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Eroica Fenice

Musica

Light Sounds: una scoperta musicale

Light Sounds è una giovane band napoletana, genere pop/rock, nata  nel 2007 dall’idea di Giuseppe D’Angelo, voce solista del gruppo,  affianco a Giovanni Pulente (piano) e Mario Terracciano (batterie). Il gruppo si è classificato terzo al Carlsberg Live Contest  nel 2011 ed è stato selezionato al contest “All We Need” di Bologna nel 2012. I Light Sounds hanno pubblicato il loro primo EP “Asha” nel febbraio 2013, contenente i singoli “Vivo e Muoio”, che ha vinto il Premio Disco Martini e ha superato le duemila visualizzazioni su Youtube, e “Future”, che è stato premiato con un certificato da parte dello Youth Video Festival di New York e presentato alla Città della Scienza di Napoli. Eroica Fenice ha fatto una chiacchierata con Giuseppe D’Angelo, voce leader e fondatore del gruppo insieme a Giovanni Pulente. Sentiamo cosa ci ha raccontato. Light sounds : una giovane band napoletana Come è nato il progetto Light Sounds e come è cresciuto negli anni? Il progetto Light Sounds nasce nell’Aprile del 2007 dall’incontro di Giuseppe D’Angelo e Giovanni Pulente, uniti dalla comune passione per la musica. Entrambi eravamo affascinati dal panorama musicale inglese, caratterizzato da quel mix Rock-Pop che stava attraendo moltissimi fans anche al di fuori del Regno Unito. Sulla scia di tale influenza abbiamo iniziato come Cover Band suonando principalmente brani dei Muse, Coldplay e Radiohead. In aggiunta non abbiamo tralasciato la tradizione cantautorale italiana, interpretando anche brani storici di Lucio Battisti e vari classici della nostra canzone. Dopo questa prima fase ed in seguito all’aggiunta del batterista Mario Terracciano all’interno del gruppo, abbiamo iniziato a comporre brani inediti, cercando di fondere le varie influenze che caratterizzavano i nostri gusti e preferenze. La composizione di musica originale ci ha permesso di crescere come band e di aprirci nuove opportunità, tra cui la partecipazione a Contest, Festival ed eventi culturali. Questo percorso di creazione si è concretizzato nel 2013, anno di pubblicazione del nostro E.P. Asha, composto da quattro brani. Per la realizzazione dell’album ci siamo avvalsi anche della collaborazione artistica di vari musicisti e di una voce femminile. Future, primo singolo estratto dall’E.P., è stato anche il nostro primo videoclip, a cui è seguito Vivo e muoio che abbiamo realizzato lo scorso dicembre e che rappresenta il nostro ultimo lavoro ufficiale in attesa di nuovi progetti. Quale pensi sia la vostra idea musicale, cosa volete portare oggi nel panorama musicale italiano? La nostra idea musicale è quella di fondere influenze e generi diversi, cercando così di creare un prodotto originale e che abbia una propria identità. I brani contenuti nell’ E.P. Asha rappresentano un tentativo di legare elementi tradizionali della musica italiana con sonorità tipiche del Brit-Pop e del Rock britannico. Abbiamo inoltre cercato di fondere culture e lingue diverse: le nostre canzoni alternano italiano, inglese e francese e manifestano anche i nostri studi universitari di stampo umanistico-letterario. Quali sono i progetti futuri della band? I nostri progetti futuri sono quelli di continuare a realizzare brani inediti e nello stesso tempo di promuovere il nostro […]

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Attualità

Teatro Deconfiscato: il teatro sottratto alle mafie

Il teatro può essere strumento di aggregazione e di condivisione, soprattutto se abbraccia il sociale. Come forma d’arte è il mezzo più potente che esista, per distruggere il marcio che c’è fuori. Non c’è niente di più bello e forte della cultura quando viene usata come risposta alla violenza e soprattutto quando nasce dalla violenza stessa, da una situazione non ottimale e diventa poi qualcosa di buono. Non c’è niente di più forte della cultura che nasce laddove nessuno si sarebbe mai aspettato. Giovanni Meola, attore, drammaturgo e da sempre promotore di tante iniziative volte a valorizzare il nostro territorio, è ideatore e direttore artistico di “Teatro Deconfiscato”, il teatro nei beni confiscati alle mafie e che quest’anno è alla sua prima edizione. Teatro Deconfiscato: tre appuntamenti con il sociale Dall’8 al 22 Settembre l’Ex Tenuta Magiulo, bene confiscato alla camorra, sito nel Comune di Afragola, sarà palcoscenico di tre spettacoli a sfondo sociale e di interesse nazionale. Ecco il calendario completo degli spettacoli: 8 Settembre – Virus Teatrali “L’INFAME” di – regia | Giovanni Meola con | Luigi Credendino Un criminale di piccola levatura passa da un clan all’altro e poi si pente, credendo di incontrare così la mano leggera del magistrato che invece si mostrerà più rigido del previsto. 15 settembre – Compagnia Ragli “PANENOSTRO” di – regia | Rosario Mastrota con | Andrea Cappadona Storia di un fornaio che per amore dei suoi figli e del suo valore tenterà di ribellarsi all’impostazione malavitosa che si cela dietro ad una professione che lui vorrebbe praticare con onestà. 22 Settembre – Consorzio Teatri di Bari “U PARRINU” di – regia – con | Christian Di Domenico Ritratto di Pino Puglisi, il primo prete ucciso dalla mafia, che il regista Di Domenico ha conosciuto personalmente perché officiante del matrimonio dei suoi genitori. Tutti gli spettacoli sono ad ingresso gratuito, con il solo interesse di diffondere un messaggio positivo per la nostra terra. Teatro Deconfiscato (il teatro nei beni confiscati alle mafie) Ex-Tenuta Magliulo | via Capri/Ponza – Afragola (Napoli) 8 | 15 | 22 Settembre 2016 ore 20:45 Prenotazione obbligatoria alla mail: [email protected] ideazione – direzione artistica | Giovanni Meola

