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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

Casolaro e i suoi Trent’anni diVERSI

Renato Casolaro è uno scrittore napoletano, nato nel 1950, scrittore di poesie dagli anni ’80 che adesso ha scelto di pubblicarle in un’edizione organica dal titolo “Trent’anni diVERSI” (Kairos edizioni). La raccolta si pone immediatamente come punto di arrivo di un percorso cronologico articolato. Si divide in 3 parti “anni ’80”, anni ’90” e anni ’00” coronate da due sillogi conclusive, una dedicata agli amici scomparsi e una proiettata nel futuro, a testimoniare l’importanza che in quest’opera assume il tempo. “Se mi sono deciso a pubblicare è perché ho trovato ci fosse un filo rosso che legasse queste esperienze stra – ordinarie, fuori dall’ordinario. Non è detto che questo filo sia del tutto logico o alogico, ci sono molte sfumature.” E infatti la poesia di Renato Casolaro è una continua ricerca di consapevolezza che abbraccia tutti gli stadi dell’esistenza.  C’è il confronto con il tempo circostante che è visto in progressione di negatività e con disincanto: si passa dalla spontaneità degli anni giovanili alla pacata rassegnazione del presente, che è vissuta però con serenità malinconica (Io sono sempre in ritardo rispetto all’esame [la vita]). C’è un confronto tra le generazioni, posto anche su un livello storico esistenziale, dalla generazione che ha vissuto gli anni del fascismo, a quella successiva (a cui lo stesso Casolaro appartiene) e quella dei figli di questa – emerge fragorosamente la domanda “Cosa lasceremo ai nostri figli?” -. E poi c’è il confronto con l’esperienza personale di Casolaro, il suo vissuto:  le sensazioni dell’io che si abbandona ai ricordi, il discorso della morte e  le evocazioni che trasmettono, i luoghi, gli incontri, i personaggi pubblici, i paesaggi. Il tempo è motore essenziale di ricerca, il tempo passato cui si affaccia il ricordo, anche di cose e persone che non ci sono più, e poi il tempo del futuro, con la sua proiezione verso l’avvenire. In ogni momento di questa ricerca, anche nel più drammatico, Casolaro pone una luce di speranza. C’è sempre una via d’uscita, e questa via d’uscita giunge proprio dall’interrogarsi. Interrogarsi continuamente sul senso della vita, confrontarsi anche con le perdite e con le lacerazioni che di questa fanno parte, è la spinta per continuare a sperare. Perché il più lacerante dolore è, comunque, testimonianza di un passaggio. Le sensazioni, anche le più drammatiche, ci danno la prova che siamo vivi e che esistiamo. E allora bisogna valorizzare queste sensazioni, ricordandole. Il discorso di Casolaro lo pone su un piano analogo a quello di grandi poeti del passato: Montale e Gozzano, che avevano visto nella poesia una spinta per conoscere e per conoscersi, per indagare le insufficienze dell’esistenza, ma soprattutto una necessità ineluttabile. Come afferma Borges: “La poesia ha un vantaggio rispetto al racconto o al romanzo. È frutto di una necessità dell’uomo”. Così alla domanda “perché pubblica le sue poesie e perché ha deciso di pubblicarle dopo tutto questo tempo?” Casolaro risponde che lui ha risposto a quella necessità, e quella necessità fa parte di un rito. La necessità è sentita da Casolaro allo stesso modo in cui egli […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Racconto le donne: “Non sarà il canto delle sirene”

Il 13 Gennaio, alla libreria “Iocisto” al Vomero si è tenuta la presentazione del libro “Non sarà il canto delle sirene” : raccolta di racconti a cura della Iemme edizioni, sulla femminilità violata. “Racconto le donne e le loro storie”. In sala sono presenti  Antonella Ossorio e Nando Vitali, che  insieme a Carmen Pellegrino e Maurizio De Giovanni hanno dato vita ai racconti contenuti nel volume. Con loro anche Antonello De Simone, editore della Iemme che chiarisce subito la volontà di questo progetto di combattere la retorica, che troppo spesso accompagna il tema della violenza sulle donne.  Tale volonta la si riscontra già nel titolo, che parte con una negazione. Quella negazione indica “l’opposizione”, il non voler cadere in banallizzazioni o strumentalizzazione. E infatti questa presentazione scorre in maniera del tutto diversa e surreale, e si pone come una sorta di seminario sulla scrittura creativa, che prendendo a modello i quattro racconti del volume, intensi e toccanti, fa un excursus sul tema del racconto e sulla scrittura, sull’impulso irrefrenabile che spinge l’uomo a scrivere e su come la scrittura possa essere una risposta.   Come si scrive un racconto e come si scrive un romanzo? E che differenza c’è nell’impostazione scritturale da dare all’uno o all’altro? Il punto focale è che la scrittura è vita in qualsiasi caso, anche se si vuole fuggire dall’autobiografia e si vuole restare in disparte lasciando parlare i personaggi, per ciò che sono, per ciò che fanno, in quelle stesse azioni e pensieri ci sarà sempre qualcosa di nostro.  Ma fino a che punto la vita può incontrare la fantasia? È giusto lasciarsi completamente andare all’immaginazione o è necessario tenere i piedi per terra, restare ancorati a quella che comunemente si chiama “scaletta” per non andare troppo fuori dagli schemi? Esistono in letteratura gli schemi, in fondo? Antonella Ossorio sostiene che la scaletta è essenziale, se si vuole dare densità al testo, perché la storia è un insieme di cose. “L’ispirazione è il momento iniziale, ma tutto il resto è sangue e sudore”. Pensa allo scritto come ad una gestazione, anche sofferta, in cui la parte di te che trasferisci nella pagina deve essere ben dosata, consegnata al lettore in scatti fulminei, intensi ma fugaci. Il resto è storia e tale deve essere. Nando Vitali fa un discorso più “di pancia”. Lui ci mette il sentimento nella totalità, quasi come se non fossi davvero tu a scrivere, è la vita che scrive per te. “La vita ci attraversa”, è lei che detta le parole giuste sulla base di ciò che hai vissuto sulla tua pelle e trasferisci nel romanzo. Un romanzo deve lasciare il segno, questa è una verità universale, ma non può farlo se lo scrittore non ci ha davvero lasciato qualcosa di se stesso dentro. L’uomo è imperfetto ed ha anche un tempo limitato su questa terra, ma l’arte e la scrittura, sono le cose che gli danno un’illusione di eternità, gli danno più tempo, in certi casi lo fanno vivere per sempre. Allora lo […]

