Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Libri

Viaggio nell’anima di una minavagante – Intervista a Valentina Barile

In occasione della pubblicazione del suo diario di viaggio, #Mineviandanti sull’Appia Antica, abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere con Valentina Barile, fotogiornalista beneventana, tra gli organizzatori della Fiera del libro di San Giorgio a Cremano Ricomincio dai Libri. Vincitrice di vari premi letterari per scrittura inedita, tra cui il Premio “Carlo Levi” in Piemonte, e finalista al Premio Paesaggi 2015 al Festival della Letteratura di Viaggio, è anche tra gli scrittori emergenti de “Il libro che non c’è 2016” della casa editrice RAI Eri. Le minevaganti devono mettersi in viaggio per trovare pace. Intervista a Valentina Barile Quando ci siamo incontrate la prima volta avevi una valigia e i capelli scompigliati. Mi parlavi di Capossela e della casa di Levi ad Aliano. Ho intuito subito la tua peculiare essenza di viandante e il tuo viscerale rapporto con la terra. Ma chi o cosa è stato a renderti così preziosamente anomala, in un mondo in cui al viaggio, al contatto reale, si preferisce quello virtuale? C’è stato un tempo in cui io sapevo di appartenere a qualcosa che oggi mi definisce, ma non riuscivo ad avvicinarmici. O, forse, mi faceva comodo viverci a distanza. Mi procuravo anche i mezzi per farlo. Ma solo perché ne ero impressionata. Forse più spaventata di comunicarlo agli altri. Poi, come ogni viandante, dopo lo spaesamento sai riconoscere la tua strada. Quello sull’Appia è stato il tuo primo vero e proprio diario di viaggio. Ma immagino che il tuo estro di fotoreporter ti abbia portata anche altrove, in terre che nulla hanno a che fare con la regina viarum. Qual è il posto, o un semplice angolo, una panchina, una roccia, che ti porti dentro come casa della tua anima? Mi è difficile rispondere perché non c’è solo un luogo a farmi bene all’anima. Ad esempio, la strada che da Bisaccia porta a Calitri (in provincia di Avellino) è un posto a cui mi sento di appartenere assai, mi accorgo che qualcosa cambia dentro di me quando ci arrivo. Oppure, c’è una montagna che sento mia, che quando la vedo mi batte più forte il cuore, il monte Mutria (la seconda vetta della Campania, che va a completare il massiccio del Matese). Ma ce ne sta uno che si infila nell’anima come il vento di primavera tra i panni stesi: il deserto dei calanchi di Aliano, nel ventre della Basilicata. Sì, lì mi sento a casa, forse perché è il luogo che meglio rappresenta la mia inquietudine. In cui riesco a trovare un equilibrio, come se tutte le cose si mettessero a posto laggiù. Devo ammettere che, prima di leggerlo, immaginavo il tuo viaggio sull’Appia completamente a piedi, per quanto la tua fiesta, o lamiera che dir si voglia, si sia rivelata una compagna fedele e imprevedibile. Se il tempo e il lavoro l’avessero concesso, avresti tradito la tua lamiera scegliendo i piedi? Che tipo di viandante sei? Sì, l’avrei fatta a piedi. E la farò a piedi un giorno. Il nemico principale dell’uomo credo sia […]