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Libri

City di Baricco: la città che vive dentro

Possono essere piacevoli i libri intricati, quelli che hanno storie che sono degli intrecci, che seguono tanti fili come un albero che ha tanti rami, una rosa con tante spine, fanno grandi giri e poi in maniera circolare ma con tante curve tornano all’origine, rivelandoti un punto focale, il centro di tutto che all’inizio non avevi visto, non lo potevi vedere. City/La città è per definizione un insieme di strade, di persone, di insegne luminose, luci, nomi di vie e case. Tutto è caotico nella città. Tutto fa rumore. Non ti sembra ci sia un ordine nella disposizione delle cose eppure c’è, alla base di tutto. Questo libro è così. Un insieme di strade parallele che non si incontrano, eppure sono collegate e portano ad un centro. City è un romanzo di Alessandro Baricco pubblicato nel 1999 dalla casa editrice Rizzoli, poi riedito da Feltrinelli. È il quarto romanzo di Baricco in ordine di pubblicazione e ha rappresentato uno dei primi casi di lancio editoriale “in rete” con l’apertura di un apposito sito web e di un forum specifico per i lettori. «Questo libro è costruito come una città, come l’idea di una città. Mi piaceva che il titolo lo dicesse. Adesso lo dice. Le storie sono quartieri, i personaggi sono strade. Il resto è tempo che passa, voglia di vagabondare e bisogno di guardare. Ci ho viaggiato per tre anni, in City. Il lettore, se vorrà, potrà rifare la mia strada. È il bello, e il difficile, di tutti i libri: si può viaggiare nel viaggio di un altro?» C’è una strana genialità, nel disordine più totale. C’è una verità nascosta, nei grovigli più intricati. In ogni nonsense c’è sempre un sense e quanto più il nonsense è grande, tanto più il senso nascosto sarà importante. Ma qualcosa in Baricco non si riesce mai pienamente a comprendere. Non si scorge subito, non è immediato. Quello è il nocciolo della sua scrittura, il senso ultimo da scavare e da scoprire. Se si scava in profondità e se si riesce a toccarlo, esso si presenterà a noi come una rivelazione. C’è Gould, l’adolescente genio che ha ventisette professori, studia statistica e vive con la sua governante muta e i sue due amici, il gigante Diesel e il nano Poomrang. Poi c’è Shatzy Shell, impiegata in un centralino, che sogna di fare un western e porta con sè un registratore per annotare le sue idee. Quando quest’ultima conosce Gould, diventa contemporaneamente sua amica e la sua nuova governante. Ancora, Larry, il pugile benestante e senza paura, Mondini, il suo allenatore, il professore Mondrian Kilroy che studia Monet e il prof Taltomar che fa del calcio una metafora di vita. Tutti questi personaggi hanno dentro sè un micromondo, la city, fatto di storie profonde, incredibili, a tratti irreali. E questo micromondo si incontra con il mondo fuori e forma una rete di relazioni che assomiglia proprio ad una città. City è la città nascosta che vive in ognuno di noi Una cosa in tale testo è certa: non si riesce a capire se queste figure siano […]

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Viaggi e Miraggi

Festa del mare agli scogli, Sant’Anna a Ischia

Festa del mare agli scogli: è chiamata così la Festa di Sant’Anna a Ischia, una ricorrenza particolare e suggestiva. In questo giorno, residenti e forestieri si riuniscono per celebrare l’amore per un’isola, che non è solo meta di turisti, ma è il luogo dove si incontrano terra e mare. “Festa del mare agli scogli” è il suo nome perché il paesaggio naturale dell’isola diventa per quel giorno scenario di uno spettacolo meraviglioso. L’evento avviene intorno al Castello Aragonese, situato in cima ad una piccola insenatura, occupato da Alfonso D’Aragona nel 1423 in attesa di conquistare Napoli, e da lui affidato alla sua favorita Lucrezia d’Alagno, poi cacciata dagli Angiò che a loro volta useranno il castello come riparo dagli assedi. Durante la festa  viene simulato l’incendio del castello, quest’anno accompagnato dalle note di “Blue Dolphin” di Stephne Schaks, seguito dallo spettacoli di fuochi pirotecnici sul mare. A dare inizio alla festa c’è la tradizionale sfida delle barche. Quest’anno si sono contese il titolo quattro imbarcazioni allegoricheche, sulla baia, hanno dato vita a diversi numeri ispirati a momenti storico-culturali dell’isola. A vincere il titolo, assegnato da una giuria tecnica e una popolare, la barca di “Procida” con il suo spettacolo ispirato alla vicenda di Ulisse e delle Sirene, raccontata da Omero nell’Odissea. Il canto XII narra, infatti, che il fatidico incontro di Ulisse con le tre donne-uccello fosse avvenuto proprio all’incrocio tra i Golfi di Capri, Ischia e Procida. Festa di Sant’Anna: una tradizione che si rigenera La festa di Sant’Anna è giunta quest’anno alla sua 84esima edizione, la prima è stata indetta nel 1932 da un gruppo di ragazzi dopo aver  notato che, nella sera del 26, le barche dei pescatori erano solite recarsi presso la Chiesetta di Sant’Anna per recitare il rosario, e da allora questa ricorrenza resiste alle spinte della globalizzazione, dell’omologazione. C’è bisogno  di momenti del genere, che diano valore ad una tradizione che è scritta nel nostro bagaglio culturale, addirittura genetico, ma di cui troppo spesso siamo dimentichi e verso cui troppo di frequente siamo distratti. I luoghi che ci circondano hanno un’anima antica. Abbiamo la fortuna di poter vivere e visitare posti millenari, luoghi che hanno conosciuto l’assedio di varie civiltà. Sembra che la gente oggi avverta il bisogno di conservare  questo particolarismo, a dispetto della mercificazione dei media. La gente non ha perso lo spirito, le strade dell’isola erano gremite di gente, non c’erano dubbi: il popolo di Napoli, e non solo, ha voglia di riscoprire i luoghi dell’anima.