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Teatro

Malammò, prostituta e santa, al Te.Co. Regia di Luigi Credendino

Malammò, delicata ed aggressiva. Malammò, sporca e pura. Malammò, l’innocenza e il peccato. Malammò è lo spettacolo che vede per la prima volta alla regia l’attore Luigi Credendino, con il testo di Valerio V. Bruner e l’interpretazione di Chiara Vitiello, andato in scena al Te.Co, Teatro di Contrabbando di Fuorigrotta, dal 18 al 20 Dicembre. Avete presente la canzone di Battisti “Anche per te” dedicata rispettivamente ad una suora, una prostituta e una ragazza madre? Malammò è il connubio di queste tre essenze. È una  prostituta ed una santa, in lei si intrecciano la fisicità più estrema e la remissività più totale, l’aulico e il corporeo. Come possono incontrarsi tra loro sensazioni così estremamente opposte? Sono opposte davvero? Qual è il confine entro cui inizia una e finisce l’altra? Non siamo poi così diversi da Malammò se non sappiamo rispondere a queste domande. Lo spettacolo si apre con una donna  che cammina in un mare di stracci, danza insieme a loro, si muove leggiadra come una rondine e allo stesso tempo si strugge in quel disordine fisico, si imbruttisce, cade in quel vortice disperata, non si dà pace. È bella ma porta il segno di alcune cicatrici. Mentre cammina tra quelli stracci, che rappresentano probabilmente un’umanità calpestata, non si riconosce. È come se lei fosse oltre, come se si sollevasse da quella terra sporca. Il suo nome è Malammò, anzi  questo è il nome che le hanno dato gli altri, gli uomini che sono stati con lei, le donne che l’hanno invidiata, i pettegoli, i moralisti. “Malammò” sta per amore malato e profano ed è il suo marchio. Lei, il suo nome vero non lo ricorda. Ma la storia di Malammò nasce come tutte le belle storie da una speranza. Fallita e calpestata  dall’umanità, che è spicciola, come quelli stracci, ma pur sempre delicata, come tutte le speranze. Malammò ha creduto nell’amore ed è stata per questo punita da un mondo troppo materialistico e troppo poco sensibile per accettare la sua grande anima. Quel mondo è riuscito a buttarla nella sua melma, a fare di lei una peccatrice, una prostituta, a etichettarla e ad escluderla, a farla sentire colpevole. Ma ecco il segreto dell’enorme bellezza che può nascondersi anche nel fango: è l’anima. L’anima di Malammò racchiude, al di là di tutto, qualcosa di più forte di tutto ciò c’è intorno. Una sensibilità diversa, una leggerezza particolare, una passione che non deve essere necessariamente peccato ma che può diventare amore. Il grande amore di Malammò la porterà ad  incontrare Dio, a sentirlo dentro sé, a stringerlo a quel corpo che tante braccia hanno stretto, ma con dolcezza. Come una madre, come una figlia, come una bambina innocente. Malammò diventerà posseduta dal Signore e tutti i suoi peccati diventeranno segno della sua storia, un’anticamera per raggiungere la felicità. La Malammò di Luigi Credendino: “Non mi ha salvata dalla morte, dalla condanna, dal peccato. Mi ha salvata dalla felicità.”  Dietro Malammò si cela Maria Maddalena, la peccatrice redenta, la serva del Signore, così vicina alle nostre imperfezioni, […]

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Attualità

Scrittura noir: De Giovanni incontra gli studenti

Maurizio De Giovanni sta tenendo un seminario dedicato alla scrittura di gialli e noir, articolato in cinque appuntamenti, ciascuno incentrato su una diversa componente di questa. Il secondo incontro, dedicato all’“ambientazione” si è tenuto presso l’Aula Pessina, della sede centrale della Federico II Giovedì 17 Dicembre. È qui che Maurizio ha svelato qualche segreto del suo stile ad una folla di ragazzi con gli occhi curiosi ed affamati. Quando Maurizio parla della scrittura, e della sua scrittura, si sente intimamente che sta parlando di qualcosa che ama oltre ogni misura. Sembra di sentire Pino Daniele che suona un assolo di chitarra, Totò che improvvisa una battuta, Troisi che gira un film, tre enormi personaggi di Napoli: in ogni parola di Maurizio e nella sua stessa vena compositiva si respira l’anima più fervida di questa città  che è da sempre sua musa ispiratrice. De Giovanni descrive la scrittura di gialli come fosse una casa, con le sue varie componenti estetiche e intimistiche. Una casa deve essere bella da vedere: la bellezza, la particolarità sono gli elementi che spingono chi la guarda da fuori ad entrarvi, ma è il calore ciò che spinge a rimanervi e a decidere di trascorrervi tutta una vita. Così un libro, se il lettore non ne sente il calore (e non lo sente prima della fatidica pagina 15, come suggerisce Maurizio), sarà probabilmente abbandonato o sarà letto sì, ma senza lasciare tracce significative del suo passaggio. Come una casa, la scrittura noir ha le sue caratteristiche specifiche. L’ambientazione è la tappezzeria, è ciò che in libreria ti fa scegliere quel libro. Come quando incontri una ragazza ad una festa. Non sai niente di lei, non conosci il suo modo di pensare, non conosci i suoi sogni, le sue passioni, le sue paure, ma c’è qualcosa che ti spinge ad avvicinarti a lei. E in effetti, la scelta di un libro è qualcosa di simile. In libreria siamo affascinati da un colore, da un disegno, da un titolo, da una copertina, poi iniziamo a leggere le prime pagine ed è in quel momento che deve crearsi una sorta di empatia tra chi scrive e chi legge, si deve sentire qualcosa sotto pelle. È un percorso che va costruito dalle basi. Così come in una casa la tappezzeria va scelta con cura piano piano, è necessario costruire l’ambientazione, ma non bisogna farlo subito, in fretta. L’ambientazione va toccata come farebbe un viaggiatore che va in quel posto, per la prima volta. Così vanno assaporati gli odori, i sapori, l costumi, che fanno parte della tappezzeria che deve essere originale, ma non troppo. Perché ciò che che conta è il calore della casa. E il calore lo danno le persone che ci vivono. La dimensione d’ingresso è il modo di pensare dei personaggi, la loro scala di valori. L’obiettivo primario di  uno scrittore deve essere quello di far immergere il lettore nella storia. Per questo è necessario parlare a lui, direttamente. E attraverso le descrizioni dei luoghi e il contesto storico mette in […]

