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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

Teatro in pillole di Stefania Russo: speciale estate a Villa Domi

Teatro è in pillole nasce da un’idea di Stefania Russo, napoletana doc alla ricerca di luoghi e occasioni di aggregazione che incentivano la vita culturale del capoluogo. Da sempre alla ricerca della convivialità, dell’eleganza, dell’effetto “a bocca aperta”, l’organizzatrice di Teatro in pillole porta i suoi ospiti a Villa Domi in occasione dello Speciale Estate del 20 giugno, una serata all’insegna della musica, di interessanti esibizioni e di gradite degustazioni. Anche in quest’occasione, Eroica Fenice segue da vicino la serata in pillole, riportando impressioni e raccontando eventi. Il tempo non lascia presagire nulla di buono, un pomeriggio di temporali estivi ed una corsa contro il tempo per cambiare location: ma Stefania Russo dà appuntamento agli spettatori-amici di Teatro in Pillole in un luogo incantevole che sa di coniglio bianco cacciato dal cilindro come il miglior mago dei film americani. Villa Domi è una affascinante tenuta del Settecento, voluta dai Meuricoffre, famiglia svizzera di banchieri e mecenati, uno spazio immerso nel verde che vanta specie vegetali rare e opere d’arte di grande pregio. Passeggiando fra viali alberati e colonnati di rampicanti, non si fatica a figurarsi i fantasmi di matrimoni ed eventi che vi hanno preso vita. Insomma, prendere nota in caso di eventi di sicuro successo. Teatro in pillole: le sirene d’allarme Sono le 21,30 quando la Cicerone della serata ci invita ad entrare nel sala dell’evento, un ampio spazio bianco illuminato e imbandito: lo Speciale Estate di Teatro in pillole prevede una serata danzante, inframmezzata da alcune pillole d’arte che iniziano al suono di una sirena. Saranno gli ospiti a dover venire incontro ai loro artisti all’interno della sala nella quale avviene la magia. I tre concorrenti della serata La prima ad esibirsi è Eleonora Prota, con un’esibizione di danza in stile Bollywood: la giovane vestita di rosso evoca i colori, le musiche, gli occhi dell’India, con uno stile dichiaratamente eclettico che sintetizza diversi stili, dal classico al moderno. Teatro in Pillole continua con Daniela Scodellaro e le sue poesie intime, personali, accorate: uno spaccato di vita, un occhio su Napoli, uno sguardo alla gioventù, in disillusioni che scompaiono col tempo ma che mantengono la tenerezza del ricordo. E ultimo, ma non ultimo, Salvatore Bifani, aspirante cabarettista con un monologo di pirandelliana memoria, che narra di un uomo alle prese col suo incipit di brufolo su un naso prominente. L’ospite dello speciale di Teatro in Pillole L’ospite della serata è Diego Sommaripa, attore napoletano, che cattura gli ospiti di Teatro in Pillole con un monologo del giovane Trullo, marinaio con una gamba di legno. Era difficile camminare sulla sabbia con una gamba di legno, ci racconta Trullo, rappresentazione sulla scena delle difficoltà che portiamo con noi nel cammino quotidiano, nella selva confusa dei sentimenti. Trullo cade, si rialza, continua a camminare, cercando di pulire la stiva della nave (o dei ricordi) dalla polvere (o dai fantasmi) del passato. Un monologo, quello di Diego Sommaripa, toccante e semplice, una pillola di riflessione. I vincitori della serata La serata continua con l’ospite della serata […]

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Libri

Italiani Mata Burros e altre storie di migranti in Venezuela, di Michele Castelli

Italiani Mata Burros e altre storie di migranti in Venezuela, per EtabetaPs, di Michele Castelli, in lingua originale Cuentos de migrantes, tradotto da Salvatore Orlando, è una raccolta del 2004 che racconta storie, vere o verosimili, di italiani emigrati nelle zone del Sudamerica durante il complesso Novecento. Castelli è linguista e scrittore italiano, residente in Venezuela, da tempo impegnato nella diffusione dell’italiano e dell’italianità fuori dai confini nazionali. È nel territorio venezuelano che trovano vita e diffusione le storie raccontate in Italiani Mata Burros, tradotto da Salvatore Orlando, italo-venezuelano nato e cresciuto a Caracas e formatosi presso l’istituto Orientale di Napoli nel campo della linguistica e dell’acquisizione dei linguaggi. Il titolo della raccolta prende spunto da uno dei racconti, che mostra il principale disagio degli emigrati, ovvero il complesso meccanismo di appropriazione di una nuova lingua in territorio straniero e le conseguenti incomprensioni culturali. Per un italofono Burros evoca automaticamente la parola burro, mentre in spagnolo significa asino: appare dunque chiara l’immagine grottesca di un italiano emigrato in Venezuela che, scimmiottando la lingua autoctona, va alla ricerca del burro, risultando agli occhi dei nativi un mangiatore di asini. Un’incomunicabilità che non è solo linguistica ma profondamente culturale, dalla quale si dipanano stereotipi e leggende del nostro popolo all’estero. Le storie degli emigrati raccontate da Michele Castelli Le storie contenute in Italiani Mata Burros non sono semplici aneddoti tramandati dalla bocca di coraggiosi espatriati: sono i racconti di vite sofferte e sradicate in un difficile dopoguerra, un tempo che trova la sua immagine speculare nell’epoca in cui viviamo. Giovani che abbandonano l’Italia per cercare fortuna in terre lontane, nelle quali tutto ciò che si tocca diviene oro, faticosamente ottenuto, ma pur sempre oro. Ma le storie raccontano anche di uomini e donne che ciecamente si affidano agli eventi, con ingenuità ed ottimismo, e che si ritrovano (travolti e) coinvolti in un destino indesiderato e crudele. Nella raccolta emerge tutto lo spirito italiano, l’ingegno, l’intimo legame familiare: sono storie di uomini che si improvvisano imprenditori, sciamani, truffatori, sarti, individui che combattono contro il pregiudizio di alcuni o che accolgono l’acclamazione di altri. Storie con una morale, un insegnamento, che fluiscono da una voce ancestrale, come se fossero conservate nel diario ingiallito di un avo. Il linguaggio, nella sua traduzione italiana, ci riporta in un tempo lontano, con una scansione, un ritmo, un procedere a cui la modernità ci ha disabituati. Italiani mata burros e una lingua peculiare Contro il fluire rapido, frettoloso di scritti brevi che nessuno ha più il tempo di leggere, la traduzione di Orlando sembra prendersi il tempo di farci perdere tempo in una sintassi flemmatica e talvolta spagnoleggiante, che provoca lo spaesamento di un italiano in terra straniera. È la lingua degli emigrati che non si ammoderna, non risente della velocità della rete, degli influssi stranieri e della riduzione della distanza fra scritto e orale: quella di Italiani Mata Burros è una lingua antica e interessante, che si prende tutto il tempo di cui ha bisogno per esprimere concetti del […]