... continua la lettura
Libri

#Mineviandanti sull’Appia Antica di Valentina Barile, diario di viaggio

#Mineviandanti sull’Appia Antica: Siete pronti a partire? A misurare voi stessi in un viaggio in cui piedi e pensieri camminano all’unisono, sul solco di un passato fatto di polvere e anima? Se la risposta è sì, allora aprite il libro e andate: vi rammenterà l’emozione della scoperta e delle scarpe sporche di fango. Se la risposta è no, aprite il libro ugualmente: che siate su un treno, sul divano, a lavoro, a comprare la frutta, vi insegnerà a viaggiare senza muovervi. #Mineviandanti, diario di viaggio #Mineviandanti è l’ultima fatica di Valentina Barile, frizzante fotoreporter beneventana. “Fatica” non per puro sfoggio di usuali, seppur talora incongrue, locuzioni dell’ambiente letterario; perché il libro non è solo un diario di 120 pagine, edito da Les Flaneurs. È un vero e proprio viaggio e, in quanto tale, faticoso, vissuto in faticose giornate di luglio, sui faticosi chilometri della regina viarum, la via Appia Antica, da Valentina e dalla sua amica Federica, il pazzo caschetto biondo che ha avuto il coraggio di accompagnarla. […] mineviandanti, una parola composta che include il senso dello status di minevaganti, ma che la rende nello specifico, le dà proprio una accezione distintiva, e cioè, le minevaganti in viaggio. Partono il 6 luglio 2016, le due mine, due matte che si incontrano e si scontrano. Lasciano a casa un Ozpetek reinterpretato, ma mettono in valigia un viscerale Capossela e l’imprescindibile Appia di Paolo Rumiz. No all’aria condizionata e al contachilometri (del resto è un tuffo nel passato no?), sì alla ricerca della storia e della pace (o del caos?). E via. Poiché i fotografi non smettono mai di essere fotografi, anche quando nelle loro mani c’è una penna invece di un obiettivo, la descrizione di Valentina procede per scorci e per colori: il nero dell’asfalto, il giallo ocra del grano, il verde dei pini marittimi e dei boschi lucani. Ogni angolo è uno scatto. Ogni scena è un ricordo da immortalare. Ogni immagine contiene il senso romantico della vita, come quella della notte a Spigno Saturnia piena di stelle pungolate dai pizzi degli Aurunci. Spaccati di vita quotidiana emergono dallo sfondo come a squarciarlo: un bimbo che smuove le lenzuola, una ragazzina che pesa la frutta, le comare di paese che chiacchierano bisbigliando. Ogni persona incontrata ha una sua fisionomia precisa, colta nell’istante di un’occhiata o di una chiacchierata. I gentili Maurizio e Teresa, l’uomo che medita sul fiume Calore, il re dei Funghi nero come il carbone, Patrizia e Sergio, Angela e Ivan: non solo comparse, ma protagonisti. A voi il piacere di scoprire cosa è accaduto in questo viaggio di #Mineviandanti da Roma a Brindisi. Nelle vostre mani sono le emozioni, i monumenti, le scoperte, gli imprevisti, con la speranza che non smettiate mai di partire, una volta arrivati. “Ma cosa vuol dire arrivare? Forse è il momento più infelice di tutte le cose. Arrivare significa finire. Portare a termine. La fase più felice è il mentre, perché è fugace. Perché sai che dopo continua a esserci qualcosa. […]

... continua la lettura
Napoli & Dintorni

L’uomo isola: il nuovo romanzo di Emanuele Ponturo

Prendiamo una quarantenne romana insoddisfatta del suo lavoro di insegnante. Prendiamo un pescatore isolano e gestore di un camping. Diamogli un filo virtuale per congiungerli, fatto di email, chat e selfie. Ed è subito amore ai tempi dei mezzi di comunicazione di massa. Ma non solo. L’uomo isola di Emanuele Ponturo, un modo di essere Martina e Lorenzo sono i protagonisti del nuovo romanzo di Emanuele Ponturo L’uomo isola, edito da Avagliano, presentato per la prima volta a Napoli lo scorso venerdì 10 febbraio, al bistrot letterario Il tempo del vino e delle rose, sotto l’egida del poeta divino in Piazza Dante. Attraverso la guida del mediatore, l’editor Gianluca Calvino, capiamo che accanto ai due amanti, o meglio, all’interno dei due amanti, emerge silente un’altra protagonista: l’isola. Infatti, al di là della motivazione concreta del riferimento geografico, dal momento che Lorenzo vive su una piccola isola della Sicilia, l’isola è il loro luogo interiore. Il luogo interiore di lui, che non è solo un isolano ma anche un isolato, che pone una barriera tra sé e il mondo, e come un’isola dal fascino pericoloso attrae Martina in una relazione insana e intrigante. Ma anche il luogo interiore di lei, insegnante precaria che vuole fuggire da una metropoli di cui si sente ai margini. Per entrambi, l’isola è un modo di essere e un punto di approdo, lo scoglio a cui ci si aggrappa per riprendere fiato e consapevolezza di sé, dopo una profonda apnea nel mare che lo bagna, dopo la discesa nell’inconscio nero quanto l’abisso. Quasi per deformazione professionale, da buon avvocato penalista, l’autore si cimenta a scandagliare l’animo umano, soprattutto nei suoi meandri più oscuri e ignobili, le dinamiche e i gesti che possono condizionare o stravolgere la vita degli uomini e delle donne. Così, il desiderio estremo di appropriazione e sottomissione dell’altro, erotico e carnale, si sposta continuamente dal corpo alla psiche. Così, la seduzione non si serve solo di foto e immagini, ma di parole. Le letture di Paquito Catanzaro e Chiara Esposito ci accompagnano lentamente in questo gioco erotico e psicologico, in cui a un certo punto, quando dal virtuale si approda al reale, l’equilibrio delle parti, della donna preda e dell’uomo cacciatore, barcolla fino a dissolversi. Il presente è scalzato via dagli spettri del passato, in particolare dal fantasma di nome Eleonora. Lo svelamento è soppiantato dal pudore, il contatto è irretito dalla paura. Frasi spezzate, stile diretto e tendente al realismo crudo, senza mai lasciar cadere quel velo di emotività che sublima il romanzo e l’esistenza umana, sulle orme del celebre autore noir Jean-Claude Izzo, che del mare aveva fatto il suo protagonista. Questa, in breve, è la cifra stilistica di Emanuele Ponturo, nipote di pescatori siciliani. Se l’approdo di Martina sull’isola capovolgerà le sorti del gioco, è bene che lo leggiate da voi. Cos’altro vi serve sapere per tuffarvi in queste esistenze precarie e tormentate?