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Teatro

Papele vive ancora grazie a Roberto Giordano al Teatro Il Primo

Papele, alias Raffaele Viviani, è un simbolo della nostra tradizione e “In viaggio con Papele” è lo spettacolo in scena presso il Teatro “Il Primo” dal 20 al 22 Novembre, per la regia di Roberto Giordano, con Monica Assante di Tatisso e Roberto Giordano,  che lo ricorda con rispetto e sensibilità. Roberto Giordano ricorda Papele L’atmosfera del Teatro Il Primo, che sempre riesce a mescolare con cura la dimensione intimistica e la dimensione spettacolare, anche in questa messa in scena, è stata fondamentale. Sulla scena ci sono due soli personaggi, che rivestono contemporaneamente il ruolo di loro stessi come attori alle prese con una sceneggiatura e quello di narratori di una bella storia. Insieme iniziano un dialogo fatto di battute stupefacenti, all’insegno della più vivace comicità, e allo stesso tempo si aprono alla più sentita commozione. Ripercorrono la vita e la storia teatrale di Raffaele Viviani, detto Papele, figura portante della storia di Napoli e oltre, attore, commediografo, scrittore e poeta ha portato il teatro napoletano nel mondo, conferendogli una nuova luce. Papele, nato a Castellamare di Stabia il 10 gennaio 1888, si affaccia sul panorama teatrale in maniera singolare, partendo quasi per vie traverse. Senza un soldo e cresciuto in una famiglia modesta di impresari teatrali, riforniva gli eccentrici teatri della città, fin quando un giorno, viene chiamato come sostituto per lo spettacolo di marionette di Aniello Scarpati a Porta San Gennaro. Aveva solo 4 anni. Interpretava Orlando e sostituiva un certo Trengi che non ebbe mai più il ruolo, mentre la critica prese ad occuparsi di quel bambino prodigio che “cantava canzoni a soli quattro anni e mezzo”. Da quel momento iniziò una carriera in salita, ma non fu sempre facile Papele che dovette superare molti ostacoli frapposti tra lui e la Fortuna, ma sempre a testa alta, con il coraggio di chi ha un grande amore nel cuore. Nel Gennaio del 1900 il padre morì e iniziò per lui e per la famiglia un periodo di fame e di miseria.  Ma la Fortuna cominciò a guardarlo benevolo e fu ingaggiato da un impresario di giostre e numeri di circo; partì per una tournée a Civitavecchia, che si rivelò un fiasco. Il teatro dopo qualche tempo venne chiuso dalle autorità e tutta la compagnia tornò a Napoli, ma lui decise di restare lì. Un giorno, trovandosi ancora senza una lira e senza fortuna, si recò alla questura per chiedere di essere rimpatriato e qui, in attesa che il Comune di Napoli desse notizie sulla sua identità, trascorse tre giorni in stato di fermo e solo all’alba del terzo giorno, arrivò  finalmente il permesso di tornare a casa. Questa esperienza rimase per sempre scolpita nel suo cuore. A Napoli riuscì a trovare una scrittura al teatro Petrella e lì interpretò il suo primo grande successo, “Scugnizzo” di Giovanni Capurro (1904), di cui realizzò una personale interpretazione, da opporre a quella di Peppino Villani, comico al teatro Umberto I. A Torino la sua carriera ebbe una svolta importante presso il salone della signora Manavello, che la […]

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Teatro

“Bobòk” di Ferdinando Smaldone: Dostoevskij al Te.Co

Bobòk è lo spettacolo ispirato all’omonimo racconto di Fedor Dostoevskij, in scena dal 30 Ottobre al 1 Novembre al Te.Co “Teatro di Contrabbando”, per la regia di Ferdinando Smaldone e con Antonio Affinito, Lello Cirella, Salvatore Esposito, Paola Guarriello, Chiara Mattiacci, Noemi Pirone, Maria Anna Russo, Ferdinando Smaldone e Orsola Sorrentino. “Bobòk” è la  voce incessante e fastidiosa che un tale personaggio che non ha nome, perché è riflesso di tutti gli uomini, sente dentro sé. “Ma cos’è Bobòk?” Bobòk è il fonema russo che esprime l’ultima esalazione prima della morte, ma, per il sognor X e per lo spettatore, Bobok sarà rivelazione, perchè porterà a scavare a fondo nella propria interiorità e scoprire qualcosa di inspiegabile e vero. Il signor X è un uomo, e come ogni uomo si interroga su se stesso, sulla vita, sul senso da dare a questa, sul risultato di tanto lottare e faticare. Cos’è la vita e cos’è la morte, cos’è l’uomo rispetto all’immensità di entrambe. Quasi inspiegabilmente, spinto da una curiosità che è esigenza, si troverà in un cimitero e il suo desiderio di spingersi oltre lo porterà a compiere un viaggio inaspettato. Sulla scena e davanti a lui compaiono dei morti, anime che hanno cessato di esistere ma che continuano a parlare con lui e tra di loro, a sentire, annusare, provare sofferenza per il desiderio mancato di vivere di più. C’è qualcosa di profondamente umano in questi corpi che hanno lasciato la vita, ma che ora sono bloccati in questa bolla sottoterra in cui conservano le loro caratteristiche, pur estraniati dal mondo. “Bobòk” di Ferdinando Smaldone è un viaggio che lascia lo spettatore sospeso Lascia lo spettatore insieme a queste anime, in uno stato liminale tra la morte e la vita. Una non morte, che non è neanche vita. È un luogo in cui si resta in bilico tra due mondi, e questo stato d’incertezza segna il momento in cui tocca ad ognuno porsi le domande più vere. Dostoevskij riflette su una condizione esistenziale, che rappresenta la più grande domanda degli uomini e la loro  più grande paura – qual è il senso della vita, e quale quello della morte? Soprattutto, qual è il senso del viaggio che ci porta da una dimensione all’altra? Perché viviamo e perché moriamo? “Forse la morte è il modo scelto da Dio per farsi perdonare della vita”, questa è la risposta che dà una delle anime erranti. Ma di fronte alla morte cosa resta di ciascuno? È qui che la regia va a scavare. Le anime sospese in questa dimensione oscura si scoprono in realtà simili tra loro, e ancora profondamente legate al loro esistere. Appaiono pervase da alcune sensazioni che sono proprie della vita, in positivo e in negativo: i sogni, le ambizioni, i rimpianti, la scaltrezza non li hanno abbandonati. La paura di dire la verità, anche quella è ancora da loro profondamente sentita. “La verità rende l’uomo libero.” “A che servirebbe mentire ora che non abbiamo più nulla da perdere?” Eppure qualcosa da perdere resta. Queste anime si riscoprono umane e pertanto […]