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Teatro

TeatroAllaDeriva: parla il direttore artistico

“TeatroAllaDeriva” (teatro sulla zattera) è una rassegna teatrale estiva che quest’anno raggiunge la sua quinta edizione. Tre spettacoli andranno in scena (tra il 17 e il 31 Luglio) su una zattera sull’acqua di 6 metri per 4, collocata presso il laghetto circolare all’interno delle Terme-Stufe di Nerone di Bacoli, storico stabilimento nel quale il tempo sembra essersi fermato. La rassegna nasce da un’intuizione vincente di Giovanni Meola ed Ernesto Colutta che hanno immaginato un teatro ‘diverso’ protagonista della rappresentazione: nel panorama teatrale contemporaneo non è raro portare il teatro in location differenti e strane ma ‘isolarlo’ sull’acqua, inscrivendolo in una scenografia naturale di rara suggestione, è unicità finora premiata anche da un pubblico di edizione in edizione sempre più numeroso. I drammaturghi elisabettiani parlavano di “metateatro”, teatro nel teatro. Con “TeatroAllaDeriva” è come se si volesse ritagliare al teatro lo spazio di un’isola, dove tutta la realtà esterna passa in secondo piano. Il teatro diventa una sorta di ‘isola che non c’è’ sulla quale si cerca di dare vita a ciò che dichiaratamente vita non è ma che, come hanno sostenuto in tanti, quando funziona e passa agli spettatori, è più reale della vita vera. TeatroAllaDeriva: le parole del direttore artistico Che significato ha la zattera? Quale valore aggiunto dà alla rappresentazione? La zattera è uno spazio scenico molto particolare in quanto costringe gli attori a fare i conti con una scenografia naturale che si somma a quella scenica; l’essere ad una distanza materiale dal pubblico, in qualche modo non colmabile, mette gli attori nella condizione di misurarsi con la ‘solitudine’ dell’attore, con la sua separatezza reale e concettuale rispetto alle persone ‘normali’. Tutto questo determina una sfida di grande spessore: verso se stessi, verso gli elementi naturali relativamente controllabili, verso l’efficacia di ciò che si mette in scena. Si tratta di una modalità molto affascinante con cui misurarsi. Gli spettacoli da te selezionati quest’anno hanno tematiche forti ma coniugate al grottesco e al surreale. Come sono stati selezionati e quale aderenza hanno col progetto? Io vedo circa duecento spettacoli in media all’anno da tantissimo tempo. Praticamente provo a vedere teatro ogni qual volta io stesso non sono in prova o in scena con i miei lavori. Questo mi permette di avere una conoscenza espansa di ciò che si fa, delle tendenze, delle novità. Quest’anno, coerentemente con quanto fatto negli anni scorsi, ho scelto spettacoli in grado di far pensare e riflettere il pubblico ma attraverso modalità in alcuni casi fortemente grottesche perché il grottesco (e a volte il surreale) ha la capacità di colpire molto in profondità lasciando una traccia duratura, che non si basa solo sulla (ovviamente altrettanto importante e fondamentalissima) suggestione emotiva del momento ma lascia tracce a rilascio differito, a mio modo di vedere. Come non salire su questa zattera piena di vita? TeatroAllaDeriva: appuntamento al 17 luglio!

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Teatro

Peccato fosse puttana: John Ford alla Galleria Toledo

Peccato fosse puttana è lo spettacolo andato in scena alla Galleria Toledo ieri 28 Giugno, per la rassegna Napoli Teatro Festival.  Il testo è tratto dal capolavoro di John Ford, la regia è di Laura Angiulli, con Alessandra D’Elia, Federica Aiello, Gianluca D’Agostino, Gennaro di Colandrea e Vittorio Passaro. Il dramma elisabettiano rivive prepotentemente in questo spettacolo tratto dal testo che John Ford, uno degli ultimi esponenti della drammaturgia elisabettiana, rappresentò per la prima volta nel 1632. Tratta una storia di incesto e di un delitto, di un massacro di innocenti, che in realtà innocenti non sono. Siamo a Parma nel ‘600, di fronte ad una società perversa e corrotta, che vede nell’inganno la normalità, nella menzogna la prassi; è una società brutale che vive di meschinità coltivate con passione sprezzante. Due fratelli si amano e vivono la loro relazione in maniera incestuosa, non curandosi delle etichette. Intorno a loro una sete di vendette, intrighi, tranelli, bugie faranno forse apparire il loro peccato, terribile e contro natura, ordinario, perché contornato da altrettanto grigiore. Il peccato è insito ovunque nel dramma di John Ford In Peccato fosse puttana non vi sono colpe perché non vi sono eroi. Nessuno è buono e nessuno ne uscirà vincitore. Il sottile filo che separa ciò che è giusto da ciò che non lo è, è molto labile. Gli uomini sono peccatori e la salvezza non è contemplata. Questo messaggio è portato in scena da personaggi emblematici che incarnano modi di essere e luoghi comuni della società del tempo – c’è il matrimonio combinato e numerosi pretendenti che si fanno avanti sfoggiando il loro patrimonio e le loro cariche, c’è il soldato che rinuncia al suo valore per macchiarsi di delitto per capriccio, una ragazza incontentabile, una nutrice pettegola,  il signore ferito nell’orgoglio che progetta vendetta. Vizi tipicamente umani, forse veniali, forse no. Non sta a noi giudicarlo. Nonostante quest’apparente astenersi da qualsiasi giudizio, la condanna ci sarà e sarà totale, perché il teatro elisabettiano punisce e colpisce tutti in egual misura: è un teatro che descrive le passioni umani nel loro carattere animalesco, pertanto nella loro sincerità, è un teatro senza falsità, consapevole che nell’uomo esistono due nature inseparabili. Riscoprire la classicità del teatro elisabettiano in un contesto sociale come quello odierno come accade in Peccato fosse puttana, non così diverso dalla realtà, può essere edificante.  Chi noi oggi può dirsi innocente? La menzogna e l’inganno ci appartengono.  E vederli rappresentati in questo modo sincero, senza scherno, senza filtri, anzi anche con sottile ironia, è piacevole  può aiutare a scoprirci.

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Attualità

Parthenope, tra leggende e sapori: caccia al tesoro

Napoli, molto probabilmente, è la città più suggestiva e ricca di storie da raccontare della nostra penisola. E noi, che in questa città ci siamo nati, ci viviamo, passeggiamo per i suoi vicoli, invocandola, amandola o talvolta detestandola, quanto conosciamo effettivamente della sua storia? Probabilmente poco, e sicuramente ciò che conosciamo non è assolutamente equiparabile all’immensità di cose che Napoli può raccontarci. E’ importante, oggi, conoscere la storia che la nostra città ha alle sue spalle, impegnarsi per scoprirla, andare a fondo nei suoi segreti, ascoltare la sua voce. Quando poi lo si riesce a fare con ironia e creatività, il percorso diventa più bello ed arricchente. I ragazzi del Te.Co hanno fatto tutto questo attraverso l’evento “Parthenope, tra leggende e sapori“: si, ci hanno portato all’origine della nostra terra, ci hanno svelato la leggenda che ha dato vita a tutto quanto, l’inizio di tutto ciò che è stato. La storia di Napoli è una bella storia d’amore che prende vita da “Parthenope”, la sirena che ha questa città ha dato il nome. Parthenope vuol dire “vergine” e la leggenda racconta che Parthenope fosse la sirena ammaliata e ripudiata dal re di Itaca, Ulisse. La leggenda racconta che il canto della sirena Parthenope allietasse i marinai, che ogni giorno navigavano per il suo mare, e gli abitanti della città che per omaggiarla le portavano doni. Proprio in suo onore fu inventato il dolce che è oggi simbolo della città: la pastiera. “Parthenope, tra leggende e sapori”: una storia d’amore “Parthenope, tra leggende e sapori” è una caccia al tesoro drammatizzata e si svolge attraverso un percorso che costeggia tutto il lungomare di Napoli, per scoprire l’origine del famoso dolce, i suoi ingredienti, svelandoci ad ogni tappa un segreto sulla nostra bella città. Ci sono sei tappe, ad ognuna delle quali siamo accolti da personaggi bizzarri e affascinanti che sono emblematici di Napoli e che ci raccontano qualcosa della sua storia. E’ un percorso sorprendente e che alla fine ci farà scoprire più ricchi. La storia di Parthenope è una storia d’amore e conoscerla può insegnarci d amare la nostra terra, di più di quanto normalmente facciamo. Ma per donarle amore è necessario conoscerla, fermarci un attimo e  porci in ascolto di ciò che ha da dire. La voce di Napoli è una voce sempre pulsante che in Napoli respira, che può essere udita in ogni luogo, in ogni angolo, in ogni volto. Sapere che ci sono persone che hanno dato a questa voce un’interpretazione e l’hanno resa viva e percepibile da tutti, è una cosa preziosa. Parthenope, tra leggende e sapori sarà ancora in scena il 25 e il 26 Giugno. Prenotazione obbligatoria 334 21 42 550 Evento organizzato dal Te.Co – Teatro di Contrabbando,  via Diocleziano 316, Napoli.