... continua la lettura
Musica

Babalù in un Mondo di Sasso: l’intervista

Babalù è una band attualmente composta da Gianluca Sanza (voce e dub master), Ramon Perez Batista (voce e percussioni), Rocco Sante Sabia (chitarra e cori), Peppe Russo (basso), Fabio Sabato (batteria) e Alessio Guacci (tastiere e programmazioni). Nata a Potenza nel 2009, esordisce con l’album Battito Stabile, intriso di elementi tipici della tradizione meridionale, dal ritmo fino ai testi, scritti in quello che definiscono dialetto napotentino (un solo urlo tra Napoli e Potenza). Nel 2011 vince il premio miglior testo al concorso nazionale Musicultura (ex premio Recanati), con il brano Mio fratello è pakistano. A partire dal 2013, abbandonato il dialetto, comincia una leggera metamorfosi che, incrementata anche dalla collaborazione con il percussionista e cantante cubano Ramon Perez Batista, culmina nell’uscita del nuovo album, disponibile già dal 29 aprile 2016: Mondo di Sasso. Il santo e il diavolo, il bene e il male, la seta e la lana si incontrano e si scontrano in questo Mondo di Sasso, che vede la partecipazione straordinaria di Fefo Forconi (Almamegretta), e due featuring con Maurizio Capone in O’boss e Soraia Drummond in Raggamuffin Style. Il resto ce lo raccontano loro. Babalù è una band squisitamente lucana, che ama fondere sonorità, in particolare reggae e dub, passando per hip hop e roots Se cerco Babalù su google, il primo risultato è Babalù Ayé, un semidio della mitologia yoruba, da cui immagino abbiate preso spunto. Ma, oltre al nome, cosa avete in comune? Per caso i vostri fan, durante i concerti, eseguono danze rituali e vi offrono in dono cipolle e pesce?! Babalù non è un nome che nasce dalla cultura Cubana, o almeno non nel nostro caso. Prende spunto dal fatto che la piccola Alice, figlia della voce del gruppo Gianluca Sanza, alla tenera età di due anni, servendosi del suo vocabolario italo-bambinesco, per dire “papà accendi la luce” si esprimeva con una parola sola: Babalù! Mondo di sasso bestseller su Amazon dopo soli due giorni: il vostro battito cardiaco è ora senza dubbio meno “stabile”! Come sono cambiati, negli anni, il battito e il sound dei Babalù? Sì, è stata una piacevolissima sorpresa vedere il nostro album tra quelli di artisti internazionali del panorama reggae. È un sogno ricorrente di chi come noi fa musica, quello di ritrovarsi a far parte del proprio mondo. Ci sei, esisti! Negli anni i Babalù hanno subito vari cambiamenti, sia di elementi che di sonorità, cercando di appartenere sempre di più al reggae-dub, ma senza avere schemi per quanto riguarda i testi. Non siamo Rasta, non cantiamo inni della loro religione, ma amiamo profondamente il ritmo in levare sul quale appoggiamo parole che raccontano la nostra vita comune, i nostri sorrisi, i nostri problemi, il mondo che ci circonda. La straordinaria copertina di Fabiana Belmonte stimola molto la mia fantasia, ma vorrei conoscere la vostra: in che mondo vivete? Com’è il vostro mondo di sasso? Fabiana ha interpretato la nostra musica in modo straordinario, ha centrato pienamente il nostro mondo di sasso attraverso colori e sfumature. È riuscita […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