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Teatro

“L’anniversario” di Gianluca d’Agostino alla Galleria Toledo

L’anniversario è lo spettacolo in scena il 10 e l’11 Ottobre alla Galleria Toledo,  scritto e diretto da Gianluca d’Agostino con Gianluca d Agostino e Antonio Marfella, con l’aiuto alla regia di Carlo Liccardo, le luci di  Carmine De Mizio e le musiche originali di Luca Formicola. Due personaggi si alternano sulla scena. Parlano tra di loro, ma è come se ognuno parlasse con se stesso e con la sua anima, e fosse separato dall’altro da un velo invisibile. Ciascuno è riflesso delle angosce, delle paure, delle sensazioni dell’altro.  L’uno vive nell’altro, nascosto nella parte più profonda di sé. Così che lo spettatore non capisce fino in fondo dove inizia il confine che li separa, semmai ce ne sia uno. Luigi soffre la fine di una relazione importante. L’anniversario di questa relazione ricorre proprio oggi, ma Lucrezia se n’è andata 6 mesi fa, senza dargli una spiegazione e da quel momento Luigi ha smesso di vivere Si è abbandonato ad un’inerzia, fatta di gesti meccanici e ripetuti. Un’esistenza vuota, cristallizzata,  in cui Luigi trascina la sua persona nell’attesa di un’irrealizzabile ritorno al passato.  Il suo è tutto un guardare indietro, prigioniero di sensazioni ormai morte, rinchiuso in ciò che non esiste, cieco di fronte al passato e per questo cieco di fronte alla vita. Così vive nella sua casa caotica, che vede sul pavimento i suoi vestiti sporchi e alla rinfusa gli oggetti chiave di quella relazione, pronti ad essere ripresi in qualsiasi momento, e a ricordare Luigi ciò che non c’è più e che lui non riesce a cancellare: il peluche da lui regalatole, il dvd che guardavano insieme. A gettargli un’ancora per tirarlo fuori dal suo oblio ovattato c’è il suo amico, di cui non conosciamo il nome,  che risponde alle frasi speranzose di Luigi con brutali verità, che entra di riportarlo alla luce, gettandogli addosso un presente amaro che Luigi si ostina ad ignorare. Ma Luigi non ascolta quell’amico schietto e sincero, in realtà sembra non vederlo nemmeno. Questa compagnia che agisce come una voce interiore, come un continuo richiamo della coscienza, resta per Luigi (e per lo spettatore) sospesa e pervasa di un’aura irraggiungibile. Non conosciamo il suo nome, non conosciamo la sua identità, udiamo solo le sue parole, taglienti e nette, come un coltello, vediamo in lui il polo opposto di Luigi e allo stesso tempo la sua prosecuzione. Ed ecco che alla fine la conclusione si presenta come un’illuminazione ai nostri occhi, e a quelli di Luigi. È una conclusione apparente, perché non esiste conclusione vera finché c’è vita. Solo un continuo interrogarsi. E il giorno de l’anniversario di Luigi e Lucrezia, giornata che alla mente di Luigi richiama i più dolci ricordi, giornata che tirerà invece fuori le più scottanti verità. Una telefonata di Lucrezia riporta Luigi alla realtà, lo tira fuori dal suo universo ovattato. Un appuntamento, chiesto da lei per quello stesso giorno, il giorno de l’annniversario, aumenta vorticosamente il ritmo sulla scena. Luigi si prepara, nutrendo grandi speranze per quel giorno, la […]

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Culturalmente

LEJ, eclettica rivoluzione musicale

L’acronimo LEJ sta per Lucie, Elisa e Juliette, tre amiche d’infanzia da sempre legate dalla passione per la musica, che giovanissime  hanno deciso di dar vita ad un trio eclettico che si sta facendo strada sulla scena del pop internazionale.  Lucie ed Elisa, le voci del gruppo, e Juliette, coro e suonatrice di violoncello, sono tre artiste poliedriche e con una profonda conoscenza musicale alle spalle. Studentesse al Conservatorio, hanno ricevuto una solida base musicale classica, che ha permesso loro di sperimentare per la loro carriera i generi più diversi. Il fascino esercitato dalla musica pop le ha portate ad avvicinarsi al genere eclettico che è alla base delle loro composizioni. Hanno iniziato registrando video acustici e pubblicandoli su youtube un paio di anni fa, nei posti più diversi, realizzando milioni di visualizzazioni e commenti. Nel Settembre 2013, l hanno vinto il Festival Corale di Tiro e sono state ospiti dei più grandi palchi europei. Nonostante siano giovanissime, il loro repertorio musicale conta la realizzazioni di molte cover e la collaborazione con molti artisti affermati. Il loro ultimo video “Summer 2015” ha spopolato in tutto il mondo, e conta ad oggi più di 8 milioni di visitatori. Il grande punto di forza di questo gruppo di amiche sta nella profonda originalità: le loro voci creano un sound mai sentito, e la scelta vincente di farsi accompagnare da uno strumento classico come il violoncello crea un contrasto interessantissimo tra la base classica della loro sonorità e lo stile ecletico della loro musica. Sembra, per certi versi, di tornare alle melodie vintage di qualche secolo fa, ma contemporaneamente si percepisce la profonda novità di uno stile fresco, giovane e travolgente; sono tre a artiste che hanno saputo combinare una forte conoscenza musicale e un‘impostazione classica ai colori giovani e vivaci della loro personalità creativa: il risultato è imperdibile. Le LEJ si stanno facendo rapidamente notare nel panorama musicale e siamo certi che presto il loro nome sarà conosciuto da tutti, simbolo ancora una volta della forza comunicativa del web, che permette ad un talento musicale – o come in questo caso a 3 talenti, giovani e inesperte – di portare la propria voce in giro e di raggiungere livelli inaspettati. La loro strada è tutta in crescita, in preparazione di un futuro radioso.  LEJ, ecclettica rivoluzione musicale

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Attualità

Paolo Sorrentino alla Federico II

Paolo Sorrentino, noto regista, scrittore e sceneggiatore, ha ricevuto in data 5 giugno 2015 la laurea honoris causa in Filologia Moderna, presso l’Università Federico II di Napoli. Il Rettore nel suo discorso introduttivo racconta la vita dell’Università laica più antica: l’ateneo festeggia in questo giorno il suo 791esimo compleanno. Fondata nel 1224 su decreto dell’imperatore svevo, la Federico II nasce per creare una classe dirigente per il Sud Italia in una realtà sempre più multiculturale, oggi come allora. 80000 studenti si rivolgono all’ateneo del Sud per raggiungere il traguardo della cultura ed il trampolino di lancio nell’Europa del lavoro, motivo per il quale il Rettore ha sancito l’esigenza di festeggiare il compleanno di questa macchina del sapere, anno dopo anno. Al 1592 risale il decreto che di fatto stabilisce l’esistenza della laurea honoris causa per “meritata fama di singolare perizia”, istituto che ad oggi vanta fra i vari nomi quelli di Riccardo Ricciardi e Riccardo Muti. Il dipartimento di Studi Umanistici, diretto dal professor Massimilla, si apre sempre più all’arte del cinema e del teatro, e onora Paolo Sorrentino con la laudatio accademica del professor Corrado Calenda: l’ordinario di Filologia Dantesca ripercorre la strada del regista dal primo lungometraggio, L’uomo in più, attraversando le fasi del suo talento (This must be the place, La Grande Bellezza) fino a toccare Youth. L’emozione palpabile del relatore tiene la folla in religioso silenzio e i giornalisti incapaci di poter replicare La Grande Bellezza delle sue parole. Dopo il magistrale discorso del relatore, un emozionato Paolo Sorrentino raggiunge il palco per ritirare la Laurea e onorare i presenti con un discorso circa il suo particolare modo di sentire il cinema, per quanto non sia mai facile e sempre limitativo definire ciò che si ama. Il cinema per Paolo Sorrentino è suggestione, immagine eterea e irraggiungibile. È il tarlo dell’esistenza, il continuo interrogarsi degli uomini che hanno sete di sapere. Come diceva Jep Gambardella “È solo un trucco, finisce tutto così con la morte… ma prima della morte c’è stata la vita. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura… “ Quel trucco è il cinema. La finzione intrinseca alla settima arte, il copione, il canovaccio che l’attore deve seguire, indossando così una maschera che non gli appartiene. Il cinema è finzione, ma è dietro quella finzione che si cela l’interrogarsi vero dell’uomo che diventa soggetto pensante. L’uomo che pensa si interroga continuamente sulla vita che ha davanti e dal trucco nasce la sete di sapere. Se il cinema è finzione, è dalla finzione che scaturisce il pensiero dell’uomo. Il trucco è vita. Il cinema è vita. “Trucchi ed espedienti possono sembrare bassezze. Ma è tutto ciò che abbiamo per vivere e per scrivere e per fare film. I trucchi sono tutto ciò che ho per sopravvivere.” Ma Paolo Sorentino non può parlare di cosa significhi per lui scrivere di cinema, senza collegarsi alla sua terra, Napoli, e alle sue radici. “Tutto ciò che so l’ho appreso durante i miei primi anni di […]