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Culturalmente

Hybrids, intervista a Raimondo Castronuovo

Hybrids è la nuova mostra di Raimondo Castronuovo, artista a trecentosessanta gradi, architetto, pittore e scultore partenopeo, diviso tra Napoli, la sua città natale e Berlino, città che lo ha ispirato artisticamente e in cui ha lavorato a lungo.  Nel 2013 con l’opera Crisalidi vince il premio di scultura Who art you?, l’importante concorso internazionale che si inaugura annualmente a Milano. Nel 2014 in occasione del Maggio dei Monumenti interviene con un’installazione nella chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Napoli. Qui ricollegandosi al tema della metamorfosi kafkiana, riproduce ragni giganti, le cui scheletriche e nude zampe si poggiano su un tappeto di foglie avvizzite. Il tema è quello della rinascita e di un nuovo legame tra mondo animale e umano. Tutta la sua scultura si focalizza sullo spazio, sulla natura animale e antropomorfa e su una fusione inedita tra antico e moderno. Intervista a Raimondo Castronuovo Hybrids: in esposizione alla Galleria Salvatore Serio, fino al 4 Giugno Riguardo ad Hybrids, racconta: “Il progetto di questa mostra parte dal bisogno di riscattare la scultura in quanto manipolazione di forme nel senso più antico del termine. Per il mio lavoro ho scelto di comunicare attraverso la riscoperta e la valorizzazione dei materiali che l’uomo ha sempre usato sin dall’antichità, quali bronzo, legno e ceramica”. Da cosa prende spunto, questo titolo, Hybrids, che sembra richiamare una forte essenzialità e purezza, fortemente presente nella sua scultura? Hybrids nasce dalla volontà di dare un titolo essenziale e che fosse il più possibile esplicativo dei lavori presenti in mostra. Si tratta di un esperimento vero e proprio, dove ho cercato di unire e appunto “ibridare” elementi del mondo della natura ad elementi antropomorfi. L’intento è quello di creare forme nuove, che poi è il fine di ogni scultore. Come è pensato da lei il richiamo tra l’antico e il moderno, tra arte classica e contemporanea? Penso da sempre che i migliori manufatti dell’uomo siano quelli che si fanno testimoni e interpreti del proprio tempo, che debbano aiutare le persone a porsi delle domande sul loro presente.  Questo credo non sia possibile ottenerlo senza i piedi ben piantati nella propria epoca e uno sguardo rivolto alla propria storia e alla propria cultura passata. “Lontano da casa e dal mio luogo di origine ho scoperto quanto forti e radicate siano le mie radici e quanto Napoli sia molto più vera di tantissime altre città”. Scultore cosmopolita, diviso tra Napoli e Berlino. Quanto e come è presente l’influenza di queste due città nel suo lavoro? A Berlino c’è una forte volontà di fare. A questa città devo molto perché mi ha dato moltissime occasioni di confronto. Ho conosciuto molti altri artisti provenienti da varie realtà europee e sono cresciuto, sia nella mia ricerca artistica che da un punto di vista meramente tecnico. Di contro, Napoli riesce a dare una grandissima spinta creativa. È un pozzo profondo con tantissimi spunti da cui attingere per nuove ricerche. Bisogna però essere curiosi e non fermarsi allo strato superficiale della cose. Inoltre è una città che nonostante tutto riesce a trasmettere ancora tanto dal punto di vista umano, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Il poeta e il pendolo, giovani contro il tempo

Lunedì 23 Maggio alla libreria Iocisto al Vomero è stato presentato il libro “Il poeta e il pendolo” di Annamaria Vargiu’, un’insegnante scrittrice che parla ai giovani e che ha voluto scrivere un libro dalla parte dei suoi alunni, immedesimandosi in loro. Il poeta e il pendolo è l’itinerario di un’adolescenza. Siamo nell’anno prima della maturità. Il protagonista Sebastiano è un ragazzo con una condizione sociale ed economica difficile, ma ha una sensibilità fuori dal comune. Non può permettersi materialmente ciò che gli altri possono permettersi e allora cerca il senso della vita altrove. Nello specifico, nelle parole, nella musica e nella poesia. Sebastiano è un poeta, un animo malinconico, che sente profondamente la vita. E questo sentire gli fa capire che nella vita c’è altro, rispetto a quello che vogliono farti vedere. In questo libro si  raccontano i giovani, come non si è soliti vederli o mostrarli oggi. Questo libro racconta i giovani con la loro forza interiore, con le loro emozioni e il loro esistere emotivo, cui spesso la società non si sofferma perché fa più comodo così. Il Poeta e il pendolo di Annamaria Vargiù, un libro per i giovani C’è il tema della della lotta personale e interiore, per formarsi come individui. Il primo amore, vissuto in maniera travolgente, che è l’unica cosa che fa sentire Sebastiano parte di un tutto. La gelosia. La scoperta del proprio corpo. La lotta politica nei confronti di un sistema scolastico che sta cambiando. Il rapporto che Sebastiano intreccia con sua madre, che è una ragazza madre con cui si instaura una grande complicità.  Quindi il primo amore, che è totale e serve anche a Sebastiano per far maturare l’amore tra madre e figlio. E il confronto generazionale di una madre e di un figlio che sono entrambi giovani, ma che vivono in maniera diversa la loro giovinezza. Afferma l’autrice: “Mi nutro dei miei alunni, della lor vita. Questo libro è dedicato a loro, che sono parte fondamentale della mia di vita. Ho sempre costruito un rapporto sincero con loro. Per me è importante  far capire loro che io sento di trovarmi di fronte a persone importanti, coscienti, preziose. Io parto sempre dal presupposto che i ragazzi hanno tanto da insegnare. Ho voluto scrivere questo libro perché la giovinezza oggi è vista spesso in modo negativo. I giovani sono meglio di come noi adulti li facciamo passare. La gioventù è bella, e noi ce ne siamo dimenticati. Oggi c’è la volontà di abbandonare i ragazzi ad un consumismo parossistico, ma i ragazzi non vogliono questo. I ragazzi fruiscono ciò che noi diamo loro. Se tu dai fiori, riceverai bellezza.  Se noi riuscissimo a dare ai nostri giovani bellezza, loro ci daranno qualcosa in cambio. Dietro un ragazzo può esserci un poeta, sta a noi farlo uscire.” ——————— Il poeta e il pendolo è in offerta su Amazon. Clicca qui per acquistarlo!