21 marzo 2016: XXI Giornata della Memoria e dell’Impegno

Il 21 marzo 2016, come ormai accade all’alba di ogni primavera, si svolgerà la XXI Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Un enorme ponte di memoria collegherà Messina ad altre 900 città italiane, elette luoghi dell’impegno, per urlare uno ad uno i loro nomi e turbare, quanto più possibile, il mostruoso silenzio degli innocenti. Poiché i morti, si sa, parlano solo per mezzo dei vivi. I vivi, i carnefici, parlano e fanno molto rumore. A Napoli, per esempio, ci sono scoppi e fuochi d’artificio ogni giorno. Che sia, o no, Capodanno. Che sia, o no, primavera. Che sia o no -e il più delle volte non lo è- un’occasione da festeggiare. Sono loro? Sì, spesso sono loro, che suggellano con i fuochi d’artificio ogni triste conquista. Le mafie festeggiano e noi rischiamo di farci così tanto l’abitudine da goderci lo spettacolo senza fiatare. “L’abitudine è la più infame delle malattie, perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte”: diceva l’Oriana, convinta che non ci fosse nessuna medicina in grado di sconfiggerla. Ma non aveva calcolato l’invincibile stupore dei bambini, che alla forza dell’abitudine non si piega mai. Qualche giorno fa, in piazza Calenda, una bimba, avrà avuto cinque o sei anni, chiedeva alla madre, una donna bionda e distratta: cosa sono quelle pistole giganti che hanno in mano i soldatini, mamma? Non sono riuscita a sentire distintamente la risposta della donna distratta, che, dei militari col mitra puntato, non se n’era neppure accorta. Molto probabilmente le avrà spiegato che questa è “la pronta risposta dello Stato” alla crescente criminalità del capoluogo partenopeo, per “controllare il territorio, rafforzando la fiducia dei cittadini nelle istituzioni”. Ma ciò che mi ha colpito è che la donna, di colpo, ha alzato lo sguardo e si è fermata. E fermandosi, ha ricordato. Il 21 Marzo fermiamoci e ricordiamo Lasciamo che i bambini ci stringano la mano e ci spieghino che vedere la propria città militarizzata non è la normalità. Sentire spari ogni giorno non è la normalità. Annusare sangue per strada non è la normalità. Uniamoci e chiamiamo col loro nome le vittime, che non rappresentano solo le sconfitte dello Stato, non sono entità astratte, ma padri, madri, figli, amici in carne e ossa. Compiuti i 100 passi di preparazione, con incontri, dibattiti, cene sociali nelle principali città campane, la rete di Libera, gli Enti Locali, le scuole e tutti i cittadini si raccoglieranno lunedì 21 marzo intorno ai familiari, per nutrire la memoria condivisa e accrescere l’impegno per una giustizia sincera. Dal 1996, da quando Libera è nata da un’idea di don Luigi Ciotti, si sceglie ogni anno la città in cui leggere quasi un migliaio di nomi e cognomi delle vittime delle mafie. Quest’anno toccherà a Messina, ma l’urlo della Sicilia si estenderà lungo lo stivale, unendosi in una sola grande voce. Perché le mafie hanno patrie e linguaggi diversi, vestiti e colori diversi, ma sono braccia dello stesso mostro, matrigne degli stessi dolori. A Napoli, […]

... continua la lettura
Attualità

Delirio della creatività: Il pozzo e il pendolo

A Napoli c’è il delirio (sociale). Al centro di Napoli c’è una piazza. Al centro della piazza c’è l’obelisco di San Domenico. Intorno all’obelisco ci sono molti palazzi signorili. Nel palazzo al civico 3, c’è un teatro: Il pozzo e il pendolo. Nel teatro c’è un cappello. Intorno al cappello c’è il delirio (creativo) de il pozzo e il pendolo In quel piccolo luogo marchiato Racconti del terrore, AlterAzioni ha deciso di mostrare l’altro aspetto del delirio, quello che stravolge ma coinvolge, attira lo sguardo, non lo distoglie. Il delirio che diventa arte. Il delirio che è arte. Il progetto AlterAzioni ha preso vita nel novembre 2015, dalla sinergia di Achille Pignatelli, Andrea Pascale e Lisa Davide, e sta pian piano crescendo, immortalato in ogni suo passo da Giulia Battinelli. Nutrendosi del delirio di artisti di ogni sorta, ma soprattutto, di ogni sorte, continuerà fino a maggio 2016 a rendere meno uggiosi i nostri lunedì. Ogni evento, concerto o spettacolo de Il pozzo e il pendolo, è preceduto da una mostra in itinere, in cui lo scambio tra i ruoli e lo scambio dei ruoli è una costante: lo spettatore comunica con l’artista, l’artista comunica con lo spettatore, ognuno conosce l’altro e s’inventa altro da sé. Entro nella galleria di quello che un tempo era solo un magazzino, e benché mi senta risucchiata nella trama di un romanzo giallo, tra volti inquietanti di marionette e luce soffusa, mi avvolge una dolce aria di pace e leggerezza. Mi avvicino al cappello e vedo i colori, spenti, nei barattoli: fermi come alla fermata di un tram, in attesa di prendere forma e vita. Pochi minuti, e il tram arriva: Teodosio Santagata, Mattia Barbante, Domenico Ottone, Rosamarzia Cesaro, meglio conosciuti come Teo Papocchio, il Matto, Dodò e Rosi. Se la parola d’ordine è Alter, se sullo sfondo c’è il sipario di un teatro, non posso che mettere da parte le solite domande e chiedergli di farsi altro, di parlarmi dell’altro. E mentre si raccontano, si dipingono. Ne esce fuori un quadro in continua evoluzione, sempre diverso, come diversi sono loro e le loro forme artistiche. Teo ne pennella lo sfondo e le linee guida: un turbinio di colori, un vortice di curve e punti in cui sprofondi, inevitabilmente, e quando esci, se esci, non sei più lo stesso. Nomen omen: il nome è un presagio. Papocchio, da semplice nome d’arte che era, sta diventando un progetto, uno stile, o meglio, uno stile di vita. Il Matto, per definizione, porta pazzia, magari a ritmo di percussioni. Ma lo fa rimanendo coi piedi per terra, apportando quello schizzo di realismo e verismo che solo i cieli e i paesaggi sanno dare. Eredita lo stile paterno da bottega, di quelli che sono artisti “a mestiere” e non solo per mestiere. Dodò lascia tracce sporadiche, ma buone ed essenziali. Quando esce vittorioso dalla sua lotta contro l’appocundria, che pure gli è fondamentale per ritrovare la giusta motivazione, con la sua praticità porta al quadro il tassello mancante, lo completa […]