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Attualità

De Giovanni racconta la sua Napoli a Moviarte

“Napoli è il Napoli, c’è un’identificazione strana, quasi surreale tra la città e la squadra. Entrambe sono azzurre, perchè Napoli è investita di una luce propria che riempie tutto il resto. Entrambe sono capaci di grandi momenti di esaltazione e di grandi afasie. Non posso raccontare della squadra, senza parlare della mia città.” Il 19 Maggio Maurizio De Giovanni ha presentato il suo nuovo libro “Il resto della settimana” presso l’Associazione Culturale Moviarte di Mugnano di Napoli. Moviarte è un microcosmo generato dalle menti e dall’impegno di due ragazzi, Viviana e Francesco, che amano la cultura e amano la loro terra e hanno deciso di mettere a disposizione del loro paese uno spazio culturale che potesse essere un’opportunità di arricchimento. “Il resto della settimana” è la storia di un un amore immenso, quello che da sempre lega Maurizio De Giovanni, che ad oggi può essere definito lo scrittore napoletano per eccellenza (o comunque uno dei massimi esponenti della categoria) alla sua squadra e alla sua città, Napoli e il Napoli. Maurizio De Giovanni nasce come scrittore di gialli ma in realtà si accosta al mondo della scrittura per fatalità. Il primo racconto di Ricciardi dal titolo “I vivi e i morti” fu scritto nel 2005,  per un “Concorso letterario” indetto da Porsche Italia riservato a giallisti emergenti che fu presentato al Gran Caffè Gambrinus. Il racconto ricevette un’approvazione così calorosa da parte della critica, che venne immediatamente proposto a De Giovanni un contratto con Fandango. Decide poi di dedicarsi anche ad altro e firma un contratto con la Rizzoli con cui si impegna a scrivere una catena di quattro romanzi che possa avere argomenti diversi, così De Giovanni pensa alla tematica passionale, e, in particolare, alla sua passione: l’amore per il calcio e l’Amore per il Napoli. “A Napoli non c’è un Bar Sport, un bar dove si parla di calcio. Questo perchè a Napoli non ce n’è bisogno. Napoli è l’unica grande città d’Italia che ha solo una squadra. Così a Milano, prima di parlare della partita dovrai scegliere  tra il bar milanista e il bar interista. A Napoli invece, in tutti i bar, o meglio in tutti gli angoli della città si parla di calcio. Così ogni Lunedì mattina,  in ogni angolo di strada sentirai persone intrecciare conversazioni sulla partita appena giocata e altre persone infilarsi in questa conversazione e dire la propria.” L’amore per il calcio è intrinseco alla città e attraverso esso si può conoscere la città stessa, quasi come se il calcio potesse offrire un itinerario da seguire quando ci si imbatte nei vicoletti carichi di storia della nostra Napoli. Di fatti, nel calcio il popolo Napoletano riversa la sua passione con una naturalezza tale da renderla integrante del suo background culturale. “Il Napoletano nel calcio riflette l’Epos,” quello dei grandi eroi greci o romani del passato, quello delle sfide dei gladiatori e delle grandi imprese. I gladiatori di oggi sono quei calciatori per i quali si fa il tifo. E l’Epos è un elemento caratterizzante del tifo Napoletano: gli altri tifosi sentono come sentiamo […]

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Teatro

“Preferisco il Novecento” al Teatro Il Primo di Napoli

“Preferisco il Novecento” al Teatro Il Primo di Napoli. Esilarante serata all’insegna  della tradizione napoletana e della comicità più sana perché autentica, quella comicità che ti fa ridere d gusto e che ti fa uscire dalla sala davvero soddisfatto e arricchito. Questo è Rosario Ferro è semplicemente una garanzia. Garanzia di risate e di spettacolarità. Ferro riesce ad organizzare uno spettacolo in modo che non ci siano tempi morti, ma che ogni spazio della rappresentazione sia riempito da battute che arrivano dritte all’obiettivo, che commuovono perché sono spontanee, vicine a chi le ascolta. Un viaggio al Teatro Il Primo di Napoli Preferisco il Novecento è stato un viaggio all’interno della nostra tradizione del nostro passato. Un viaggio da fare seduti in poltrona, rilassati e predisposti a dare voce alla nostra parte più nostalgica (siamo tutti dei Pierrot), quella  che ha voglia di esplorare epoche antiche, tornando precisamente ad un secolo fa, il 1900, per capire se davvero “era meglio prima” o se forse stiamo bene anche così. Così, in Preferisco il Novecento, si alternano gli sketch sempre riusciti del maestro Ferro che  racconta di storie antiche e canta canzoni del passato, accompagnato da una serie di travestimenti e botta e risposta,  talvolta regalando sorrisi talvolta facendo riflettere (il testo di Arnolfo Petri è stato commovente e straziante) le esibizioni di Ilva Primavera che interpreta una serie di canzoni napoletane (Indifferentemente, con la sua voce calda e toccante) e una sorprendente esibizione di burlesque di Candy Bloom. Così il pubblico diventa protagonista di questo viaggio all’indietro, e grazie all’estro di Rsario Ferro, viene coinvolto in prima persona. La familiarità che si crea fra palcoscenico e poltrone è tale che qualsiasi barriera attore/spettatore viene abbattuta e il pubblico diviene parte intrinseca della rappresentazione. Si lascia catapultare dall’atmosfera accogliente che gli attori hanno saputo creare di contorno, riprende le battute,  interviene, canta le canzoni. Così Preferisco il Novecento si trasforma davvero in una serata esilarante trascorra in compagnia con un gruppo di amici, che sono in piedi su un palco, ma che hanno saputo costruire intorno a te un clima di allegria e curiosità, che ti hanno permesso di esplorare nuovi temi e nuove situazioni e hanno saputo regalarti quel riso spontaneo, che è più forte di tutto e che può abbattere ogni pensiero negativo. Questa è la Commedia Napoletana che ci piace vedere, spontanea, mai banale, intrisa di quella saggezza popolare che sola sa aprirti le porte di mondi nuovi. I napoletani hanno da sempre insegnato al mondo quanto potesse essere forte il potere di una risata, perché il riso, quando è intelligente, è davvero l’arma più potente che esista. Così io Preferisco il Novecento e scelgo con il sorriso in volto la Commedia Napoletana e l’Arte di Rosario Ferro.  