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Eventi/Mostre/Convegni

Montesano si racconta con malinconica ironia

Martedì 24 Maggio al Teatro Augusteo, Enrico Montesano, attore cinematografico, teatrale, cantante, ha presentato il suo libro “Confesso: Vita semiseria di un comico malinconico”, che ripercorre in tutte le fasi della sua vita, la sua comicità profonda o la sua profondità giocosa. “Questo libro è un pretesto. La mia vita è un pretesto. Non mi piace il termine autobiografia. Io volevo scrivere un libro che sorprendesse. Parto dalla mia vita, ma la mia vita è pretesto per scrivere di tutto ciò che mi passa per la testa, ciò che mi piace, le mie passioni, l’arte, la musica,, le cose che mi fanno ridere, le cose che mi infastidiscono. Tutto sotto il segno dell’ironia. Non mi prendo mai sul serio, ma sempre col sorriso.” Enrico Montesano conosce bene i meccanismi attraverso  cui si produce nello spettatore una risata, una sorpresa, sa come commuovere, come sorprendere lo spettatore (in questo caso il lettore). Enrico Montesano: Confesso, edizioni Piemme Si ha con questo libro l’impressione che il “personaggio” Montesano, quello che abbiamo conosciuto per anni attraverso la televisione, la radio o il cinema, esca da quella stessa tv, superi le barriere dei media e venga a parlarci direttamente, ad affidarci i suoi ricordi. Ricordi che hanno una  vena ironica e allo stesso tempo malinconica e che  si rivelano poi essere ricordi universali di tutti noi, italiani. Uomini semplici che credono nei valori autentici, ricordi della storia della nostra tradizione e della nostra cultura. Come se, ripercorrendo la storia di Montesano e la sua carriera, potessimo ripercorrere la storia della televisione tutta, della nostra tradizione, della nostra nazione, mettendoci dentro anche i nostri ricordi personali. Si ha davvero l’impressione di chiacchierare con lui, intimamente, anche per la varietà di temi tra cui spazia, come in una fitta conversazione amichevole. Tra le cose cui riflette c’è ad esempio l’evoluzione della  nostra lingua italiana,  oggi sempre più contaminata da parole inglesi, spesso assolutamente non necessarie, perché lo stesso concetto potrebbe essere comunicato in maniera ancora più pulita, servendosi dei nostri idiomi, la difesa invece del dialetto come patrimonio identitario e dunque difesa della nostra lingua e dei nostri valori. Il rapporto con Napoli, di un Montesano che si dice parte romano e parte partenopeo. “Roma è la mia città madre, perché è la città in cui sono nato. Quando recito a teatro a Roma e faccio il pienone è perché è la mia città madre. Poi, quando facevo il pieno a Roma, mi dicevano Adesso devi andare a Milano. Perché per un romano, Milano è sempre difficile, è la che si decreta il successo. Poi toccava a Napoli, che è la mia città zia, perché è ricca e fantasmagorica, piena di fantasia, piena di vita, una città da studiare. Ed è la più difficile, perché i napoletani non ridono mai per lo straniero. Sono già tutti attori di per sé, ridono già di e per se stessi. Sono diventato napoletano partenopeo quando mi sono napoletanizzato. E adesso mi piace stare qui. Mi dispiace quando vado via. Perché a Napoli, più ci vieni […]

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Attualità

“Cella” di Gilda Policastro, romanzo sull’abbandono

Giovedì 19 Maggio, all’Università Federico II, si è tenuta una conferenza per presentare il libro di Gilda Policastro, poetessa, scrittrice, ricercatrice salernitana, dal titolo “Cella”, pubblicato da Marsilio. Sono intervenuti al dibattito Matteo Palumbo, Giancarlo Alfano e il professore di Letterature Comparate, Francesco De Cristofaro. Cella è un romanzo struggente sull’abbandono, nello specifico abbandono amoroso, ma in generale perdita, raccontato da una voce femminile che diventa voce universale, che si dispera, si lacera dentro, perde se stessa e poi cerca di trovare, da qualche parte, un’indicazione per ritrovarsi. Non c’è dolcezza, non c’è consolazione, non c’è gentilezza in questa scrittura amara. L’abbandono è raccontato per quello che è, uno schiaffo nel petto, una voragine. Cella è un luogo che diventa un nome ed è la sigla di una condizione esistenziale. Gilda Policastro racconta l’abbandono. Il suo racconto è quello di una vita che va avanti e indietro nel tempo e che abbraccia con la sua vicenda quella di tutti gli altri personaggi della storia. I personaggi sono tutti anafettivi, perché hanno conosciuto l’abbandono. Addirittura si definiscono “prigionieri di umor nero”, che è indicazione sintomatica di una depressione. La loro è una storia di vittime e di sconfitti, storia di una continua convalescenza. Il loro è un tempo in cui le lancette sono ferme all’istante della perdita. Questo senso di abbandono lacerante nasconde una venatura politica, perché l’abbandono viene considerato  sinonimo di potere, che si esercita tra gli uomini, nelle relazioni. Le forme di potere dell’abbandono sono tre: la prima è il possesso, la seconda l’umiliazione e solo infine c’è l’abbandono vero e proprio. C’è un momento in cui le cose finiscono e, anche se si tarda a prenderne consapevolezza, arriva un giorno in cui ci si separa. E non lo si decide. Sempre uno dei due se ne va per primo. E all’altra persona viene solo detto di farsi forza. L’abbandono è la massima forma di potere che possa essere esercitata. Significa essere stati posti in una posizione irrimediabile. Si è irrimediabilmente abbandonati. Si è irrimediabilmente sotto la forza che qualcun altro ha operato. Quando una persona se ne va nel senso di abbandono amoroso si crea una tristezza diversa e più forte di quella del lutto, della sparizione fisica di una persona. Il lutto è un’elaborazione sociale. L’abbandono è una tristezza che si vive da soli, in una dimensione di isolamento, di autoprotezione, di chiusura, di ricerca di identità. Queste sono le condizioni che legano i personaggi, ma alla base c’è un’antirelazionalità. Sembra che ciascun personaggio sia connesso all’altro, ma in realtà ognuno è solo. Perché l’abbandono è qualcosa che si vive in solitudine, un dolore isolato e isolante in cui nessuno può entrare e a nessuno è data la possibilità di inserirsi, nemmeno per consolare, nemmeno per condividere. Come si fa allora a superare l’abbandono? Dove sta la vera vita, se tutto è abbandonato in questa condizione di sconfitta? Cella riflette sul fatto che il suo pseudonimo “Cella” è simile alla parola Hell, inferno. Stare in cella è come stare in […]