... continua la lettura
Attualità

Lo Scudillo tra giungla e realtà

Guarda mamma, lo Scudillo sembra una giungla! L’esclamazione di uno dei bambini presenti alla camminata popolare di ieri 13 dicembre, partita da piazza Sanità per sollecitare la riapertura dello Scudillo, riassume ogni discorso a riguardo. Ha ragione: sembra una giungla. Ma non lo è. Non lo è, perché siamo a Sanità, uno dei rioni più popolosi di Napoli, e la giungla urbana, quella in cui si fatica a camminare, in cui bisogna farsi strada a furia di passi stretti e rapidi, in cui si perde la percezione del tempo e della civiltà, l’abbiamo lasciata in quei vicoli. In quel rumore asfissiante come plastica bruciata. La salita dello Scudillo, al contrario, è solo una strada che la natura sta a poco a poco ingurgitando. È un percorso di importanza storica, di epoca romana, lungo circa 1 km e incastonato tra due imponenti pareti di tufo, chiuso ormai dal 1987, proprio in seguito al crollo di un costone tufaceo. I lavori di ripristino non sono mai cominciati. Che il bimbo si riferisse alla giungla vera? Quella con gli alberi e le liane? Qualcuno dovrà pur spiegargli che nella giungla vera, di norma, non si cammina su amianto e fogne aperte. Su una giungla, di norma, non passa la tangenziale. Certo, foglie e rami stanno prendendo il sopravvento, ma combattono ogni giorno contro i cumuli di rifiuti e sostanze tossiche. La natura ha poche armi per reprimere l’ignoranza e la noncuranza degli umani. Le sta mettendo in gioco tutte, ma la sua lotta non ha evitato che questa salita si trasformasse in una vera e propria discarica a cielo aperto. Perché allo stato attuale, di questo si tratta: una discarica che fiancheggia il recente parco del Poggio da un lato, e antiche ville residenziali dall’altro. Sullo sfondo, un Vesuvio, già sofferente, osserva rassegnato. Il comitato sorto un mese fa, guidato dal consigliere alla Municipalità Stella San Carlo all’Arena Francesco Ruotolo, e supportato da numerosi cittadini, tra cui gli occupanti dell’ex Opg Je so’ pazz, chiede oggi a gran voce un intervento. Un intervento che, possibilmente, non si limiti ad abbattere mausolei romani, come accaduto nel 1965 alla Conocchia, sepolcro monumentale inserito tra le mete del Grand Tour, di cui oggi non resta traccia. Un intervento che, possibilmente, sani le ferite del quartiere senza colpirlo ulteriormente. I progetti che il posto suggerisce sono vari, dall’apertura ai soli pedoni all’apertura ai veicoli, che consentirebbe di collegare Sanità ai Colli Aminei e faciliterebbe il raggiungimento dell’ospedale più vicino. I pareri sono discordanti. Certo, calpestare foglie secche tra gli agrumeti, come ora, senza poter percepire nessun odore perché troppo sopraffatto dalla puzza umana, rilascia energie letali, in chiunque abbia mai realmente visto un sentiero irto e suggestivo. Ma immaginare macchine e moto al posto di queste foglie e radici, a mio avviso, ne rilascia altrettante. Il sentiero pedonale sarebbe forse l’unico vero intervento di risanamento. Prima di arrivare a questo, però, il primo passo per cui il comitato si batte è quello di bonificare l’intera area, eliminando qualsiasi […]