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Eventi/Mostre/Convegni

8 Sfumature di Giulietta per il Festival Mann

8 Sfumature di Giulietta, con la regia di Riccardo Rombi e, sul palco, Virginia Billi, Giorgia Calandrini, Rosario Campisi, Francesco Franzosi e Alba Grigatti nei panni caleidoscopici di Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, gli amanti morti e immortali della tragedia di Shakespeare. La messinscena rientra nel programma del Festival Mann, una tradizione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che per una settimana diventa mecenate di artisti, letterati, musicisti, attori. Nella Sala del Teatro, piccola ed accogliente, gli spettatori osservano incuriositi questo innovativo esperimento centrifugo e centripeto nei confronti del canone tradizionale. 8 quadri di 8 autori La pièce mostra al pubblico otto quadri, otto varianti di uno stesso momento colmo di tensione, interpretandoli alla luce di altrettanti autori teatrali della storia delle arti: la scena del balcone, la riflessione sul nome, il desiderio di aversi, la forza dell’abbandono, una consapevole follia, una diatriba dell’anima fra onore e sentimento. Tutto questo emerge in 8 Sfumature di Giulietta, otto versioni differenti che si concentrano in particolar modo sul personaggio femminile interpretato da Billi-Calandrini-Grigatti. È la donna a guidare le redini di questi dialoghi che, partendo dalla celeberrima scena del balcone di Shakespeare, viaggiano nel tempo e assumono nella forma, ma non nella sostanza, linguaggi, movenze, pensieri di nuovi intellettuali di ogni tempo. Ogni quadro di 8 Sfumature di Giulietta attraversa il tempo e le fucine intellettuali del mondo: le tracce inconfondibili di Beckett, che lasciano lo spettatore spiazzato nell’eterna domanda “Sono io eternamente ignorante o questo è del tutto incomprensibile?”; le impossibili domande esistenziali di Pirandello; un’aggressività di toni e movimenti invece assolutamente più moderni e graditi al pubblico più giovane; per arrivare a quadri che sembrano una parodia vera e propria, annoiata, di una retorica trita e ritrita che trova la sua giusta applicabilità, e si esaurisce, nel momento shakespeariano. 8 Sfumature di Giulietta, un momento introspettivo Sulla scena sono pochi gli oggetti: per 8 Sfumature una rosa, un blocco scuro che diventa all’occorrenza armadio, balcone, prigione, nascondiglio, luogo di soliloquio e corrispondenza fra gli amanti. Giulietta si trasforma in donna sofferente, femme fatale, eroina disturbata, coraggiosa predatrice, e a questo mondo femminile caleidoscopico corrisponde un Romeo rude, gentile, sottomesso e in un quadro addirittura ribelle contro il topos rinnega-il-tuo-nome. 8 Sfumature di Giulietta imita, ribalta, trasforma, innova, distrugge di volta in volta quei dialoghi che sono entrati nella coscienza collettiva degli spettatori. Il Festival Mann continua fino alla sua ultima giornata ad accogliere turisti, spettatori, amatori di tutta Italia, ma girando per il Museo Archeologico non è raro ascoltare lingue di tutto il mondo, provando un orgoglio tutto partenopeo per la macchina messa in moto in modo magistrale. E 8 Sfumature di Giulietta, col suo caleidoscopio fra antico e moderno, si inserisce a pieno titolo nello spirito della manifestazione. regia Riccardo Rombi con Virginia Billi, Giorgia Calandrini, Rosario Campisi, Francesco Franzosi, Alba Grigatti luci Laura De Bernardis scene Beatrice Ficalbi assistente alla regia Ulpia Popa progetto video Andrea Santese produzione Catalyst

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Eventi/Mostre/Convegni

John Peter Sloan al Festival Mann: Real Life English e la didattica dell’inglese

John Peter Sloan presenta il suo libro Real Life English in occasione del Festival Mann, una maestosa macchina culturale che anima il Museo Archeologico di Napoli in ogni suo ambiente. Dal 21 al 26 Marzo grande affluenza di curiosi ed appassionati di letteratura, teatro, arte, cultura in senso ampio affollano le gradinate di uno dei musei storici del capoluogo partenopeo. Ed Eroica Fenice risponde all’appello. John Peter Sloan nella Sala Stellata del MANN John Sloan si presenta in un sabato soleggiato sul palco della Sala Stellata: una platea sorprendentemente gremita di spettatori di ogni età, navigate insegnanti di inglese con figli al seguito, addetti stampa, appassionati attendono il discorso di uno dei più famosi insegnanti di inglese in Italia. L’autore di Real Life English è specializzato proprio nella didattica dell’inglese per studenti italiani e lancia in una serie di presentazioni questo sul nuovo manuale, che mira ad insegnare (traduco liberamente) l’inglese della vita di tutti i giorni. Il britannico più famoso della tv italiana si presenta nella sua semplicità nella Sala Stellata del Museo Archeologico di Napoli: archetto, jeans, camicia, una parlantina tagliente, in italiano, straordinariamente vicina al parlato di tutti i giorni, quello che sentiresti parlare, con gli inevitabili influssi dall’inglese, da un amico durante una cena informale. Con questa formula già rodata sia in televisione, fra Amici di Maria de Filippi e Zelig, John Peter Sloan ci racconta delle tante disavventure e dei numerosi misunderstanding che fanno parte, inevitabilmente, del lungo processo di acquisizione e insegnamento di una lingua straniera: del bambino che insiste per dire “one, two, three”, la cui pronuncia italianizzata farebbe intendere “uno mastica un albero”, ci parla dei grandi pregi e difetti sia culturali che linguistici degli italiani, ma soprattutto ci racconta del lungo e a tratti comico percorso che lo ha portato a diventare uno dei più famosi insegnanti d’inglese d’Europa. Il metodo di Real Life English Il metodo di Sloan è un mix di idee già rodate nel mondo glottodidattico e al contempo di innovazioni personali sperimentate nei tanti anni di insegnamento: in Real Life English John si propone di insegnare un inglese della vita quotidiana, senza tralasciare la giusta pronuncia delle parole in un’ottica contrastiva italiano-inglese. Chi lavora nell’ambito della didattica delle lingue sa bene che lo scoglio insormontabile è sicuramente quello della pronuncia, il marchio dello straniero: come insegnare una corretta pronuncia senza ricorrere alle articolate classificazioni delle scienze linguistiche? Sloan risolve l’arcano proponendo di abbinare, a dei suoni particolarmente complessi, delle emoticons, degli smiles, insomma delle espressioni facilmente e universalmente comprensibili che si rifanno alla vita di tutti i giorni. Per pronunciare la s di sdoganare si rifà all’immagine di una mosca, per quella di stalla usa l’icona di un serpente, per il suono indistinto (schwa) del napoletano ha la grande intuizione dell’uomo morente (testa indietro, suono gutturale dalla gola, impossibile da spiegare a parole in un articolo). Con Real Life English John Peter Sloan porta in Italia un metodo che dà già i suoi frutti in tutto il […]