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Teatro

“Perelà” di Aniello Mallardo: L’uomo di fumo al Piccolo Bellini

L’uomo di fumo è lo spettacolo in scena al Piccolo Bellini dal 29 Marzo al 3 Aprile, con Raffaele Ausiello, Giuseppe Cerrone, Marco Di Prima, Melissa Di Genova, Antonio Piccolo, per la regia di Aniello Mallardo e una produzione di Teatro in Fabula. Lo spettacolo è ispirato al Codice Perelà di Aldo Palazzeschi. Il regista Aniello Mallardo scrive: “Il critico letterario Luciano de Maria ha affermato: ‘Perelà si contrappone alla reificazione dell’esistenza nel mondo capitalistico’. La prima edizione de Il Codice di Perelà di Aldo Palazzeschi risale al 1911, in piena rivoluzione industriale e con la conseguente affermazione del Capitalismo. Oggi all’industrializzazione è subentrata l’informatizzazione e l’uomo si sta trasformando in un “uomo involucro” in continua svalutazione e mercificazione della propria immagine”. Pe re là: pena, rete, lama. Il mondo è caduta nella pena.  Nella moltitudine di uomini-non uomini, ecco che si intravede “l’uomo macchina”, “l’uomo poltrona”, “l’uomo televisore”. E l’uomo-uomo? Non esiste. Aniello Mallardo racconta il caos Il Regno di Torlindao (specchio del mondo) è in crisi e in questa situazione di sfacelo, quattro bizzarri personaggi si interrogano sulle sorti del regno, ognuno manifestando una posizione diversa. La voce dell’economia sostiene che tutto gira intorno al denaro e che anche l’arte deve diventare fonte di introito. Basta con gli idealisti e i filosofi, le materia umanistiche devono divenire balocco e consumo. La religione dice la sua e sostiene che gli uomini non si occupano più della cura dello spirito, perché interessati solo alla gretta materia. La filosofia sostiene che l’uomo deve seguire la sua predisposizione e vivere in libertà, senza regole e costrizioni. Tutto è disordinato e caotico e come si può salvare un mondo che non ha più ordine e senso? Con un uomo di fumo. Questa entità insolita giunge da lontano, nel regno di Torlindeo e viene interpretato dai suoi abitanti come messaggio di salvezza. L’uomo di fumo è un essere puro, avulso dalla sporcizia di quel mondo nefasto, non conosce il vantaggio e l’abitudine, il profitto e la convenienza. Rappresenta l’etereo, è fatto di vento e come tale sembra fragile rispetto a tutti i pesi ingombranti che affollano le nostre vite. Un essere così puro stona in quella moltitudine di merci in vendita, di denaro e di prevaricazione ma rappresenta la novità, e allora ecco che tutti gli abitanti di Torlindao cercano di attirarlo a sé e di plasmarlo secondo la loro volontà. L’uomo, gretto e meschino, riuscirà a mercificare e strumentalizzare anche l’uomo di fumo, fatto di niente. Lo idealizzerà e poi lo renderà merce. Lo innalzerà e poi lo butterà a terra come fa sempre una società fondata su falsi miti che non rappresentano niente di autentico: lo userà e poi si stancherà di lui. Quando a Torlindeo “sembrava che non ci fosse niente di più importante del fumo” tutto sarà dimensionato. Il regno avrà paura e così come aveva innalzato Perelà, adesso richiederà di farlo tornare al nulla da cui è arrivato. Il fumo è una minaccia troppo grande per un mondo già fumoso di per sé e Perelà sarà messo in gabbia, ma Perelà è fatto di vento e come vento lascerà arieggiare […]

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Attualità

Aniello Mallardo: una chiacchierata col regista

Eroica Fenice ha chiacchierato con Aniello Mallardo, attore, regista, drammaturgo e docente di teatro napoletano, in attesa di assistere al suo ultimo spettacolo “L’uomo di fumo” per “Teatro in Fabula” in scena al Piccolo Bellini dal 29 Marzo al 3 Aprile.L’uomo di fumo è liberamente ispirato al Perelà di Palazzeschi e racconta  di un regno sull’orlo del baratro, regolato da meccanismi machiavellici e di un uomo che giunge da lontano e che vuole purificare quel regno dalla sua sporcizia. La trama dello spettacolo  sembra una metafora tagliente della situazione della società presente. Vediamo cosa ci ha raccontato il suo regista. Quanto è presente, la tematica attuale e sociale in questo testo?  Quanto è stata sentita, nella scrittura, la vicinanza con la situazione presente? Il critico letterario Luciano de Maria ha affermato: “Perelà si contrappone alla reificazione dell’esistenza nel mondo capitalistico”. La prima edizione de ”Il Codice di Perelà” di Aldo Palazzeschi risale al 1911, in piena rivoluzione industriale e con la conseguente affermazione del Capitalismo. Oggi la società è drasticamente mutata, all’industrializzazione è subentrata l’informatizzazione e l’uomo, isolato e smarrito nell’intricata rete dei social network, si sta trasformando in un “uomo involucro” in continua svalutazione e mercificazione della propria immagine. Il romanzo di Palazzeschi ci descrive, attraverso un’allegoria, una società incapace di rigenerarsi e l’impossibile opera di salvazione universale tentata, suo malgrado, dal protagonista Perelà. La favola aerea dell’uomo di fumo, dunque, analizza con leggerezza le falle e le aporie del “Petere” che, purtroppo, si ripetono ciclicamente e risultano quindi fortemente attuali.   “L’uomo di fumo” è ispirato al Perelà di Palazzeschi.  Cosa vi ha colpito di questo testo? E come è stato approcciarsi ad un grande testo del passato e trasformarlo in qualcosa di profondamente moderno e aderente al presente? Del testo di Palazzeschi ci ha colpito la forte modernità, il linguaggio incisivo e grottesco, la leggerezza e, soprattutto, la denuncia dei mali sociali, attraverso un racconto allegorico e fiabesco. Il problema principale di ogni riscrittura è tradurre “drammaturgicamente” le principali tematiche presenti nel testo di riferimento, senza tradirne l’essenza e soprattutto la cifra simbolica. Come crede sia la situazione del teatro a Napoli oggi? Crede sia giusto che i teatri  seguano una linea culturale, magari rivisitando i grandi testi della letteratura? Il Teatro a Napoli, oggi, versa nella stessa condizione del Regno di Torlindao. È in fase di stallo, divorato dalle esigenze di mercato e, quindi, incapace di proporre un’effettiva ricerca e di contemplare un eventuale fallimento. I teatri sono costretti, per poter sopravvivere, a fatturare costantemente introiti e questo genera un forte appiattimento culturale e la netta abolizione di una linea culturale necessaria per orientare il pubblico. Secondo me non è tanto fondamentale rivisitare o meno i testi della letteratura, ciò che conta è che il Teatro esprima costantemente un’urgenza da condividere con un’alterità attivamente partecipe dell’evento/rito teatrale. Quanto il teatro può agire sulle coscienze, portando un messaggio positivo? Quanto ruolo può avere il teatro per far riavvicinare i giovani alla cultura? La cifra essenziale del teatro […]