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Culturalmente

Cannes, che la festa del cinema abbia inizio

Cannes, Festival del cinema. Evento magnifico, favolistico, surreale, che anche quest’anno, giunto alla 68esima edizione, apre le sue porte regalando un appuntamento imperdibile a tutti  i cinefili veri, gli appassionati che non perdono neanche una pellicola. Nella suggestiva cornice della cittadina francese, anche quest’anno dal 13 al 24 Maggio, alloggeranno le star più luminose di Hollywood, i registi più innovativi, la giuria più irreprensibile per decretare i vincitori del concorso, ma soprattutto per dare vita a quello spettacolo d’arte che riesce ancora ad emozionare chi di quest’arte ha fatto il fondamento della sua vita. Il Festival di quest’anno è all’insegna delle donne e del loro estro creativo. La rassegna si apre con “La Tete Haute“, primo film in concorso, per la regia di Emanuelle Bercot,  regista e sceneggiatrice francese (Les Vacances, Ele s’en va) con protagonista Catherine Deneuve. Proseguirà con “Mad Max: Fury Road”, con Charlize Theron,  quarto capitolo, in 3D, della saga ideata George Miller nel 1979. L’Italia, da sempre patria del cinema e legata a quest’arte, anche quest’anno farà sentire la sua voce. Sono infatti i tre gli autori italiani in concorso: Nanni Moretti con “Mia madre”,  che racconta la vita di una regista di successo che si trova a far fronte a problemi lavorativi e familiari e ad accudire la madre Ada, (con Margherita Buy e John Turturro);  Matteo Garrone con “Il racconto dei racconti”, che riporta a Cannes il genere fantasty tra draghi e creature soprannaturali; e Paolo Sorrentino, che torna dopo l’Oscar vinto nel 2013 con “La grande bellezza” con una nuova pellicola dal titolo “Youth” -La giovinezza- (con Jane Fonda, Rachel Weisz ed altri attori di calibro stellare).  E ancora per l’Italia  gareggia il documentario di Roberto Minervini:”Louisiana (The Other Side)”, un racconto tutto italiano di un’America ai margini. C’è una nota italiana anche nella madrina di quest’anno che è Irene Bergman,  protagonista de “la Dolce vita” e musa di Fellini, talento infinito e artista come non ce ne saranno più, orgogliosamente nato nella nostra nazione genio che hae portato, rinnovato e sancito il valore della settima arte nel mondo. C’è grande attesa anche per i film fuori concorso, tra cui l’imperdibile “Irrational Man” di Woody Allen, ll’attesissimo “Il piccolo principe” di Mark Osborne, basato sull’omonimo libro di Antoine De Saint – Exupery, l’opera ispirata alla vita di  Amy Winehouse, Amy (“Sèances de minuit”) di Asif Kapadia e il film diretto da Natalie Portman che esordisce come regista in “A Tale of Love and Darkness” (Sèances Speciales). Non può mancare poi la produzione firmata Disney Pixar,  “Inside Out” di Pete Docter e Ronaldo Del Carmen, che spesso è quella che anche gli adulti, non solo i bambini, attendono con maggiore curiosità.  La diatriba è sempre aperta tra chi sostiene che il Festival di Cannes sia una rassegna ancor più valida dell’Oscar, perché, mentre il mondo è americanocentrico, a Cannes si respirano ancora atmosfere tipicamente europee e si impone il nostro cinema nel mondo, anche al cospetto della Statua della Libertà. Ciò che è sicuro è che in un mondo ossessivamente preso dai numeri, dal business e dal materialismo, i sognatori riescono […]

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Musica

Arcane of souls, una rivoluzione, intervista (2 parte)

Nella seconda parte della nostra intervista agli Arcane of souls siamo entrati ancora più all’interno del mondo musicale di Alfonso Surace per capire quali sono state le sue radici musicali, cosa nutre costantemente la sua ispirazione artistica e quali sono i suoi progetti futuri. L’album intreccia sonorità pop, country, blues con lo stampo del cantautorato che non sbaglia. Quali sono gli artisti e i generi che vi hanno maggiormente ispirato? Ho quasi 37 anni e ancora sbaglio tanto. Ho ascoltato tantissima musica sin da piccolo. Ho cominciato ad appassionarmi alla musica con artisti molto diversi tra di loro. I miei primi ricordi “sonori” sono per lo più cantautori italiani: Francesco De Gregori, Lucio Battisti, Edoardo Bennato, Rino Gaetano, Adriano Celentano, Lucio Dalla, Vasco Rossi e Zucchero. Penso di averli inconsciamente assimilati nel mio background lirico e melodico. In adolescenza ho cominciato a divorare di tutto, soprattutto musica inglese e americana. Andavo matto (e ancora adesso) per artisti come i Doors, Pink Floyd, Creedence Clearwater Revival, Supertramp, U2, Queen, Jimi Hendrix, Rolling Stones, Beatles, Police, Bob Marley, Nirvana, Rage Against the Machine, NIN e tanti altri. Tra gli italiani mi sono sempre piaciuti gli Afterhours (adoro i testi e gli arrangiamenti di Agnelli e co..) e i  Verdena, che ho avuto la fortuna di conoscere e condividere con loro più volte lo stesso palco; li stimo non solo per la loro musica “extraterrestre” ed evocativa ma soprattutto per il modus operandi seguito nelle registrazioni dei loro dischi, che definirei un isolamento “karmico”. Col tempo ho scoperto anche molti cantautori stranieri come Bob, Dylan, Neil Young, Tom Waits, Nick Drake, Syd Barrett e il capostipite del folk americano, Woody Guthrie. Adoro il folk e credo sia, insieme al blues, uno dei modi migliori per esprimere in musica emozioni comuni e universali. Ho attraversato anche un periodo in cui ascoltavo prevalentemente musica hard rock, stoner e math rock (quando suonavo con il mio ex-gruppo il TORQUEMADA). Artisti come Melvins, Kyuss, QOTSA, Shellac, Big Black, One Dimensional Man erano le mie sveglie e le mie ninna nanne. Adoro tantissimi altri gruppi e artisti che rimangono sempre e comunque un punto di riferimento per intensità d’esecuzione e genialità degli arrangiamenti. Mi riferisco a pietre miliari come i Led Zeppelin o ai fantastici e recentissimi MGMT. Alle magie dei dischi solisti di George Harrison, John Lennon e Paul McCartney, o alle fantastiche escursioni sonore ed intimiste di John Frusciante (sono mesi che ascolto continuamente il suo “Curtains”). Ci sarebbero ancora tanti altri artisti a cui sono affezionato e che probabilmente hanno lasciato un segno nella mia scrittura, ma mi sono già dilungato troppo (scusate). In generale, il progetto Arcane of Souls non vuole recintarsi all’interno di un genere. E’ vero che molti pezzi che ho scritto sono orientati al folk e/o al blues ma l’obiettivo è sperimentare sempre nuove vie, lunatiche e camaleontiche. Una cosa è certa, ultimamente sono molto affascinato da un’idea di pop-folk moderno, che sia “danzereccio” (nel senso disco) ma allo stesso tempo psichedelico e contagioso. […]