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Attualità

La pizza di Cracco: il nuovo delitto e i giudici del web napoletano

La pizza di Cracco ha fatto il giro del mondo: e per giro del mondo si intende quel passaggio di post in post, di “clicca mi piace e condividi se sei indignato” che, malauguratamente, contraddistingue le abitudini digitali degli italiani. Il cuoco stellato, seguitissimo, amatissimo della televisione italiana è, da alcuni anni a questa parte, sempre sulla bocca (e sulle tastiere) del popolo del web: da Masterchef a Hell’s Kitchen, dalle ospitate nella cucina di Benedetta Parodi alle pubblicità, per approdare al ritiro di una delle due stelle assegnategli dalla Guida Michelin, Cracco è sempre sulla cresta dell’onda ed è un vanto per allievi e emuli. La pizza di Cracco: il casus belli Come evento mediatico di ampio respiro, la pizza di Cracco, una sorta di Avetrana dell’universo culinario, si inserisce nella nuova apertura (o meglio, nel cambio sede) dello storico ristorante di Carlo Cracco (il Ristorante Cracco), che da via Victor Hugo si sposta, sempre a Milano, nella celeberrima Galleria Vittorio Emanuele II. Ma partiamo dall’origine, dal movente, dal casus belli: nel suo nuovo ristorante stellato, Cracco propone una rivisitazione della pizza Margherita, baluardo etico e morale della napoletanità, con un impasto a base di cereali e una salsa al pomodoro più densa; una ricetta ed una preparazione, dunque, che poco hanno a che vedere con la tipica Margherita napoletana e che si inserisce nel filone stellato delle rivisitazioni in chiave moderna dei piatti tradizionali. Altro tema scottante, indizio a favore dell’ergastolo ai danni del cuoco stellato, il prezzo: d’altronde nel mondo dei telefoni cellulari a mille euro, ciò che scandalizza è il prezzo di una pizza (16 euro – in linea coi prezzi nel settentrione) in un ristorante stellato all’interno della lussuosa galleria della città più ricca e costosa d’Italia.   La foto della pizza di Cracco fa, fin da subito, il giro del web, rimbalza da un account all’altro di tutti i Social Network più utilizzati d’Italia, provoca sgomento, stupore, indignazione (clicca mi piace e condividi se…) nelle anime pure e integerrime dei napoletani. Scatta così la caccia alle streghe con ogni forma di insulto e presa in giro nei confronti di quello che resta uno dei migliori chef italiani, amato e odiato per la sua burbera ironia e per le sue algide e gelide occhiatacce. Poco importa l’aver assaggiato il prodotto: Napoli, nonostante i suoi problemi e i suoi difetti tangibili che rendono spesso invivibile la quotidianità, ci offre una sollevazione web-popolare senza precedenti. La Pizza non si tocca e qualsiasi tentativo di offrire un prodotto differente, tangente, ispirato ad essa non è ben accolto dal popolo partenopeo, inginocchiato all’altare della triade divina Pizza-Calcio-Mandolino. La risposta di Gino Sorbillo In un post su Facebook perfino Gino Sorbillo, proprietario della storica pizzeria napoletana, si prodiga per difendere Carlo Cracco e il suo delittuoso tentativo di sovvertire l’intoccabile (dis)ordine naturale di Napoli: “Ragazzi, a me lunedì scorso a cena l’interpretazione della Pizza di Carlo Cracco nella Galleria Vittorio Emanuele a Milano è piaciuta. Non è Pizza Napoletana e non viene […]

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Eventi nazionali

Terza serata Sanremo 2018: ascolti record

Per la terza serata Sanremo 2018 continua a raccogliere ascolti record: dopo mercoledì, quella di giovedì 8 febbraio miete più di 10 milioni di telespettatori con uno share di oltre il 50%, superando gli ascolti delle serate di Carlo Conti, Fabio Fazio, dell’elezione del nuovo papa di alcuni anni fa e del primo contatto dei marziani con il pianeta Terra. L’essere mitologico che non guarda Il Festival della canzone italiana vive nelle profondità della Terra. Ma in Italia individui bugiardi trascorrono la settimana del Festival lanciando anatemi sugli spettatori e non vogliono ammettere di essere i primi a seguirlo: vergogna! Chi scrive appartiene alla terza categoria, gli estimatori di Sanremo, anche del Sanremo 2018 un po’ ingessato, tirato, controllato e “vittoriano” di Claudio Baglioni: una leggenda narra che se pronunci il suo nome, lui automaticamente cominci a cantare un brano del repertorio in modalità random. Canta: Claudio Baglioni! Sanremo 2018, alla sua terza serata, si apre ovviamente con un’esibizione fuori gara di Claudio Baglioni che, come tutti sappiamo, sa cantare. E canta una di quelle canzoni che, in un modo o nell’altro, conosciamo da quando avevamo otto anni. Arrivano poi gli artisti di Sanremo 2018 Giovani, disinvolti e carichi per l’esibizione all’Ariston. Il primo è Mudimbi con il brano Il mago, dal gusto un po’ rap, fra l’ironico e il fiabesco. Le luci passano su Eva con Cosa ti salverà, seconda concorrente della sezione Giovani, ex X-Factor: look forte, aggressivo, fra piercing e tatuaggi, una voce dolce velata di timidezza. Come terzo c’è Ultimo (grandissimi giochi di parole della Michelle internazionale, Ah-Ah), imberbe cantante che però con Il ballo delle incertezze ci fa sentire la sua voce calda. E il pubblico si infiamma per il giovane cantante. Chiude la sezione giovani di Sanremo 2018 Leonardo Monteiro che porta all’Ariston Bianca, con un tocco di soul che non guasta nei tipici accordi sanremesi. La classifica delle nuove proposte In attesa della classifica ci godiamo i veri conduttori di Sanremo 2018, Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, che animano questa rassegna dichiaratamente nostalgica dei tempi andati. La giuria demoscopica si esprime sui Giovani: quarto Leonardo Monteiro, terza Eva, argento per Ultimo e medaglia d’oro per Mudimbi. Scopriremo il vincitore di Sanremo giovani proprio in occasione della serata di venerdì. La serata dei Big fra ospiti e (troppe) canzoni di Baglioni Tamburi, scala-robot che cala, violini, suspence, un nuovo cambio d’abito per i tre padroni di casa. Per fortuna Michelle Hunziker (vestita da Angela Merkel) interrompe un siparietto non-divertente fra Pierfrancesco Favino e Der Claudio Baglioni per annunciare il primo concorrente in gara! Giovanni Caccamo con il brano Eterno: la sua barba fluente-hipster è nuova, la delicatezza della voce già nota, con un brano sanremese-romantico e una manciata di stonature-pelle-d’oca. Arrivano in after dalle piazze di Bologna i componenti dello Stato Sociale con Una vita in vacanza: i ragazzi si sono fatti (su questo non c’è dubbio) notare con il loro pezzo fra serio e faceto sulla gioia di lavorare e non di vivere nel sacrificio. […]

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Teatro

Teatro in Pillole – Speciale Natale: Ti auguro!