... continua la lettura
Attualità

Nove mesi: la rinascita dell’ExOpg Je so’ pazz

Sono passati solo nove mesi da quando l’Ex OPG di via Imbriani 218 è stato rianimato. Nove mesi: il tempo di una qualunque gestazione. Il tempo che ogni essere umano regala a se stesso per nutrirsi e per crescere, ancora nascosto nel grembo di una madre che si prende cura di lui, giorno dopo giorno. Il tempo che gli serve per crearsi una forma, un volto, un cuore che batte. Nove mesi per venire al mondo, per aprirsi al mondo, urlando a tutti la gioia, ma anche la fatica, che ci sono volute per riuscirci. Je so’ pazz è sempre stato un embrione particolare: lui, di mamme che lo accudivano, ne ha sempre avute tante. Di ogni età. Di ogni sesso. E adesso che è vivo, più vivo che mai, è figlio di tutti. Di tutti quelli che sapranno prendersene cura e nutrirlo. È figlio di Napoli. Con l’assemblea pubblica di sabato 28 novembre 2015, l’ex OPG si è rivelato, con un volto nuovo, al quartiere e alla città. Del carcere che era prima, sono rimaste solo le inferriate alle finestre. Il grigiore ha lasciato posto al colore. La puzza di dolore è stata sommersa dal profumo dei bambini. Il vuoto è stato riempito da risate. L’incontro è servito da un lato a valutare l’andamento dei progetti già avviati da qualche tempo all’interno della struttura, dall’altro a presentarne di nuovi. Perché un bimbo che nasce, continua a crescere sempre. Ha bisogno di vestiti, di conoscenza. Una sala di raccolta e scambio di vestiti è stata organizzata in collaborazione con l’associazione Napoli Insieme, attiva già da tempo nel napoletano per aiutare i senzatetto. Per la conoscenza, invece, c’è un’aula studio con una piccola biblioteca destinata ad arricchirsi, ma soprattutto un’aula per il doposcuola, il cui materiale è stato reperito grazie alla collaborazione di abitanti della zona e non solo. Inoltre, comincerà l’esperienza dell’asilo condiviso, destinato ai bambini più piccoli, che potranno giocare insieme tra loro e con i genitori, nutrendosi di affetto e condivisione. Ha bisogno di giocare. Per quanto riguarda l’aspetto più ludico, quello che serve a ricreare disciplina, socialità e allegria, sono già operativi da tempo i campi di calcetto, basket e pallavolo. In più, le stanze in cui, un tempo, si preparavano i pasti, freddi e cupi come una mezzanotte invernale, sono state ristrutturate e adibite a palestra popolare, con attrezzi e spogliatoi. Ci saranno corsi di Yoga, Pilates, Boxe, per tutti i ragazzi di Materdei e delle aree limitrofe, per chiunque abbia corsi da proporre e sostenere, attrezzature da fornire, o anche solo voglia di allenarsi insieme. Ha bisogno di arte. Non appena sarà reperito tutto il materiale necessario, partirà un laboratorio di fotografia analogica, che si svolgerà in due incontri settimanali. Si parlerà di storia della fotografia, si imparerà ad allestire una camera oscura e si lavorerà anche sulla postproduzione. La camera oscura rimarrà poi aperta in futuro, per tutti quelli che vorranno sviluppare le proprie pellicole. Ha bisogno di lavorare. La Camera popolare del lavoro, […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Basta, dirsi che può bastare. E poi il caos

«Basta, esci con me. Lo so che non puoi fare a meno di scrivere, ma esci con me. Io ti sto offrendo la vita senza la quale non potrai più scrivere». Sono uscita. E poi basta. Basta. Quanto gelo c’è, dietro questa parola? Quanto vuoto c’è, dentro questa parola. Secca, concisa: bà-sta. Due sillabe sole per cancellare un incontro. Due sillabe sole per risparmiarne altre cento. La prima volta che la leggi, ti irrigidisci. La seconda volta, sei pietrificato. Cominci a ripetere basta basta nel tuo cervello, fai rimbombare il suono nelle orecchie come fosse una sveglia che non vuole spegnersi, sperando che, dopo un po’, quella maledetta parola bisillabe perda di significato. Ma niente. Significa ancora basta. La terza volta…la terza volta non c’è. Non c’è, perché hai detto che basta.. Dicono derivi dal greco. O dal persiano. Eppure, io sento che arriva direttamente dallo stomaco. Dove può stare, se non nello stomaco, un pugno sordo così? Il vocabolario spiega che «si usa per esigere o invocare in modo energico la cessazione di un fastidio o di una sofferenza prolungata». Allora come si può usare anche per invocare la cessazione di una gioia prolungata? Il verbo da cui nasce è «bastare», quindi «essere sufficiente». Basta parlare, mentire, farmi il solletico! Basta chiedere e ti sarà dato, bussare e ti sarà aperto. Basta il pensiero. No che non basta. Il pensiero non basta mai. E nemmeno le parole, i sorrisi, la cioccolata fondente. Nemmeno il mare, la montagna, la strada sporca. Non basta neppure la neve, quella che non hai mai visto. Prima di te, avevo incontrato solo un bambino che non aveva mai visto la neve. Non sapeva come fosse fatta, ma riusciva a disegnarla. Disegnava tante palline piccole e vuote, così tante da riempire il foglio intero. In quel foglio c’era la tempesta di neve più violenta che si sia mai scatenata sulla Terra. Però a terra, non si era raccolta. Il prato era verde. I fiori gialli e rossi. Lui indossava una maglietta di cotone a maniche corte. Giocava con la neve, senza sentirne il freddo. La disegnava, e d’un tratto s’accorse che non gli bastava: voleva toccarla, ma non poteva. Allora, per quella mancanza, ebbe freddo sul serio. Sale quanto basta. Pepe quanto basta. – Quanto basta? –  Basta che tu stia bene, che respiri. Basta la salute. No che non basta. La salute non basta mai. I colpi al cuore servono, come servono i crampi ai muscoli, le fitte alle costole. Altrimenti come t’accorgi che esisti e senti? Se il tuo corpo tace, stai solo dormendo. Se il tuo corpo soffre, forse sei sveglio. Se le tue ossa tremano, allora sei vivo. Me l’hai offerta, poi, quella vita. Su un piatto di plastica rosso, non degradabile. Uno di quelli che inquinano terra e cuore, che rimangono ore, giorni (anni?) tra le aiuole. È un orrore per gli occhi, ma nessuno lo toglie. Finché il vento non lo porta altrove a disturbare altri volti, a turbare […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Foglie sulla terra, polvere sull’asfalto

