. Scegliere di rivisitare un grande classico come è l’Hamlet di Shakespeare è sempre una decisione che si apre a un duplice giudizio: è coraggioso o folle? Trovata astuta o geniale esperimento innovativo? La definizione sarà sempre aperta al dibattito, indipendentemente da ciò che realizzerai e come, di fronte a un classico rivisitato, il pubblico si dividerà sempre in due categorie: – i puristi: i conservatori, quelli che ritengono che un classico sia un testo quasi “sacro” e come tale vada toccato solo con delicatezza, senza violenza, senza strafare e stravolgere. – gli sperimentalisti: per l’appunto quelli che amano sperimentare e che ricercano soluzioni spesso provocatorie e sorprendenti. Quelli che amano “rivoluzionare” qualcosa che già esiste. Hamlet routine è un’opera provocatoria e controversa, una di quelle che prendono una pietra miliare della Letteratura, la spogliano di qualsiasi rivestimento arcaico, la presentano nuda allo spettatore, che le mette un vestito nuovo. Hamle – tronic è un’opera che ti pone dei quesiti, che ti fa lasciare la sala con una sorta di amaro in bocca, una specie di fastidio mischiata a incredulità per la sfacciataggine mostrata e curiosità di vedere fin dove ci si è potuti spingere. Hamlet routine: gioco mentale di musica, luci e gestualità L’Hamlet shakespeariano diventa uno spettacolo psichedelico di luci, di musica, elettronica e gestualità (musiche di Tommaso Mantelli, luci di Loris Sovernigo). La tragedia viene narrata attraverso gli strumenti scenici. La struttura della scena, con le sue luci e ombre, i cambi di tono, i silenzi, i vuoti, i momenti musicali, detta il ritmo della narrazione e mette insieme il tutto. La scena è completamente sorretta da Fabrizio Paladin, attore di grande talento, versatile, istrionico, che si destreggia sul palco interpretando tutti i personaggi canonici dell’Hamlet: Gertrude, Polonio, Lerte, Ophelia e naturalmente Amleto e tinteggiando ognuno in maniera caratteristica, accentuandone una nota di colore, fantasiosa, inventa,a dissacrante, come dissacrante è tutto lo spettacolo che continuamente gioca su se stesso. L’Hamle – tronic applica una sorta di “metateatro”, si prende gioco di sè, dissacra questa storia di morte e di amore, la fa sembrare tragicamente comica, una palliata greca, un sogno. Sospeso tra sogno e realtà, lo spettatore non riesce a capire se quello che ha visto è reale, se sia stato davvero possibile realizzare qualcosa di così lontano dalla sua sacralità originale, se si ha avuto davvero questo coraggio e questa sregolatezza. Hamle -tronic è uno spettacolo quasi per esperti, va analizzato minuziosamente e per farlo bisogna avere una sorta di amore di base per i personaggi del canone shakespaeriano. Solo con tale amore si base si potrà rendere questo spettacolo godibile, perchè lo si comprenderà, nella sua controversia, nel suo essere senza regole e per questo unico.

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