Teatro in Pillole è un’iniziativa a cura di Stefania Russo, con Galleria Toledo come sponsor. L’appuntamento di dicembre si intitola “Ti auguro”, rappresentando uno speciale del periodo natalizio. La location del contest pre-natalizio è il foyer dell’Arena Flegrea, un luogo immerso nel verde in cui si accede da viali alberati e spalti illuminati. L’appuntamento natalizio si conferma un evento piacevole e organizzato sulla scia di un incontro familiare, ma professionale. Ad accogliere gli spettatori/giuria c’è la compagnia Ribolle, il Circo delle Bolle di Sapone, che sarà a Galleria Toledo fino all’8 gennaio. All’esterno dell’arena ci troviamo immersi in bolle di sapone che si librano col soffio del vento e prendono forme diverse, per poi scoppiare senza far rumore. Teatro in Pillole all’Arena Flegrea Indoor Entrando nel foyer siamo accolti da un’atmosfera soffusa e piacevole, familiare, accompagnato dalla musica energica del gruppo Ruote 666. La formula di Teatro in Pillole offre agli spettatori la possibilità di cenare sul posto, comodamente seduti sulle poltrone dell’Arena (c’è da evidenziare la meraviglia di poter assistere ad uno spettacolo su una poltrona comoda senza doversi combattere lo spazio per il gomito sul poggiabraccio col vicino di seduta). Dopo un ricco buffet all’italiana, un bicchiere di vino ed una porzione di lasagna ci si avvicina al palco (lo so, si fatica a crederci, lasagna e teatro, chi ha pensato a questo connubio merita il Nobel per la pace). Stefania Russo comincia a presentare la scaletta della serata, che comincia con le esibizioni dei professionisti per poi continuare con gli amatori. I professionisti e gli amatori della serata Nella serata del 15 dicembre di Teatro in Pillole i professionisti sono Diego Sommaripa, con un monologo interessante e visionario sulla vita di periferia, sulla maturazione dei baby boss e sull’importanza della resistenza. Continua Vito Gattullo, il mentalista che augura agli spettatori di trovare la magia e la realizzazione dei sogni, ci fa divertire con la sua esibizione che culmina in un assurdo viaggio alle Hawaii con Checco Zalone ed una bambola che balla.  I prossimi sono i Cuore a Sud, giovane compagnia che interpreta una famosa esibizione che stigmatizza e contrasta la violenza sulle donne. Per continuare, gli affezionati del Teatro in Pillole, i Coffee Brecht, compagnia di improvvisazione: in questa occasione la loro performance è sulla famiglia che organizza il Natale, con interventi casuali presi da libri al grido di “LEGGILO!”: loro ci augurano meno pantofole e più libertà. Per la categoria degli amatori si presentano in tre:  il primo è Giuseppe Cerasuolo, amico di Teatro in Pillole, con la danza di Angela Cordasco. Insieme ci augurano di svegliarci felici al mattino e ci omaggiano con una serie di Benvenuto, un inno ad aprirsi alla vita ed al prossimo in tempo di crisi. Ai due segue l’interessante esibizione di Renato Gatto e Mariantonietta Riegel, con un pezzo profondamente metateatrale scritto dall’attrice. Renato Gatto, con una certa dose e dote di trasformismo, passa da attore a pensatore di teatro, mostrandoci i pensieri che la mente di un artista partorisce […]

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Teatro

Massimo Ranieri: il Teatro del Porto al Diana

Massimo Ranieri porta in scena con la Compagnia Gli Ipocriti “Il Teatro del Porto”, al teatro Diana di Napoli dal 14 dicembre all’8 gennaio, con ben 21 repliche dopo la sorprendente prima di mercoledì 14 dicembre. I versi, la prosa e la musica sono di Raffaele Viviani (1888 – 1950), la regia è affidata a Maurizio Scaparro, regista e critico teatrale italiano nato a Roma, classe ’32. Massimo Ranieri raccoglie il testimone di Viviani Il Teatro del Porto di Massimo Ranieri sintetizza due pièce di Viviani, Scalo marittimo e Caffè di notte e giorno. A quel periodo, gli anni Trenta, risale la sperimentazione di Viviani in occasione delle numerose manifestazioni al teatro Umberto: è lì che l’artista sintetizza nel teatro ad atto unico la messinscena della danza, della recitazione e del canto. Le sue macchiette vengono affidate agli astri nascenti del varietà, da cui trae spunto per dare alla luce delle commedie apparentemente frivole, ma infarcite di riflessioni sulla Napoli del suo tempo e sulla metateatralità. Viviani passerà ai due atti con Caffè di notte e giorno, sfruttando la grandissima popolarità che l’Umberto gli stava offrendo per mettere in scena le grottesche, umoristiche figure umane della Napoli post-bellica, macchiette che cantano e ballano sullo sfondo dell’emigrazione, della guapparia e degli amori fugaci. Con quale spirito bisogna essere spettatori del Teatro del Porto? Da un lato ci si aspetta lo stravagante magnetismo che Massimo Ranieri porta in scena nei teatri di tutta Italia, ballando e cantando come un giovane romantico di altri tempi; dall’altro si crea l’aspettativa che straborda quando si parla di commediografi del calibro di Viviani. E la sintesi è una macchina del tempo che, coi suoi temi, porta il passato nel presente, e dà al presente la possibilità di specchiarsi nel passato, alter-ego forse più inconsapevole ma più romantico senza dubbio. Varietà e partenze: fra Viviani e Ranieri Una giovane compagnia napoletana prova alcuni passi di tango all’inizio della commedia: siamo nel puro metateatro, Massimo Ranieri è il Direttore (o meglio, ‘O Direttò) e il suo arrivo sulla scena provoca un certo tumulto in platea, ma anche sul palco: la compagnia è in subbuglio per la prossima partenza verso il Sud America. Le difficoltà di fare carriera e fortuna a Napoli (e questo ci ricorda qualcosa di tremendamente attuale) conduce la compagnia verso l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay: gli attori della compagnia alternano gioia e inquietudine, tristezza e palpitazione per questo futuro incerto ma pieno di sorprese. Ci ricorda qualcosa? La compagnia del Teatro del Porto organizza l’ultima esibizione napoletana prima del grande viaggio per mare, matrigna e materna scatola di possibilità e imprevisti. Il grande varietà di Raffaele Viviani torna sulla scena con una forza prorompente: diverse storie si intrecciano nell’ultima esibizione dei commedianti, che cantano e ballano, recitano e suonano la vita di Napoli nel periodo che si incastra fra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Massimo Ranieri è un guappo, poi uno strampalato corteggiatore, poi un amante sofferente. Attorno al cerchio del riso e del […]

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Attualità

Un bacio contro l’omofobia: un Natale arcobaleno

Un bacio contro l’omofobia è il flash mob dell’associazione I’m gay, any problem? (con Raffaela Borzacchiello presidente) di concerto col gruppo LGBT giovani di Napoli, rappresentato con furore e brio da Antonio Auriemma, che qualcuno ricorderà per un discusso video montato ad arte in cui due giovani testavano le reazioni dei bagnanti su una spiaggia del napoletano contro una coppia gay. Anche per il 2016 l’associazione sceglie come location, per Un bacio contro l’omofobia, Piazza Vanvitelli, fulcro della vita commerciale e sociale del quartiere Vomero, per celebrare la bellezza di un bacio, la sua innocenza ma anche la sua carica semantica. L’organizzazione nasce sul web, l’evento è pubblicizzato da settimane su una pagina Facebook che chiama all’adunata i giovani napoletani nel pomeriggio dell’8 dicembre, contando sulla sicura presenza di famiglie, coppie e gruppi che passeggiano in occasione della festa dell’Immacolata. Già dalle 17,30 alcuni giovani si raccolgono attorno all’albero che illumina via Scarlatti, pronti a scambiarsi un bacio contro l’omofobia. Alcuni indossano cappelli e corna natalizie sullo sfondo degli addobbi scintillanti, altri portano maschere e gadget di ogni genere (ndr. la parola è usata ad hoc, mai come in questo caso); alcuni sono accompagnati dal proprio animale domestico, poiché ogni forma di amore è legittima. Gli striscioni cominciano ad attirare la folla, fra famiglie di corsa che cercano di allontanare i bambini, e adulti che sottovoce commentano a favore dell’evento, sorridendo alla volta dei manifestanti. Un bacio contro l’omofobia alle 18.15 Il corteo si sposta lungo via Scarlatti, riuscendo così a srotolare cartelloni e striscioni. Un grande cerchio si forma e l’attenzione si canalizza automaticamente sul gruppo, formato ora da giovani, adulti, alcuni bambini incuriositi, con gatti e cani al seguito. Un pot-pourri colorato, variegato e festivo. Al fischio di inizio di Raffaela Borzacchiello si dà il via al bacio contro l’omofobia, un bacio simbolico che si esprime in un delicato contatto di labbra, in un bacio sulle guance, in un abbraccio, in strette di mano e sorrisi.  Da un bacio ad un tavolo di discussione Da questo simbolo prende spunto una tavola rotonda, pur senza sedie, in cui a ciascuno viene data la possibilità di esprimersi: si parla di coming-out, di violenze psicologiche domestiche, di legittimità dell’amore, di desiderio di condivisione, di difficoltà concernenti il cambio sesso. Alcuni passanti si arrischiano a voler parlare, chiedendo, a furor di popolo, una maggiore sensibilizzazione nelle scuole. Un bacio contro l’omofobia è uno schiaffone contro l’intolleranza: fin da bambini bisogna imparare, altresì detto, ai bambini bisogna insegnare la multiformità dell’amore, dei rapporti umani, dei desideri e delle inclinazioni. È nelle libertà personali che si riconosce la grandezza di un popolo altrettanto libero e democratico. Abbiamo ancora molti passi da compiere verso la parità dei diritti/doveri, una parità che deve colmare il divario fra coppie di serie A, e coppie non considerate legittime, che difettano dell’accezione di “matrimonio”, della possibilità tanto discussa di adottare figli, di riconoscere il figlio del coniuge, che rappresenta la macchia indelebile sulla legge recentemente uscita dalle aule del […]