Lo sai che le foglie non cadono sull’asfalto? Si può vivere senza veder cadere foglie dai rami?Vivere a Napoli è un po’ come stare a teatro. Scosti la tenda della camera e si apre il sipario. Ti affacci al balcone e ti ritrovi sulle balconate più alte del San Carlo. In scena c’è sempre tanta gente: tutta la gamma di personaggi, quelli già noti e scandagliati, e persino quelli che nessuno ha mai ancora inventato. Perché la realtà, si sa, supera sempre la fantasia. Lo spettatore che vive nel palazzo accanto è un vecchietto, che non si muove da quella casa al quarto piano da anni, ormai. Ogni mattina, alle ottoequarantacinque, quando la città, che ha aperto gli occhi da poco, si stiracchia, lui si siede in prima fila e, mentre mangia con calma la sua banana giornaliera, osserva. Ancora in pigiama e con gli occhi malinconici. Osservare gli attori muoversi da una parte all’altra, urlare tra loro, abbracciarsi, lo fa sentire uno di loro. Se è uno di loro, è anche lui un attore, sebbene in disparte. E se è un attore, allora anche lui è vivo, sebbene in disparte. Sembra una vita monotona, ma non lo è. Le storie non sono mai le stesse, i personaggi nemmeno. Le tragedie si alternano alle commedie. Se si è fortunati si assiste anche a un’opera lirica. Ci si commuove, ci si arrabbia. Si ride spesso. Si piange ancora di più. La funzione catartica dei drammi è valida anche all’aperto. Anche qui. Insomma, il vecchietto ride e piange come fosse vivo. Eppure, fuori da quella piazza che è il suo teatro, fuori da quella piazza che è la sua vita, è già autunno. Fuori è autunno, ma lui non lo sente. Non può sentirlo, perché le foglie secche non cadono dal cielo come pioggia e, in ogni caso, non fanno rumore. Certo, sa che è novembre. Perlomeno, così dicono in televisione e lui ci crede. Sa che l’estate è finita da un pezzo, anche se il sole torna spesso a riscaldargli le guance e a offuscargli gli occhi ormai avvolti dalle rughe. Sa che presto tornerà la pioggia e lui dovrà starsene dietro i vetri sporchi a spiare il mondo che passa. E sarà subito inverno. Ma l’autunno? Giù, vicino alla panchina, c’è un vaso con un sempreverde. Uno di quelli che cadono in strada al primo diluvio, ma tanto poi c’è sempre qualcuno che li rialza. È lì da mesi, forse anni. Sempre lo stesso. Il vecchio lo guarda e poi tocca i suoi capelli, bianchi più della neve. Per lui è già inverno. Quando è successo? Che ne è stato dell’autunno? Nel suo teatro c’è tanta vita, c’è tanto mormorio, tante risate. Ma nessuno parla col vento e con la terra. Le foglie sono le sole a portare agli uomini la loro voce. Quando tremano verdi sui rami, quando invecchiano e diventano rosse e infuocano l’animo più del sole a mezzogiorno. Ma sono solo le ottoequarantacinque del mattino. Oltre al […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Un attimo per perdere, un attimo per ricominciare