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Musica

Arcane of souls, una rivoluzione, intervista (1 parte)

Arcane of souls è il nuovo progetto solista di Alfonso Surace (già chitarra e voce ne il TORQUEMADA, chitarra live nei SakeeSed). Una rivoluzione nel nostro panorama musicale, un progetto originalissimo che mescola sonorità blues, rock, con l’ampia tradizione cantautorale, intimistica e sincerca, marchio inconfondibile del suo frontman. Il primo disco “Vivo e Vegeto”.  stato prodotto interamente da Alfonso nella suataverna tra il 2011 e il 2012, con approccio “buona la prima”, per i mantenere l’autenticità primordiale e istintiva di ogni pezzo, ed è uscito il 12/12/12. Attualmente il musicista calabrese si prepara alla pubblicazione del suo secondo lavoro firmato Arcane of souls dal titolo “Cenerè”, anticipato dal singolo “Gennaro.” Ho letto che Arcane of Souls è una metafora di come, nella vita, si possano sempre mischiare le carte in tavola senza mai smettere di essere stessi. Come è nato questo progetto? Arcane of Souls è l’anagramma del mio nome e cognome, quindi sono sempre io. Arrivare al nome è stato un gioco, come dire mischio un po’ tutto quello che c’è di me in un “arcano” dipinto di esperienze vissute cariche di emozioni in tutte le sfumature possibili e immaginabili. L’idea di usare un anagramma per intraprendere la mia esperienza “solista” è nata semplicemente dal concetto di cambiamento costante che convive (in)consciamente con ognuno di noi. Sono sempre rimasto affascinato da una frase di Bob Dylan: “There’s nothing so stable as change”, letteralmente “Non c’è niente di così stabile come il cambiamento”. Ecco, è diventata un po’ la filosofia musicale del mio nuovo percorso artistico. Cambiare, sperimentare nuove soluzioni e arrangiamenti diversi con mood spesso lunatici, diversi tra un pezzo e l’altro, insomma, giocare con la musica e le vibrazioni istintive legate all’istante stesso in cui nasce una canzone. Per riproporre le stesse atmosfere istintive ottenute su disco dal vivo vengo egregiamente accompagnato da ottimi amici e musicisti che sentono e vivono la musica sulla mia stessa lunghezza d’onda. Parlo di Francesca Arancio (violini, piano e cori), Mauro Mazzola (chitarra elettrica e lapsteel), Luciano Finazzi (batteria e cori) e Marco Sciacqua (basso e cori). Sia loro che alcuni miei alunni hanno anche partecipato alle registrazioni dei due dischi che ho realizzato. Alcuni apporti fondamentali e caratterizzanti sono stai dati proprio dai alcuni dei miei studenti: Aninder Baryah (tabla) e Paolo Ferri (tromba), che ringrazio di cuore. Dietro gli Arcane of Souls, c’è quindi la figura di Alfonso Surace. songwriter calabrese di grande esperienza, che in passato ha lavorato con il Torquemada e i Sakee Sed. Da cosa nasce la voglia di rimettersi in gioco con un progetto nuovo? Nasce da dentro, dall’anima. Era il 2011 e mi sentivo pronto emotivamente per poter realizzare un disco (“Vivo e Vegeto”) in completa autonomia e intimità nella mia tavernetta di appena 16m2. Ho molti strumenti che suono malamente ma con molto impegno e passione, specie nelle fasi di ripresa del suono. Mi considero un grezzo polistrumentista estemporaneo ma sono fermamente convinto che ogni strumento, in particolare la voce, abbia un’anima. Io provo solamente […]

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Libri

Poesia ed esistenza: intervista a Mariano Menna

Marianno Menna è un giovane poeta. Nato nel 1994 a Benevento, ha pubblicato due raccolte di poesie:  “La grande legge” e “La pagina bruciata” presso  Marco Del Bucchia. Nel 2012 è risultato vincitore nella sezione “Minori” del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, successivamente  secondo nella sezione “Giovani” del concorso Nazionale “Città di San Giorgio a Cremano” con la poesia  Iris. Mariano Menna si è classificato terzo nel concorso “Le parole dell’anima“, secondo al “Premio Napoli Cultural Classic” con la poesia Il crepuscolo e primo al premio di poesia “I Moti dell’Anima” . “La pagina bruciata” ha vinto il premio della critica del Concorso  “Tra le parole e l’infinito” ed attualmente sta preparando la sua nuova raccolta, “Temporali d’estate”. Gli abbiamo posto qualche domanda riguardo il suo percorso di scrittore. Intervista a Mariano Menna Mariano Menna, da cosa è scaturita la tua passione poetica? Inizio col dire che io tendo a distinguere il “poeta” dall’individuo che scriva poesie: poeta è Montale, mentre io scrivo versi come tanti. Iniziai a comporne a circa nove anni; verso i quindici anni, sono “passato” ai testi per canzone, e così ho compreso di più la bellezza della poesia sviluppando parallelamente il mio interessamento per la musicalità di testi di cantautori come De Andrè e Guccini. Non avevo mai avuto veri riscontri prima del 2012, quando un mio professore mi propose di partecipare al concorso “Scrittura attiva” di Tricarico, inviai “La ballata del vagabondo” che in origine era stata pensata come testo di canzone. Mi classificai al primo posto nella sezione “Minori” e, da quel momento, decisi di dedicare tutto me stesso alla poesia. Le mie prime letture sono state ottocentesche (“I fiori del male” di Baudelaire), successivamente, mi sono immerso nella letteratura del Novecento – Montale, Pavese, Rilke; dei poeti contemporanei guardo molto a Zagajewski, e in Italia, a Giancarlo Pontiggia. Credo che ogni poeta/scrittore/uomo, possa darmi qualcosa. Anche le mie letture filosofiche mi influenzano costantemente. Nella poesia “Majorana” pronunci la frase “io rinnego la scienza”, cosa intendi? La frase “io rinnego la scienza”, fatta pronunciare da Ettore Majorana, è una provocazione; la scienza di cui parlo è antitetica rispetto alla moralità e punta ciecamente al “progresso”;  dunque la mia critica non è rivolta alla scienza, ma alla mancanza di umanità che deriva dall’accordo stipulato tra scienza, progresso e fama. Ritengo che la corsa agli armamenti nucleari e i tragici eventi verificatisi in Giappone nell’agosto 1945 mostrino come l’uomo di scienza abbia subordinato il valore originario di questa al mero utile del singolo. Ho letto di nuove scoperte sul caso Majorana; forse peccando di ingenuità, mi piace credere che Majorana, data la sua predisposizione a giungere più rapidamente di altri a conclusioni scientifiche, abbia compreso in anticipo la tremenda portata delle scoperte di quegli anni in ambito nucleare e abbia deciso di ritirarsi a vita privata. Ho voluto rendere eroico Majorana, perchè paradossalmente ancora umano. “Poesia del silenzio tra noi due”  ha segnato la svolta poetica. A cosa ti ispiri? Per me la poesia deve cercare di coniugare universalità e particolarità. Cerco di […]