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Attualità

Ryanair a Napoli e non solo: il successo di Capodichino

Ryanair apre nuove rotte con partenza da Napoli-Capodichino. L’ennesima grande compagnia aerea che sceglie di dare lustro al maggiore aeroporto del sud Italia, che da alcuni anni permette a turisti di tutta Europa di sciamare sulle coste del Tirreno. Di Ryanair a Napoli si parlava già da un po’ nei forum, blog e ambienti di appassionati di viaggi. Da settembre si parlava di una sfida fra Napoli e Salerno: ma  Ryanair, compagnia irlandese con sede principale a Londra-Stansted, aggiunge l’aeroporto di Capodichino alle sue numerose basi. Ryanair a Napoli potrebbe rivelarsi un prodotto vincente, con i suoi 750 posti di lavoro in più in loco e 1 milione di clienti in più. Fino a inizio dicembre, tutte le rotte da Napoli avranno un prezzo promozionale a partire da 19,99 €, come suggerisce il sito di Ryanair.  Dove ci porta Ryanair a Napoli Ryanair a Napoli dove ci porterà? A Lisbona, capitale del Portogallo che negli ultimi anni rappresenta un caposaldo del turismo estivo in Europa; a Varsavia, interessante capitale polacca, simbolo dell’est Europa in continua crescita ma anche a Danzica; a Valencia, città della ricca regione catalana, interessante alternativa per chi vuole raggiungere la Spagna senza atterrare a Barcellona, e a Siviglia e Madrid, capitale spagnola, c’è bisogno di altre spiegazioni? A Stoccolma, l’aeroporto di Skavsta ci permetterà di arrivare in Svezia; Ryanair a Napoli ci porterà a Copenhagen, e una gita alla sirena non vuoi programmarla nei tuoi viaggi? Ma Ryanair a Napoli ci porterà anche a Brema e Francoforte (Hahn) per giungere in Germania; East Midlands e Manchester per gli amanti del Regno Unito, Eindhoven per chi vuole raggiungere l’Olanda, Kaunas per arrivare in Lituania, Bergamo e Treviso per una gita in Italia. Dalla primavera del 2017 tutte queste tratte saranno disponibili per nuovi itinerari di viaggio competitivi. Capodichino e le altre compagnie economiche Non è un segreto che numerose compagnie low-cost, come EasyJet o Volotea, stiano potenziando enormemente gli itinerari da-per il capoluogo campano: il gigante inglese, che collega Napoli con le grandi capitali europee (Parigi, Londra, Amsterdam, Barcellona, Vienna, Bruxelles, Atene) ha progettato grossi investimenti per il 2017, implementando gli spostamenti da/per Milano, Venezia e Napoli.  Il colosso iberico Volotea, invece, ha tutta una serie di accattivanti scambi con Napoli: solo in Italia ci sono collegamenti con Cagliari, Catania, Genova, Olbia, Palermo, Trieste e Verona; prezzi vantaggiosi interessano anche alcune località francesi, come Bordeaux, Marsiglia, Nantes e Tolosa,  coprendosi così gran parte del territorio francese dal sud-est al nord-ovest; e dulcis in fundo i mari della Grecia, con voli per Creta, Mykonos, Preveza, Santorini, Skiatos, Zante. Diventando socio del programma SuperVolotea, i prezzi dei voli calano enormemente e lo sconto si estende a tutti i compagni di viaggio dell’abbonato. Insomma, un rischio enorme per i risparmi di un amante dei viaggi. Adesso ci pensa Ryanair a Napoli a farci partire da casa: la compagnia irlandese permetterà ai partenopei di raggiungere città di grande turismo. David O’Brien, Chief Commercial Officer di Ryanair “Ryanair ha il piacere di annunciare che le […]

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Teatro

Shakespeare in love (with Marlowe) al Teatro Bellini

Shakespeare in love (with Marlowe) è in scena al Piccolo del Teatro Bellini di Napoli dall’8 al 13 novembre. Di Vittorio Cielo e con Ennio Coltorti, che cura anche la regia, Emiliano Jesus Coltorti, scene e costumi di Rita Forzano e musiche di Zeno Craig, luci di Roger La Fontaine. È una produzione del TTR, Il Teatro di Tato Russo. Coltorti padre e figlio mettono in scena un momento cruciale della storia letteraria e teatrale europea: Shakespeare in love (with Marlowe) è la storia romanzata del rapporto fra due esponenti del teatro inglese della prima epoca moderna, che vivono il periodo della chiusura-apertura dei teatri, il complicato rapporto di potere che si gioca fra teatranti e corte elisabettiana, i pericoli dell’avanzata dell’armada spagnola. Più che amici o colleghi, il rapporto sfila in una diatriba del genere maestro-allievo, che sviluppa una dicotomia continua fra disillusione e sogno, maturità e giovinezza, disprezzo e idealismo. Il teatro nel teatro Il gioco metateatrale che si instaura sul palco di Shakespeare in love (with Marlowe) è affascinante e di grande impatto: Ennio Coltorti interpreta uno Shakespeare adulto, il quale, per tributare il suo rispetto e la sua devozione all’enigmatico “maestro” ormai deceduto, decide di interpretare a sua volta Christopher Marlowe. All’occorrenza, il poeta di Stratford-upon-Avon adulto veste i panni di illustri personaggi del periodo elisabettiano, come il Gran Ciambellano e la stessa regina Elisabetta. Emiliano Coltorti interpreta, invece, uno Shakespeare giovane, innamorato della vita, dell’arte e delle speranze amorose, alle prese con i tiri curvi che l’esistenza, la storia e il suo stesso maestro gli tirano. Shakespeare in love (with Marlowe) è il culto del teatro Il giovane Shakespeare cerca di farsi strada nelle insidie di un mondo che spesso è refrattario al teatro, immerso com’è nelle insidie politiche e sociali del tempo. Che si parli di guerra o di peste, sono i teatranti a farne le spese: William rivendica il diritto, per gli artisti, di vivere nel disordine, prerogativa giusta, necessaria alla vita del palcoscenico. Quest’ultimo rappresenta un vero e proprio culto, tant’è che lo stesso giovane Shakespeare, nei suoi tentativi di persuasione, paragona la gente di teatro alla gente di religione. La devozione cieca per il teatro ha gli stessi contorni dei sofferti sentimenti che Shakespeare sperimenta, a suo danno, nei confronti dell’amato Southampton e della dark lady, sentimenti che sono allo stesso tempo origine e conseguenza dei suoi celebri sonetti. Marlowe guida il suo giovane allievo non solo sul versante professionale, ma anche in quello, più tortuoso e sofferto, della vita: gli sbatte la realtà in pieno volto, cerca di distruggere il suo idealismo, le sue aspirazioni, la sua lealtà e gli mostra come tutti gli uomini siano corruttibili, perché è il denaro e l’accumulo che guidano il mondo. E lo stesso maestro, durante tutta la rappresentazione, non scioglie il dubbio sul suo essere o meno una spia.  Il capolavoro dell’espediente metateatrale Benché coetanei nella realtà, sulla scena di Shakespeare in love (with Marlowe) il divario fra i due poeti viene palesato attraverso due espedienti: alla disillusione […]