Lo sai quante cose succedono in un attimo? In un attimo, si accende un fuoco. Due amanti raggiungono l’orgasmo in silenzio. Si scioglie un fiocco di neve. Due vecchietti si guardano con dolcezza. Soffia il vento. Due occhi s’attraggono, avidi. Sparisce un’onda. Due mani s’allontanano, fredde come il mare d’inverno. Lo sai quante cose succedono in un attimo? Io, in un attimo, ho perso milioni di attimi. In un attimo, ho perso una vita intera. Ero uno di quelli con la memoria di ferro. Uno di quelli che conoscono tutte le targhe degli amici, degli amici degli amici, tutti i numeri di telefono, le password di qualsiasi dispositivo. Uno di quelli che non saltano un compleanno, un anniversario, un onomastico. Uno di quelli che imparano a riconoscere gli altri dal sapore delle loro lacrime. E il sale non gli basta mai. Ero uno di quelli che ricordano ogni primo passo, l’ultimo, ogni prima parola, l’ultima, ogni primo bacio, l’ultimo, ogni prima scopata, l’ultima. Ogni attimo. Lo sai quanti attimi ci sono in una vita? Lo sai che basta un attimo per perdere la vita? Ero uno di quelli che vivono. E di colpo non ho vissuto più. È bastato un ragazzo ubriaco. È bastata un po’ d’acqua sull’asfalto. È bastato un airbag difettoso. È bastato un attimo: il sole si è sciolto, la nebbia si è fatta carne, il buio si è insinuato in me. Come un miope che si sveglia senza occhiali e, mentre li cerca sul comodino, riconosce solo la sua mano: così mi sono svegliato quella mattina. Le mie mani le sentivo mie. Erano come sempre. O no? Come erano le mie mani? Sapevo che erano mie. Ma io chi ero? C’era tanto buio in quella stanza. C’era tanta neve nei miei occhi. Nero e bianco. Bianco e nero. Com’è triste svegliarsi senza colori! Com’è triste aprire gli occhi per un attimo e sentirsi perso per sempre. Nessun volto, abbraccio, colpo di fulmine. Nessuna carezza, bastonata, folata di vento. Non c’era più nulla da ricordare. E cosa siamo, noi, senza ricordi? Lo sai quanta vita c’è in un attimo? Sì che lo sai. Te ne sei accorto quella sera che sei tornato a casa piangendo, e tua madre ti ha abbracciato forte. Te ne sei accorto quando camminavi nervoso per strada, e un passante ti ha sorriso. Te ne sei accorto quando c’era l’alba, e tu eri ancora sveglio, e hai scattato una foto. Dieci foto. Cento foto. Tutte diverse. Ormai non me ne resta una. Ma l’alba, quella c’è ancora. Ogni giorno. Nascosta dalla nebbia. E io? Io anche ci sono ancora. Sono ormai vuoto, informe e incolore. Ma sono qui. Ho le mie mani. Le vedo, nitide come uno scatto uscito bene. Ho i miei occhi, affamati come cuccioli di leone. Riesco a sentire la mia anima danzare nello stomaco, felice come un bimbo davanti allo zucchero filato. Lo sai quante cose succedono in un attimo? Lo sai quanti attimi hai ancora da vivere? Io sono […]

... continua la lettura
Attualità

Nero Dostoevskij di Antonio Mesisca alla Mooks

  Un noir che supera i confini del genere per divertire il lettore. Così è stato descritto Nero Dostoevskij, romanzo di Antonio Mesisca, presentato ieri venerdì 30 ottobre alla Mooks (Mondadori Bookstore) di piazza Vanvitelli, edito dalla casa editrice Scrittura & Scritture, che ha sede a Napoli. Antonio Mesisca è un novarese che nella vita, si limita a dire, produce e vende bulloni. Era già noto in ambiente partenopeo per aver partecipato al concorso letterario nazionale Il racconto nel cassetto di Villaricca. Qualche spunto dei primi scritti ritorna anche in quest’ultima fatica, che incuriosisce il lettore già dal titolo, un accattivante (e quasi dissacrante) accostamento di quel terribile «nero» al nome di un mostro sacro della letteratura russa. Intervista ad Antonio Mesisca, autore di Nero Dostoevskij Il punto è: perché «nero»? Ma soprattutto, cosa c’entra Dostoevskij? «Nero» è ovvio: è un romanzo noir, anche se ingabbiarlo in questo genere sembra riduttivo. Di nero c’è la storia, di nero c’è il contesto e di nero ci sono i personaggi. Il protagonista, Oscar Peretti, non è affatto un esempio positivo, così come non lo sono le sale da gioco che frequenta, né i tipi a cui deve dei soldi (che pure hanno dei soprannomi singolari!). Tuttavia, di quello stile narrativo drammatico e serioso, squisitamente noir, c’è solo lo sfondo. A prevalere è invece l’ironia, il gioco. La scrittura è fresca e leggera, anche quando la storia si fa cruda e infelice. «Dostoevskij» è un po’ meno ovvio. L’idea nasce quando Mesisca scopre, con grande stupore, che il celebre romanziere aveva dettato in pochi giorni l’intera opera Il giocatore, solo per la necessità di saldare dei debiti di gioco. Da lì, ogni riferimento a persone o cose che lo riguardano non è per niente casuale: le vicende narrate ricordano vagamente Delitto e Castigo, poiché effettivamente il racconto si apre con un delitto; inoltre, i titoli dei capitoli corrispondono ai titoli delle sue opere; infine, il cane, presenza costante e quasi avversa al protagonista, si chiama proprio Fëdor, e la sua padrona è amante di Dostoevskij. Come vogliono le regole della verosimiglianza, molti volti del romanzo nascono su imitazione di persone esistenti, che l’autore ha conosciuto o che magari ha solo incontrato per strada. Ognuno di essi si muove lungo il filo conduttore del gioco d’azzardo e della conseguente disperazione, che, fortunatamente, non ha colpito personalmente l’autore. Almeno così precisa lui all’ironica domanda del mediatore della presentazione, Gianluca Calvino, dell’Associazione Culturale Librincircolo. Durante la presentazione, le letture espressive di Rita Raimondo hanno convinto il pubblico che il romanzo di Mesisca sia un’ottima miscela di elementi macabri e sarcastici, capace di divertire oltre che accompagnare il lettore. E allora che aspettate? Non volete sapere se Peretti fa davvero il gioielliere? E se Fëdor sarà sempre Fëdor? E il castigo, ci sarà?

... continua la lettura