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Teatro

“Questo pazzo pazzo (e spassoso) corna party” di Rosario Ferro al Primo

“Questo pazzo pazzo corna party” è lo spettacolo che dal 20 Marzo al 4 Aprile va in scena presso il teatro “Il Primo” scritto e diretto da Rosario Ferro, con Maria Teresa Sisto, Enza Iaccarino, Pino Pino, Rossella Santoro, Enzo Santoro e Aldo Leonardi. Una commedia esilarante. Commedia nel vero senso della parola, perché le risate hanno riempito la sala dal primo minuto fino all’ultimo. Commedia tradizionale che mescola i grandi elementi della cultura napoletana, con i suoi colori e il suo spirito irreverente, e insieme commedia moderna e innovativa, perché ti fa vedere qualcosa che non si era mai visto prima.  È la Vigilia di Natale e Antonio e sua moglie Maddalena stanno organizzando il tradizionale Cenone. Maddalena si sta preparando a questo evento da Ferragosto e da allora ha stilato una lista di regali e di piatti da servire. La “tragedia” incombe quando Maddalena si accorge che gli invitati sono 13. Tredici a tavola alla Vigilia di Natale? Inaccettabile, per una donna superstiziosa come lei. Da quel momento ella si ingegnerà in ogni modo per tagliare “simpaticamente” qualcuno dalla lista. Ecco che cercherà di mandare via la sua amica Veronica, convincendola che  sarebbe meglio star vicino al marito malato. Quando si scopre che la febbre del marito era solo un modo per incontrare la sua amante, Maddalena sarà sollevata di aver finalmente superato il numero 13. Ma la sventura non si ferma, così il Dottore viene chiamato a seguire un parto gemellare e l’amico Marotta resta bloccato a Caianiello. Il destino in realtà la aiuterà, perché improvvisamente bussa alla porta Dolores, un’affascinante signora spagnola che dice di essere alla ricerca di suo marito Antonio, per chiedergli informazioni sull’America Latina, terra in cui lui è stato governatore, su cui sta scrivendo una romanzo. I due nascondono però una storia più intricata. La carriera di governatore di Antonio  fu in realtà al limite dell’inverosimile. Una serie di circostanze lo portarono a legarsi a questa donna, che si scoprirà non essere chi sembra, ad intrecciare con lei una relazione amorosa. Antonio cercherà più volte di raccontare a sua moglie quella storia antica, tornata così prepotentemente a bussare alla sua porta, ma lei sarà sempre troppo indaffarata ad arginare quel famigerato  tredici. Ed ecco che quella bomba, lasciata lì da Dolores, diventerà una minaccia inaspettata. La commedia di Rosario Ferro è un fiume in piena! La commedia di Rosario Ferro scorre come un fiume in piena, ricca di colpi di scena conditi da battute divertenti che che riempiono ogni angolo della rappresentazione. La scena ti risucchia come una calamita, non c’è possibilità di distrarsi perché gli eventi  ti coinvolgono e ti incuriscono, sanno sorprenderti e divertirti. “Questo pazzo pazzo corna party”, e siamo davvero invitati ad un party. Una festa di colori in cui si mescolano la tradizione napoletana autentica, con la sua allegria contagiosa, che sa essere irriverente e il riso universale, comune a tutti coloro che guardano. Grandi architetti di questo grande party sono certamente gli attori che hanno dato vita allo spettacolo, eccezionali e capaci di distinguesi per qualcosa di […]

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Teatro

“L’Oasi” di Teatro in Fabula, una ricerca di libertà, allo ZTN

L’Oasi è lo spettacolo diretto da Teatro in Fabula andato in scena allo ZTN (Zona Teatro Naviganti) da venerdì 13 marzo a domenica 22 per la regia di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo. L’Oasi è la storia di un artista incompreso e stanco della mediocrità del mondo, un mondo che etichettandolo come “intellettuale da quattro soldi”, non capisce la sua sensibilità e il suo profondo interrogarsi. Teatro in Fabula e la sua Oasi Per dare una risposta alle domande che lo assillano circa la sua identità, il suo ruolo nel mondo e in generale il ruolo di ciascun individuo in questo teatro chiamato “vita”, decide di ritirarsi in una villetta in campagna, bianca, isolata e circondata dal verde, la sua “oasi”, un posto dove poter  stare tranquillo e potersi esprimere senza sentirsi limitato o giudicato. Inizialmente il silenzio de’ L’Oasi che riempie la casa, senza televisione, senza quiz alla tv, il gallo del vicino che canta ogni mattina, le voci della campagna sembrano soddisfarlo. Ma ben presto, si accorge che i suoi tormentati pensieri e i problemi della sua esistenza lo hanno raggiunto anche lì, ne l’Oasi . E, racchiusi nel silenzio etereo di quella abitazione, risultano essere ancora più violenti. Così in “l’Oasi” di Teatro in Fabula, il protagonista riflette sulle sue relazioni, a partire da quella col fratello, che non ha voglia di studiare, che passa le giornate con il suo gatto “un pensatore idealista” che non riesce a prendere in mano la sua vita, come lui, ricorda la morte del padre e si sente egoista per non essergli stato vicino in maniera sincera, e ripensa alle sue relazioni amorose finite male, al fatto che le donne lo accusino di pensare solo a se stesso, a quella bambina che lui sente come sua figlia ma che non riesce a raggiungere davvero. E alla fine, a fare capolino tra questi pensieri ingombranti, spunta un topo, probabilmente un topolino di campagna che si rivela però estremamente scaltro e intelligente. Desideroso di preservare la tranquillità e il “silenzio” della sua oasi, il protagonista escogita ogni trappola per eliminare l’animale, che però si rivela  furbo, quasi più furbo di lui e riesce a sfuggire sempre ai suoi tentativi . Da predatore, l’artista diventa vittima di un topolino che ormai da “quello che vuole”, che diviene l’unico suo compagno in quella vita di silenzio, e nel disperato desiderio di afferrarlo l’artista scopre quanto sia ferma la sua vita ne L’Oasi. In l’Oasi si scopre solo, e isolato dal mondo. Le questioni della vita, i sentimenti e le relazioni gli soo ormai sfuggite di mano, non gli appartengono più. Il topolino che all’inizio era suo nemico, diventa per lui un compagno a cui non puà rinunciare, con cui si confronta e con cui si scopre simile. “Sono un essere riluttante” proprio come lui. Attraverso la relazione, con il topolino, l’artista copre la mediocrità. Ne L’Oasi si rende contro di essere banale anche lui, come banale è il mondo fuori dall “Oasi” dal quale invano aveva cercato di fuggire. Si […]

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