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Interviste emergenti

Teatro di Contrabbando: un’intervista a Valerio Bruner

Teatro di Contrabbando (TeCo) si afferma programmaticamente come la compagnia del contrabbando dell’arte: bisogna dare voce al desiderio di fare arte anche a coloro che si sentono un numero fra la folla. Come il contrabbandiere di sigarette dietro l’angolo con quello scranno arraffazzonato e tenuto insieme col nastro adesivo, gli attori di Teatro di Contrabbando o meglio, i contrabbandieri (Chiara Vitiello, Alessandro Palladino, Valerio Bruner, Simona Pipolo, Federica Rubino, Francesca Romana Bergamo, Luca Sangiovanni) si affacciano nei teatri napoletani senza la pretesa di essere borghesi, canonici, classici, ma con l’intento di essere rivoluzionari, a volte dissacranti, sboccati e anche grotteschi. I membri di TeCo non si fermano agli spettacoli canonici, ma ricevono applausi in manifestazioni del panorama partenopeo come Teatro in Pillole, di cui ci siamo già occupati alcune settimane fa. Uno spettacolo che riscuote successo Nel febbraio del 2016 Eroica Fenice si è occupata dello spettacolo Nonsense a Nord del Tamigi di Valerio Bruner, giovane talentuoso del Teatro di Contrabbando e burattinaio di uno spettacolo fuori dalle righe, vincitore di “Stazioni d’Emergenza” Atto VII e Finalista Decibel Scenari Sonori – Crash Test Festival 2016. Eroica Fenice è stata in platea per un’altra replica al caro ambiente della Galleria Toledo, emozionante, per attori e teatranti, come fosse una prima. La Galleria ha dedicato al Teatro di Contrabbando le due serate del 5 e del 6 novembre, riempiendo le sedie e il semicerchio di altre “sigarette” dei contrabbandieri.   L’intervista a Valerio Bruner del Teatro di Contrabbando In quest’occasione si fa un passo in più, intervistando il front-man di questa pièce. Con Valerio Bruner, apparentemente così in ombra e così silenzioso sul palco, al contempo molto accogliente oltre la parete, si parla della genesi della messinscena, delle componenti autobiografiche e delle prospettive della compagnia che sta indubbiamente riscuotendo successo all’ombra del Vesuvio. Quanto ci deve essere di autobiografico in un lavoro del genere? C’è del personale nel modo in cui viene ritratta Londra o nella complessa dinamica fra il protagonista e la sua vecchia fiamma? Nonsense a nord del Tamigi è totalmente autobiografico, o meglio, lo è nelle parti più assurde. Ho vissuto a Londra per un paio d’anni, prima per il progetto Erasmus alla UCL (nda University College London) e poi alla ricerca di un lavoro che non ho mai trovato. Così ho cominciato a vivere la città, cercando quei posti sconosciuti ai turisti, immergendomi in un caos metropolitano fatto di suoni, colori, immagini e incontri al limite del surreale. A un certo punto mi sono reso conto che avevo bisogno di annotare queste esperienze, di metterle nero su bianco. “E così ho cominciato a scrivere” per dirla con le parole del mio alter-ego teatrale Ralph Kenningan. Dapprima buttai giù dei racconti poi, dopo un po’, mi resi conto che unendo questi racconti ne sarebbe venuto un testo teatrale che accentuava ancora di più il “nonsense” dei racconti precedenti. Feci leggere il testo ad Alessandro Palladino che ne ha curato la regia e l’adattamento. A lui va il mio più grande ringraziamento per aver […]

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Cinema & Serie tv

The Goldbergs: le risate senza tecnologia

The Goldbergs è una sitcom americana andata in onda da settembre 2013. Serie televisiva fortemente autobiografica, The Goldbergs nasce dall’idea di Adam Goldberg, uno dei personaggi della famiglia rappresentata nella sitcom.  Autore, dunque, di un vero e proprio racconto delle avventure della propria famiglia negli anni ’80 americani, fra le nuove, sorprendenti invenzioni come il walk-man, i videoregistratori, i computer, e le tradizionali VHS. La serie è alla sua quarta stagione e fino ad ora sono stati trasmessi 76 episodi negli Stati Uniti, con degli ascolti di oltre 6 milioni di telespettatori. In Italia la serie è trasmessa attualmente da Mediaset Premium. The Goldbergs: una famiglia tradizionale? I Goldbergs sono una famiglia tradizionale: un padre, Murray (Jeff Garlin), padrone, annoiato, che ama togliersi i pantaloni dopo aver varcato la soglia di casa, una madre, Beverly (Wendi McLendon-Covey), matriarca ultraprotettiva, amante dei maglioni, ossessionata dall’idea di dover controllare le vite dei figli, Barry (Troy Gentile), Erica (Hayley Orrantia) e Adam (Sean Giambrone). Le dispute fra i tre figli sono senza fine. Lo sviluppo dei loro rapporti ci fa sentire sulla pelle la giovinezza trascorsa a litigare tra fratelli per il nuovo giocattolo arrivato in casa: Adam è troppo piccolo per capire le angosce dei fratelli maggiori; Barry si trova nel mezzo ed aspira alle responsabilità che Erica è riuscita a gestire; lei è furba e scaltra, donna, non adolescente, capace di fare gli occhi d’angelo per trasgredire all’abbraccio di una madre ossessiva. A dirimere spesso le questioni familiari accorre il nonno materno, Albert Solomon (George Segal) un inguaribile dongiovanni con la sindrome di Peter Pan. I Goldbergs vivono in Pennsylvania, America, in quegli anni Ottanta che sono considerati un decennio di boom economico, ottimismo e una ventata di modernità. La videocamera di Adam Il piccolo Adam, un ragazzino con gli occhiali tondi e la mania per il cinema (insomma, un vero nerd), riprende ossessivamente le fasi della sua adolescenza con una videocamera regalatagli dal padre. Adam-bambino ed Adam-autore cercano di fare della vita familiare un vero e proprio racconto, e lavorano insieme: i filmati di Adam-bambino si integrano, con una spinta realistica e sorprendente, nella sitcom di Adam-autore, facendo da chiusa ad ogni episodio. I filmati del piccolo Adam Golgberg, dunque, vengono adoperati per stendere la trama di ogni episodio autobiografico. E il grottesco e sorprendente degli episodi, filtrati dagli occhi del bambino nella mise-en-scène dell’autore, non si discostano poi tanto dal narrato dei filmati originali degli anni ’80. Il primo episodio-pilota dei Goldberg racchiude già il mini-universo familiare: Adam che registra i passi della famiglia, i suoi fratelli che litigano per avere la precedenza sull’auto di famiglia, il nonno, vedovo, che mostra fin da subito le sue qualità da Casanova. Per quanto sia ambientata negli anni ottanta, la sitcom  evidenzia come nei rapporti umani l’epoca sia irrilevante: le famiglie litigano, si riappacificano, si contendono oggetti superflui, i giovani si tuffano sulla tecnologia e gli anziani sono refrattari ai cambiamenti, l’imbroglio e il tradimento può essere rivelato anche senza il gps del nostro smartphone […]