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Attualità

Teatro a Napoli: un’eterna dualità

Giovedì 10 Marzo all’Università di Napoli Federico II, il professore Francesco De Cristofaro ha tenuto una lezione circa la situazione dei teatri a Napoli. Sono intervenuti alla discussione i direttori del Teatro Elicantropo di Napoli e del TAN di Piscinola, da sempre promotori di un teatro vicino alla Letteratura e dal forte carattere culturale. Il messaggio principale è che occorre difendere i piccoli teatri che fanno un programma a stampo culturale e non commerciale. L’appiattimento commerciale vive non solo nel teatro, ma in tutta la società, tuttavia il teatro, che è la Cenerentola della cultura, risente in maniera più forte di questa dualità. Il teatro si basa sulla creazione di dinamiche di comunità: è la prima forma d’arte che passa da uomo a uomo e non è mediata. Per questo c’è sempre una funzione politica –  non “politica” nel senso comune del  termine, ma politica che deriva da polis, ossia qualcosa che passa da uomo a uomo. L’uomo che guarda dentro se stesso, si analizza e si confronta con gli altri uomini. Ed è attuando tale analisi critica del teatro e della sua funzione che si sente la dualità tra teatro di cultura e teatro di intrattenimento. Il teatro di intrattenimento non ha questa intenzione, non ha la stessa motivazione, si basa su effetti speciali e mira ad ottenere assuefazione e consenso. La motivazione e la ricerca sono caratteristici del teatro di cultura che è teatro di ricerca. In questo senso, il teatro di cultura non è nemmeno finto, è lontano dalla finzione nel senso stretto del termine. Si fonda su segni che sono attinti dalla realtà, portati, però, in un’altra dimensione che non è specchio della realtà, ma è sospesa tra vita e morte, dimensione in cui tutto è possibile. La dualità del Teatro a Napoli Non deve stupirci che nel teatro si respiri così forte questa dualità perché Napoli è essa stessa la città delle dualità. La dualità è ovunque, in questa città continuamente sospesa tra dimensione pubblica e dimensione povera. Napoli è una città ventrica, nel sottosuolo della Città del sole, vivono mille e più realtà diverse. Vivere a Napoli è come vivere eternamente nel presente, sospesi tra passato e futuro, vita e morte, buio e luce, realtà e leggenda. L’abitante di Napoli è colui che si stringe alla città come se seguisse una fede e al tempo stesso si sente lontano da essa e distaccato dalle istituzioni, vivendo come se seguisse un suo percorso personale, scevro dalla città. L’abitante di Napoli è ancorato alla sua casa, alla sua città, ma quello che è fuori dalla propria casa, fuori dal proprio vicolo, non gli interessa davvero, non gli appartiene. Non deve stupirci la presenza di questa dualità forte nel teatro, perché il napoletano è ibrido, immerso in questa dualità, che non si può contrastare perché è parte della città.

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“Balla solo per me” di Enza Alfano, inno alla potenza del cuore

Mercoledì 9 marzo all’Associazione Culturale Moviarte, sita in Mugnano di Napoli, si è tenuta la presentazione del romanzo “Balla solo per me” di Enza Alfano (Perrone Editore), scrittrice napoletana, che da sempre con la sua scrittura esplora le molteplici sfumature del cuore e le sue ragioni. L’incontro è stato moderato da Anna Copertino e Stefania Squillante, con le letture di Mariafloria de Ioanni. Questo libro è un grande inno alla potenza del cuore, che segue le sue ragioni e spinge l’uomo su strade inaspettate. “Coppelia è la bambola costruita dal Dottor Coppelius e che il Dottore ha amato e protetto, desiderando fino all’ultimo di liberarla dalla sua condizione “meccanica” di bambola e darle vita vera. Il cuore è il simbolo della vita e l’amore è la sua manifestazione. Laura è la prima ballerina del San Carlo, che si trova ad interpretare nel prestigioso teatro napoletano, che nel 1980 riapre dopo 30 anni,  la parte di questa bambola fittizia che non ha un cuore, non ha carne, non ha muscoli. Semplicemente, non è. La presa di coscienza di questa non esistenza, darà a Laura la forza per spingersi alla ricerca di risposte mai dette. Il tema del doppio, da sempre presente nella letteratura, è qui ripreso dando un’attenzione particolare al sentimento, inteso come fatto ideale, nella sua forza, lontano da freddi schemi ideologici. Il cuore è il motore pulsante di questo romanzo che è la storia di un amore spudorato, sebbene non sia giusto relegare un romanzo così ampio all’interno di una tematica fissa. Un romanzo che parla di vita e la vita si manifesta innanzitutto con l’Amore. Questo amore è spudorato, perché si tratta di un sentimento che non accetta definizioni, ma che si muove alla ricerca della sua essenza e che la trova, poi, facendo visita al dolore e alla disperazione, là dove si nascondono le risposte più sagge. Quanti tipi di amore esistono e quanti modi di viverlo? L’idea di Enza Alfano Esiste, in questo romanzo, l’amore clandestino di una donna per un uomo che non le appartiene.  L’amore di un coreografo per la sua ballerina, la sua creatura, modellata come Coppelia sulla base di un’idea astratta, l’amore di una ballerina per la danza, l’amore inteso come passione artistica che permette di estraniarsi dal rumore dei sentimenti intorno. L’amore per la vita e un viaggio nei sentimenti. Trovandosi ad interpretare il ruolo di una bambola che non ha cuore, Laura si ritroverà a stringere forte nelle sue mani, il suo cuore, che esiste, si può toccare e pulsa violento. Si troverà ad esplorare fino in fonda cosa significhi amare e soffrire, e abbandonarsi alle conseguenze di quel cuore, che tanto ci dona e tanto ci toglie e ci insegna. E attraverso un viaggio nel desiderio, nell’angoscia, nella disperazione, Laura approderà ad una rivelazione di sé. L’analisi dei sentimenti, il viaggio introspettivo porta sempre ad una metamorfosi. E nella metamorfosi sta il vero significato della vita e di quel cuore che della vita è la più ampia manifestazione. Un viaggio, coraggioso, nelle molteplici […]