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Teatro

Teatro in pillole alla Galleria Toledo: la felicità sul palco

Teatro in pillole è alla sua terza edizione: da un’idea di Stefania Russo, come teatro itinerante, approda, per la stagione 2016/17, alla Galleria Toledo di Napoli, che ne è anche lo sponsor. La formula di Teatro in pillole è semplice negli intenti e nell’organizzazione: basandosi su un tema scelto appositamente per la serata, artisti amatoriali e professionisti dovranno esibirsi per dieci minuti sul palco, cercando di interpretare al meglio l’indicazione.  Inoltre, con una formula tanto fortunata ai giorni nostri che chiede sempre più la partecipazione del pubblico (per abbattere l’austera parete che ci divide dagli attori), ogni spettatore è invitato, a fine serata, ad esprimere le proprie preferenze: un nome per gli amatoriali, un nome per i professionisti. Ogni sera, inoltre, darà il suo giudizio un attore professionista, il cui voto peserà maggiormente nel conteggio finale. Chiunque può partecipare, senza limiti di sesso, età o esperienza. Teatro in pillole, 10 ottobre: la felicità Durante la prima serata del 10 Ottobre il tema principale di Teatro in pillole era “La felicità”, che gli artisti hanno interpretato seguendo una varietà, corrispondente alla moderna e complessa ricerca della felicità stessa. Ad onor del vero, il pubblico ha potuto sperimentare la felicità in anteprima, grazie al buffet offerto dal teatro: un bicchiere di vino, dei rustici ed un piatto di pasta e patate in perfetto stile napoletano. In questa atmosfera familiare, la platea si riempie non solo di amici e parenti dei singoli attori, ma anche di curiosi spettatori pronti ad assistere alla kermesse. Fra attori, pubblico e conduttrice si instaura una certa complicità e bonarietà fin da subito, sottofondo fondamentale alla fruizione di uno spettacolo di questo genere. I due circuiti hanno inizio Teatro in pillole comincia: gareggiano per il circuito degli amatoriali Giuseppe Cerasuolo, con un pezzo sulla donna, una prostituta che regala ma poi tira a sé le sue gioie, negandole all’uomo; segue Pierpaolo Buglione con una serie di pensieri sulla felicità ed una canzone intonata insieme al pubblico. Fra i due circuiti ci regalano una performance spassionata, uno spaccato di vita di un barbone che chiede la felicità, i Delirio Creativo. Per i professionisti salgono sul palco componenti di varie compagnie teatrali, ognuna con la propria impronta per riconoscibile nei dieci minuti di gara: i TeCo (Teatro di Contrabbando) con una sorta di doppio monologo fra le personalità di una ricercata, e mai raggiunta, normalità (o felicita?); Claudia Napolitano col suo comico discorso dall’analista sulla vera normalità delle persone normali. Due componenti di Delirio Creativo hanno mostrato i ricordi di felicità di un’anziana signora, fra i suoi amori giovanili e la prospettiva della fine, fra musica e canto commoventi. Comica è la parentesi del Mago illusionista Francesco La Marca, con il suo aiutante dal pubblico che si è rivelato un serbatoio di ilarità, il tutto sotto il proposito di offrire una morale: abbracciare la vita e la felicità, allontanandosi dagli schermi. E infine un exploit dell’improvvisazione con i Coffee Brecht, che hanno ricostruito la paradossale e felice storia di un licenziamento, coinvolgendo […]

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Teatro

Le troiane per il Napoli Teatro Festival

Le troiane, regia di VALERY FOKIN e NIKOLAY ROSHCHIN, è andato in scena al Pausilypon il 2 e il 3 luglio, in occasione del Napoli Teatro Festival e nato dalla collaborazione fra Teatro Stabile di Napoli e il Teatro Alexandrinsky di San Pietroburgo. Tratto dalla tragedia di Euripide messa in scena per la prima volta nel 415 a.C., è l’unica tragedia pervenutaci della trilogia della Guerra di Troia. L’unica ad aver sfidato più di duemila anni di storia per giungere sui palchi della modernità in una rivisitazione tutta attuale. Priamo ed Ettore sono stati uccisi e le donne dovranno affrontare l’amara sorte che le condurrà a condividere il resto della vita sotto il gioco dei conquistatori. Le troiane, dalla Russia all’Italia Le troiane di Fokin-Roshchin nasce in Russia; in Italia è tradotto da Monica Centanni e messo in scena nel capoluogo campano nell’atmosfera suggestiva e catartica del complesso del Pausilypon. Segue il filone fortemente internazionale del Napoli Teatro Festival, che per questa rassegna 2016 privilegia spettacoli in lingua e artisti da tutto il mondo. Gli spettatori sono accolti in un anfiteatro surreale da una squadra antisommossa, alcuni cadaveri distesi in sacchi neri e, sul palco, una tavola imbandita con una tovaglia bianca e piatti scuri. Troneggia su tutta la scenografia un maxischermo in stile cinema all’aperto, con il quale un cameraman della stampa giocherà, inquadrando le espressioni più bizzarre e devastate che si dipingono di volta in volta sul viso dei personaggi. L’intreccio del manicomio teatrale L’intreccio della tragedia è apparentemente semplice: Le troiane, dopo la sconfitta celeberrima della città, vengono assegnate ai vincitori della battaglia, Cassandra ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo, Ecuba ad Odisseo. Le dieci troiane sono scortate completamente incappucciate sulla scena, tirate a forza dagli aguzzini greci. In questa folle cena imbandita, le troiane dovranno subire la compagnia dei loro carnefici, cercando di volta in volta di ingraziarsi il loro favore facendo leva sulla lussuria, la simpatia o la pena suscitata dalla tragedia appena vissuta e, ancor più, dal destino che le attende. Ai due estremi della lunga tavola, Menelao lancia sguardi di odio all’ambigua Elena, odiata da tutti e ritenuta colpevole della piega presa dalla vicenda. I dialoghi di una follia generale Ne Le troiane i dialoghi che si instaurano fra i personaggi sono assolutamente folli, un caleidoscopico manicomio artistico che alterna grottesco e comico e che mira a suscitare un riso che mai sgorga completamente dalla bocca degli spettatori, troppo impegnati a cercare di capire la chiave di lettura, il filo rosso dell’intreccio. I carnefici sono completamente disumanizzati, nelle loro divise da poliziotti moderni, ed eseguono goffamente e passivamente gli ordini dei capi. Di tanto in tanto la realtà cruda e spietata della modernità irrompe sulla scena attraverso un addetto stampa che, incurante dell’orrore circostante, riprende tutto ciò che accade senza proferire mai parola. Dei boia con i mitra sono incaricati di uccidere a sangue freddo queste donne, che più che scappare cercano continuamente di far emergere la loro umanità in dialoghi strappalacrime, esasperatamente suadenti. Al […]

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Attualità

Sparatoria negli USA: l’omofobia uccide ancora

Un uomo, una pistola, una sparatoria negli USA, morti e feriti: la trama troppo spesso ripetuta in territorio americano, dove la libertà sul possesso di armi da fuoco divide costantemente l’opinione pubblica. Recentissima la notizia della morte di Christina Grimmie, cantante e star di The Voice, assassinata in Florida da un giovane, nell’intreccio di questa nuova strage si aggiunge l’odio per i giovani omosessuali e un locale gay affollato. In pieno periodo elettorale negli Stati Uniti, un mix perfetto di bigottismo, omofobia e violenza si abbatte in un bar gay della Florida, il Pulse di Orlando. Nella giornata di ieri, Omar Mateen, trentenne americano, è entrato nella discoteca dove si stava tenendo una serata di musica latina: alle due di notte (ore 8,00 in Italia) ha cacciato le armi, un tris formato da pistola, fucile e un terzo ordigno, e ha fatto fuoco, uccidendo più di 50 persone e ferendone altrettante, e il bilancio ha continuato a crescere durante tutta la giornata. ‘Colpevoli’ di essere gay. Sembrerebbe essere la peggiore strage nell’almanacco “sparatoria negli USA”, un argomento troppo inflazionato, ma che fa orrore ogni volta. L’omofobia all’origine della sparatoria negli USA Dopo aver aperto il primo fuoco, Omar Mateen si è letteralmente barricato nel locale, dove i ragazzi, che si divertivano in un normale week-end, sono divenuti ostaggi della furia omofoba del folle. Sulla pagina web del gay club Pulse è apparso un avviso per incitare a lasciare rapidamente il locale per salvarsi. Solo dopo più di 3 ore la polizia e gli agenti SWAT sono riusciti a rendere inoffensivo l’assassino, uccidendolo. L’origine afgana dell’assassino fa subito pensare ad una correlazione con il terrorismo islamico, ma il padre dell’orco ha smentito una motivazione religiosa: suo figlio era ‘solamente’ omofobo, odiava i gay. Tuttavia, il killer rientrava nelle persone tenute sottocchio dall’FBI perché sospettato di simpatizzare per l’Isis. L’idea di una sinergia fra le due matrici di intolleranza ‘ideologica’ maggiori della modernità fa venire, letteralmente e ulteriormente, i brividi. La reazione della politica alla sparatoria negli USA Quasi un anno fa la Corte Suprema americana aveva sancito senza appello l’allargamento del matrimonio egualitario a tutti gli effetti. Era il 26 giugno 2015. La notizia non è stata ben accolta dall’opinione pubblica tutta, rendendo spesso necessari gli interventi dei politici americani, come nel caso dell’impiegata Kim Davis, che nel Kentucky si era rifiutata di celebrare un matrimonio, per ottemperare ai dettami della Bibbia. L’assistente di Barack Obama, in materia di terrorismo, Lisa Monaco, informa subito che il presidente è venuto a conoscenza degli avvenimenti e che riceverà costantemente aggiornamenti dagli organi competenti in merito all’ennesima sparatoria negli USA. Le reazioni dei due pezzi grossi in ascesa, Hilary Clinton e Donald Trump, lasciano trapelare un credo portato avanti senza sosta: H.Clinton: “Woke up to hear the devastating news from FL. As we wait for more information, my thoughts are with those affected by this horrific act”. D. Trump: “Really bad shooting in Orlando. Police investigating possible terrorism. Many people dead and wounded”. Non sarà un caso […]

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Culturalmente

Assistenti di italiano all’estero, racconti e interrogativi: lo rifareste?

Ogni anno circa 300 neolaureati italiani sono selezionati come Assistenti di italiano all’estero; scorrono una graduatoria sul sito del MIUR (il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) e leggono il proprio nome, per poi conoscere la destinazione da raggiungere e il Paese in cui esportare la lingua e la cultura italiana. Una volta giunti sul posto, gli Assistenti sono chiamati ad affiancare gli insegnanti di italiano di ruolo nelle mansioni didattiche quotidiane per 7 mesi, con uno stipendio di 800 € al mese per 12 ore di lavoro settimanali. Nella realtà dei fatti, però, cosa significa concretamente lavorare come Assistenti di italiano all’estero? Insegnare l’ italiano in Francia: la parola agli assistenti La Francia, vicina per lingua e distanza geografica, offre annualmente circa 180 contratti per Assistenti di italiano. Un numero consistente di neolaureati, quindi, fa i bagagli e parte con la sola certezza di un lavoro, più o meno consapevole dei disagi burocratici e organizzativi ai quali va incontro. Potrebbe essere interessante analizzare gli aspetti positivi e disastrosi di questa esperienza, in compagnia di colleghi che, come me, hanno vissuto l’incarico nelle varie zone dell’Esagono. Ricevere il plico dall’Académie che ti designa come assistente di una data scuola è, sicuramente, un’emozione forte: spacchetti quella busta marrone, leggi la città in cui sei stato destinato e, se sei stato fortunato, non hai bisogno di cercare su google maps il villaggio sperduto in cui vivrai per sette mesi in compagnia di mucche, marmotte e anziani che parlano provenzale o bretone. Nel mio caso, la soleggiata e popolatissima Montpellier era la prima scelta e, come per molti altri assistenti, una buona dose di fortuna mista agli sforzi accademici mi hanno consentito di evitare questo click selvaggio alla ricerca della mia futura casa. Nuove abitudini, mille strette di mano, conversazioni più o meno imbarazzanti, gaffes tremebonde, istinti violenti nei confronti dei ‘cugini’. Comincia, bene o male, sempre così. Essere Assistenti di italiano rappresenta, per molti, una prima esperienza in campo lavorativo: posso dire che mi sono ritrovato, di punto in bianco, a gestire dodici lezioni settimanali in completa autonomia con una manciata di indicazioni da parte dei professori di ruolo. Insomma, lo spazio per l’emotività e l’ansia da prestazione sono ridotti all’osso, pena le facce disorientate e annoiate degli studenti, che talvolta si ritrovano a scegliere l’italiano come ultima opzione del proprio piano di studi. Cosa significa essere Assistenti di italiano all’estero? Nel ricco meridione francese la varietà delle situazioni da fronteggiare è, senza dubbio, un valore positivo e centrale di questa esperienza, ma non sempre gli studenti sono l’esempio lampante di ciò che si potrebbe definire ‘una scolaresca bendisposta e accomodante’: vedere mille facce, cercare di calibrare il proprio atteggiamento, avere così tanti “datori di lavoro”, specie se consideriamo che lo sguardo esigente di un liceale incute più timore di un professore universitario, tutto finirà per formarti e lasciarti dentro un certo spirito di sopravvivenza e improvvisazione. Di questo arricchimento ci parla Federica Gargiulo, studentessa salentina selezionata per la tanto agognata Académie […]

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