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Teatro

Nonsense a Nord del Tamigi al Te.Co

“Nonsense al Nord del Tamigi” è lo spettacolo andato in scena Domenica 21 Febbraio al Te.Co – Teatro di Contrabbando, scritto da Valerio V Bruner, con la regia di Alessandro Palladino, con Francesca Romana Bergamo, Valerio Bruner, Alessandro Palladino, Luca Sangiovanni e Chiara Vitiello. Lo spettacolo, che ha  vinto il concorso Stazioni d’emergenza edizione VII, è autobiografico, ispirato ad alcuni fatti realmente accaduti all’autore. Un viaggio meraviglioso, tra realtà e fantasia, follia e verità, senza pause, senza punti di riferimento, che lascia lo spettatore rapito da questo nonsense che in realtà ha grande valore conoscitivo. Ogni nonsense nasconde sempre un sense, e qui il senso c’è ed è forte, nascosto dietro una patina spettacolare  “Perché la vita, come questo spettacolo, in fondo non ha nessun senso.” Siamo a nord del Tamigi, ma grazie ad un abile travestimento si ha la sensazione di essere entrati in un baraccone spettacolare, in cui diverse esistenze si mescolano, si incontrano personaggi assurdi, archetipi di una follia dilagante  e non c’è nessun nesso che leghi tra loro le molteplici storie.  Londra. Cinque personaggi sulla scena.  Ralph è un sognatore, bevitore incallito, ed aspirante poeta, che un giorno si è trasferito a Londra per consolidare i suoi sogni, travolto dai rumori della città e dalla sua frenesia. Ogni sera frequenta un pub, insieme al suo unico amico, Sam, un pupazzo, che beve, sogna, e delira mentre conversa con il cameriere che sembra una ragazza; ascolta le canzoni suonate con la chitarra dal musicista di fronte a lui e ammira la donna seduta al tavolo, dietro al quale si vedono solo le sue lunghe e bellissime gambe. Ralph vorrebbe parlarle ma è bloccato. Alla fine la donna si fa avanti e si rivela essere la sua vecchia fidanzata del liceo, allora brutta e imperfetta, adesso piena di fascino, che è diventata una prostituta di classe e che non l’ha mai dimenticato. Scioccato da questo ritorno, piombato come un treno nella sua vita,  Ralph si ritrova a parlare col cameriere di come conquistare le donne in quella città tumultuosa. La metropolitana è il segreto di Londra. Lì si fanno gli incontri più interessanti, quelli che ti cambiano la vita. Lì puoi trovare l’amore, lì puoi trovare il senso di questo grande spettacolo. Ma il nonsense è sempre sense, così come il sense è sempre nonsense. E in quella metropolitana che non porta in realtà da nessuna parte, Ralph si trova a scoprire il grande “non senso” di quella città e della vita e allo stesso tempo la sua grande energia. Qui fa degli incontri inaspettati, fuori da ogni immaginazione: una donna con una pistola nella borsa; una ragazza che non dorme mai perché convinta che i dentisti le controllino la mente; un santone che filosofeggia sulla vita, disperato sulla fine di un amore; due sacerdotesse cannibali che non sono interessate davvero a lui, ma solo a Sam, il suo pupazzo. Noi troviamo un senso nel viaggio, un senso inaspettato, che non è immediatamente riconoscibile, ma c’è. E quando la nostra metrò […]

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Teatro

“Il mondo non mi deve nulla” di Francesco Zecca al Teatro Bellini

Il mondo non mi deve nulla è la commedia noir che intreccia morte e vita, in scena dal 2 al 7 Febbraio al Teatro Bellini, con Pamela Villoresi e Claudio Casadio, di Massimo Carlotto, per la regia di Francesco Zecca. Lise e Adelmo  sono i protagonisti di questa storia introspettiva e tagliente. Lui è un ladruncolo sognatore che si trova a svaligiare gli appartamenti ricchi del centro, mentre nel cassetto conserva quei desideri che nessuno ascolta più. Lei è un’ex crupier tedesca che nel cassetto conserva una vita vissuta all’insegna della menzogna e delle grandi passioni. Eppure più di ogni cosa, sono due esistenze che si trovano ad un punto di stallo, per motivi opposti sono delusi dalla vita, si sentono abbandonati e avvertono il peso dei loro sogni gravare su loro stessi, come una sconfitta. Una sera accade che si incontrano, per un motivo singolare, come singolare sarà la loro esperienza di condivisione. Una finestra lasciata aperta, probabilmente volutamente, permette ad Adelmo di entrare, col tentativo di mettere in atto l’ennesima rapina in quella casa buia e vuota, illuminata solo dalla luce di Lise che lo sta aspettando, perché dalla vita desidera essere derubata davvero. A quel punto sono due fuochi che si incontrano, con i loro pensieri e con le loro esperienza di vita e di fallimenti. Adelmo è un sognatore che si vergogna di quella professione che pratica per necessità, perché in quel mondo non c’è posto per i sognatori come lui. Lise è una che ai sogni ha rinunciato da tempo, delusa da un amore e da una colpa del passato, desidera solo di farla finita e chiede ad Adelmo di aiutarla in questo gesto disperato. Le loro fragilità comuni gli permettono di instaurare un rapporto intenso e simbiotico, in cui le loro visoni opposte di vita si incontrano e poi si scontrano e si scambiano qualcosa. “Il mondo non mi deve nulla” di Francesco Zecca: l’imprevedibilità della vita Alla fine nessuno dei due sarà più uguale a come era all’inizio e, così mutati, i due prenderanno una decisione di vita definitiva, ancora una volta opposta, ma resa possibile solo da quell’incontro inaspettato. L’imprevedibilità della vita è un concetto universale. Il fatto che la vita sia fatta di incontri, spesso fugaci ma intensi al punto da stravolgere in un secondo quello che sentiamo, è una verità riconosciuta ed è il segreto di questo spettacolo che mette in scena due esistenze “normali” eppure uniche, nel loro essere stravaganti ed eccessive. Emblematiche come simboli di ciò che accomuna tutti gli uomini: l’essere delusi dal passato e spaventati dal futuro. Non ci sono istruzioni che ci indichino la reazione giusta da mostrare di fronte al senso di sgomento, ma questo spettacolo riesce ad instaurare una sensazione di collettività, di umanità comune, mostrando come  ci possiamo riconoscere uomini, uguali, perché mossi da sensazioni profonde e come la vita contenga in sé già le risposte e ci mandi degli indizi, degli incontri, un discorso, uno sguardo che può cambiare tutte le carte del gioco. C’è una […]

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